Ennio Furlan, l’uomo che sussurrava al ♣ Radic di Mont ♣

Ennio Furlan       

Foto dal web

Amo questo titolo per presentare le persone che comunicano la loro passione emozionandomi; sono quelle persone che, per rispetto e amore della Natura, non parlano mai alzando la voce ma sussurrando.

Il loro sussurro entra nelle fessure dell’anima e del cuore della Natura come il vento, un vento caldo, rassicurante, che non distrugge.

Ieri sera, assieme a Solema        , una delle mie due compagne di merende, ho partecipato ad un incontro organizzato dal mulino Moras di Trivignano (UD), con il signor Ennio Furlan, del quale vi ho già parlato, con entusiasmo, nel post del vino di tarassaco.

Ennio Furlan è un cuoco d’altri tempi, quando i cuochi Italiani si chiamavano Cuochi no chef e quando essere cuoco significava alzarsi al mattino presto e coricarsi a notte fonda ma non dopo aver girato le televisioni di tutto il mondo ma dopo aver trascorso tutto il tempo in funzione della loro cucina: andare al mercato, parlare con i fornitori, trattare sulla qualità/ prezzo per offrire il meglio alla clientela.

Ci ha parlato della Professionalità del Cuoco che dimostra attenzione per le intolleranze alimentari (come fa il mio amico Scarello); non ama i cibi che nuotano nell’unto ed ha inventato un Frico speciale, buono, asciutto ed innovativo: il Frico all’aglio orsino.

Lo fa con mozzarella, non mozzarella blasonata (che contiene troppo siero) ma con il panetto di mozzarella per pizza di fronte alla quale i foodblogger innoridiscono esclamando: ommiodiono!.

Aggiunge patate lesse, parmigiano per dare la consistenza (io adopererei Montasio stravecchio nel rispetto della tradizione della nostra splendida e generosa regione Friuli Venezia Giulia) e aglio orsino che ho scoperto solo lo scorso anno diventando sua amica inseparabile.

Mette tutto in una padella, senza grassi, gira, rigira, amalgama, rosola finchè non ha ottenuto la doratura perfetta, spadella e taglia a porzioni: buonissima!!! Mi scuso per l’assenza di fotografie ma la sostanza mi ha fatto dimenticare la presenza, vi dico solo: FIDATEVI!!!

Ennio Furlan, mentre parla o cucina, non ammalia con lo sguardo’ssassinodelcraco, non tira dietro piatti pronunciando improperi, non dimostra la sua audacia  addentando patatine croccanti, né aprendo barattoli di conserve, se non quelle che prepara per i suoi amici con le erbe raccolte con le sue mani.

Non propone abbinamenti di buoni/sani cibi della tradizione con dolci bibite gassate sturastomaci e generose di compensi milionari ma li abbina ad un bon taj di vin, ancje  di cjase (anche di casa)… disin (diciamo).

Anche lui, come me e altri, non comprende alcune dinamiche della regolamentazione che vietano la raccolta di alcune specie di lidric/radiciele  mentre non si accorgono che sono la cementificazione, i diserbanti e gli insetticidi che distruggono le nostre campagne ed il nostro ecosistema.

Ennio Furlan parla di erbe, di fiori e lo fa con competenza, arrabbiandosi per la leggerezza con la quale, sui s.n vengono divulgate false e pericolose informazioni e si arrabbia, allo stesso tempo, per la mancanza d’informazioni da parte dei vivaisti, fioristi ecc. sulla pericolosità di certe piante d’arredamento o da giardino che vengono tranquillamente vendute per abbellire le nostre dimore: piante velenose, spesso mortali.

Lo dico a malincuore: fortuna che al giorno d’oggi i bambini amano di più stare davanti al pc o alla tv che uscire in giardino con la curiosità dei bambini di un tempo (me compresa) di toccare ed assaggiare bacche, fiori ed erbe: il pc, la tv, in questo caso li protegge.

Durante la splendida serata non ho preso appunti ma ho impresso nella memoria ogni sua parola ed ho allargato il campo, è proprio il caso di dirlo, delle mie conoscenze erbacee: voi sapete che non raccolgo mai tanto per raccogliere ma, di anno in anno, approfondisco la conoscenza, sperimento, cucino e conservo: il blog è, per me, un ottimo archivio e forse lo è anche per gli altri, per chi, come me, è autodidatta, cauto e rispettoso della Natura e dei suoi ritmi.

Concludo con qualcosa che farà rabbrividire i più, mi narrano di scene drammatiche su fb riguardanti le cavallette ohmmamma!!!

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Questa è l’ultima cavalletta rimasta (le altre sono già partite) che sta mangiando la mia melissa per riprendere le forze e seguire le compagne.

Una coincidenza? Non lo so, ma era proprio la mattina del 22 aprile, la giornata della Terra, quando l’ho vista per caso avanzare lentamente, zavorrata da ciuffi di polvere e ragnatele (che le ho tolto delicatamente con una pinzetta).

Pensavo fossero partite tutte infatti, ho pulito, aspirato la terrazza in lungo ed in largo con tranquillità ma, evidentemente lei è sfuggita, forse nascosta da qualche parte, sotto/dietro alla lavatrice.

Ecco, io sono così, non so parlare alle persone ma alla natura sì.

Cavalletta melissa-001     

 Libera, la donna che sussurrava alle cavallette

 Buon fine settimana, lo so, vi ho promesso la ricetta della Pinza Triestina, quella facile, alla portata di tutti, tornerò presto, davvero


♥Auguri Terra♥

mondo di Linus 

Sei la nostra Casa, la nostra Amica e non meritiamo tutto quello che ci dai ogni giorno senza ricevere nulla in cambio, tantomeno il rispetto, perdonaci…

A presto ♥


♣Buona Pasqua♣

pinza uova effetti nat.-002   

Con questo post auguro a tutti, amiche/amici, ex amiche/amici, followers, ex followers, conoscenti, lettrici/lettori occasionali, una serena Pasqua.

Quella che intravedete nella foto è una delle Pinze Triestine che ho fatto e rifatto con la ricetta che mi ha dato Tiziana, la mia compagna di merende.

Era proprio con questa ricetta che avevo intenzione di lasciarvi ma, essendo una di quelle ricette del , le voglio dedicare il tempo che merita; voglio solo anticiparvi il titolo: Pinza Triestina, per chi non ha l’impastatrice, farine griffate e pregiudizi.”

Il periodo di Pasqua mi è sempre stato ostile ed anche quest’anno non è da meno ma, come succede nella vita, prima o poi le cose cambiano e migliorano e nell’attesa che questo accada vi abbraccio con affetto.

La foto che vedete l’ho fatta mettendo davanti all’obiettivo la “finta paglia” che si trova nei cesti regalo e che ha regalato alla foto l’effetto ti vedo/non ti vedo, le uova le ho decorate io.

Tutto qui,  Auguri, anche dalla mia Perla.

Perla Pasqua 2014         


É finita l’era di Libero, non ho detto di Libera :-D

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Ciao Amiche, Amici, Followers, lettori occasionali o semplicemente  curiosi di sapere cosa accade accantoalcamino ecco, accantoalcamino non accade nulla, semplicemente, dal momento che non riesco a “Liberarmi” di Libero, nonostante le mie innumerevoli e reiterate dimostrazioni di volontà di “Liberarmi” di Libero, vi informo che dal momento in cui leggerete questo post medesimo io non aprirò più questo indirizzo di posta: accantoalcamino@libero.it

Il mio adorato, insostituibile, straordinario tecnico Max mi ha detto che, se, per un anno non aprirò Libero mail, automaticamente verrà cancellato.

Prima di arrivare a ciò, ho telefonato a Milano, dove ha sede Libero ma senza avere riscontro, anzi, l’ho avuto ma, in quattro e quattrotto mi hanno liquidata…

D’altronde ero stanca di ricevere innumerevoli SPAM o pubblicità di siti per single che mi proponevano ragazze super-porche o la possibilità di incontrarmi con tutto e di più.

Ultimamente vanno alla grande il dimagrimento e la riduzione delle rughe, tutt’e due “stupefacenti”, tanto da far arrabbiare i medici.

Io sono una donna anziana, ho quasi raggiunto la pace dei sensi e trovo più eccitante un abbraccio, una carezza, uno sguardo o, meglio ancora, una passeggiata in campagna o una scarpinata in montagna o, dulcis in fundo: una “scaravoltata di Perla” con annesso e connesso bacio sul suo morbido pancino.

perla1 n.

Ecco, tanto volevo dirvi, anche se oggi, in programma c’era un dolce Pasquale, ma è appena lunedì e c’è tempo, c’è ancora tempo per imbrattare la cucina di farina ;-)

pinze pronte cornice

Pinze Triestine

frase differenza

Io faccio numero ;-)


La mia Aquila ♣ Ala Monca.

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Mi sono fatta piacevolmente coinvolgere in questo passaparola (lo chiamo così) da Marirò; lei lo definisce gioco-catena ma, comunque sia, è perfetto per chi, come me, ama tutti gli animali, indistintamente.

Mi ha assegnato l’Aquila con queste motivazioni:

Se ti fa piacere continuare il gioco ti assegno l’aquila, simbolo per eccellenza di indipendenza, ribellione e leadership, essere amato da chi ha un animo libero .

Mi sarebbero calzati a pennello anche il lupo o l’orso, difficilmente addomesticabili e tendenzialmente restii al contatto umano.

Il mio rapporto con gli umani è stato compromesso già prima della nascita ma non vi tedierò ancora con la mia storia, la mia infanzia e quant’altro.

Il risultato è che non potrò mai amare veramente nessuno, non sarò mai una buona amica, se non per brevissimi periodi; non mi fido e mi rendo inaffidabile per allontanare chi mi è vicino e far desistere chi vorrebbe avvicinarsi, sono una “brutta bestia”.

Ma, dal momento che l’uomo non può vivere senza amare ed essere amato, io ho scelto la Natura ma, appartenendo anche noi al Progetto di Dio (altra nota dolente della mia infanzia… ), non nella sua completezza.

Chi mi legge conosce già la mia abitudine di lasciar svernare indisturbate le cavallette sulla mia terrazze o il rimorso quando, per motivi di forza maggiore, devo eliminare le formiche o i ragni che, il più delle volte prelevo e trasferisco in sedi più adatte.

Ora voglio condividere con voi un racconto di Mauro Corona, tratto dal suo libro: Finchè il cuculo canta: io possiedo ed ho letto tutti i suoi libri e ritengo sia la persona adatta che, da ex bracconiere (per fame), possa trasmettere il valore del rispetto degli animali che, non dimentichiamolo, cacciano per fame…

Non sempre riesco a leggere certi passi dei suoi racconti, alcuni (come questo) non li approvo e mi innescano un misto di rabbia e rancore ma, come dice ello: funziona così ma quello che devo riconoscere a Mauro Corona è la mancanza di ippocrisia, lui le cose le dice…

ALA MONCA.

Zuan ed io eravamo amici. Assieme avevamo cacciato, mangiato ghiri, salamandre, vipere, gatti, volpi, martore ed altro. Non per fame, per la curiosità di assaggiare il sapore di nuove carni. Cucinavamo di tutto. Tutto ciò che la gente normale avrebbe rifiutato con ribrezzo, noi lo arrostivamo e lo mangiavamo. All’epoca dei fatti Zuan aveva oltre sessant’anni, io soltanto ventinove. Entrambi abitavamo nella parte vecchia di Erto.

Nella valle Zuan ed io avevamo fatto i bracconieri per tanti anni. Poi io mi ero ravveduto e avevo deciso che per il resto dei miei giorni non avrei più ucciso nemmeno una formica. Per questo in seguito ci frequentammo un po’ meno, tuttavia la nostra amicizia, protetta dalla complicità delle malefatte, non ne aveva risentito.

Un giorno d’estate Zuan mi venne incontro nel bosco, stavo facendo legna. Mentre fumavamo una sigaretta parlammo di caccia, sentii un po’ di nostalgia. «L’aquila mi ha mangiato due agnelli e una capra – disse improvvisamente Zuan – ma io l’ho seguita col binocolo, so dove ha fatto il nido, ha dentro due piccoli. Devo ucciderli altrimenti due nuove aquile si butteranno in picchiata sul mio branco distruggendolo. Tu che te ne intendi di corde, chiodi e scalate, devi darmi una mano». In quel periodo non avevo una lira, alle parole di Zuan mi ricordai di un tirolese che pagava i rapaci vivi a peso d’oro. Fiutai l’affare. Inoltre in quegli anni ero un po’ irrequieto e l’idea di una simile avventura mi catturò. Partimmo un mattino di metà luglio armati di corde, chiodi da roccia, due sacchi di iuta, una roncola affilatissima e un vecchio casco da motociclista.

Dopo alcune ore di cammino arrivammo sul luogo del delitto. Zuan si fermò sottola parete rocciosa nascondendosi nel fogliame del bosco, io affrontai la montagna. Arrampicai sul versante più facile, per portarmi sulla verticale della nicchia che ospitava il nido. Con calma, stando in bilico sul bordo del dirupo, attrezzai la prima calata a corda doppia. Indossai il casco e legai con un cordino la roncola al polso destro per essere pronto a difendermi da un eventuale attaco del rapace. A questo punto mi preparai a scendere. Sporgendomi, il mio sguardo cadde nel vuoto della valle, sull’esuberanza del rigoglio estivo. Dalla cima delle chiome partivano chiare ombre radenti: s’allontanavano lentamente verso boschi più lontani, per fondersi in un’ immensa foresta lucente. Prima di calarmi crutai l’aria. Il sole la riscaldava animandola di strani riflessi vibranti. Sembrava che in quel nulla ondeggiassero fili d’argento. Il cielo era deserto, come se le creature dell’aria sapessero che quel lembo d’azzurro apparteneva alla signora del vento. Aleggiava un silenzio misterioso e inquietante. Ebbi la netta sensazione che due occhi implacabili mi spiassero. Percepii l’invisibile presenza dell’aquila, provai paura; ugualmente iniziai la discesa. Mentre “volavo” appeso alla bava di ragno, con l’ansia che l’aquila mi arrivasse alle spalle, curai di tenere lontano dalle corde tese la roncola. Dopo due lunghe filate nel vuoto, mi trovai improvvisamente di fronte alla dimora della signora. L’emozione mi colpì. Sull’angusto ripiano dell’area grotta, al centro di un disordinato ammasso di frasche e ramaglia, due splendidi aquilotti quasi pronti per il volo spiavano l’intruso. Tutt’intorno brandelli di animali, lana di pecora, in un angolo addirittura un capriolo in vari pezzi che restituivano quasi l’intero. I brani, semiputrefatti, emanavano un odore nauseante. Posai i piedi sul piano della grotta, liberai le corde e mi avvicinai cautamente ai piccoli. Mi aspettavo una reazione aggressiva, invece erano dolcissimi. Non dimostravano nessuna paura dell’uomo. Ne sollevai uno in braccio e presi ad accarezzarlo sotto il collo. Dopo qualche secondo il piccolo reclinò il capo e si addormentò come un neonato. Pensai che anche gli animali più spietati, come gli uomini, da cuccioli non sono cattivi; poi si risvegliano gli istinti agressivi. Noi ne siamo l’esempio peggiore.

Con l’aquilotto ancora in braccio mi sedetti dentro al nido. Allora l’altro pulcino, forse un po’ geloso, afferrò il mio braccio con una grinfia, senza stringere, delicatamente. Quel giovane artiglio mi circondava completamente il polso. Percorso da un brivido, non potei fare a meno di immaginare come doveva essere grande e potente quello materno. Il pensiero affrettò i miei gesti. Tolti i sacchi di iuta dallo zaino, vi infilai uno degli aquilotti.

Stavo legando il sacco quando un’ombra improvvisa oscurò la roccia. In quel momento il silenzio impazzì. Il cielo di stagnola fu tagliato dal terribile urlo d’attacco dell’aquila come un colpo di rasoio. Mi sentii raggelare. Guardai l’orrizzonte, vidi il rapace virare a meno di dieci metri dalla grotta e allontanarsi. Fu il primo avvertimento. Non passarono due minuti, la spietata signora dei cieli tornò. Questa volta mi si avvicinò fino a sfiorarmi. I miei occhi incrociarono i suoi, tremendi, mentre sul viso sentivo i soffi degli spostamenti d’aria provocati dalle ali. Strinsi forte la roncola nella mano destra e appoggiai la schiena contro il fondo della grotta. Intuii che il prossimo sarebbe stato l’attacco decisivo, con il cuore in gola, organizzai la difesa. Dopo qualche minuto vidi l’aquila in lontananza sospesa nel vento, quasi ferma. Improvvisamente si lanciò come proiettile verso di me. Chiusi gli occhi mentre menavo colpi di roncola nell’aria. Fui sicuro di aver colpito qualcosa, nello stesso istante sentii sul braccio destro la rasoiata dell’artiglio. L’aquilà virò di colpo e si allontanò sbilenca, lasciando nel nido tre penne remiganti dell’ala sinistra attaccate ad un brandello di carne. Mi aspettavo un altro attacco, non ci fu. Era scomparsa.

Dal fitto bosco Zuan gridava a squarciagola incitandomi a fuggire, temeva per la mia sorte. Col terrore addosso, cacciai nel sacco il secondo aquilotto, recuperai le corde, attrezzai l’ultima doppia e, legatomi i fardelli all’imbragatura, abbandonai in tutta fretta il pericoloso pulpito.

Mentre scendevo notai il sangue sul braccio destro, rabbrividii pensando all’incontro ravvicinato col grande rapace. Quando fui a terra ripresi coraggio, riflettei su quanto mi era capitato. Allora, con un certo orgoglio, mi convinsi che quello sarebbe diventato un giorno memorabile, di quelli da raccontare ai nipotini.

Dopo qualche giorno gli aquilotti presero la via del Tirolo procurandoci un discreto gruzzolo. Divisi la somma equamente, tuttavia non mancai di far notare all’amico che il rischio era stato solo mio, a rigor di logica, mi sarebe spettata qualche lira in più. Zuan fu irremovibile: «Metà ciascuno, era nei patti», brontolò.

Passarono i mesi, quel fatto venne infilato nel sacco dei ricordi.

Un giorno dell’estate successiva stavo seduto sulla forcella del Duranno, pronto a una scalata. Regnava il silenzio arroventato di mezzodì. Il ronzio monotono di un aereo ruppe per un attimo l’incanto. Poi sparì come risucchiato dai cieli, rendendo la solitudine del luogo ancora più acuta. Catturato da quella magia abbandonai l’idea di scalare la montagna, volevo restare là, seduto. Stavo assorto nei miei pensieri, quando all’improvviso percepii la stessa inquietudine provata un anno prima nel nido dell’aquila. Sentivo due occhi che mi spiavano. Senza alcun rumore l’ombra improvvisa si disegnò sull’erba. Alzai lo sguardo, vidi nitida nel cielo terso la signora del vento.

Notai che all’ala sinistra mancavano delle penne remiganti. Era lei, l’aquila dello scontro, quella a cui avevo sottratto i piccoli. Non ebbi il tempo di riflettere, preceduto dall’urlo conosciuto, l’attacco partì. Quel giorno non avevo la roncola, fui assalito dalla paura. Ma l’aquila non colpiva: voleva solo giocare, spaventarmi, come faceva con i caprioli prima di precipitarli nei burroni. Scendeva in picchiata fino a un metro da me, incrociavo di nuovo quegli occhi, sentivo ancora sul viso il soffio dello spostamento d’aria, poi tornava a riprendere il vento. Ricordai che lì vicino esisteva un anfratto dove nascondevo assieme a mio padre i camosci uccisi. Tenendo a bada i movimenti della bestia, corsi velocissimo verso quella forra e mi buttai dentro. Dal buco potevo vedere un lembo di prato della forcella, su quell’erba sottile bruciata dal sole, passava l’ombra silenziosa dell’aquila. Restai rannicchiato nella tana fino a quando il buio non venne a prendere la valle. Allora uscii dal foro e mi lanciai come un razzo verso casa.

Per un anno non potei più andare in montagna con la certezza di tornare vivo. L’aquila mi seguiva, voleva vendicarsi. Uscivo con la paura nel cuore e l’ansia d’incontrarla. Molte volte tornai indietro a metà strada preso dallo spavento. Allora decisi di girare armato di roncola o con il bastone ferrato, ma ancora non mi rassicuravo.

Solo quando andavo a fare legna nel bosco potevo stare tranquillo. Nella foresta la fitta ramaglia impediva alla vendicatrice di attaccare. Inoltre pareva che lei sapesse che in quel luogo ero armato di manéra e motosega e non si fece mai vedere. In quell’anno non arrampicai neppure. Non osavo nemeno pensare di offrire la schiena al rapace mentre le mani e i piedi erano impegnati a tenermi aggrappato alla parete. Stufo di questa storia avevo deciso di ucciderla, ci avevo anche provato, sottraendo di nascosto un fucile a mio padre. Ma la bestia era furba, quando dall’alto mi adocchiava girare armato non si faceva vedere.

In quei mesi di nervosismo subii due attacchi. Mi difesi col bastone, ma non sembrava voler veramente affondare. Voleva solo togliermi la pace. Una volta soltanto, sul monte Borgà, mentre raccoglievo fossili, calò in picchiata fino a sfiorarmi lo zaino.

Un giorno d’autunno, durante una discussione di caccia, un amico di Claut mi riferì che la sera precedente aveva trovato sul greto del Cellina una grande aquila morta. «Probabilmente – azzardò l’uomo – ha picchiato nel cavo di una teleferica perchè ha il petto sfondato e dall’ala sinistra mancano alcune penne».

A quelle parole, rizzai le orecchie: forse era lei. Mi tornò la speranza. Seppi che la carcassa del rapace si trovava in un ufficio della sezione cacciatori: decisi di andarla a vedere. Il funzionario aprì un sacco di tela e ne rovesciò il contenuto sul pavimento. L’enorme aquila aveva ancora gli occhi aperti, provai un brivido. Erano quelli che fissarono i miei un giorno di luglio. Non ebbi dubbi ma volli essere sicuro. Aiutato dall’uomo, dispiegai con un certo sforzo le grandi ali irrigidite del volatile. Il bordo esterno dell’ala sinistra era stato asportato completamente assieme alle penne per una lunghezza di circa cinque centimetri. Sull’arto mutilato si notava la carne scura e rugosa della cicatrice. Contai le remiganti: ne mancavano tre. Chiesi all’addetto se potevo prendermi la testa di quella creatura superba per farla imbalsamare e tenermela in casa. Rispose che non era possibile per questioni di regolamento.

Quel giorno finì il mio icubo. Me ne resta il ricordo: una sottile cicatrice sul bicipide destro. Nel cuore il rimrso e un debito on ancora pagato.

Ala Monca da pag 73 a pag. 79 (Finchè il cuculo canta), Mauro Corona.

Lo so che è un post lungo ma il racconto andava trascritto tutto e, dopo averlo letto, avrete evinto che, alla fine, è sempre l’uomo la causa dell’agressività degli animali…

Charlie Chaplin

 


Agli Amici di Godia, tra sogno e realtà col ♣Chic Nic♣ di Pasqua.

Foto da 10_apr_2014

Chic Nic di Pasqua

Sono reduce da un corso di cucina tenuto dai miei mentori Emanuele Scarello, Patron (parola che va tanto di moda ;-) ) e Chef del Ristorante Agli Amici di Godia  e Raffaello Mazzolini (l’uomo che sussurrava ai cjarçons), corso che mi ha portata, fanciulla stupita e sorpresa,  nel mondo dell’illusionismo dove il dolce diventa salato ed il salato diventa dolce come golosa magia.

Ma oggi voglio condividere con voi l’idea geniale di questo Staff che non finirà mai di stupirmi per fantasia, passione e genialità ma… quando uno è Mago!

L’idea è nata dall’esigenza di offrire un Amichevole servizio ai loro Clienti/Amici che vogliono trascorrere la tradizionale Pasquetta fuori porta senza però rinunciare alle loro prelibatezze, senza spadellare e, soprattutto, senza spendere cifre astronomiche, è possibile infatti acquistare i singoli prodotti o il menu completo al prezzo di Euro 45,00.

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Il Menù, dall’antipasto al dolce è così composto:

  • Uovo con asparagi e fonduta di formaggi di malga – Euro 8,5
  • Gnocchi di patate, con ragù d’agnello e carciofi – Euro 10,5
  • Dentice sott’olio (extravergine d’oliva) al profumo di menta e limone – Euro 12
  • Caponata & caprese – Euro 9
  • Cremoso di cioccolato bianco e lamponi – Euro 8

Ciascuna preparazione è confezionata in vaso ermetico Weck (che rimane a voi), riutilizzabile e soprattutto molto carino da usare come piatto.

Il menu è molto semplice da gestire, lo Staff vi fornisce anche tutte le indicazioni scritte per gustare al meglio le loro proposte.

Ci sono preparazioni da servire calde, utilizzando un forno a microonde o tradizionale o a bagnomaria e altre pronte da mangiare.

In più  Ana, Gianluca e Stephane, il prezioso Staff di Sala ha selezionato per Voi i Vini da abbinare al menù:

Ana: … io amo il Franciacorta dall’aperitivo a tutto pasto, lo trovo leggero, non mi appesantisce e per il menu di Pasqua e Pasquetta Vi consiglio il mio preferito: Montenisa Brut, elegante e rotondo.(Franciacorta Brut Montenisa, Euro 30)

Gianluca: … bene, ma ci vuole anche un vino rosso, poco tannico e, fondamentale, che sappia raccontare il nostro territorio, come lo splendido Pinot Nero de Le Due Terre, immancabile! (Pinot Nero 2011 Le Due Terre, Euro 30)

Stephane: … beh, lo sapete, io sono sempre per la dolcezza! Agli Amici mi è capitato di assaggiare un vino delizioso e quasi per niente alcolico, l’ideale per accompagnare il dolce: il Moscato d’Asti di Prunotto, mi piace da impazzire! (Moscato d’Asti 2012 Prunotto, Euro 20).

Considerando la cura e la precisione che, in ogni occasione, tutto lo Staff degli Amici di Godia applica per soddisfare ogni Vostra esigenza, Vi chiede di sottopore  il Vostro ordine entro il 18 aprile , rimanendo a disposizione, per il Vostro ritiro, anche domenica 20 aprile fino alle ore 12.

Francesco, Emanuele, Ana-002

Per oggi è tutto, alla prossima, che sarà questa:

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Tagliatelle al Pomodoro e Basilico… con sorpresa (comperate le seppie, grandi ;-) )


Pomodoro di Pachino IGP: cosa aggiungere all’Eccellenza? Una Cornice e qualche Ricetta.

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Io vivrei di pomodori, in tutte le “salse” (per giocare con le parole), pasta al pomodoro,  crudo o cotto, panzanella, bruschetta, pane olio e pomodoro, con tofu (quello buono), feta,  mozzarella: pensate all’insalata Caprese, cosa sarebbe l’estate senza una Caprese?

Il pomodoro risolve un pasto, si aggiuge una proteina, anche vegetale ed è fatta.

I pomodori fuori stagione li evito ma non per “talebanismo” ma perchè non hanno profumo, sono acquosi e più acidi; mi concedo qualche datterino e Piccadilly che mangio come fossero frutta o caramelle.

Ricevere quella cassettina è stato per me gioia pura, chi mi conosce lo sa, non parlo mai di prodotti che non amo e non m’interessa nemmeno ricevere campionature, qui si tratta di Pomodoro di Pachino IGP, vi rendete conto?

Un prodotto ineguagliabile che tutto il mondo c’invidia, d’altronde chi oltre alla Sicilia ha il Sole della Sicilia? Eppoi, se guardate sulla carta geografica vedrete che Pachino è spaparanzata al sole, dal balcone i Pachinesi vedono l’Isola di Malta, la Tunisia, Libia ed Egitto, che meraviglia!

E da Pachino, come perle di corallo sono rotolati fino a Pasian di Prato (UD) tre varietà di Pomodoro di Pachino IGP: il Ciliegino, Il Costoluto, il Tondo liscio.

Inizio con i Ciliegini di Pachino IPG, sono dei grossi grissini che avevo già fatto col lievito madre anni fa, ho colto l’occasione per rifarli, col lievito di birra, più alla portata di tutti.

Nelle foto vedrete i piccioli, beh, ello ha mangiato anche i piccioli, non dico altro.

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Ingredienti per 8 pezzi (la ricetta dice 10 ma ho voluto farli più grandi):

  • 450 g. di farina 00,
  • 200 ml di latte,
  • 25 g. di lievito di birra,
  • 2 cucchiai di olio evo (ho adoperato quello delle olive taggiasche),
  • 1 cucchiaino da te di sale.

Ingredienti per la farcitura/finitura:

  • 1 tazza da te di olive taggiasche snocciolate,
  • pomodorini ciliegini Ciliegini di Pachino IGP tagliati a metà,
  • olio evo per spennellare.

Volendo potete aggiungere prima d’infornare origano, maggiorana, timo, a piacere, io ho voluto lasciarli così, in purezza.

 

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Come fare (io ho adoperato la MDP (macchina del pane):

mettere l’olio nello stampo della MDP, unire la farina setacciata col sale ed aggiungere il lievito sciolto nel latte tiepido.

Azionare la macchina (funzione impasto 15 minuti).

Modellare una sfera, spennellarla con l’olio e metterla in una ciotola, coprire con la pellicola e far lievitare in luogo tiepido per c.ca 1 ora fino al raddoppio.

Unire all’impasto le olive taggiasche spezzettate, amalgamare e formare un filone dal quale ricavare 8 (o 10) pezzi dello stesso peso.

Formare dei filoncini ed appiattirli col matterello allargandoli leggermente, disporli sulla teglia coperta con cartaforno, farcirli alternando olive e pomodorini, spennellarli con l’olio e lasciarli riposare per 40 minuti.

Dopo 30 minuti accendere il forno a 200°C. e, terminato il tempo di riposo, infornare i grissotti cuocendoli per 25 minuti fino a doratura.

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Volevo ringraziare il Consorzio per l’omaggio ed aggiungo il ringraziamento a chi ha aderito con entusiasmo al mio appello per salvare il Torrente Resia.

Versione con lievito madre (cliccare sulla foto per ricetta:

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