Archivi del mese: marzo 2011

La Torta di noci di Carla: a zampine nude nel parco.

………a zampine nude nel parco, è così che mi piacerebbe vedere la randagina adottata da Carla (ora si chiama “Piccola”), ma dopo tanto stress è ancora “nascosta”, accenna a qualche approcio ma ci vorrà ancora tempo a che si lasci andare e che si senta al sicuro.

Per il momento si sta ambientando, anche se questo “esplorar-notturno” ha già decimato vari oggetti-ricordo di Carla che temo mi presenti il conto prima o poi :-D

Chi è Carla? Carla è una professoressa di ginnastica in pensione, vive in una spendida casa con, appunto, un enorme parco che cura tutto da sola.

Carla è minuta, l’apparenza fragile inganna, lei pota, taglia l’erba, coltiva l’orto, fa le marmellate con la frutta dei suoi alberi, raccoglie le sue noci per fare una meravigliosa torta che vi offrirò più tardi, fa parte di una compagnia teatrale al femminile che tratta le varie problematiche di noi donne.

Carla ha accolto la micia “perchè ha bisogno” ma so che le piacerebbe che la sera le salisse sulle ginocchia e facendo le fusa si lasciasse accarezzare…ma aspetta..raccogliendo al mattino i “cocci” lasciati a terra dalle scorribande notturne :-D

Vicino casa sua scorre un canale, quei canali artificiali costruiti nella notte dei tempi dove scorazzano felici delle anatre selvatiche che lei chiama e che corrono a sbeccottare il mangime.

Noi ci aggiorniamo giornalmente, oggi ho saputo che quando lei è assente le anatre vanno a chiedere cibo a casa di Tiziana (vicina di casa e amica)..facendo “qua qua” per sollecitare il pasto :-D

Carla vive in questa grande casa dove hanno abitato i suoi genitori che ora non ci sono più..anche se la casa parla di loro in ogni angolo, oggetti ricchi di storia come gli scopilli fatti a mano dal papà:

Oppure l’arcolaio dove tesseva la mamma e la macchina da cucire (dietro):

O il tavolo da lavoro del papà:

O le scarpe con la suola di legno fatte a mano da lui per lei..non sono le “Tod’s” di oggi..Carla mi ha detto che sembrava di indossare degli strumenti di tortura :-)

E che dire dell’asinello cucito da sua madre per farla giocare?

Come non commuoversi di fronte agli sci indossati dallo zio “Alpino” durante la prima guerra Mondiale?

E come non farlo anche davanti alla picozza dello zio usato nella guerra di Grecia e Albania con tanto di incisioni fatte a mano sulla stessa?

E che dire di tutti gli altri oggetti sparsi per casa?

Dopo averle  lasciato la micia mi ha offerto il pranzo e mi ha regalato un sacchetto della sua lavanda, una confezione di garam masala comperato nel suo ultimo viaggio in India, 1 vasetto di marmellata (che si è pappato “ello” :-D )

Un sacchetto di noci del suo albero che lei ha tostato e che ho usato per fare questa torta con la sua ricetta, quindi questa sarà:

La Torta di noci di Carla

Ingredienti per una teglia apribile di 24 cm.:

  • 6 uova,
  • 200 g. di zucchero (150 fruttosio),
  • 250 g. di noci macinate,
  • scorza d’arancia grattugiata,
  • rum (facoltativo, omesso),
  • pizzico di sale per montare gli albumi.

Per la glassa:

  • 150 g. di panna da montare,
  • 150 g. di coccolato fondente.

Come fare:

lavorare i tuorli con lo zucchero, aggiungere poco alla volta le noci macinate (sempre con poco zucchero), la scorza d’arancia grattugiata e, alla fine, gli albumi montati a neve fermissima.

Versare il composto in una teglia apribile da 24 cm. imburrata o rivestita con cartaforno ed infornare a 180° C. per 35 minuti.

Sfornare e far intiepidire, nel frattempo preparare la glassa portando ad ebbollizione la panna liquida ed aggiungendo il cioccolato fondente.

Far affreddare fino alla consistenza desiderata e versarla sulla tort facendola colare (a casaccio) sui lati.

Decorare con alchechengi, buccia d’arancia ottenuta col rigalimoni o a piacere.

Io l’ho replicata con le mandorle, le nocciole, i pistacchi (seguiranno foto) e vi dico: provate, provate, provate!!

Volevo aggiungere che Carla non ha l’età di Matusalemme però, si sa, ultimamente il mondo è andato avanti di corsa..facendo sembrare noi 50 enni delle vecchie babbione demodè, ma non è così…….

Grazie Carla, spero ti piaccia questo post, come hai chiesto, non ti ho fatto “apparire” ma so già che le mie lettrici/lettori ti vogliono già bene, come non volerne ad una persona generosa come te?

Se tu fossi “la svizzera”, non credo sarebbe lo stesso ma il “vicinato” si prende le sue “piccole soddisfazioni” alle riunioni condominiali..peccato ci siano soltanto una volta all’anno :-D

A proposito Carla..domani che Tiziana ed io siamo a pranzo: PORZIONI ABBONDANTI!! :-)


Fesa di vitello con Alchechengim, alchechè?

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Che io rimanga sempre incantata di fronte ai doni che ci offre la natura non è un mistero e quando mi capita di vedere queste meraviglie sui banchi dei negozi sono tentata di comperarle ma poi cosa ne faccio?

Gli alchechengi/Chichingeri/Phisalis capita di vederli con la bacca a vista e le foglie tirate su a ciuffo nelle pasticcerie, sono intinti nello zucchero fondente e poi nel cioccolato, rendono raffinatissime le decorazioni di torte, pasticcini ecc. io li trovo bellissimi.

Spesso li raccolgo durante le mie scorribande campagnole verso agosto/settembre ma non sono  questi della foto (Phisalis pubescens) che vengono coltivati appositamente per uso alimentare, hanno la bacca gialla e leggermente più grande degli altri, quello che io chiamo ciuffo (calice) è verde a differenza di quello spontaneo che è rosso/arancio.

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Vi parlerò della specie spontanea e delle sue proprietà, concentrate esclusivamente nel frutto che, fresco viene usato per vini ecc., mentre essicato (in forno a calore moderato) si usa per infusi.

Le altre parti della pianta NON devono essere utilizzate in quanto contenenti alcaloidi in sensibile quantità.

É ricchissimo di vitamina C  e ne contiene il doppio del limone.

Proprietà: Diuretiche, Depurative, Antiuriche, Antireumatiche, Antiinfiammatorie.

Principi attivi: acido citrico, mucillagini, tannini, principi amari.

Le proprietà diuretiche e depurative sono impiegate soprattutto contro la ritenzione urinaria, nel caso di nefriti, gotta, calcoli renali e vescicali e comunque in tutte le forme cui è interessato l’apparato urinario.

In pratica per tutte le preparazioni erboristiche si uano i frutti essicati.

Uso interno (frutti):

come diuretico, antiurico, depurativo.

Infuso: 3 g. in 100 ml di acqua, 1 tazzina al mattino prima di colazione e la sera.

Tintura vinosa: 3 g.in 100 ml di vino bianco (a acerare per 10 giorni), 1 bicchierino al mattino a digiuno.

Uso esterno (fruttti)

Per pelli arrossate: decotto10 g. in 100 ml d’acqua. Applicare compresse imbevute di decotto sulla parte interessata per 15 minuti.

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Quella della foto è la mia proposta “Per uso interno”, già questa si mangia” e che buona!

Trovata per caso in un libro che propone piatti dolci e salati con la frutta, svariati tipi di frutta,  è stato amore a prima vista prima e amore al primo boccone poi.

Ingredienti per 1 persona (io):

  • 100 g. di fesa di vitello (3 fettine sottili),
  • 60 g di alchechengi,
  • burro chiarificato (soia),
  • 1 foglia di salvia fresca,
  • 1 piccolo rametto di timo,
  • farina,
  • brodo vegetale,
  • birra boch (o pils),
  • sale, pepe (verde).

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Come fare:

battere le fettine di carne, infarinarle leggermente e rosolarle bene da tutti 2 i lati  nel burro chiarificato (io uso il burro di soia).

Salarle, peparle e cospargerle con le erbe tritate, sfumare con la birra (la ricetta prevede brandy, marsala) e farla evaporare brevemente, disporre i frutti degli alchechengi a lato della carne, bagnare col brodo vegetale, coprire e cuocere per 15 minuti.

Io consiglio l’aggiunta degli alchechengi soltanto negli ultimi 10 minuti, il sapore non cambia ma il piatto ne guadagna esteticamente, non so perchè ho messo quel piatto azzurro….. boh!! :-D

Vi chiederete che sapore ha l’alchechengi? Ha un sapore leggermente agrumato, ricorda il succo d’arancia, con la fesa si sposa d’incanto, provate.

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Caprese bianca al profumo di rosa e cardamomo.

Oggi voglio riempire di profumi il mio blog, il profumo del cardamomo ed il profumo di rosa, è primavera non dimentichiamolo, ed ora ne sono ancor più convinta perchè ieri le Cavallette sono volate via e, come ogni anno, so che partono soltanto se sono sicure che il freddo non le fermerà più…..

Mi ero ispirata alla ricetta presa dal blog delle  “cuoche dell’altro mondo” per non copiare proprio tutto ho scelto il cioccolato bianco e l’ho glassata con acqua di rose e cardamomo.

Ingredienti:

  • 150 g. cioccolato bianco di buona qualità,
  • 150 g. burro morbido,
  • 150 zucchero,
  • 5 uova,
  • 300 g. di mandorle pelate tritate finemente,
  • 10 bacche di cardamomo.

Per la glassa:

  • 100 g. di zucchero a velo (io l’ho fatto nel macinino da caffè con qualche seme di cardamomo),
  • 2 cucchiai di acqua di rose.

Come fare:

tritare finemente le mandorle nel robot con un cucchiaio di zucchero, in seguito anche il cioccolato bianco e pestare nel mortaio i semini estratti dalle bacche di cardamomo.

Montare il burro con lo zucchero ottenendo un composto spumoso, aggiungere i tuorli 1 alla volta,  la farina di mandorle, il cioccolato e il cardamomo.

Montare gli albumi a neve ben ferma ed incorporarli delicatamente, versare il composto nella teglia imburrata o ricoperta con carta forno “statico” e cuocere a 160°C. per 40/50 minuti.

Farla raffreddare e nel frattempo preparare la glassa con lo zucchero a velo profumato al cardamomo e l’acqua di rose, ottenere una pastella da versare al centro della torta e  farla colare ai lati.

Gustarla sorseggiando un buon the verde e vivere così un piccolo, dolce,  profumato…momento esotico!!

Vi lascio questi fiori di tarassaco..tutti per voi, ciao e baci :-)


Cavolo rapa ripieno di funghi.

….quanto mi piace il cavolo rapa, anche lui poco conosciuto in Italia ma io confido sempre negli appassionati che decideranno di iniziarne la coltivazione come è già successo nella mia zona col cavolo nero.

Era da un pò che questa ricetta (del Sacher Hotel) era nei miei desideri e, finalmente dopo la gita Austriaca dove li ho trovati freschissimi, ho realizzato il desiderio:-)

Chi avesse difficoltà a reperire il cavolo rapa può sostituirlo con le rape, il matrimonio con gli ingredienti sarà comunque perfetto.

Io ho variato qualcosa che evidenzierò tra parentesi, ho omesso le dosi perchè ho preparato una maggiore quantità di funghi per accompagnare gli ossibuchi della cena.

Ingredienti:

  • 3 cavoli rapa,
  • funghi misti (porcini, finferli dei miei raccolti d’autunno),
  • 1 scalogno + 4 per la guarnizione,
  • 1 uovo piccolo,
  • 1 fetta di pane nero raffermo tagliato a cubetti,
  • 1/2 bicchier di latte (di soia),
  • 1 cucchiaio di olio evo,
  • cumino tedesco (Kümmel) macinato q.b.,
  • noce moscata grattugiata (omessa),
  • sale,
  • pepe macinato (verde),
  • prezzemolo tritato,
  • brodo vegetale.

Per il pesto:

  • un mazzetto di erbe, data la stagione non ho messo il mio dragoncello perchè ancora “giovane” quindi poco profumato, ho usato rucola e prezzemolo,
  • poco aglio schiacciato,
  • noci,
  • ho aggiunto semi di zucca,
  • parmigiano grattugiato,
  • olio evo (olio di semi di zucca),
  • sale.

Come fare:

eliminare la buccia legnosa dei cavoli rapa, tagliare le calottine e conservarle per utilizzarle come coperchio.

Svuotare la polpa e tritarla finemente, tritare anche gli scalogni ed i funghi, quest’ultimi più grossolanamente.

In una padella antiaderente con 1 cucchiaio di olio far appassir gliscalogni, aggingere i funghi, insaporirli ed aggiungere la polpa dei cavoli, insaporire col cumino, aggiustare di sale e pepe.

In una ciotola ammollare il pane nel latte, a parte sbattere l’uovo con il prezzemolo ed unire al composto di funghi mescolando.

Riempire i cavoli col composto di funghi e chiudere con le calotte.

Appoggiarli in una pirofila unta con olio evo, versare il brodo vegetale (ho unito anche 3 scalogni con la buccia), coprire con una stagnola ed infornare per 30 minuti a 180° C. , scoprire e far gratinare ancora per 5 minuti.

Come fare il pesto:

semplicissimo, tritare tutti gli ingredienti in un mixer.


Torta con pastinaca.

Venerdì scorso sono stata in Austria e come sempre mi sono persa tra i banchi dei supermercati con il desiderio di comperare tutto, ma proprio tutto quello che qui trovo ancora con difficoltà.

Mi sono limitata al cavolo rapa (ricetta a presto) , la confezione per brodo o minestra, e la pastinaca dentro la cui confezione ho trovato la ricetta che segue (dopo aver tradotto e sistemato un pò il procedimento ;-) )

Terry nel suo blog parla della pastinaca, lei ha la fortuna di avere un rivenditore straordinario che coltiva e vende tutte le primizie.

Foto della parte aerea presa dal web

Proprietà: dietetiche, diuretiche, colagoghe.

Principi attivi: tracce di alcaloidi, vitamina C , oligoelementi, e le foglie sali potassici.

La Pastinaca è nota soprattutto per le  proprietà alimentari delle sue radici che, gradevoli al palato, hanno inoltre un valore dietetico abbastanza simile a quello della patata per il loro contenuto di zuccheri e amidi.

Il tubero della Pastinaca viene impiegato, specialmente nell’Europa del nord, in molte preparazioni alimentari e anche in bevande fermentate (tipo birra).

Alla radice vengono attribuite proprietà digestive e diuretiche; la tradizione popolare ritiene la Pastinaca un cibo utile alle persone deboli, anziane o convalescenti.

Anche la parte aerea della pianta e specialmente le foglie hanno un impiego alimentare, ma sono prese in considerazione soprattutto perchè reputate diuretiche e colagoghe.

La Pastinaca è un’ombrellifera e a questa famiglia appartengono specie molto pericolose: è raccomandabile perciò un’attenta cura nella sua sicura identificazione e nella raccolta delle sue parti, onde evitare di prendere anche piante con generi simili nell’aspetto ma dannose all’organismo umano.

Pagina 465 dell’enciclopedia: Le erbe medicinali, aromatiche, cosmetiche.

Io aggiungo che è un modo per far mangiare le verdure a chi non le ama, il sapore assomiglia a quello della carota ma meno amaro, una puntina di sedano, insomma in questa torta ci sta d’incanto.

Ingredienti:

  • 100 g. di burro (di soia),
  • 100 g. di zucchero (80 fruttosio),
  • 4 uova,
  • 50 pangrattato (integrale),
  • 150 g. di pastinaca grattugiata finemente,
  • mandorle a lamelle.
  • burro e farina per la teglia (semi di zucca macinati).

Come fare:

lavorare il burro (di soia) con  70 g di zucchero (50 fruttosio) per qualche minuto, aggiungete i tuorli 1 alla volta ed in seguito la pastinaca ed il pangrattato.

Montare gli albumi con 30 g di zucchero (fruttosio) a neve fermissima ed incorporarli delicatamente al precedente composto.

Versarlo in una teglia imburrata e infarinata(housato i semi di zucca), cospargere la superficie con le mandorle a lamelle e infornare a 180 ° C. (statico)  per 35/40 minuti.

Servire calda con una salsa di frutta o fredda.

 

Vi ricordate questo?

Ora è così:

E se non bastasse a confermarmi che la primavera è arrivata davvero la mia cavalletta Solma (ricordate quella senza la zampina che da 3 anni viene a svernare da me?) è finalmente uscita dal suo nascondiglio con un’amichetta :-)

Ello questa foto non l’ha voluta guardare quindi se anche voi non lo farete io non mi offenderò ;-)


Troccoli con pesto di rucola e gamberetti e con sfilacci di cavallo.

Non ho altro da fare? Si avrei altro da fare ma quando mi viene in mente qualche ricettuzza dimentico tutto e mi perdo nella sperimentazione.

Arriviamo al dunque ragazza..okkei :-D

Sul filo di lana un piatto veloce, che dico, velocissimo, tutto verde (o quasi) per lei:

I troccoli al pesto di rucola in 2 versioni, una con i gamberetti cotti al vapore ed uniti alla fine, una con gli sfilacci di cavallo ….si lo so :-(

Per il pesto di rucola:

  • 1 bel mazzetto di rucola (selvatica è più profumata),
  • aglio (a piacere),
  • parmigiano grattugiato,
  • pinoli,
  • sale,
  • pepe,
  • olio evo.

Per guarnire i 2 piatti:

  • gamberetti cotti a vapore,
  • sfilacci di cavallo.

Come fare:

non vi dirò di fare il pesto nel mortaio, ma di mettere gli ingredienti (meno gamberetti e sfilacci) nel bicchierone e di sbizzarrirvi col minipimer o simili aggiungendo poca acqua di cottura della pasta…si perchè il pesto lo farete mentre cuoce la pasta (12 minuti).

Scolare i troccoli e condirli in una terrina, completare con gli sfilacci o gamberetti assecondando i gusti dei commensali.

Mi chiedono cosa siano gli sfilacci di cavallo, ecco a voi un link che vi racconterà la storia e vi darà indicazioni sul prodotto:

Sfilacci di equino


Torta al cocco e giochi di glasse: se la mamma è sempre la mamma..il papà è sempre il papà…

Premetto che per me la “Festa del papà” fa parte del gruppo di feste “commerciali” che non amo molto festeggiare ma in questo caso cadendo questa festa il giorno di San Giuseppe (papà simbolo) me la rende più “simpatica”.

Così ho deciso di festeggiarla recuperando un mio vecchio post, dedicato proprio al mio papà che non c’è più e che ha reso la mia infanzia un alternarsi di serenità e disperazione con la conseguenza che tutta la mia vita è stata ed è così.

Il ricordo che apre il post fa parte dei momenti sereni e spensierati:

**Se ci fosse ancora il mio papà farei questa torta, al cocco, perchè lui ne era ghiotto, a forma di cuore per ovvii motivi, la chiave di Sol perchè la domenica lui suonava la fisarmonica ed io e la mamma ballavamo il walzer….


Questa
è la fonte di questa straordinaria torta (almeno per me che adoro il cocco!)

Ingredienti x 1 stampo (silicone meglio) da 24 cm. (io ho usato quello a cuore):

  • 190 gr cocco grattugiato,
  • 50 gr maizena,
  • 3 uova,
  • 3 dl latte,
  • 2 dl panna,
  • 1 lattina latte condensato (397 gr),
  • 2 cucchiai zucchero a velo,

Per la glassa:

  • 100 gr cioccolato fondente,
  • 1 dl panna,
  • cocco per rifinire i bordi.

Procedimento (semplicissimo):

accendere il forno a 170° (io ho usato la funzione “ventilato”).

In una terrina (che conterrà tutti gli ingredienti) sciogliere la maizena nel latte, aggiungere lo zucchero a velo, il cocco, la panna, le uova ed il latte condensato, mescolare e versare il composto nello stampo e cuocere a bagnomaria per 1 ora e 30 (io ho fatto così).

Per il bagnomaria mettere lo stampo in una teglia che lo contenga comodamente, riempirla di acqua calda fino a 3/4 e coprire con la stagnola.

Se vedete che la torta si crepa non preoccupatevi, lasciar cuocere finchè si è uniformato tutto.

Lasciar raffreddare nello stampo e metterla su una grata per la glassatura che preparerete facendo bollire la panna e, fuori dal fuoco, scioglierete il cioccolato.

Far raffreddare la glassa fintanto avrà raggiunto la consistenza, spatolare  i bordi sui quali farete aderire del cocco grattugiato.

Per la chiave di violino (venuta non benissimo, ma basta il pensiero :-) ) ho appoggiato la carta da forno sul disegno e con della cioccolata bianca sciolta a bagnomaria (fuoco basso) messa in una sac a poche ho seguito il disegno, ho messo in frigorifero fino al momento della decorazione, la parte sottile si è rotta ed ho dovuto rimediare a modo mio.

Ecco la fetta.

Avendo usato uno stampo più piccolo è avanzato un pò d’impasto col quale ho fatto dei pasticcini  che ho decorato con delle glasse colorate.

La cioccolata bianca avanzata dal decoro (chiave di violino), l’ho fatta sciogliere nella stessa quantità di panna fatta bollire (vedi glassa sopra), l’ho divisa e colorata con i colori alimentari (liquidi) , per il plum cake ho mescolato alla cioccolata un po’ di caffè solubile.

Siccome non si butta nulla, la glassa avanzato l’ho usata “a specchio” nel piatto (che fa molto chic), ho liberato la fantasia ed ho appoggiato sopra i dolcetti al cocco.

Allora buona festa a tutti i papà e..fate i bravi :-D


Come ti nascondo lo stinco in un raviolo..della serie: il cibo non si butta…

L’abbassarsi repentino delle temperature nei primi giorni di marzo mi ha ispirato una tipica cena Triestina: lo stinco affumicato con le “patate in tecia”.

Lo stinco lo trovo già affumicato con cotenna e, dopo averlo cosparso con l’aceto balsamico o di mele, lo avvolgo nella stagnola e lo inforno a 180°C. per 30 minuti, abbasso la temperatura a 110°C. per 1 ora e mezza, apro la stagnola, alzo ancora la temperatura a 200°C. girandolo alcune volte finchè la cotenna diventa croccante

Le “patate in tecia” le faccio facendo rosolare la cipolla tagliata sottile, aggiungendo pancetta affumicata o speck o prosciutto crudo affumicato (quello che ho in casa) tagliata a strisciolne con le forbici (Nigella docet) e le patate (a crudo) tagliate a fette sottili, mescolo, sempre a fuoco vivace, copro abbassando la fiamma (se ho avanzi di patate lesse salto la copertura) per farle ammorbidire.

Termino la cottura a fuoco vivo creando e disfando più volte la crosticina che renderà ancor più saporite le patate.

Ello non lascia mai il cibo nel piatto ma quella sera lo aveva fatto :-(

La mattina dopo:

amore non hai mangiato nulla….

ero troppo stanco…

però non butto via tutto, lo mangi stasera…

certo…

e se facessi un ripieno per i ravioli?

Si, buona idea però falli spessi e più piccoli, invece di farne 2 grandi fai 34 piccoli (mi sfugge la “proporzione” ma lasciamo perdere :-D )

Okkei, a stasera allora, ciao buona giornata e buon lavoro :-)

Come ho fatto il ripieno (in pratica si è fatto da solo ;-) ) :

ho tolto la cotenna, ho “spolpato” l’osso ed ho messo i ritagli di carne assieme alle patate nel robot da cucina, per dare sapidità al ripieno ho grattugiato della caciottina fresca (potete mettere parmigiano) ed ho tritato tutto, non ho aggiunto uova.

Per la pasta:

  • 150 g. di farina di semola rimacinata,
  • 100 g di farina 00.
  • 2 albumi,
  • 1/2 cucchiaio d’olio evo (extravergine di oliva),
  • acqua se il composto dovesse essere troppo duro.

Io uso il robot anche per la pasta quando le dosi sono minime (se dovessi fare le dosi di Antonella andrei a farla in un pastificio ;-) )

Avvolgo la pasta in una pellicola e la faccio riposare in frigorifero.

La stendo (in questo caso col matterello) preparo con un coppapasta la forma che ho scelto, metto al centro un pò di ripieno e richiudo con un altro cerchio di pasta, diciamo come al solito :-)

Cuocio i ravioli in acqua bollente salata, in questo caso li faccio bollire un pò di più dato lo spessore della pasta.

La sera stessa li ho conditi soltanto con olio di olive taggiasche (le ultime gocce..Antonella ;-) ) e parmigiano, la sera dopo ne ho fatti altri essendo avanzati sia pasta che ripieno con il sughetto dell’arrosto che avevo fatto.

L’interno

Bene, diciamo che “ho scoperto l’acqua calda” ma può essere un’idea per qualcuno…. la pasta ripiena è un pò come le torte salate: “comunque vada sarà un successo”.


Grissotti tricolore….

Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861″.

Sono le parole che si possono leggere nel documento della legge n. 4671 del Regno di Sardegna e valgono come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, che fa seguito alla seduta del 14 marzo 1861 della Camera dei Deputati, nella quale è stato votato il progetto di legge approvato dal Senato il 26 febbraio 1861. La legge n. 4671 fu promulgata il 17 marzo 1861 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 68 del 18 marzo 1861.

In circa due anni, dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque, da un ‘Italia divisa in sette Stati, il nuovo regno: un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla presenza dell’Austria nella penisola e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia.

Tra il 1859 e il 1860 non ci fu un vero scontro tra l’elemento liberale e le vecchie classi dirigenti ma una rassegnata accettazione della nuova realtà da parte di queste ultime. Solo nel regno meridionale si manifestò una qualche resistenza, dopo la perdita della Sicilia e l’ingresso di Garibaldi a Napoli (7 settembre), senza colpo ferire, con la battaglia del Volturno e la difesa di alcune fortezze. Il nuovo Stato non aveva tradizioni politiche univoche (insieme ad un centro nord con tradizioni comunali e signorili, c’era un mezzogiorno con tradizioni monarchiche fortemente accentrate a Napoli) ma si basava su una nazione culturale di antiche origini che costituiva un forte elemento unitario in tutto il paese, uno Stato – come scrisse all’indomani della conclusione della seconda guerra mondiale un illustre storico svizzero, Werner Kaegi – che cinque secoli prima dell’unità aveva “una effettiva coscienza nazionale” anche se priva di forma politica. Nel rapidissimo riconoscimento del regno da parte della Gran Bretagna e della Svizzera il 30 marzo 1861, ad appena due settimane dalla sua proclamazione, seguito da quello degli Stati Uniti d’America il 13 aprile 1861, al di là delle simpatie per il governo liberale di Torino, ci fu anche un disegno, anche se ancora incerto, sul vantaggio che avrebbe tratto il continente europeo dalla presenza del nuovo regno.

Cominciò infatti a diffondersi la convinzione che l’Italia unita avrebbe potuto costituire un elemento di stabilità per l’intero continente. Invece di essere terra di scontro tra potenze decise ad acquistare una posizione egemonica nell’Europa centro-meridionale e nel Mediterraneo, l’Italia unificata, cioè un regno di oltre 22 milioni di abitanti, avrebbe potuto rappresentare un efficace ostacolo alle tendenze espansioniste della Francia da un lato e dell’impero asburgico dall’altro e, grazie alla sua favorevole posizione geografica, inserirsi nel contrasto tra Francia e Gran Bretagna per il dominio del Mediterraneo.

Riporto dal web queste poche righe come contributo a questa giornata in cui si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia.

Ieri sera “le iene” hanno intervistato i nostri politici che alla domanda: “cosa successe il 17 marzo di 150 anni fa” hanno rimediato una figura di “escremento” dribblando la domanda, ridacchiando o addirittura scappando a gambe levate..ma..ma questa è l’Italia, anzi questi sono gli Italiani, un popolo che si accontenta che ciclicamente protesta, critica, dimostra, subisce le scelte di altri e spesso quando sarebbe il momento di agire……

Ho scelto di non parlare MAI di politica in questo blog, un pò perchè non riesco ad entrare nel meccanismo, un pò perchè ho una visione generale del mondo e delle cose che mi porta lontano da tutto e tutti….

Spesso quando parlo con “ello” (che invece la politica la comprende e ne comprende anche le strategie) e quando gli faccio delle domande o mi stupisco mi risponde: “così funziona”..ecco, per questo non voglio parlare di politica perchè non accetto questa frase…”così funziona” proprio non mi va giù.

Buon compleanno Italia, generosa Italia, meriteresti di più, spero che il futuro ti riservi più rispetto e gratitudine da parte di chi ti abita e gode delle tue bellezze senza rendersi conto che un giorno, continuando così, saranno irrimediabilmente perdute….

Oggi voglio mettere in tavola un pò di tricolore e questi grissotti, che risalgono a tempo fa (fatti e postati),  mi sembrano perfetti.

Ingredienti (10 pezzi), questi li avevo fatti col lievito madre, tra parentesi le indicazioni:

  • 450 g. di farina 00,
  • 200 ml di latte (acqua),
  • 25 g. di lievito di birra (200 g. di lievito madre),
  • 2 cucchiai di olio evo,
  • 1 cucchiaino da te di sale.

Per farcire:

  • 1 tazza da te di olive verdi denocciolate,
  • 20 pomodorini ciliegini tagliati a metà,
  • origano,
  • olio evo.

Come fare:

in una ciotola fare la fontana con la farina setacciata, mettere al centro il lievito sciolto in una parte di latte o acqua.

(Ho sciolto il lievito madre e l’ho unito alla farina dopo averlo ben stemperato)

Lavorare bene incorporando la farina partendo dal centro, unire il sale e l’olio e,sulla spianatoia, lavorare energicamente per 10 minuti.

Modellare una sfera e, dopo averla unta metterla in una ciotola, coprire con la pellicola e far lievitare (raddoppio) in luogo tiepido per 1 ora c.ca (2 ore)

A questo punto formare un filoncino e ricavarne 10 pezzi dello stesso peso.

Arrotondarli e, col matterello, schiacciarli allargandoli leggermente (vedi collage), disporli sulla teglia coperta con cartaforno, farcirli alternando oliva/pomodorino  e pennellarli con l’olio, spargere sopra origano (facoltativo).

Lasciarli riposare per 40 minuti (1 ora e 20) ed infornarli a 200°C. (preriscaldare il forno mezz’ora prima) per 25 minuti o fintanto saranno dorati.

Buona giornata a tutti :-)


Danubio Salato: variazione di ripieni.

Sì..ora o mai più perchè il Danubio era inserito in quella lista di ricette da “guardare e non toccare”, era in buona compagnia con l’Angelica ed il Kranz dal quale mi tengo alla larga per l’irreperibilità del malto secco (la ricetta che farei lo richiede).

Essendo io una strana “bestiolina” non amo replicare le ricette già abbondantemente “rodate” per cui quando dalla piccola (io la chiamo così) Tery ho letto che aveva fatto il Danubio mi si è aperto il cuore…

Tery, una blogger talentuosa, bella fuori e dentro che, pur possedendo tutti i requisiti per potersela “tirare”,  non se la tira affatto…e non è poco in questo strano mondo ;-)

Dopo questa premessa “promozionale” passo alla ricetta che è esattamente quella che trovate nel blog di Tery.

Ho scelto di farla con la MDP per questioni di tempo, ma ho seguito alla lettera le indicazioni attenendomi alle esigenze della MDP di inserire prima i liquidi.

La regola è ferrea, l’impasto dev’essere quello, la fantasia si può sbizzarrire nella forma, nei colori, nei ripieni.

La mia idea originale era quella di creare un’ onda con più curve di quella che poi ho fatto .

Ho giocato un pò sui ripieni con i quali sono stata un pò avara ma non avendo esperienza temevo che potessero fuoriuscire.

Ingredienti per 31 e 1/2 palline da 30 g. esatti (il numero che ho ricavato io dall’impasto):

  • 500 g. di farina (300 g. manitoba, 200 g. farina 00),
  • 150 g. di latte (anche 160, 170, regolatevi in base all’assorbimento della farina),
  • 3 tuorli ed 1 uovo intero,
  • 1 cucchiaino di sale (circa 8-10 gr),
  • 10 g. di lievito di birra,
  • 40 g. di zucchero,
  • 1 cucchiaino di miele,
  • 80 g. di strutto,
  • 20 g. di burro.

Come fare con la MDP (Macchina Del Pane):

sciogliere il lievito nel latte tiepido assieme al cucchiaino di miele e versare il composto nella MDP (programma impasto),

aggiungere le uova meno 1 tuorlo (ho rotto i tuorli affinchè non lasciassero “puntini gialli), lo zucchero, le farine mescolate e setacciate.

Quando i liquidi saranno assorbiti ed amalgamati aggiungere il tuorlo rimasto con il sale ed  amalgamare completamente l’impasto.

Unire lo strutto ed il burro in 3 tempi facendo assorbire ogni volta completamente i grassi.

Io ho delegato tutto alla MDP ed ho toccato l’impasto, peraltro elastico e soffice come pochi (mi ha ricordato il panettone e la colomba), soltanto per fare la prova “trasparenza” indispensabile per verificare la sua perfetta “incordatura”.

Formare una palla e mettere a lievitare fino al raddoppio (ho coperto a “campana” con una grande ciotola).

Trascorso il tempo necessario (circa 2 ore), sgonfiare l’impasto e formare un salsicciotto.

Da questo ricavare tanti pezzetti da circa 30 grammi l’uno (31 e 1/2 i miei, il mezzo per l’assaggio) e schiacciarli con le mani per ottenere dei dischi  ponendo al centro il ripieno, nel mio caso:

zucca, gorgonzola, nociricotta, capperi, filetto d’acciugapeperoni arrostiti, patate, tonno al naturale, origano – prosciutto cotto, crescenzatonno al naturale, pomodori secchi, origano.

Chiudere i dischi sigillandoli sul fondo in modo da formare un paninetto.

Nel sigillare, cercare di stendere la superficie della pasta in modo da non formare grinze e avere un effetto liscio.

Per avere un effetto onda  appoggiare le palline su una grande teglia di alluminio e modellare l’alluminio ricavato da un’altra teglia formando degli argini di contenimento.

Far lievitare fino al raddoppio in forno tiepido.

Spennellare con il latte e cospargere con semi di papavero e sesamo.

Infornare  a 220°C. per 10-15 minuti.

È deciso: data la non particolare difficoltà d’esecuzione, il Danubio è stato da me nominato: Pane dell’anno.

E questo è l’interno, qui con tonno e pomodori secchi…

Vista anche la sua versatilità mi divertirò nelle forme e nei ripieni, ieri sera ho visto quello di Stella: il Danubio tricolore….direi geniale.