Archivi del mese: aprile 2011

Pappardelle allo sclopit.

pappardelle sclopit alto-001

Quanto tempo perso, lo so, ora ci sono i 6 salti in padella, il brodo in scatola, un dessert pronto in 1 minuto, tutto, abbiamo tutto.

Le donne ormai sono tutto il giorno fuori casa, ed il loro impegno rimane comunque quello di una casalinga perchè l’uomo (non tutti lo so)  non ha ancora capito che una casalinga non è una che non fa niente tutto il giorno.

Poi, a complicarti la vita arriva il blog, luogo di sfogo per molte di noi, donne piene di risorse un pò (tanto) incomprese, donne creative e fantasiose.

Il blog, croce e delizia, ed ecco il protagonista di questo post: lo sclopit.

  sclopit piatto verde n-001

Ingredienti per la pasta (io l’ho fatta così ma potete usare la vostra ricetta):

premetto che per l’acqua dovete regolarvi secondo l’assorbimento della vostra farina.

  • 200 g di farina 00 (la marca che vi piace):
  • 1 uovo + 1 tuorlo,
  • 2 mezzi gusci d’acqua,
  • 1/2 guscio d’olio evo,
  • 1 pizzico di sale affumicato,
  • foglie di sclopit da inserire all’interno.

collage pappardelle sclopit-001

Come fare la pasta:

io metto tutti gli ingredienti nel robot da cucina, voi potete fare la pasta nella vostra maniera.

Avvolgere la pasta nella pellicola e lasciarla riposare minimo 1/2 ora.

Stenderla con la Nonna Papera, ricavare delle strisce, disporre longitudinalmente le foglie di sclopit, richiudere e tirare fino alla penultima tacca.

Cuocere brevemente in abbondante acqua salata.

Ingredienti per la salsa allo sclopit:

  • foglie di sclopit,
  • parmigiano grattugiato,
  • pinoli,
  • sale affumicato,
  • olio evo,
  • aglio per profumare (io lo schiaccio, lo passo sui bordi del bicchiere e lo tolgo),
  • 1 pizzico di lecitina di soia (per emulsionare, facoltativa).

  Come fare:

unire tutti gli ingredienti nel bicchiere e frullare, fatto.

Io non ho spolverizzato col formaggio (per non nascondere la decorazione) ma lo consiglio vivamente.

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Sambuco, acacia, vino e frittelle, a spasso con Rilke.

 

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Dopo Pasqua Rilke ricevette infine una visita di Marie von Thurn und Taxis, che naturalmente aveva al seguito il suo cuoco personale.

Il 6 aprile 1912, sabato santo, appena un paio di giorni prima dell’arrivo della sua mecenate, il poeta tedesco scrive:

“Sistiana brulica già di villeggianti, oltre cinquanta. Ieri ho bevuto del tè, lì, sulla terrazza; ma la meraviglia è arrivata dopo, sul pendio, nei piccoli sentieri tra i prati.

Conosce anche lei ciò di cui sto parlando: un cielo coperto all’imbrunire, l’erba verde, gli alberi in fiore, in parte sin da prima, in parte nell’aria grigia e silenziosa?

Attimi che sento appartenere a una memoria eterna: alberi in fiore, senza sole, e la pioggia imminente, di cui il cinguettio isolato degli uccelli già preannuncia l’arrivo.

Oh, se anche dentro di me fosse tutto com’è in natura, non chiaro, ma calmo e proteso verso il futuro.

(Trieste, la città dei venti pagina 90)

 

Sorprendentemente, nelle sue lettere Rilke non si lamentava più del cibo già da molto tempo. Forse la cuoca gli aveva procurato il tartufo d’Istria che, tra l’altro, non ha nulla da invidiare al suo parente piemontese. E, dopo i mesi invernali, sicuramente l’orto principesco aveva cominciato a produrre in maggior quantità ciò che piaceva al poeta tedesco.

E magari la cuoca gli aveva indicato cosa poteva raccogliere durante le sue passeggiate lungo la stradina costiera che oggi porta il suo nome – sentiero Rilke- e inizia proprio all’uscita del paese di Duino.

Una passeggiata idilliaca, di una mezz’oretta buona, tra rocce grigie ormai erose, il profumo della macchia mediterranea, e giù in basso il mare e un panorama che sembra non finire mai.

Certamente l’autore delle Elegie andava a passeggio anche nel boschetto della Cernizza, tra il castello di Duino e la foce del fiume Timavo.

Chissà se davvero si chinava a raccogliere piante o se volgeva sempre il suo sguardo verso gli angeli.

Probabilmente era la cuoca stessa che si metteva a raccogliere i bruscandoli, asparagi selvatici grandi a malapena quanto una matita, che crescono nella terra povera del Carso tra le pietre calcaree levigate dalla pioggia e che, sminuzzati e saltati nell’olio con un pizzico d’aglio, servono a preparare frittate e omelette.

E se è sbocciato anche il sambuco, il palato può davvero far festa: Rilke avrebbe dedicato un’undicesima elegia esclusivamente a quei fiori, se la cuoca lo avesse spedito a cercarli.

Il sambuco permette di realizzare ricette divine, che superano persino i piatti di carne, e magnifici dessert, che tuttavia per la loro preparazione richiedono un pizzico di tempo in più.

(Trieste, la città dei venti pagine 90/91).

 

Ieri, tornando a casa ho pensato che se un creatore di profumi mi chiedesse di scegliere dei fiori per fare un profumo tutto per me gli avrei detto senza esitare: sambuco e robinia.

Non li avevo mai uniti in un unico cesto e, diciamolo, il sambuco da solo ha un profumo, come dire, se si può dire, ma si, lo dico: sa di pipì di gatto, non fate quella faccia, è vero.

Allora mi direte: ma ci regali tutte queste ricette con i suoi fiori per poi dirci questo?

Certo, perchè quel sentore svanisce, rimane il fatto che i fiori di sambuco o piacciono o non piacciono, a me piacciono e uniti ai fiori di acacia creano un profumo irresistibile e così, giunta a casa mi sono data alla sperimentazione.

 
Vino ai fiori di sambuco.

La ricetta per questo vino aromatizzato l’ho presa dal  libro che ho citato qui, richiede qualche giorno prima di poter essere usato e lo potete conservare in frigorifero, le dosi sono per 1 litro di vino, io ne ho fatta la metà.

Inredienti per il vino ai fiori di sambuco:

  • 1 l. di vino (1/2 litro Prosecco),
  • 50 g. di zucchero (25 g. di fruttosio),
  • 100 g di fiori di sambuco (50 g.),
  • 1 cucchiaino di sale(1/2).

Come fare:

scaldare il vino assieme allo zucchero ed il sale, mescolare, togliere la petola dal fuoco e, dopo che il vino si è raffreddato unire i fiori.

Far riposare in luogo fresco per 3/4 giorni (se avete un ello curioso e goloso mettetelo fuori dalla sua portata ).

Filtrare e conservare in frigorifero.

Questo vino viene usato al posto del latte per fare le frittelle ai fiori di sambuco.

 

Frittelle di fiori di sambuco.

Ingredienti:

  • una buona dose di pazienza per sgranare i fiori,
  • 2 uova,
  • 1 bustina lievito,
  • 150 ml di vino ai fiori di sambuco,
  • 200 g. di fiori di sambuco freschi,
  • 9 cucchiai di farina,
  • sale (indispensabile)
  • 1 l. olio di semi di arachide per friggere.

 

Come fare:

amalgamare tutti gli ingredienti e lasciar riposare per un paio d’ore; portare l’olio alla temperatura di 160°C.

Con 2 cucchiai formare le frittelle ed mmergerle nell’olio, scolarle e spolverarle con dello zucchero a velo.

 

Lo so, lo so, non ho sperimentato nulla, ho copiato, si, avete ragione ma l’esperimento è a riposo in frigorifero e fra qualche giorno, se sarà commestibile lo condividerò con voi, non volete mica che faccia delle figuracce vero?

Ed ora qualche idea per utilizzare il sambuco, fiori, sciroppo, bacche.

Clicca la foto, scopri la ricetta.

                          

     

 


Tagliolini al prosciutto crudo di San Daniele DOP, semi di pavavero e panna di soia.

 

Buongiorno, la Pasqua è passata e le titole pappate, urge cambiare post ed ho pensato di lasciarvi questi tagliolini con prosciutto crudo di San Daniele e semi di papavero, mantecati con un pò di panna di soia che potete sostituire con crema di latte,così è perfetta per chi è intollerante al lattosio.

Vi ringrazio per le mail di auguri, spero siano stati giorni di festa per tutti, un bacino♥


Buona Pasqua con le “Titole”

Mai come quest’anno percepisco tra le generose, fantasiose dispensatrici di ricette e idee (leggi foodblogger ;-) ) il desiderio di tenere vive le tradizioni, di voler ripetere i gesti antichi delle nonne e mamme che nel tempo hanno raccolto sul tavolo gli stessi ingredienti e li hanno riuniti in un simbolico abbbraccio.

Dolce o salato, unico comun denominatore festeggiare la “Resurrezione”, la certezza che dopo la sofferenza si  ritorna a vivere, che non è mai tutto perduto e trasmettere tutto questo ai bambini e coinvolgerli nel “forgiare” le forme caratteristiche.

Se penso alla mia Pasqua bambina sento ancora  il profumo delle “Pinze” che si espandeva tra le vie della città sospinto da leggere raffiche di bora anche negli angoli più remoti, allora capivo che era arrivato il momento, stava arrivando la Pasqua.

Oggi i simboli delle feste sono presenti tutto l’anno ed è normale mangiare il pandoro ed il panettone a ferragosto, la colomba a novembre e la strage di agnelli dura tutto l’anno e non contenti ne importiamo anche.

A me piaceva molto l’agnello ma da quando li ho visti nel gregge durante la transumanza che passa da queste parti e lo sguardo dei capretti di Danilo mentre mangiavano il pane dalle mie mani no, non ne mangio più.

Ma torniamo alle titole, vengono fatte con lo stesso impasto della pinza, si forma una treccia ed alla sommità si inserisce un uovo sodo (io l’ho cotto a metà) colorato di rosso, almeno io così le ricordo.

Ho deciso all’ultimo momento e, sbagliando, ho tradito il mio libro della cucina triestina e mi sono affidata a questa ricetta, scoprendo in corso d’opera che il burro citato nella lavorazione era assente dalla lista degli ingredienti (per fortuna che è il sito di una scuola alberghiera ;-).

Mi sono immaginata bambina, in ginocchio sulla sedia a tormentare la mamma affinchè mi regalasse un pò di pasta per fare la “mia” titola..e così, da grande ho realizzato questo piccolo sogno ed ho creato queste forme.

Questa colombina, appena cotta mi ha fatto capire di voler volare via……

..e così l’ho mangiata immediatamente, intingendola nel te dopo averla spalmata con la mia marmellata di pere e lavanda per non venir meno alla tradizione di “dispensatrice di ricette” (leggi foodblogger :-D )

Buona Pasqua a voi.


Saracenotto ai carciofi e carciofino alla Giudia…

Sul filo di lana  perchè la stagione dei carciofi  sta ormai finendo, la mia idea era di mantecare con il topinambour ma dopo aver girato tutta la città mi sono arresa: i topini (così li chiamano a Udine) non ci sono più :-(

L’idea della mantecatura mi è stata ispirata da un risotto che ho mangiato durante il mio fine settimana in Austria.

Essendo un centro termale di cure il menù è curatissimo con conteggio delle calorie ed assenza di grassi, burri e quant’altro per cui quando ho assaggiato quel risotto ben amalgamato, leggero e cremoso mi sono chiesta cosa avessero  usato per farlo così….simile al risotto burro-parmigiano.

Dopo aver esplorato riso per riso Eureka!!! Patate, ecco cos’erano, semplicemente  patate schiacciate rese cremose  da brodo vegetale….

Ingredienti per 2 persone:

  • 160 g. di grano saraceno,
  • 1 carciofo romano,
  • 1 patata,
  • carciofini piccoli (facoltativi),
  • olio extravergine di oliva,
  • 1 spicchio d’aglio,
  • sale.

Come fare:

pulire il carciofo, conservare il fondo e mettere a lessare in acqua salata le foglie, il gambo e la patata.

Nel frattempo tagliare sottilmente il cuore del carciofo e farlo cuocere con uno spicchio d’aglio vestito (che poi toglieremo), portare quasi a cottura allungando con l’acqua con le foglie ecc.

Passare le foglie al passaverdura, schiacciare il gambo assieme alla patata, allungare con l’acqua di cottura ed un filo d’olio evo.

Dopo aver lavato il grano saraceno tostatelo nel tegame e trattatelo come un normale risotto, aggiungendo poca alla volta l’acqua di cottura delle foglie.

Alla fine aggiungere la crema di patate, mantecare e servire decorando col carciofino alla Giudia per il quale io seguo la ricetta del Talismano della felicità ma se volete un esauriente passo-passo vi mando da lei.

E per finire un'”ideuzza” per un portatovagliolo:

fil di ferro infilato sulla base del carciofino e rifinito con della rafia.

Non vi auguro ancora una Buona Pasqua perchè oggi (se ce la farò ;-) ) preparerò una cosina che mi ricorda le mie Pasque dell’infanzia e che vi offrirò per tempo, buona giornata a voi.


Crema ai fiori di sambuco, dal libro del cuore: non vedevo l’ora.

Trieste siamo più abituati a definirla per esclusione. L’ennesima ultima sigaretta di Zeno, la bora che ti sposta di quattro passi raccontata da Stendhal, il Castello di Duino sospeso nel mare cantato da Rilke, i paesaggi lunari del Carso di Ungaretti dove finisce la cultura dell’olio d’oliva e comincia quella del burro, le geometrie senza struttura di Joyce, che per undici anni in città affinò le idee che cambiarono per sempre la letteratura. Trieste satura del profumo dello stoccafisso, del fumo di ciminiere e del fumo che sa di caffè tostato. Tutte cose eteree, leggere, che poi è l’idea che ognuno ha di Trieste: odori, vento e passaggi, di uomini tra est e ovest durante la Guerra fredda, e la tragedia dei Balcani, di carichi di legname da ovest a est quando la città era il più grande porto commerciale dell’Adriatico.

Foto e testi presi dal web.

Trieste senza passato e per questo votata al futuro. Piena di bar, la densità più alta per chilometro quadrato in Italia, e piena di sapori, ricette, vino. Non è una guida turistica, né un’antologia di racconti, ma è sicuramente una miniera di informazioni Trieste, la città dei venti di Veit Heinichen e Ami Scabar. In effetti, è un ricettario colto. Un piatto, un aspetto di Trieste, un sapore, una storia. Acciughe salate sott’olio, minestra di castagne e porcini, sgombri al forno con crema di ricotta e rafano. Sembra De André, sembra Creuza de mä. Forse non c’è modo migliore per capire un posto, una città.

Cliccare sulla foto per la canzone di De Andrè

Non è un segreto per nessuno il mio amore e l’attaccamento che ho per la mia città natale, Trieste.

Le mie vicissitudini non sono riuscite a strappare le mie radici ed anche se ora vivo lontano da lei io la sento ancora La mia città.

… Non vedevo l’ora, proprio da quel giorno,  che fiorissero i sambuchi.

Ho raccontato nel post precedente che qui la fioritura è un pò in ritardo e durante la mia passeggiata ho potuto raccogliere soltanto pochi ombrelli fioriti, quelli piccoli, esposti al sole, pochi ma sufficienti per realizzare il mio desiderio: la crema ai fiori di sambuco che altro non è che una panna aromatizzata e questa idea mi apre la strada alla sperimentazione, cardamomo, petali di rosa, di gelsomino, pepe, erbe aromatiche e chi più ne ha più ne metta.

Può essere un accompagnamento salato (eliminando lo zucchero) per patate e pesce bolliti, si può anche alleggerire usando la panna di soia (come ho fatto io in questo caso)…beh, se non lo avevate capito questa ricetta mi ha entusiasmato e dato tanti spunti, provateci anche voi.

Emi Scabar la consiglia come accompagnamento per la cioccolata o le frittelle di fiori di sambuco, non avendo trovato i secondi mi sono concessa una coccola cioccolatosa e peccaminosa, d’altronde sono sola soletta (ello è via per lavoro), mi sento debilitata, e me la sono proprio meritata.

La cioccolata l’ho fatta semplicemente facendo sciogliere nel latte di soia del cioccolato fondente e fatto bollire fino al raggiungimento della densità desiderata.

Ingredienti per 6 persone, tra parentesi le mie dosi e varianti:

  • 1 litro di panna fresca (250 panna di soia “Naturasì”),
  • 150 g di zucchero (30 g di fruttosio),
  • sale,
  • 150 g di fiori di sambuco col gambo (40 g.).

Come fare:

scaldare la panna e sciogliere lo zucchero ed un pizzico di sale.

Togliere dal fuoco ed aggiungere i fiori di sambuco.

Lasciar riposare la crema in frigorifero per una giornata (io l’ho lasciato la notte).

Filtrare e montare la crema con le fruste, fatto.

Buona giornata a voi.


Minestra speziata di lenticchie rosse.

Mi mancava il blog, anche se faccio difficoltà a scrivere correttamente (ho spedito delle mail illeggibili :-D ) oggi ho voglia di coccolarmi un pò con voi.

Prima di condividere la ricetta spendo volentieri qualche parola positiva sul reparto di oculistica dell’ospedale di Udine, all’avanguardia per i macchinari, le tecniche ed aggiungo, la gentilezza, la straordinaria gentilezza, dote ormai introvabile in certe strutture e quindi doppiamente preziosa ed encomiabile.

Non c’è stata una e dico una persona che abbia reso le mie ore trascorse in reparto fastidiose, venerdì avrò il controllo e, come immaginerete, non farò mancar loro un bel vassoio di dolcetti home made.

Essendo uno spirito libero ed irrequieto ieri mattina ho voluto andar per campi, il tarassaco è ormai soffione, ma le ortiche e lo sclopit sono da raccogliere, il sambuco è ancora indietro ma sono riuscita ugualmente a raccogliere qualche piccolo ombrello in fiore per fare una ricetta che attende dall’anno scorso.

Ingredienti per 2 persone:

  • 150 g. di lenticchie rosse,
  • 1 carota,
  • 1 costa di sedano,
  • 1/2 cipolla,
  • 1 pizzico di semi coriandolo macinati al momento,
  • 1 cucchiaino raso di curry,
  • 1 manciata di punte di ortica,
  • 1 manciata di foglie di sclopit,
  • 1/2 litro brodo vegetale,
  • olio extravergine di oliva da aggiungere alla fine (ho usato l’olio di semi di zucca),
  • sale.

Come fare:

pulire con cura le lenticchie, lavatele in abbondante acqua e scolarle, dopo aver mondato anche le verdure tagliarle con la mandolina a striscioline sottili.

Mettere in un tegame le verdure e farle appassire in poco brodo vegetale, aggiungere le lenticchie, il curry, il coriandolo ed il sale, coprire col brodo vegetale e portare ad ebbollizione, aggiungere le ortiche e lo sclopit tagliati a pezzetti e terminare la cottura a fuoco moderato per 35 minuti.

Servire con un filo d’olio, è ottima anche tiepida.

Le lenticchie rosse in cottura schiariscono, se volete mantenere il loro colore aggiungete alla minestra un pò di passata o concentrato di pomodoro.

Altre proposte con ortiche e sclopit:

   

   

 


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