Crema ai fiori di sambuco, dal libro del cuore: non vedevo l’ora.

Trieste siamo più abituati a definirla per esclusione. L’ennesima ultima sigaretta di Zeno, la bora che ti sposta di quattro passi raccontata da Stendhal, il Castello di Duino sospeso nel mare cantato da Rilke, i paesaggi lunari del Carso di Ungaretti dove finisce la cultura dell’olio d’oliva e comincia quella del burro, le geometrie senza struttura di Joyce, che per undici anni in città affinò le idee che cambiarono per sempre la letteratura. Trieste satura del profumo dello stoccafisso, del fumo di ciminiere e del fumo che sa di caffè tostato. Tutte cose eteree, leggere, che poi è l’idea che ognuno ha di Trieste: odori, vento e passaggi, di uomini tra est e ovest durante la Guerra fredda, e la tragedia dei Balcani, di carichi di legname da ovest a est quando la città era il più grande porto commerciale dell’Adriatico.

Foto e testi presi dal web.

Trieste senza passato e per questo votata al futuro. Piena di bar, la densità più alta per chilometro quadrato in Italia, e piena di sapori, ricette, vino. Non è una guida turistica, né un’antologia di racconti, ma è sicuramente una miniera di informazioni Trieste, la città dei venti di Veit Heinichen e Ami Scabar. In effetti, è un ricettario colto. Un piatto, un aspetto di Trieste, un sapore, una storia. Acciughe salate sott’olio, minestra di castagne e porcini, sgombri al forno con crema di ricotta e rafano. Sembra De André, sembra Creuza de mä. Forse non c’è modo migliore per capire un posto, una città.

Cliccare sulla foto per la canzone di De Andrè

Non è un segreto per nessuno il mio amore e l’attaccamento che ho per la mia città natale, Trieste.

Le mie vicissitudini non sono riuscite a strappare le mie radici ed anche se ora vivo lontano da lei io la sento ancora La mia città.

… Non vedevo l’ora, proprio da quel giorno,  che fiorissero i sambuchi.

Ho raccontato nel post precedente che qui la fioritura è un pò in ritardo e durante la mia passeggiata ho potuto raccogliere soltanto pochi ombrelli fioriti, quelli piccoli, esposti al sole, pochi ma sufficienti per realizzare il mio desiderio: la crema ai fiori di sambuco che altro non è che una panna aromatizzata e questa idea mi apre la strada alla sperimentazione, cardamomo, petali di rosa, di gelsomino, pepe, erbe aromatiche e chi più ne ha più ne metta.

Può essere un accompagnamento salato (eliminando lo zucchero) per patate e pesce bolliti, si può anche alleggerire usando la panna di soia (come ho fatto io in questo caso)…beh, se non lo avevate capito questa ricetta mi ha entusiasmato e dato tanti spunti, provateci anche voi.

Emi Scabar la consiglia come accompagnamento per la cioccolata o le frittelle di fiori di sambuco, non avendo trovato i secondi mi sono concessa una coccola cioccolatosa e peccaminosa, d’altronde sono sola soletta (ello è via per lavoro), mi sento debilitata, e me la sono proprio meritata.

La cioccolata l’ho fatta semplicemente facendo sciogliere nel latte di soia del cioccolato fondente e fatto bollire fino al raggiungimento della densità desiderata.

Ingredienti per 6 persone, tra parentesi le mie dosi e varianti:

  • 1 litro di panna fresca (250 panna di soia “Naturasì”),
  • 150 g di zucchero (30 g di fruttosio),
  • sale,
  • 150 g di fiori di sambuco col gambo (40 g.).

Come fare:

scaldare la panna e sciogliere lo zucchero ed un pizzico di sale.

Togliere dal fuoco ed aggiungere i fiori di sambuco.

Lasciar riposare la crema in frigorifero per una giornata (io l’ho lasciato la notte).

Filtrare e montare la crema con le fruste, fatto.

Buona giornata a voi.

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