Millefoglie di Cuori di cioccolato con spuma al frutto della passione, finchè il cuculo canta la primavera esiste…

Millefoglie di Cuori di cioccolato con spuma al frutto della passione.

All’alba, al mio precoce risveglio ho sentito cantare il cuculo, sono molti giorni che lo sento ed il meraviglioso silenzio che avvolge il luogo dove abito me lo fa godere tutto questo suo canto..voi sapete quanto io ami la natura vero?

É stato un attimo, la mia mente è andata tra le pagine di un libro di Mauro Corona: “Finchè il cuculo canta”..è fatta, mi sono detta, sarà lui, Mauro Corona a raccontare al posto mio le mie emozioni ed il mio pensare.

Ho sfogliato il libro (li ho tutti)..l’ultimo capitolo, quello parla del cuculo, forse è un pò lungo ma se amate leggere me, leggete il racconto, ne vale la pena…

Foto dal web

Tutte le mattine vado al bar, vicino casa. Ce ne sono due nella nuova Erto, uno di fronte all’altro. Per non far torto a nessuno li visito entrambi.Nel primo bevo il caffè, nel secondo una grappa o viceversa. Leggo il giornale, quello del giorno prima, il nuovo arriva solo dopo le undici, con la posta. Quasi sempre incontro gli amici: Carle, Silvio, Pin, Ottavio il vecchio cacciatore, Vanni.

Carle e Silvio hanno la mia età, siamo nati nel ’50, a Erto. Siamo cresciuti assieme, nella contrada San Rocco, vicino alla chiesa, dove per secoli ha pulsato il cuore della vecchia Erto. A volte stiamo seduti a chiacchierare. Leghiamo i discorsi con qualche bicchiere, una sigaretta. Facciamo finta di non vedere la scritta minacciosa che ammonisce dai pacchetti: “Nuoce gravemente alla salute”. Non ci curiamo di certi allarmanti dolorini sul lato destro del costato. Nei miei amici c’è una pacata rassegnazione, raramente sui loro visi si dipinge l’allegria. Se parliamo del futuro qualcuno risponde: “Non mi interessa vivere un secolo, non so quanto ho davanti comunque sono pronto”. Allora parliamo dell’infanzia, dell’adolescenza, della gioventù, trascorse insieme, in quel borgo ormai abbandonato, vuoto. Ricordiamo senza nostalgie, senza rimpianti: abbiamo capito che non serve; parliamo perchè ci fa bene. La vita spegne molte cose, l’entusiasmo, il sorriso, ma non riesce a spezzare quel filo che lega gli amici d’infanzia.

Carle vorrebbe tornare a vivere nella vecchia casa, l’ha messa a posto, è pronta ad accoglierlo come un tempo. “Quello è il mio paese”, dice. Scriveva Giacomo Noventa “Un giorno o l’altro mi tornarò al paese…Su le rovine, mi cercarò, le vecie case”. Anch’io vorrei tornare nella mia casa.

A volte Carle ed io ricordiamo i tempi del collegio Bertoni, a Udine, i lunghi giorni dentro quelle mura, l’incapacità di comunicare con gli altri: ci chiamavano i pecorai. I pomeriggi solitari, appoggiati a una colonna a parlare di Erto, dei nostri giochi, dei nostri sogni, degli amici da cui il Vajont ci aveva divisi. A volte torna anche la naja. Un Natale ci scambiammo gli auguri a distanza. Eravamo alpini a Sauris, un paesino del Friuli. Durante le manovre invernali, io camminavo tenendo la mula per la cavezza, si chiamava Innata. Lui transitò sul cassone di un camion militare carico di pini per gli ufficiali. Mi chiamò. Non ci fu permesso sostare, ci scambiammo gli auguri al volo. Subito dopo il camion sparì dietro una curva.

Non parliamo mai del presente, sempre degli anni passati, forse perchè ridevamo di più. Il sogno di Carle sarebbe di salvare il paese vecchio, anch’io lo vorrei, anche Silvio e molti altri. Negli ultimi trentasei anni sono cadute più di cento abitazioni, molte sono fatiscenti, ormai è solo questione di tempo per la fine. La contrada San Rocco, stretta, lunga, con le case alte su ambo i lati è vuota, muta come un fiume in secca. Così pure le altre: Soprafuoco, via delle Scuole, Balbi, contrada Le Gaie, Mela, Dozzi. Protette dalla sopraintendenza ai beni culturali, le case del vecchio paese crollano una dopo l’altra. Come gli alberi del “boscaiolo della Luna”, pare che l’una, cadendo, spinga giù quella vicina in un irrefrenabile gioco di birilli.

Carle diventa cattivo quando sente parlare di tutela del patrimonio culturale.

Assieme abbiamo lavorato nella cava di marmo del monte Buscada. Un giorno emigrò. Quando tornò dall’Africa mi consegnò una cartella con dei fogli. Erano poesie, una mi riguardava. Non la ricordo per intero, ho in mente solo una frase: “Da un pino ricava un bambino, da un abete un ariete”.PL’amicizia è anche questo.

Con Silvio il rapporto è più allegro. Parliamo spesso di donne, con un certo cinismo, nel suo caso tocca la misoginia. Molti anni fa lavorammo alla costruzione del ponte di Longarone. Fu l’ultima volta che ci trovammo fianco a fianco. Nel tempo libero io scolpivo il legno, lui passò a una ditta di sondaggi geologici. Perforava il terreno per trovare falde acquifere. Una sera discutevamo sulle nostre carriere. Con la complicità di qualche bicchiere la discussione si animò. Silvio fece dell’ironia sulle mie sculture. Punto nel vivo passai al contrattacco. La domanda mi uscì cattiva, precisa, fatta apposta per ferire: “Ma tu in fondo che cosa hai fatto nella vita?” “Ho fatto buchi nella terra per trovare l’ acqua”, rispose ridendo. Rimasi fulminato. Il suo lavoro era stato più utile del mio. Senza sculture l’umanità sopravvive, senza acqua no.

Oggi, per dimostrare che anche lui ha talento, scolpisce figure erotiche nel legno di cirmolo. Si muovono con un’elica spinta dal vento. Si autodefinisce artista erotico. Riesce a piazzarne parecchie, il cattivo gusto ha molti clienti.

A Pin mi legano gli anni della cava, le estati a Pinedo nella balera all’aperto. Era il mio autista personale. Dopo una settimana a spaccar pietre, il sabato scendevamo dalla montagna e, con la sua cinquecento, partivamo in cerca di donne. D’estate “il vivaio” era appunto la balera di Claut. Non abbiamo mai concluso niente, mai trovata una donna, solo sbornie colossali. Cosa non combina la timidezza! Un’estate, avevo diciotto anni, mi ero innamorato di una bionda vertiginosa dagli occhi fatali, frequentava la balera. Aveva dieci anni più di me. Ci provavo, sorrideva come per dire: “Cosa vuoi ragazzino!”. Però era educata, elegante, non infieriva. Bevevamo, parlavamo, ballavamo quando l’equilibrio non era compromesso, nulla di più. All’improvviso sparì. L’ho rivista dopo trent’anni, quest’estate, proprio a Claut, dove era nato e finito il sogno. Mi ha chiamato, non l’ho riconosciuta. Stava su una sedia a rotelle, le era stata amputata una gamba, ingrassata, i capelli quasi grigi, gli occhiali. Sotto le lenti brillavano ancora gli occhi fatali. Ho provato affetto per quella donna.

Con Pin si parla della vita: anche per lui è stata dura, eppure non ha mai perso il coraggio, l’entusiasmo. Qualche mattina lo vedo pensieroso, ma dura poco. Nel corso degli anni sono andato a trovarlo due volte in ospedale. Sezionato dai ferri del chirurgo non faceva una piega. “Come va?” gli ho chiesto questa primavera quando era ancora convalescente. “Finchè il cuculo canta e lo sentiamo va tutto bene”, ha risposto. É una frase di Ottavio, il vecchio cacciatore, l’abbiamo scelta a nostro motto. Se si potesse vendere la forza della vita, Ottavio sarebbe miliardario. Vado a trovarlo tutti i giorni sul colle. A maggio siamo stati una settimana sui monti a sentire il canto dei galli forcelli. Durante il giorno facevamo lunghe camminate, cantavano i cuculi. Di sera, riscaldati da un fuoco di mughi, nella remota casera Galvana parlavamo un pò di tutto: della fortuna, della salute,dei soldi, dei figli, della vita, insomma. Mi lamentavo dell’ingiustizia del mondo, della mia poca fortuna che in realtà è molta e della sua che è davvero poca.

“Non lamentarti – disse Ottavio – finchè il cuculo canta e lo puoi sentire tutto va bene“.

Siamo alle soglie del nuovo secolo, molte cose sono cambiate. L’antica Erto non vive più. Nelle case di pietra sono rimaste poche famiglie. All’imbrunire, un vecchio va a trovare i morti in cimitero. Forse vuole solo prendere confidenza con il luogo che lo accoglierà fra non molto. La vecchia chiesa è stata abbandonata, sostituita dalla nuova in cemento bianco, come quella di Longarone. Pare che tra i cementi quello bianco goda di un certo privilegio. Il 24 agosto, giorno di San Bartolomeo patrono del paese, si fa ancora la processione con la statua del martire ma è una cosa striminzita, senza calore. Vi partecipano quattro persone, il percorso è stato accorciato per finire in fretta. Il Santo è avvilito, pare che voglia dire: “Lasciatemi in chiesa, non vale più la pena di essere portato in giro per le vie”. I giovani sembra non siano interessati a coltivare le cose semplici. Il patrimonio culturale del loro paese non li interessa, non sono stati educati a queste cose. Sono cresciuti davanti al televisore. Intontiti dalla scatola magica, usano il profumo per “l’uomo che non deve chiedere mai”, sognano l’automobile da “soli ventinovemilioninovecentomila chiavi in mano”.

Con gli amici, la mattina al bar, si parla anche di questi tempi confusi, sempre non riusciamo a tener lontana la malinconia. Segretamente, siamo ansiosi di mettere il piede nel terzo millennio, di sentire il cuculo del duemila, perchè finchè il cuculo canta la primavera esiste.

Ingredienti per i cuori di cioccolato (metà dose):

  • 125 g. di cioccolato fondente,
  • 15 g. di cacao amaro.

Come fare i cuori di cioccolato:

sciogliere il cioccolato a bagnomaria, unire il cacao setacciato, stendere su un foglio di silicone o carta forno, far raffereddare e ritagliare la forma, conservare in frigo.

Ingredienti per la spuma di maracuja (metà dose):

  • 1 foglio di gelatina (5 grammi),
  • 3 frutti della passione (Maracuja),
  • 60 g. di zucchero,
  • 250 g. di panna fresca,
  • 50 g. di yogurt greco.

Come fare la spuma:

ammorbidire la gelatina in acqua fredda , nel frattempo estrarre la polpa dai frutti della passione (maracuja), metterla in un pentolino, assieme allo zucchero  e cuocere a fuoco lento finchè lo zucchero sarà sciolto, setacciare il composto e metterlo in una terrina.

Sciogliere a bagnomaria la gelatina in 5o g. di panna e montare la panna rimasta.

Unire la gelatina al composto di frutta con lo yogurt, la panna montata e riporre in frigorifero per 1 ora.

Comporre la millefoglie alternando il cuore (o la forma scelta) di cioccolato alla spuma direttamente da una sac a poche, terminare col cuore.

A me è avanzata la spuma e l’ho messa nei gusci di maracuja decorando con dei piccoli cuori di cioccolato…d’altronde, sapete che la passione è uno degli ingredienti principali della mia cucina ed un racconto così non potevo che “corredarlo” con un dolce fatto col suo frutto.

Buona giornata.

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