Cliccando sulla foto conoscerete l’adorabile staff della Clinica.
Prima di passare alla ricetta mi soffermo per ringraziare ancora una volta la clinica Animal Care di Martignacco che, senza avere contributi dallo stato né dal comune, mi ha sempre aiutata quando ho avuto bisogno di curare qualche gatto abbandonato, senza dimenticare che sono i medici della mia adorata Perla.
Approfondirò domenica, in uno speciale (come in tv
) post gli ultimi accadimenti ed aggiornamenti su Celeste che ora, per merito dell’interesse e dell’amore dello staff della clinica è invilleggiatura, infatti, così c’è scritto sulla tabella davanti al suo alloggio: sana, in villeggiatura.
Vi dirò che oggi, per la prima volta, l’ho sentita fare le fusa, le vogliono tutti bene e ci sono molte persone che si stanno muovendo per trovarle una casa.
Io ringrazio tutti, davvero, col cuore…è proprio vero il detto triestino: Non xe mai un mal sensa un ben…ma ora qualche notizia sulla malva, regina indiscussa di questa ricetta ricca di colore e di amore per la natura:
Malva deriva dal greco, con significato di molle, emolliente; sylvestris perchè cresce nei luoghi selvatici.
Questa pianta, di origine mediterranea, è stata decantata già nel VIII secolo a.C. quando i germogli venivano presentati sulle mense dei dignitari ed era ben nota anche ai Romani perchè le cronache ricordano che Catone ne era ghiottissimo, che Cicerone ne faceva addirittura indigestione e che Marziale, oltre a usarla come antidoto alle sue notti brave, la consigliava a un certo Febo che aveva problemi di stitichezza.
Orazio la accompagna alla cicoria nei suoi Carmina e Apicio, dal canto suo, la consacra nella cucina ricca, pur essendo cibo contadino e popolano, dedicandole due ricette: Malva minore: in salsa acida di vino con salsa di pesce, olio e aceto e Malva maggiore: in salsa acida di vino, pepe, salsa di pesce, vino dolce cotto o passito.
La ritroviamo nei secoli successivi, la Scuola Salernitana la lodava perchè risana e scioglie il corpo e durante il Medioevo era comunemente coltivata negli orti.
Nel 1614 il Castelvetro, naturalista, accennando ai prodotti primaverili, scriveva: “Abbiamo ancora in questo medesimo tempo le cime della malva, anzi che comincino a fiorire.
Si tagliano adunque lunghe un palmo, tagliando tutte le foglie eccetto una o due piccole, che cingono i bottoncini su l’ultima parte di quelle; co’ predetti bottoncini suon buone.
Si cuocono poi e si acconciano come i lupuli (luppolo) e senza noia veruna lubricano il corpo e non poco contro i dolori dell’orina giovano”.
Nella nostra tradizione popolare la malva rappresenta l’amore materno sempre sollecito, pronto e disponibile ad aiutare in ogni momento in modo deciso ma al tempo stesso delicato.
Ingredienti per una persona:
- 100 g. di foglie e fiori di malva,
- 1 cucchiaino di burro,
- 1 piccolo cipollotto,
- 1 cucchiaino di farina di grano saraceno,
- 1 cucchiaino di farina di riso,
- maggiorana,
- 300 ml di brodo vegetale,
- panna acida,
- sale.
Come fare:
rosolare il cipollotto tritato finemente nel burro, unire la farina di grano saraceno e far insaporire, allungare col brodo vegetale bollente ed aggiungere la farina di riso e la malva tritata, mescolare con una frusta per eliminare eventuali grumi e continuare la cottura per 20 minuti.
Aggiustare di sale e frullare col minipimer, profumare con maggiorana e decorare con panna acida.
















