La mia Aquila ♣ Ala Monca.

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Mi sono fatta piacevolmente coinvolgere in questo passaparola (lo chiamo così) da Marirò; lei lo definisce gioco-catena ma, comunque sia, è perfetto per chi, come me, ama tutti gli animali, indistintamente.

Mi ha assegnato l’Aquila con queste motivazioni:

Se ti fa piacere continuare il gioco ti assegno l’aquila, simbolo per eccellenza di indipendenza, ribellione e leadership, essere amato da chi ha un animo libero .

Mi sarebbero calzati a pennello anche il lupo o l’orso, difficilmente addomesticabili e tendenzialmente restii al contatto umano.

Il mio rapporto con gli umani è stato compromesso già prima della nascita ma non vi tedierò ancora con la mia storia, la mia infanzia e quant’altro.

Il risultato è che non potrò mai amare veramente nessuno, non sarò mai una buona amica, se non per brevissimi periodi; non mi fido e mi rendo inaffidabile per allontanare chi mi è vicino e far desistere chi vorrebbe avvicinarsi, sono una “brutta bestia”.

Ma, dal momento che l’uomo non può vivere senza amare ed essere amato, io ho scelto la Natura ma, appartenendo anche noi al Progetto di Dio (altra nota dolente della mia infanzia… ), non nella sua completezza.

Chi mi legge conosce già la mia abitudine di lasciar svernare indisturbate le cavallette sulla mia terrazze o il rimorso quando, per motivi di forza maggiore, devo eliminare le formiche o i ragni che, il più delle volte prelevo e trasferisco in sedi più adatte.

Ora voglio condividere con voi un racconto di Mauro Corona, tratto dal suo libro: Finchè il cuculo canta: io possiedo ed ho letto tutti i suoi libri e ritengo sia la persona adatta che, da ex bracconiere (per fame), possa trasmettere il valore del rispetto degli animali che, non dimentichiamolo, cacciano per fame…

Non sempre riesco a leggere certi passi dei suoi racconti, alcuni (come questo) non li approvo e mi innescano un misto di rabbia e rancore ma, come dice ello: funziona così ma quello che devo riconoscere a Mauro Corona è la mancanza di ippocrisia, lui le cose le dice…

ALA MONCA.

Zuan ed io eravamo amici. Assieme avevamo cacciato, mangiato ghiri, salamandre, vipere, gatti, volpi, martore ed altro. Non per fame, per la curiosità di assaggiare il sapore di nuove carni. Cucinavamo di tutto. Tutto ciò che la gente normale avrebbe rifiutato con ribrezzo, noi lo arrostivamo e lo mangiavamo. All’epoca dei fatti Zuan aveva oltre sessant’anni, io soltanto ventinove. Entrambi abitavamo nella parte vecchia di Erto.

Nella valle Zuan ed io avevamo fatto i bracconieri per tanti anni. Poi io mi ero ravveduto e avevo deciso che per il resto dei miei giorni non avrei più ucciso nemmeno una formica. Per questo in seguito ci frequentammo un po’ meno, tuttavia la nostra amicizia, protetta dalla complicità delle malefatte, non ne aveva risentito.

Un giorno d’estate Zuan mi venne incontro nel bosco, stavo facendo legna. Mentre fumavamo una sigaretta parlammo di caccia, sentii un po’ di nostalgia. «L’aquila mi ha mangiato due agnelli e una capra – disse improvvisamente Zuan – ma io l’ho seguita col binocolo, so dove ha fatto il nido, ha dentro due piccoli. Devo ucciderli altrimenti due nuove aquile si butteranno in picchiata sul mio branco distruggendolo. Tu che te ne intendi di corde, chiodi e scalate, devi darmi una mano». In quel periodo non avevo una lira, alle parole di Zuan mi ricordai di un tirolese che pagava i rapaci vivi a peso d’oro. Fiutai l’affare. Inoltre in quegli anni ero un po’ irrequieto e l’idea di una simile avventura mi catturò. Partimmo un mattino di metà luglio armati di corde, chiodi da roccia, due sacchi di iuta, una roncola affilatissima e un vecchio casco da motociclista.

Dopo alcune ore di cammino arrivammo sul luogo del delitto. Zuan si fermò sottola parete rocciosa nascondendosi nel fogliame del bosco, io affrontai la montagna. Arrampicai sul versante più facile, per portarmi sulla verticale della nicchia che ospitava il nido. Con calma, stando in bilico sul bordo del dirupo, attrezzai la prima calata a corda doppia. Indossai il casco e legai con un cordino la roncola al polso destro per essere pronto a difendermi da un eventuale attaco del rapace. A questo punto mi preparai a scendere. Sporgendomi, il mio sguardo cadde nel vuoto della valle, sull’esuberanza del rigoglio estivo. Dalla cima delle chiome partivano chiare ombre radenti: s’allontanavano lentamente verso boschi più lontani, per fondersi in un’ immensa foresta lucente. Prima di calarmi crutai l’aria. Il sole la riscaldava animandola di strani riflessi vibranti. Sembrava che in quel nulla ondeggiassero fili d’argento. Il cielo era deserto, come se le creature dell’aria sapessero che quel lembo d’azzurro apparteneva alla signora del vento. Aleggiava un silenzio misterioso e inquietante. Ebbi la netta sensazione che due occhi implacabili mi spiassero. Percepii l’invisibile presenza dell’aquila, provai paura; ugualmente iniziai la discesa. Mentre “volavo” appeso alla bava di ragno, con l’ansia che l’aquila mi arrivasse alle spalle, curai di tenere lontano dalle corde tese la roncola. Dopo due lunghe filate nel vuoto, mi trovai improvvisamente di fronte alla dimora della signora. L’emozione mi colpì. Sull’angusto ripiano dell’area grotta, al centro di un disordinato ammasso di frasche e ramaglia, due splendidi aquilotti quasi pronti per il volo spiavano l’intruso. Tutt’intorno brandelli di animali, lana di pecora, in un angolo addirittura un capriolo in vari pezzi che restituivano quasi l’intero. I brani, semiputrefatti, emanavano un odore nauseante. Posai i piedi sul piano della grotta, liberai le corde e mi avvicinai cautamente ai piccoli. Mi aspettavo una reazione aggressiva, invece erano dolcissimi. Non dimostravano nessuna paura dell’uomo. Ne sollevai uno in braccio e presi ad accarezzarlo sotto il collo. Dopo qualche secondo il piccolo reclinò il capo e si addormentò come un neonato. Pensai che anche gli animali più spietati, come gli uomini, da cuccioli non sono cattivi; poi si risvegliano gli istinti agressivi. Noi ne siamo l’esempio peggiore.

Con l’aquilotto ancora in braccio mi sedetti dentro al nido. Allora l’altro pulcino, forse un po’ geloso, afferrò il mio braccio con una grinfia, senza stringere, delicatamente. Quel giovane artiglio mi circondava completamente il polso. Percorso da un brivido, non potei fare a meno di immaginare come doveva essere grande e potente quello materno. Il pensiero affrettò i miei gesti. Tolti i sacchi di iuta dallo zaino, vi infilai uno degli aquilotti.

Stavo legando il sacco quando un’ombra improvvisa oscurò la roccia. In quel momento il silenzio impazzì. Il cielo di stagnola fu tagliato dal terribile urlo d’attacco dell’aquila come un colpo di rasoio. Mi sentii raggelare. Guardai l’orrizzonte, vidi il rapace virare a meno di dieci metri dalla grotta e allontanarsi. Fu il primo avvertimento. Non passarono due minuti, la spietata signora dei cieli tornò. Questa volta mi si avvicinò fino a sfiorarmi. I miei occhi incrociarono i suoi, tremendi, mentre sul viso sentivo i soffi degli spostamenti d’aria provocati dalle ali. Strinsi forte la roncola nella mano destra e appoggiai la schiena contro il fondo della grotta. Intuii che il prossimo sarebbe stato l’attacco decisivo, con il cuore in gola, organizzai la difesa. Dopo qualche minuto vidi l’aquila in lontananza sospesa nel vento, quasi ferma. Improvvisamente si lanciò come proiettile verso di me. Chiusi gli occhi mentre menavo colpi di roncola nell’aria. Fui sicuro di aver colpito qualcosa, nello stesso istante sentii sul braccio destro la rasoiata dell’artiglio. L’aquilà virò di colpo e si allontanò sbilenca, lasciando nel nido tre penne remiganti dell’ala sinistra attaccate ad un brandello di carne. Mi aspettavo un altro attacco, non ci fu. Era scomparsa.

Dal fitto bosco Zuan gridava a squarciagola incitandomi a fuggire, temeva per la mia sorte. Col terrore addosso, cacciai nel sacco il secondo aquilotto, recuperai le corde, attrezzai l’ultima doppia e, legatomi i fardelli all’imbragatura, abbandonai in tutta fretta il pericoloso pulpito.

Mentre scendevo notai il sangue sul braccio destro, rabbrividii pensando all’incontro ravvicinato col grande rapace. Quando fui a terra ripresi coraggio, riflettei su quanto mi era capitato. Allora, con un certo orgoglio, mi convinsi che quello sarebbe diventato un giorno memorabile, di quelli da raccontare ai nipotini.

Dopo qualche giorno gli aquilotti presero la via del Tirolo procurandoci un discreto gruzzolo. Divisi la somma equamente, tuttavia non mancai di far notare all’amico che il rischio era stato solo mio, a rigor di logica, mi sarebe spettata qualche lira in più. Zuan fu irremovibile: «Metà ciascuno, era nei patti», brontolò.

Passarono i mesi, quel fatto venne infilato nel sacco dei ricordi.

Un giorno dell’estate successiva stavo seduto sulla forcella del Duranno, pronto a una scalata. Regnava il silenzio arroventato di mezzodì. Il ronzio monotono di un aereo ruppe per un attimo l’incanto. Poi sparì come risucchiato dai cieli, rendendo la solitudine del luogo ancora più acuta. Catturato da quella magia abbandonai l’idea di scalare la montagna, volevo restare là, seduto. Stavo assorto nei miei pensieri, quando all’improvviso percepii la stessa inquietudine provata un anno prima nel nido dell’aquila. Sentivo due occhi che mi spiavano. Senza alcun rumore l’ombra improvvisa si disegnò sull’erba. Alzai lo sguardo, vidi nitida nel cielo terso la signora del vento.

Notai che all’ala sinistra mancavano delle penne remiganti. Era lei, l’aquila dello scontro, quella a cui avevo sottratto i piccoli. Non ebbi il tempo di riflettere, preceduto dall’urlo conosciuto, l’attacco partì. Quel giorno non avevo la roncola, fui assalito dalla paura. Ma l’aquila non colpiva: voleva solo giocare, spaventarmi, come faceva con i caprioli prima di precipitarli nei burroni. Scendeva in picchiata fino a un metro da me, incrociavo di nuovo quegli occhi, sentivo ancora sul viso il soffio dello spostamento d’aria, poi tornava a riprendere il vento. Ricordai che lì vicino esisteva un anfratto dove nascondevo assieme a mio padre i camosci uccisi. Tenendo a bada i movimenti della bestia, corsi velocissimo verso quella forra e mi buttai dentro. Dal buco potevo vedere un lembo di prato della forcella, su quell’erba sottile bruciata dal sole, passava l’ombra silenziosa dell’aquila. Restai rannicchiato nella tana fino a quando il buio non venne a prendere la valle. Allora uscii dal foro e mi lanciai come un razzo verso casa.

Per un anno non potei più andare in montagna con la certezza di tornare vivo. L’aquila mi seguiva, voleva vendicarsi. Uscivo con la paura nel cuore e l’ansia d’incontrarla. Molte volte tornai indietro a metà strada preso dallo spavento. Allora decisi di girare armato di roncola o con il bastone ferrato, ma ancora non mi rassicuravo.

Solo quando andavo a fare legna nel bosco potevo stare tranquillo. Nella foresta la fitta ramaglia impediva alla vendicatrice di attaccare. Inoltre pareva che lei sapesse che in quel luogo ero armato di manéra e motosega e non si fece mai vedere. In quell’anno non arrampicai neppure. Non osavo nemeno pensare di offrire la schiena al rapace mentre le mani e i piedi erano impegnati a tenermi aggrappato alla parete. Stufo di questa storia avevo deciso di ucciderla, ci avevo anche provato, sottraendo di nascosto un fucile a mio padre. Ma la bestia era furba, quando dall’alto mi adocchiava girare armato non si faceva vedere.

In quei mesi di nervosismo subii due attacchi. Mi difesi col bastone, ma non sembrava voler veramente affondare. Voleva solo togliermi la pace. Una volta soltanto, sul monte Borgà, mentre raccoglievo fossili, calò in picchiata fino a sfiorarmi lo zaino.

Un giorno d’autunno, durante una discussione di caccia, un amico di Claut mi riferì che la sera precedente aveva trovato sul greto del Cellina una grande aquila morta. «Probabilmente – azzardò l’uomo – ha picchiato nel cavo di una teleferica perchè ha il petto sfondato e dall’ala sinistra mancano alcune penne».

A quelle parole, rizzai le orecchie: forse era lei. Mi tornò la speranza. Seppi che la carcassa del rapace si trovava in un ufficio della sezione cacciatori: decisi di andarla a vedere. Il funzionario aprì un sacco di tela e ne rovesciò il contenuto sul pavimento. L’enorme aquila aveva ancora gli occhi aperti, provai un brivido. Erano quelli che fissarono i miei un giorno di luglio. Non ebbi dubbi ma volli essere sicuro. Aiutato dall’uomo, dispiegai con un certo sforzo le grandi ali irrigidite del volatile. Il bordo esterno dell’ala sinistra era stato asportato completamente assieme alle penne per una lunghezza di circa cinque centimetri. Sull’arto mutilato si notava la carne scura e rugosa della cicatrice. Contai le remiganti: ne mancavano tre. Chiesi all’addetto se potevo prendermi la testa di quella creatura superba per farla imbalsamare e tenermela in casa. Rispose che non era possibile per questioni di regolamento.

Quel giorno finì il mio icubo. Me ne resta il ricordo: una sottile cicatrice sul bicipide destro. Nel cuore il rimrso e un debito on ancora pagato.

Ala Monca da pag 73 a pag. 79 (Finchè il cuculo canta), Mauro Corona.

Lo so che è un post lungo ma il racconto andava trascritto tutto e, dopo averlo letto, avrete evinto che, alla fine, è sempre l’uomo la causa dell’agressività degli animali…

Charlie Chaplin

 

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16 responses to “La mia Aquila ♣ Ala Monca.

  • edvige

    Buona domenica. Troppo lungo quello che mi piacerebbe dirti e condividere posso solo aggiungere ti capisco perfettamente. Ciaooo baseto

  • ili6

    Intanto grazie per aver accolto l’invito al passaparola :-)
    Il brano di Corona è lungo, ma si legge d’un fiato, tanto è scritto bene, intenso e drammatico. Ello dice giusto: in Natura funziona così e il pesce grande mangia il pesce piccolo. E’ quando subentra l’animale-uomo che le cose assumono altra drammaticità, spesso sciocca ed evitabile.
    Mio marito fu per un breve periodo un cacciatore. Non lo sopportavo e iniziai a dire e dire. Forse mi ascoltò, forse non era mai stato un cacciatore convinto, ma aveva solo seguito il padre in quella passione, fatto sta che depose i fucili e strappò il tesserino di caccia. ne fui felice, ne fu felice anche lui e ne sono felici tanti innocenti volatili.
    Per il resto e per quel che leggo di tuo pugno, mai ho pensato che tu possa essere una “brutta bestia” e incapace di amore . Tutt’altro.
    Complimenti per il post toccante e carico di sensibilità.
    Marirò

    • accantoalcamino

      @ili6, sono felice che il marito si sia ravveduto, in questi giorni sto lottando con ello perchè vuole l’agnello ed io non voglio farlo, né vederlo, finirà che andrò in montagna da sola e lo lascerò a spignattare con la clausola che, quando torno, sia tutto apposto :-(

  • Monique

    Adoro le aquile, mi piace la loro fierezza solitaria.
    Bello questo racconto e, naturalmente, condivido in pieno l’idea che il responsabile dell’aggressività degli animali sia sempre e solo l’uomo!

    • accantoalcamino

      @Monique, a volte, con gli animali, mi sorge sempre la domanda del perchè per certe etnie e certe specie di animali, la vita sia così difficile e rischiosa. Bacio.

      • Monique

        E’ il mistero della vita…affidato alle sapienti mani della Natura, che non lascia nulla al caso :-)
        Quando ero più piccola e guardavo i documentari mi sembrava triste che, nei gruppi di animali, le femmine dovessero accoppiarsi sempre con il più forte, immaginavo che potessero magari preferire un altro esemplare, ma la Natura sa quel che fa!

  • mamyros

    Sono in arretrato di una settimana (per vacanza ^___^) ma tengo il tuo racconto in un angolo da leggere con calma.
    Ciao cara, Un forte abbraccione.
    Mandi

  • lella

    Ripeto quello che leggo nel commento di Mariro’: mai, mai ho pensato te come a una brutta bestia incapace di amore. Non so perche’ , ma mentre scrivo queste parole mi sento commossa. Un abbraccio forte forte forte. Lella

  • iltempodelleriflessioni

    Cara amica, non credo proprio che tu sia come ti definisci ” una brutta bestia ” anzi!, tutt’altro!, quindi cara avanti cosi, sempre!!!, un abbraccio.
    Angela

  • sweetmilla123

    Questo post lo avevo perso…mi affascinano sempre le tue parole perché in esse ritrovo tratti della mia personalità ed anche del mio pensiero (credo di avertelo già detto in un’altra occasione ma probabilmente non te ne ho dato motivo di comprenderlo perché a volte la mia riservatezza è portata all’eccesso!). Un abbraccio grande

    • accantoalcamino

      @sweetmilla123, credo che altre persone si ritrovino nelle mie parole, si tratta di coltivare il “bosco interiore”, quello che ha anche chi vive in mezzo al cemento. Non c’è serenità senza un contatto con la natura, è lei, la Natura, la mia forza, quella che mi fa resistere in questo mondo che non mi piace e che sento non appartenermi… Un abbraccio.
      P.S.: tu continua ad essere “riservata”, nel web non pagano la sincerità e l’esposizione del cuore. Una mia conoscente mi rimprovera sempre perchè “mostro il fianco” concedendo agli altri di ferirmi…. ma a me poco importa, ho la fortuna della conoscenza di me, quella che nessuno al mondo può vantare di avere ;-)

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