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Balins di Foncs, Polpette di Finferla e Porcini al forno, i sapori del bosco.

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Questa estate, per moltissimi versi deludente, ci sta “umidamente” portando verso una ricca ed abbondante stagione di funghi; quelli che ho adoperato per questa ricetta sono, oltre ai porcini, i Finferla;

In tutti i miei anni di cercatrice di funghi non solo non li ho mai raccolti, ma non li ho nemmeno mai visti o meglio, non li ho mai notati, probabilmente perchè intenta a cercare le specie che, anno dopo anno, avevo imparato a conoscere ed apprezzare evitando di riempire il cestino senza cognizione di causa.

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Funghi Finferla – Cantharellus lutescens e Porcini (Boletus edulis)

I funghi che vedete sopra non li ho raccolti io ma un’altra persona che, notando i miei occhioni stupiti davanti a cotanto colorato splendore, mi ha detto: quelli gialli sono i Finferla, Finferla? Così, appena arrivata a casa papà google mi ha illuminata (alla fine i link).

Consigliano di essicare questa specie di funghi ed io, possedendo da poco un essicatore, l’ho inaugurato essicandone una parte, il profumo che si è espanto per la casa è sublime, una nota fiorita che poco fa pensare al sottobosco, a muffe, muschi e licheni.

La parte restante di Finferla l’ho cotta, al solito: olio evo, aglio vestito, sale e prezzemolo alla fine; separatamente anche i porcini, con le cappelle ho condito delle tagliatelle paglia e fieno, i gambi li ho trifolati a parte per adoperarli questa sera in un risotto con le cozze, l’altra per sopperire al “furto” di finferla destinate a queste polpette subìto dopo che ero andata a coricarmi :-D

La ricetta alla quale mi sono ispirata l’ho trovata a pagina 215 di uno dei miei libri di cucina preferiti: La cucina del Friuli di Emilia Valli; riporterò ingredienti e dosi come indicate sul libro e tra parentesi, al solito, le mie varianti: come sapete, le polpette sono nate per riciclare/recuperare avanzi quindi usate tranquillamente un fondo di qualsiasi tipo di fungo che avete adisposizione.

Ho scelto la cottura in forno, più leggera, meno impegnativa ma non meno gustosa, provate se vi va.

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Ingredienti per 4 persone (14 polpettine da 30 g.):

  • 250 g. di funghi freschi coltivati (io finferla e porcini),
  • 10 g. di funghi secchi (io porcini),
  • 1 cipolla (io cipollotto fresco)
  • (aglio di Resia),
  • 2 cucchiai di Montasio grattugiato (io avevo parmigiano Reggiano 36mesi),
  • 1 bicchiere di latte (io ad occhio),
  • 4 uova (io 1),
  • farina e pangrattato q.b.,
  • 1 mazzetto di prezzemolo,
  • olio di arachidi, se friggete (io poco olio evo, a gocce su ogni polpettina),

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Come fare (indico come ho fatto io):

ammollare i funghi secchi, scolarli e strizzarli; lavare e spezzettare quelli freschi e trifolarli in un tegame dove avremo fatto appassire il cipollotto, unire i funghi secchi spezzettati ed aggiungere il prezzemolo tritato, aggiustare di sale e pepe, spegnere.

Preparare una leggera besciamella con latte e farina (io la preparo in microonde), servirà per dare cremosità alle polpette; potete sostituirla con patata lessa o polpa di melanzana alla Raffaello (avvolgere la melanzana intera in pellicola adatta alla cottura e cuocerla in microonde, alla massima potenza per 10 minuti).

Amalgamare la besciamella al composto, unire l’uovo ed il formaggio, verificare la consistenza ed aggiungere, poco alla volta, il pane grattugiato necessario per poter manipolare agevolmente le popettine.

Prelevare con un cucchiaio la quantità di composto necessaria a formare delle polpettine (io, che sono maniaca, da 30 g.); se preferite le quenelles, adoperare i soliti 2 cucchiai.

Fate rotolare le polpettine sul pane grattugiato e disporle su una pirofila coperta con carta forno; su ogni polpettina versare qualche goccia di olio extravergine di oliva ed infornare a 180° C. per 30/35 minuti.

Volendo si possono servire con una salsina o un’emulsione, fate voi, noi le abbiamo gustate così: da rifare, ha detto ello, che di cibo se ne intende ;-)

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Finferle   

Finferle ricetta   

Polpa di Melanzane alla Raffaello

Alla prossima ricetta, buon proseguimento di settimana


Polpette di fagioli di montagna.

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Fagiolo di Montagna (Coccineus)

Sto cavalcando ancora l’onda dei fagioli di montagna e della loro Valle, la Val Resia, la trovo così affascinante, come quelle persone schive, impenetrabili che tengono lontano il mondo ma soltanto perchè hanno sofferto, e se ti soffermi nel loro sguardo riesci a coglierne l’ inconfessato bisogno d’amore.

Io amo la val Resia, entra nel sangue e, come tutto quello che entra nel sangue, crea dipendenza e così, per sentirla vicina la metto in tavola, a tavola nascono amori, si concludono affari e si riuniscono le famiglie.

Questi giorni ho avuto i pittori ed ho dovuto mettere in pausa la mia creatività e la mia voglia di cucinare, fotografare e scrivere, il mio forno si è acceso soltanto per scaldare dei tranci di pizza che ello, gentilmente, ha portato a casa ed il fornello si è acceso soltanto per offrire il caffè ai pittori.

Ma, mentre io spostavo mobili, svuotavo librerie e credenze, la mia Amica Nannarè cucinava e mangiava per me queste meravigliose polpette perchè appena ricevuta questa ricetta da una signora che a sua volta l’ha avuta da un’altra signora, l’ho inviata a lei con la certezza che si sarebbe messa subito all’opera e così è stato.

E a proposito di queste polpette, Nannarè mi scrive così:

LIBERA CARISSIMA,

HO FATTO LE POLPETTE DI FAGIOLI SIA AL FORNO CHE FRITTE. S T R E P I T O S E  NON SON AVANZATE NEANCHE LE BRICIOLE E MI HAN CHIESTO DI RIFARLE!  !D :/ :)  Grazie, grazie, grazie . 
Ciao <3

Ingredienti:

  • 750 g. c.ca di fagioli  di montagna freschi (Nannarè ha adoperato i Borlotti),
  • 1 uovo sbattuto,
  • prezzemolo tritato ed erba cipollina q.b.,
  • noce moscata,
  • un cucchiaio di olio e.v. di oliva,
  • 6 spicchi di “strok”, l’aglio della Val Resia (Nannarè ha adoperato quello di Sulmona, Nannarè vive da quelle parti),
  • 1 scalogno  tritato finemente,
  • 1 cucchiaio di formaggio Montasio stravecchio grattugiato,
  • 1 cucchiaio di pecorino grattugiato,
  • pane grattato q.b. (una tazza circa),
  • sale,
  • pepe,
  • una foglia di alloro,
  • farina per infarinare,
  • olio di arachidi per friggere.

Come fare:

sbucciare i fagioli, lavarli e metterli a lessare in una pentola con acqua fredda, una foglia di alloro, un cucchiaio di sale marino e due spicchi d’aglio.

Scolarli e passarli ancora caldi nel passaverdure e ridurli in purea (io gli scarti li ho messi nella minestra).

In una terrina impastare la purea di fagioli con lo scalogno, quattro spicchi di “strok” tritati, l’olio di oliva, i formaggi, il prezzemolo e l’erba cipollina, una grattata di noce moscata.

Unire l’uovo, il pangrattato e pepe nero, amalgamare bene aggiungendo un po’ di pangrattato se il composto non fosse compatto, formare delle polpettine, infarinarle e friggerle in olio fumante.

Sgocciolarle su carta assorbente e servirle ben calde su un letto di insalatina.

N.B.: sostituendo pane grattugiato e farina con prodotti da prontuario, queste polpettine sono perfette per i celiaci.

Io ho già preparato l’impasto ma le cucinerò per cena, in forno, per offrire un’alternativa a chi non può o non vuole mangiare il fritto

Vi auguro un sereno fine settimana, io lo trascorrerò in letizia sistemando librerie, riempiendo credenze e facendo cernite e, dulcis in fundo, mangiando le polpettine.

N.B.: la ricetta mi è stata gentilmente inviata dalla signora D.P.


Leggende della Carnia: l’Orco Dispettoso e la Minestra di Rape (dedicato a Rosetta).

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Bucaneve dello zio.

Un’altra leggenda della Carnia, presa dal libro di Raffaella Cargnelutti, lo stesso libro dell’altro post .

Mi va di dedicarlo a Rosetta che vive per molti mesi all’anno ad Ampezzo, paese della Carnia nel quale sono ambientate molte delle leggende contenute nel libro, è una persona gioiosa, semplice, senza tanti fronzoli e che va dritta all’essenza delle cose, è proprio la persona giusta, senza contare che ha dei nipotini ai quali raccontarle poi queste leggende, e così la storia si ripete, va avanti con lo sguardo all’indietro che va a posarsi sulle ginocchia di una nonna o di un nonno che, davanti al Fogolar raccontano di maruf, salvans, aganas, mazzarots, e l’omenut di Cjanal.

Lorco dispettoso.

 Nel paese di Ampezzo si faceva un gran parlare di un orco dispettoso che si divertiva a spaventare le donne. Compariva all’improvviso con la sua mole possente, il petto villoso, un grande cappellaccio in testa. Ne combinava di cotte e di crude, poi scappava via veloce come un fulmine, senza lasciar traccia.

 I montanari si erano riuniti più volte nella casa del capo villaggio per decidere il da farsi e alla fine si erano risolti ad organizzare alcune ronde notturne per vigilare il paese. Nonostante ciò, non erano ancora riusciti a scovarlo e tantomeno a catturarlo. Così nel borgo la paura era tanta. E tutti stavano in grande apprensione.

 Tutti, eccetto Gisella. Era una donna di mezza età che, nella vita, ne aveva viste di tutti i colori e all’orco… be’, più di tanto non ci credeva. Affrontava l’esistenza giorno dopo giorno, con semplicità e sicurezza,  ma soprattutto a quelle chiacchiere faceva spallucce e di cambiare le sue abitudini non ci pensava proprio. Figuriamoci se avrebbe rinunciato la sera ad andare qualche ora in file a casa della sua comare Orsolina.

Era quanto ci voleva per concludere la giornata in felice compagnia, assaporando quella minestra di rape, che la sua amica sapeva cucinare a regola d’arte e poi filare insieme e spettegolare in libertà.

 Così una sera d’inverno, nonostante attorno serpeggiasse tra i montanari di Ampezzo la paura per l’orco e ci fosse un freddo polare, reso ancora più insopportabile da un vento gelido e pungente, Gisella si era avvolta ben bene in un pesante scialle di lana ed era uscita con passetti brevi e rapidi dalla sua casa.

 La donna camminava guardinga, quando la luce della luna sparì all’improvviso. Cosa poteva essere successo? Alzò lo sguardo al cielo e… cosa vide? Una figura enorme copriva l’intero firmamento tenendo un piede sul tetto della canonica e l’altro dal’altra parte della via, mentre con le mani reggeva un grande fuso.

 Il volto dell’energumeno aveva un’espressione burlona e guardava proprio Gisella che, pur colta di sorpresa, non diede a vedere il suo sconcerto e tirò dritta per la sua strada.

 La donna lo aveva da poco superato quando sentì alle spalle un forte rumore. S i voltò di scatto e vide che il grande fuso era caduto a terra.

 “Ben ti sta, disse lei pronta. E lui di rimando, con voce gentile: “Gisella, per favore, raccoglilo. Ah… te l’ho fatta!” e scoppiò a ridere.

 La donna, comprendendo al volo che lui voleva burlarsi di lei – visto che era impossibile sollevare quel gran peso – rispose secca: “Ed io non mi muovo da qui se non mi dai tutto il filo che sta sul fuso”. Era una matassa enorme!

 L’orco, dopo aver compreso che Gisella era stata più furba di lui e che lo stava prendendo per i fondelli, se ne scappò via veloce verso la Cleva, lanciando un urlo spaventoso che fece tremare tutte le case del paese.

 “Sono io che l’ho fatta a te, stupido di un orco!” rispose lei soddisfatta. E così dal borgo di Ampezzo l’orco non si fece più vedere.

Ed ora, senza foto, la ricetta della minestra di rape, per rimanere fedele al mio blog che s’intitola: le ricette di ogni giorno con qualche storia intorno. 

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Minestra con le rape acide (jote e broade)

Ingredienti per 4 persone:

  • 300 g. di rape acide affettate (brovada), 1 bicchiere di latte,
  • 1 cucchiaio di burro,
  • 1 pezzetto di lardo (io metterei quello di Sauris, leggermente affumicato),
  • 60 g. di farina di mais (io metterei quella Socchievina),
  • 60 g. di farina di grano,
  • 200 g. di fagioli lessi,
  • sale e pepe.

 Come fare:

gettare le rape acide in una pentola in cui sta bollendo il latte con il doppio dell’acqua, aggiungere un pizzico di sale e un cucchiaio di burro e far cuocere il tutto per una ventina di minuti.

A questo punto gettare nella pentola le due farine, spargendole a manciate, mescolare e continuare la cottura sempre mescolando per 40 minuti.

A questo punto, aggiungere alla zuppa i fagioli cotti e il lardo, tritato e rosolato a parte, amalgamare e servire caldo.

Note: questa zuppa in genere prende il nome di jota friulana e va distinta in  mesta laura, se contiene brovada da esserne quasi rassodata,  mesta pesta, se ha una quantità normale di brovada, mesta scot, senza pesto di brovada.

In alcune zone dell’alta Carnia (Forni Avoltri, Collina ecc.), al posto della brovada si usa mettere talvolta i crauti, fatti di cavoli cappucci fermentati.

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Non so se è questa la minestra di rape della “comare” di Gisella ma a me piace pensare di si e poi questa leggenda m’insegna che non bisogna credere nell’orco e non averne paura, si vive meglio…


Pastesùte cu’ la cjâr di purcìt (Pasta con la carne di maiale) e la leggenda di Amariana e l’Orcolat.

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Pastesùte cu’ la cjâr di purcìt (pasta con ragù di maiale)

Era bella come una rosa di maggio. E, nonostante fosse vestita di poveri stracci, la bellezza di Amariana risplendeva ugualmente.

Viveva in una casupola di sassi col tetto in paglia accanto al Fiume e lì spesso Amariana si recava a lavare i panni. Lavava ed intanto cantava, con una voce melodiosa e cristallina, che un giorno giunse alle orecchie dell’ Orcolat.

L’ Orcolat era un essere truce e dall’aspetto pauroso, che viveva in una forra profonda, dove nessuno osava andare. In paese tutti lo temevano.

 L’energumeno a volte compariva all’improvviso nel villaggio e la sua camminata pesante faceva tremare e rotolare a terra ogni cosa. Un vero flagello!

Quella mattina l’Orcolat si era svegliato prima del solito e mentre si stava stiracchiando nel suo giaciglio di pietra gli era giunta all’orecchio quella musica da usignolo, che saliva lenta e lieve dalle rive del fiume.

L’omone era rimasto un pò interdetto, si era stropicciato gli occhi sporgenti e cisposi, poi aveva deciso di andare a scoprire da che parte venisse quel dolce suono, mai udito prima e che aveva fatto vibrare le corde più profonde del suo cuore.

 All’ Orcolat gli si erano inumiditi gli occhi, tanto quel canto misterioso aveva commosso il suo animo, solitamente rude e feroce.

 Per quanto cercasse di resistere, non potè fare a meno di seguire quella voce di miele che lo portò sino alla riva del fiume.

 Per non farsi scorgere, contrariamente al suo solito, cercò di camminare con passi leggeri e, quando arrivò dove Amariana stava lavando i panni, si acquattò dietro un grande sasso e si mise ad osservare.

 L’Orcolat era estasiato, non aveva mai visto una creatura più dolce e delicata. Divenne tutto rosso in viso, il cuore cominciò a battergli a martello, mentre il suo sguardo non si staccava da quella visione celestiale.

 Alla fine era capitato pure a lui: l’ Orcolat si era perdutamente innamorato della fanciulla sconosciuta. Che fare?, cosa non fare?

Il bestione rimase pensieroso, si grattò il capo, poi cercò di farsi coraggio. Riassettò alla meglio i suoi abiti da selvaggio e raccolse una rosa selvatica da un cespuglio lì accanto, che sembrava non aspettasse altro. Infine si presentò alla bella Amariana timido e mansueto come un fanciullo.

“Ah… misericordia! L’ Orcolat…” urlò la fanciulla in preda al panico, appena lo vide. Raccolse in fretta e furia i suoi panni e si mise a correre, scappando più veloce di un fulmine. Quando arrivò a casa, richiuse con due mandate il portone e tenne il fiato sospeso con la speranza che l’energumeno fosse sparito.

L’ Orcolat rimase immobile, come inebetito, mentre la rosa che teneva in mano d’improvviso sfiorì.

“Povero me e ora che faccio?” Si domandò sconsolato. “Non puoi cambiare la natura delle cose. Il tuo cuore non è fatto per amare una creatura umana. Perciò, rassegnati e dimenticala!”. A parlare era stato il Genio el Fiume, ma l’ Orcolat non gli prestò ascolto, abituato com’era a fare ogni cosa di testa sua.

“No, io non mi rassegno. Quella fanciulla dev’essere mia e basta!” Urlò con rabbia al Fiume e al Cielo e se ne tornò con l’umore più cupo del mondo nella sua caverna a studiare un piano per rapire la giovane di cui si era perdutamente innamorato.

Nel frattempo Amariana aveva raccontato ai suoi genitori quanto le era successo al fiume. E loro avevano compreso che c’era sotto qualcosa di strano nel comportamento dell’ Orcolat.

 “Tutti sanno che l’Orcolat non è amico degli uomini. Questa mansuetudine è sospetta! Chissà cosa va cercando quell’energumeno!” osservò la madre di Amariana, che era una donna scaltra e dall’intuito perspicace.

 “Bambina mia, devi andare a chiedere consiglio alla Regina dei Ghiacci. Noi non possiamo aiutarti. Credi a me: non c’è altra scelta!” concluse la donna con espressione assai preoccupata.

Fu così che il mattino seguente, alle prime luci dell’alba, Amariana s’incamminò con passo rapido verso la cima del monte che sovrastava il paese.

Cammina, cammina, ormai il sole era alto nel cielo, ma sula croda dove la giovane si fermò il tepore dei raggi non arrivava mai. E il paesaggio attorno era trasparente, luminoso, nel suo paesaggio di ghiaccio.

 Seppure un pò infreddolita, Amariana si mise fiduciosa ad aspettare, finchè comparve prima una luce intensa, abbagliante, poi una nuvola di neve e alla fine si fece avanti lei: la Regina dei Ghiacci!

“Conosco la pena che pesa che pesa sul tuo cuore, mia cara fanciulla. Quel bestione dell’Orcolat si è innamorato di te e non c’è verso di fargli cambiare idea.

Questa è una sciagura, una vera sciagura, mia dolce Amariana” sentenziò la Regina con la sua voce di neve, raggelando ulteriormente l’animo della povera ragazza.

 “Oh… mia Regina, ti prego, liberami da questo triste destino. Preferisco morire piuttosto che essere la sposa dell’Orcolat” disse la ragazza con un fil di voce, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

 La Regina rimase silenziosa, poi chiese ad Amariana di avvicinarsi e le sussurrò all’orecchio il suo rimedio.

 “Mi spiace, dolce Amariana, non c’è altra via da seguire” concluse infine rammaricata scomparendo all’ improvviso. Tutt’intorno si fece più freddo ed inospitale che mai. E sul bel volto della fanciulla si spense ogni sorriso.

 Passarono ancora alcuni istanti, dopo di che Amariana cacciò via le lacrime e, con la morte nel cuore, urlò verso le cime: “Regina dei Ghiacci, accetto il mio triste destino. Fai quello che devi. Così sia!” . L’eco di quelle parole risuonò cupa nella valle.

D’improvviso si sollevò un vento di tempesta, che ululò selvaggio tra le gole delle vette. Il viso di Amariana si fece all’istante di pietra, le sue spalle si trasformarono in cime aguzze, i suoi abiti si colorarono col verde dei boschi ed i suoi capelli si sciolsero in torrenti impetuosi.

La bella Amariana aveva accettato l’incantesimo. Pur di non sposare l’Orcolat, si era trasformata nella montagna che da allora porta il suo nome.

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Monte Amariana

 Ma la Regina dei Ghiacci pensò bene di punire anche l’Orcolat, lo richiuse per l’eternità nel vicino monte San Simeone, da dove a volte cerca di fuggire, per raggiungere la sua bella Amariana, e quando si muove sono dolori… La terra 

trema e gli uomini dicono: “Ah… ci risiamo, si è svegliato l’Orcolat!” .

Monte San Simeone

Monte San Simeone e Pioverno dove abita lo Zio che menziono spesso.

Ancora oggi se le nuvole coprono la bella cima dell’Amariana un antico proverbio suggerisce: Quando l’Amariana ha il cappello lascia la falce e prendi il rastrello. E cioè è buona regola interrompere di falciare l’erba e in fretta iniziare a raccoglierla, perché la pioggia è vicina!

Da: Fiabe e leggende della Carnia  di Raffaella Cargnelutti pagine 19/20/21/22.

Un tempo le favole distraevano grandi e piccini dall’appetito, dal freddo dei rigidi inverni, a volte venivano inventate per esorcizzare le paure causate da terremoti, alluvioni ecc.

Le favole e le leggende davano un senso all’ineluttabile ed intanto, mentre qualcuno raccontava le sue storie la cena si cuoceva lentamente sullo spolert, sparghert o sulla stufa, come questo ragù, profumato con cannella,  chiodi di garofano e pepe.

Alla fine, fuori da fuoco va aggiunto l’uovo che rende questo un piatto unico.

Ho riprodotto fedelmente la ricetta originale cedendo al burro che, in questa epoca fatta di case riscaldate e cibo in abbondanz a (non per tutti), viene sostituito dall’olio extravergine di oliva.

Ho scelto come pasta le mezze penne rigate n° 60 della Garofalo che mi ricordano il primo formato che mangiavo da bambina, di allora ricordo rigatoni, spaghetti e pennette, tutti gli altri formati sono arrivati con gli anni.

Ho modernizzato questa ricetta presentando la pasta in un cestino di formaggio Montasio stagionato oltre i 10 mesi, il formaggio, ingrediente principe nelle cucine Friulane e della Carnia.

Ingredienti per 4 persone:

  • 350 g. di pasta (mez z e penne rigate 60 Garofalo), 250 g. di polpa mista di maiale,
  • 30 g. di burro, 2 uova,
  • 2 cucchiai di formaggio grattugiato (Montasio), 1/2 bicchiere di vino bianco,
  • 1/2 cipolla,
  • 1 maz z etto di erbe aromatiche (maggiorana, rosmarino,timo, salvia, alloro),
  • chiodo di garofano in polvere, cannella in polvere,
  • pepe, sale.

Come fare:

tritare finemente la carne e rosolarla nel burro fuso in un tegame di coccio. Rimestare con cura poi, abbassare la fiamma, aggiungere il sale, pepe, chiodo di garofano e cannella, bagnare con il vino e proseguire la cottura.

Far evaporare parte del liquido di fondo a calore moderato quindi aggiungere la cipolla tritata finemente e il maz z etto di erbe aromatiche, coprire e far cuocere, piano e a lungo.

Lessare la pasta, scolarla e buttarla nel tegame assieme al ragù, fuori dal fuoco mescolare ed aggiungere un pò alla volta, le uova sbattute con un pizzico di sale.

Impiattare ed aggiungere il formaggio grattugiato.

Ingredienti per il cestino:

  • formaggio Montasio stagionato grattugiato.

Come fare:

riscaldare una padella di ghisa, toglierla dal fuoco e spargere uno strato di formaggio a coprirne il fondo.

Rimettere sulla fiamma e, a fuoco dolce, far compattare e dorare la cialda, sollevarla con una spatola e modellarla su una ciotola rovesciata, aspettare qualche minuto, sformarla e servire la pasta all’interno.

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Chips di Bucce di Cartufule (Patate) da sgranocchiare durante la Tombola di Natale e ♥ BUONE FESTE ♥

Mamma Scarello con le chips di buccia di patate sovrappos-001
Beh, io la ricordo bene, era una festa, a partire dal veder tirar fuori l’occorrente, scegliere le cartelle preferite, assaltare la dispensa per accappararsi  i fagioli della misura giusta oppure i chicchi di mais, o altro ancora, ogni fonte da atingere era buona per procurarsi le pedine personali.

Era una festa davvero, io vincevo poco perchè ero mooooolto fortunata in amore (i miei gatti mi adoravano ♥) e facevo sempre pressione affinchè mi dessero il sacchetto coi numeri: mescola, mescola, gridavano quelli che si vedevano ancora la cartellina vuota… Ma sto mescolando!!!

Durante la serata in tavola c’era sempre qualcosa da sgranocchiare,  le giocatrici (solitamente eravamo tutte donne/bambine) dovevano tenersi in forze… con tutte le energie che sprecavan.

Solitamente c’erano noci, nocciole, pistacci (arachidi), fichi secchi, datteri, spesso gli avanzi di San Nicolò.

Se avete una bella famiglia o anche solamente una famiglia perchè non provare, quest’anno, a rispolverare questa vecchia usanza?

Tutto CATEGORICAMENTE a TV spenta, PC spento, TELEFONINI spenti, semplicemente voi, la vostra famiglia, i vostri cari, le persone che amate di più e, magari, invitate la/il vicina/o che è solo, che ne dite?

Questo post l’avevo in mente da giorni ed è puramente casuale che riporti tristemente alla proposta di aprire le sale da gioco, io lo trovo VERGOGNOSO e mi modero perchè oggi c’è il sole, respiro l’atmosfera natalizia, mi sento serena e felice e non mi va di pensare al mondo “storto” (come dice Mauro Corona)

A proposito di mondo, è andata anche questa volta, niente fine del mondo, niente apocalisse, abbiamo un’altra possibilità, sfruttiamola al meglio

Ieri, in macchina, alla radio ne ho sentite di tutti i colori, di gente che ha comperato delle Arche, Bunker, Rifugi antiatomici, mah…

Non amo la fantascienza, non mi piace proprio, credo di essere l’unica persona al mondo (assieme a Perla) a non aver visto Guerre Stellari, però mi sono fatta un’idea di come possa essere la fine del mondo, finisce e basta, ce ne andiamo tutti perchè il mondo esplode, si disperde nello spazio, si sparpaglia  fra le stelle…

La fine del mondo non è: muoiono tutti meno 1, o muoiono tutti meno 2, sennò ricominciamo: Adamo ed Eva, e la mela e il serpente che ti invita a mangiarla e tu la mangi e poi sono cavolacci tuoi/nostri e hai peccato e devi essere punito e via di seguito… No, grazie, abbiamo già dat.

Per cui per me oggi inizia un’altra vita e la faccio ricominciare proprio dalla Tombola di Natale, un ricordo di bambina, pefetto per ripartire con l’atmosfera giusta.

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La Signora Ivonne mi ha gentilmente svelato i suoi segreti da Chef per fare gli gnocchi: i segreti riguardano la cottura delle patate che mette, contrariamente a come si fa di solito, nell’acqua bollente e ne controlla con uno stecchino  la consistenza, raccomanda di non bucarle prima (non so se qualcuno lo fa, io no).

L’altro segeto è di cuocerle al forno, si parla di patate medie, di provenienza certa e biologiche perchè le bucce verranno poi adoperate per fare proprio queste chips da sgranocchiare durante la Tombola/serata.

In ristorante (parlo sempre di Agli Amici di Godia) hanno il forno misto-vapore, se avete la fortuna di possederne uno fate cuocere le patate nel forno misto vapore per 15 minuti a 70°C., se avete la vaporiera cuocerle a vapore per 20 minuti e poi 30 minuti a 180°C., controllarne comunque la consistenza.

Tagliare le patate a metà per la lunghezza e togliere la polpa aiutandovi con un cucchiaio,  adoperarla per fare gli gnocchi o qualche altra preparazione.

Le bucce vanno rimesse in forno (ventilato) a 140° C. per 45 minuti, i forni di casa sono differenti, la Signora Ivonne consiglia di controllarne sempre e comunque la croccantezza.

Ecco, tutto qui, è anche un modo, in tempo di crisi, per non buttare nulla.

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Toc’ in braide (intingolo del podere), un piatto che è la fine del Mondo…

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Intingolo del podere è la traduzione che ho trovato nel libro Vecchia e Nuova Cucina di Carnia del compianto Gianni Cosetti, libro che potrebbe essere una splendida idea regalo per Natale ma… Ma ci arriveremo a Natale???

Sembra che il 21 dicembre ci sarà la fine del mondo, e mi domando: perchè non anticiparla al 16 dicembre, così il soldi per il saldo dell’ IMU li possiamo spendere in bagordi, libagioni, baccanali, champagne e feste principesche oiboh?!!!?

Io però non voglio andarmene senza sapere se è Balotelli il papà di Pia, per me, e credo per tutti noi, sia di vitale importanza saperlo e solo allora potrò/emo chiudere gli occhi serenamente… Oppure la fine del mondo è inevitabile se vogliamo impedire il grande ritorno? Mah, chi può dirlo, ai posteri l’ardua sentenza (posteri?).

Ma oggi vi porto io in paradiso, con questa ricetta che, come ormai avrete capito, è Carnica.

É la mucca  l’ interprete principale, è lei che ci dà quasi tuttigli ingredienti per poterla realizzare: il latte, il Montasio, il burro, la ricotta affumicata.

L’ altra protagonista è la farina di polenta, in questo caso La Farina di Polenta Socchievina già citata in precedenza perchè il Maestro adopera soltanto questa.

La adopero anch’io ma, se rimango senza e non mi va di aspettare il mercato del sabato in Viale Vat a Udine dove viene a venderla Fiorindo Mazzolini, la sostituisco con quella di Milva che è buonissima, le differenze sono la varietà di mais, non è macinata a pietra ed è a grana più grossa.

polenta socchievina Mazzolini-001

Per rendere comprensibile il procedimento vi spiego com’è strutturato il piatto: sul fondo del piatto viene messa la morchia che è composta dall’ Ont e farina di polenta, sopra va versata la polentina morbida e il piatto viene completato con la fonduta, che ho descritto con esaustiva chiarezza nel post precedente per cui ometterò questa parte.

Potete adoperare la fonduta che preferite con i formaggi preferiti, l’Italia è ricchissima di formaggi straordinari, vi consiglio di consultare la mappa di GDF per rendervene conto.

Il Maestro aggiunge 1 cucchiaio raso di  morchia e una grattatina di ricotta affumicata.

Partiamo dall’ ont, si chiama così il burro fatto sciogliere a fuoco bassissimo per molto tempo (classica preparazione da stufa), contrariamente al procedimento per ottenere il burro chiarificato che si schiuma costantemente per eliminare la caseina, per ottenere l’ont il burro non va schiumato.

Era questo, in Carnia,  il modo per conservare il burro in mancanza del frigorifero.

Per ottenere la Morchia ( triestini che leggete non è “quella” ) che andrà sulla base del piatto si scalda l’ ont in un tegamino e si aggiunge la farina, mescolando si ottiene questo:

Morchia1-001

Ingredienti per la polentina:

  • 500 g. di acqua,
  • 500 g. di latte,
  • 7 g. di sale,
  • 110 g. di farina di mais.

Con queste dosi si ottiene una polentina morbida della consistenza giusta per questa preparazione.

Polenta che tosta e fonduta-002

Come fare la polentina:

il Maestro, prima di versare la farina nell’acqua/latte, preferisce tostarla in una padella a parte, un pò per dare alla polenta quel particolare profumo di stufa e anche per gestire meglio la morchia.

Mescolare con una frusta per evitare grumi, e cuocere per 30 minuti, comporre il piatto come spiegato sopra e…

Toc in braide3-001

… Mangjâ e murî… Ma prima del 21 vi parlerò di questo:

Mamma Scarello con le chips di buccia di patate-001

Buona serata mondo ♥


Cartufula ripiena Affumicata, ancora cucina di Carnia… E che Carnia!

cartufula pronta 4-001

In questo periodo che precede il Santo Natale sarebbe più utile pubblicare biscotti, decorazioni, glasse, idee regalo ecc. ma c’è già chi lo fa e lo fa meglio di me, con dovizia di spiegazioni, passi-passi, fotografie ecc. io però, continuo sull’onda della Cucina di Carnia con le altre ricette del corso.

le mie note-001

Lo faccio per non dimenticare, pur avendo preso appunti ed essendo stata attenta, la mia memoria non può fidarsi del tempo che passa, in questo periodo poi, tra addobbi, pulizie di Natale, tanti progetti, tante idee, è meglio scrivere.

Non è stato semplicemente un Corso di cucina, è stato qualcosa di più ed io sono così, quando una cosa mi entusiasma e mi appassiona mi sento come presa in un vortice, mi sento felice come un cagnolino liberato dal guinzaglio e lasciato correre in uno spazio infinito.

Un corso sulla cucina di Carnia, splendido… e l’affumicatura poi, per me che amo tutto il cibo che sa di fumo è come per chi ama i dolci andare ad un corso di Montersino.

Se passate per il Friuli andate a Sauris ed assaggiate in loco il Prosciutto affumicato e se volete raggiungere l’estasi bevete la birra affumicata del Birrificio Zahre.

Mi dispiace che esista ancora questo luogo comune che vuole Triestini e Friulani acerrimi nemici, per quel che mi riguarda io ho un grande rispetto per il Popolo Friulano ma, lo devo dire, ancor di più per il Popolo Carnico, specialmente per le Donne di Carnia e così, mentre, durante il giorno, pensavo a come scrivere questo post, mi sono ricordata di  Maria Plozner Mentil, la portatrice Carnica Donna simbolo.

Se non ne avete mai sentito parlare vi consiglio di andare a leggere un pò della sua storia, per sentirvi ancora più orgogliose di essere Donne.

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Donna con la Gerla (quadro di Tiziana Millo)

 La tempra e la fatica delle Portatrici

Queste donne avevano ereditato dal loro passato la fatica. Abituate da secoli per l’estrema povertà di queste zone, ad indossare la “gerla” di casa  – che mai come in questo caso può rappresentare il simbolo della donna carnica – , ora la mettevano sulle spalle al servizio del Paese in guerra.
Fino ad allora l’avevano a caricata di granturco, fieno, legna, patate e tutto ciò che poteva servire alla casa e alla stalla. In questa situazione invece la gerla era carica di granate, cartucce, viveri e altro materiale.

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Queste cartufule, le Donne di Carnia le avrebbero cotte nella cenere accantoalcamino dove avrebbero acquisito quel buon profumino di fumo, il Maestro invece ci ha insegnato a farlo anche senza stufa, spolert, sparghert ecc.

Nelle cucine dei ristoranti ci sono gli affumicatori, abbattitori e quant’altro però a casa diventa problematico avere tutto questo e un corso di cucina, secondo me, deve insegnare ad ottenere un simile risultato senza dover spendere un patrimonio in attrezzature.

Collage cartufule-001

Oggi la lezione inizia con un metodo di cottura per le patate, che non conoscevo e che permette di mantenere le patate sode, croccanti ma non crude, il metodo perfetto per questo tipo di preparazioni.

Ingredienti:

  • 8 patate medio/piccole,
  • fonduta*,
  • tuorlo,
  • Montasio o Ricotta Affumicata*,
  • 320 g. di pasta di salame all’aceto (balsamico)
  • fondo bruno q.b. per condire.

Come fare:

sbucciare le patate e, con uno scavino, formare un foro, immergerle in acqua bollente e farle bollire 7/8 minuti, spegnere e lasciarle nell’acqua calda fino a raffeddamento.

Quando sono pronte, scolarle a foro in giù per eliminare l’acqua e disporle (vedi collage) su un cestello per il vapore o, se l’avete, un contenitore come quello della foto; importante che si possa sigillare con un coperchio e che rimanga sollevato dal fondo per non soffocare il fumo.

Per poter procedere con una affumicatura casalinga è necessario avere a disposizione una stanza, una terrazza, un posto aperto o da poter arieggiare comodamente.

trucioli e erbe aromatiche per affumicatura-002

In una vecchia padella disporre dei trucioli di nocciolo e faggio (naturali e senza vernici),  rametti di rosmarino, foglie di alloro, timo, bacche di ginepro, mentre la padella e i trucioli prendono calore mescolare con le mani e, quando inizia a far fumo, chiudere la padella e scuoterla più volte tenendo il coperchio sigillato.

Collage padella affumicatura-001

Al corso il Maestro ha adoperato questi aromi ma voi potete farlo con ciò che vi piace o avete a disposizione, anche un misto tra coriandolo, cardamomo, lemon grass ecc. per profumare dei gamberoni o tranci di pesce (è un mio pensiero, chiederò al Maestro se si può fare).

Quando si è sviluppata una buona quantità di fumo, velocemente versare i trucioli nel contenitore, sigillarlo velocemente e lasciar insaporire.

Al corso, per ovvie questioni di tempo, non è stato possibile rispettare i tempi ma a casa decidete voi il punto di fumo che vorrete raggiungere.

Condire le patate per insaporirle con olio e sale e versare all’interno di ogni foro un pò di fonduta, e qui il Maestro ci ha insegnato come fare sia la classica fonduta lucida, che richiede attenzione in cottura affinchè non impazzisca, sia la veloce che prevede l’aggiunta di una besciamella leggera.

Cartufule ripiene di fonduta-002

Fonduta classica lucida: la panna dev’essere la metà della quantità di formaggio che adoperate, la fonduta va preparata a Bagno Maria a 60°C., se non avete un termometro da cucina (che vi consiglio di farvi portare da Babbo Natale perchè è davvero utile anche per le fritture n.d.r.) appoggiare il dito, quando scotta è arrivata a c.ca 60°C., i formaggi vanno grattugiati finemente.

Le dosi adoperate dal Maestro al corso:

  • 200 g. Montasio Stravecchio,
  • 100 g. Montasio fresco,
  • 60 g. di ricotta,
  • 30 g. di caprino,
  • panna fresca la metà del peso dei formaggi.

Fonduta-001

Fonduta lucida

Fonduta veloce con besciamella: al posto della panna adoperare un besciamella, io vi do le proporzioni per 1 litro di besciamella, voi regolatevi secondo necessità: per ogni litro di latte preparare un roux con 50 g. di burro e 50 g. di farina, aggiungere 8 g. di sale.

A volte io, al posto della panna metto un pò di maizena che faccio sciogliere nel latte freddo ed aggiungo alla fine e mi regolo per la densità.

Fare la fonduta è più semplice di quanto sia scriverla, riprenderò questo argomento al prossimo post nel quale  sarà una dei protagonisti principali in un piatto da sogno.

Collage cartufule tuorlo-001

Dopo aver inserito la fonduta in ogni foro versare un pò di tuorlo.

Collage cartufule da infornare-001

Cospargerle con della ricotta affumicata (o Montasio stravecchio), disporle su una teglia con carta forno, una macinatina di pepe ed infornare con funzione grill per qualche minuto fino a doratura.

Il Maestro consiglia, visto che le ricotte affumicate che si trovano in negozio sono tropo fresche, di asciugarle a 30/40°C. per qualche ora.

Ha ribadito l’utilità di avere a casa un piccolo essicatore, tenere acceso il forno per molte ore, visti i tempi, è dispendioso, con l’essicatore si risparmia e si ottengono ottimi risultati, in commercio se ne trovano anche di piccole dimensioni non “invadenti” (altra letterina a Babbo natale).

pasta di salame da accompagnare alla cartufula-002

Le Cartufule vanno servite su un letto  di pasta di salame messa in padella senza aggiunta di condimenti, va sgranata bene con le mani, rosolata e, alla fine si aggiunge l’aceto balsamico e un pò di fondo bruno (in un post a parte la spiegazione assieme ad altre chicche).

cartufula pronta1-001

Per oggi è tutto, la prossima ricetta sarà questa:

Toc in braide1-001

Buongiorno mondo ♥


Frico in bicchiere, un antipasto originale, facile da preparare e perchè no, per stupire gli ospiti.

frico in bicchiere con chips-001

 

Durante il corso di cui al post precedente, l’uomo che sussurrava ai cjarsòns ha condiviso con le sue adorate allieve questo originale maniera per presentare il frico.

Oggi mi sento trendy e lo definisco: Frico Destrutturato, Frico Scomposto, Frico Rivisitato ma sempre Frico è, con il suo bel Montasio stagionato, le sue belle patate, in questo caso non sono accompagnate dalla cipolla ma dal porro.

Le patate in un moto di superbia e voglia di prevaricazione si sono messe in bella mostra trasformandosi in elegantissime chips.

Per agevolarvi e per sentirmi ancora più trandy, aggiungerò anche il Passo passo -Tutorial.

Tutorial, una parola che ho scoperto qui, nel web ed esattamente nel blog di Ely, le commentai il post chiedendole con grande ingenuità cosa fosse il tutorial (e andare da papà google no eh? ), non mi rispose e fino a pochi minuti fa sono rimasta nell’ignoranza più sconcertante.

É una di quelle parole … che suonano alle mie orecchie come ronzio di mosche… come dice Sinuhe l’Egiziano nel famoso romanzo, ce ne sono molte altre e quando posso le salto a piè pari.

Sarà che appartengo alla generazione appena dopo l’ asta e filetto o della Tivù in bianco e nero ma tutti questi termini  non appartengono alla mia cultura e confondono chi, sciagurato e fuori dal tempo come me, capita in un blog di cucina semplicemente per trovare una ricetta, uno spunto, un’idea e non conosce le lingue, i neologismi, che non sa mandare un sms del tipo nn 6 +nnt (per dire non sei più niente), insomma a volte noi foodblogger dovremmo volare un pò più basso ed agevolare i più ignoranti.

Detto questo, persi gli ultimi 3 follower, passo alla ricettina, quelle di una volta, quelle che riempivano il pancino dei nostri nonni/bisnonni: il frico fatto, in quei tempi con le croste dei formaggi avanzati, le immancabili patate e la pancetta (il Maestro ha detto che ci va, si, la pancetta), qui è in versione secondo millennio.

Preparazione frico in bicchiere-002

Mini Brigata al lavoro.

Montasio stravecchio-002

Il taglio del Montasio.

frico in bicchiere preparazione-001

5 cubetti di Montasio in ogni  bicchiere.

crema di patate e porro per frico in bicchiere-002

Crema di patate e porro, ricetta a vostra discrezione, obbligatorio che sia abbastanza liquida e bollente.

frico crema di patate porro imbuto1-002

Imbuto dosatore per porzionare la crema di porro, possiamo adoperare un imbuto normale con la dose predefinita in un mestolo).

frico in bicchiere da completare1-002

Frico in bicchiere da completare con chips.

Chips per frico bicchiere-001

Chips per Frico.

Se non avete tempo le chips potete comperarle, ce ne sono di buone, cotte anche al forno se non vi va il fritto, pure con la buccia ma se volete farle il Maestro insegna così:

le patate vano pulite e lavate bene, tagliate con una mandolina e messe in acqua fredda, lasciarle sotto un filo d’acqua corrente ancora meglio, il segreto sta anche nell’ eliminare il più possibile l’amido.

Dopo averle scolate le fette di patata vanno asciugate ed immerse, pochissime alla volta affinchè la temperatura (150/160°C.) non si abbassi, in olio di arachidi profondo; il Maestro dice di NON adoperare l’olio extravergine di oliva e nemmeno l’olio di oliva (che non esiste), cuocere pochi secondi da una parte e pochi secondi dall’altra, scolare e far asciugare su carta assorbente.

La “lezione” per oggi è terminata, la prossima ricetta sarà questa, sempre di antipasto si parla e di un altro metodo di cottura per le patate:

cartufula pronta 4-001Buona domenica mondo ♥


Raffaello Mazzolini, l’uomo che sussurrava ai Cjarsòns.

Raffaello-002 

Il Maestro

Torniamo per un attimo nella Carnia dei tempi passati…

«É la festa del S. Patrono: al suono delle campane del paese la piazza si spopola perchè tutti rientrano nelle case per pranzare; li aspetta il piatto tipico carnico: i cjalsòns, preparati con cura dalle mani esperte e pazienti delle donne carniche.

Un unica ricetta non esiste, perchè ogni vallata della Carnia ha la sua, e non solo: in una stessa vallata ci può essere una mamma che festeggia cucinando dei cjalsòns diversi da quelli che sta preparando la vicina, sia nella pasta che nel ripieno.

Ed è proprio questa varietà di preparazione che ha sempre suscitato la mia curiosità e mi ha spinto nel 1973 ad indire un concorso per tutte le donne carniche: tema: «I cjalsòns», risultato: 40 concorrenti con 40 ricette diverse. Questo rispecchia ancora una volta il carattere del carnico: «ognuno per proprio conto». (Tratto dal libro di Ginni Cosetti Cucina di Carnia pag. 72)

Il nostro Maestro non poteva che essere carnico, di Socchieve, e chiamarsi Mazzolini come Fiorindo, il produttore della Polenta Socchievina   della quale trovate scheda su GDF, non siamo parenti precisa ma chi può dirlo?

*La cucina della Carnia: tutti i segreti di Cjalsòns salati e dolci, toc’ in braide, affumicatura*, ecco i temi del corso, oggi parlerò dei Cjarsòns, so che molti di voi li conosceranno perchè nel web se n’è parlato e se ne parla spesso, ci sono stati dei contest, sono stati protagonisti di quanti modi di fare e rifare ecc.

Non sempre incontrano i gusti di tutti perchè essendo una preparazione dolce/salata è inconsueta, è un gusto al quale il palato va educato, un pò come per i gnochi de susini Triestini.

E qua ti volevo, quando il Maestro ha saputo che sono di Trieste ha storto il naso dicendo che è stato 3 anni a Trieste e che noi triestini siamo razzisti perchè ce l’abbiamo con gli Sloveni, giammai!

A nulla sono servite le mie rimostranze e, se non bastasse, la mia vicina di banco mi ha raccontato che tanti anni fa era fidanzata con un triestino e che ogni volta che veniva a trovarla, suo padre usciva e tornava quando lui era andato via… Ma allora chi sono i razzisti, i triestini o i friulani?

Quindi capite com’ero messa , ma nulla ha scalfito la mia voglia di imparare, di domandare, di curiosare nelle pentole e di fotografare…

Cjarsons1-003 

Cjalsòns o Cjarzòns

Ingredienti per la pasta, versione dolce:

  • 200 g. di patata cotta,
  • 200 g. di Manitoba,
  • 1 cucchiaio di burro sciolto,
  • 1 cucchiaio di olio EVO,
  • acqua q.b.
Collage impasto, ripieno cjarsòns 

Ingredienti ripieno versione dolce (versione di Piedim):

  • 60 g. di marmellata di prugna,
  • 100 g. tra nocciole e arachidi,
  • 60 g. di cioccolato grattugiato,
  • 50 g. di noci,
  • 200 g. di ricotta fesca,
  • 100 g. di biscotti secchi,
  • la scorza grattugiata di 1 limone,
  • cannella,
  • 2 cucchiai di rum,
  • 1 cucchiaio di miele fluido,
  • 25 g. di cedri canditi (nella ricetta dal libro di Cosetti).
Collage cjarsòns prima parte 

Come fare:

l’impasto è semplicissimo, si mette tutto nel mixer.

Per la pasta, schiacciare la patata a caldo e amalgamarla alla farina, il burro fuso, l’olio, lavorare l’impasto ed aggiungere quel tanto di acqua che lo stesso richiede, dipende dall’umidità che rilascia la patata.

Amalgamare bene la pasta, stenderla in una sfoglia sottile e ritagliare dei cerchi del diametro di 8 cm. , mettere al centro un pò di ripieno (vedi collage), ripiegare la pasta e, usando pollice, indice, medio di ambedue le mani richiuderli dando loro la tipica forma.

Immergerli in acqua bollente salata e portare a cottura, l’acqua deve mantenere un bollore lieve in modo che i cjarsons non si danneggino, controllare la consistenza che deve risultare elastica.

Nel frattempo, in una padella mettere burro, acqua (serve per rendere cremoso il condimento e a non bruciare lo stesso), cannella, se volete una preparazione più dolce aggiungere un pò di zucchero.

Appena sciolto il burro versare i cjarsòns e farli insaporire, servire caldi, volendo con una grattatina di ricotta affumicata.

Collage cjarsòns seconda parte-001

Essendo una preparazione lunga si può approfittare per farne di più e congelarli: si mettono su un vassoio di carta (no carta forno, no stagnola) e si mettono in congelatore, quando sono congelati si ripongono a porzioni nei sacchetti.

Toglierli dal congelatore soltanto un attimo prima di immergerli nell’acqua di cottura, se si scongelano prima si disfano.

Se li dovete consumare in giornata non lasciateli troppo tempo in frigorifero, il ripieno renderebbe umida la pasta e si potrebbero rompere in cottura.

Raffaello ha pensato anche a chi non ama il contrasto dolce/salato e ci ha presentato una versione salata ideata e testata da lui stesso, questa:

Ingredienti per la pasta:

  • 200 g. di Manitoba,
  • 50 g. di burro sciolto,
  • 50 g. di acqua,
  • 10 g. di sale.

Ingredienti per il ripieno:

  • 300 g. di patata bollita,
  • 150 g. di mela cotta (lui da intenditore adopera l’Annurca),
  • 100 g. di pane nero grattugiato,
  • 10/15 foglie di melissa,
  • buccia d’arancia*,
  • cardamomo,
  • anice,
  • ricotta.

*si raccomanda di adoperare arance e limoni biologici, la cera che mettono per “far belli” gli agrumi non va via nemmeno col sapone!!!

Come fare:

il procedimento è lo stesso della versione precedente con la differenza che nella padella, assieme a burro e acqua, ci va il sale.

Raffaello1-001 

Andate e mangiatene tutti.

Se il “Maestro” o chi per lui mi legge e trova delle inesattezze è pregato di segnalarmele testè, ne va del mio onore, tengo cuore Triestino

frico in bicchiere con chips-001 

Prossimamente un’ idea di antipasto per le feste.

Buon fine settimana ♥


Semplicemente Frico, un po’ di Friuli per la Svizzera nel piatto.

Semplicemente Frico, un po’ di Friuli per la “Svizzera nel piatto”…

“Creare una o due ricette inedite, ispirate alla tradizione gastronomica italiana ma reinterpretate con i nostri formaggi”…

Questa una delle regole per partecipare al contest ideato da www.formaggisvizzeri.it ed è per questo che nulla è casuale in questo post.

A monte la scelta del formaggio che avevo assaggiato,  innamorandomene, tanti anni fa, la scelta della ricetta con la quale sposarlo, la semplicità delle foto e delle ambientazioni, il cuore, comune denominatore dei contest ai quali partecipo.

La semplicità, mi hanno insegnato che, quando si hanno a disposizione prodotti eccellenti di qualità, non c’è bisogno di fare grandi cose e dal momento che ho appena finito di leccarmi i baffi vi assicuro che, pur non avendone mangiati molti di frichi, questo lo rifarò, farò in modo di far avanzare un po’ di Sbrinz per replicarlo.

 Sbrinz: il formaggio più antico d’Europa è particolarmente ricco di tutti gli elementi nutritivi, ma anche e soprattutto digeribili, quindi consigliabile nell’alimentazione di ogni età.

Frico: tipico piatto friulano della provincia di Udine, è di antichissima origine.

Le più antiche ricette di Frico risalgono al 1450 circa, ad opera di Maestro Martino, cuoco del Camerlengo del Patriarca di Aquileia.

Semplicemente Frico, un po’ di Friuli per la “Svizzera nel piatto”…

Questa ricetta l’ho trovata in un vecchio libro di ricette della Carnia/Friuli che scrive così:

oggi il piatto viene ancora preparato, con frequenza, anche con formaggio di malga stagionato e grattugiato.

A questo intingolo si usa, talvolta, ggiungere, oltre alle patate, anche le cipolle, le erbe selvatiche o delle mele renette locali, grattugiate a scaglie.

La pietanza va consumata da sola o accompagnata con uova strappazzate.

Io ho scelto la versione con patate, arricchita dal porro che, essendo meno forte della cipolla, non interferisce e addolcisce la preparazione conferendole dolcezza e profumo.

Semplicemente Frico, un po’ di Friuli per la “Svizzera nel piatto”…

Ingredienti per 1 padella in ghisa del Ø di 22 cm.:

  • 250 g. di patate lesse,
  • 200 g. di formaggio Svizzero Sbrinz grattugiato,
  • 30 g. di porro (il bianco) tagliato a rondelle sottili,
  • 1 cucchiaino di burro chiarificato.
  • polenta per comporre gli spiedini.

Come fare:

far rosolare (senza colorirle troppo) nel burro chiarificato le rondelle di porro, aggiungere le patate precedentemente lessate (io le ho cotte a vapore con la buccia), sbucciate e grattugiate e, mescolandole, fatele colorire leggermente.

Aggiungere il formaggio Sbrinz grattugiato e continuare a mescolare per 5/7 minuti, dipende se desiderate un frico morbido o croccante.

Io ho optato per una cottura media, asciutta ma non troppo in modo da poterne ricavarne dei cuoricini con la formina.

Il Frico si può servire come secondo piatto o piatto unico, io ho scelto una moderna versione Finger Food alternando a mo’ di spiedino cuoricini di frico e di polenta (un avanzo che vevo precedentemente steso e livellato)

Alla prossima ricetta, questo è soltanto l’ antipasto, vi auguro un sereno fine settimana.


Strucul di cavoce (Rotolo di zucca)…

Ieri era giovedì grasso, l’ho saputo per caso parlando con Annina la vicina nel pomeriggio, per dir la verità non ci penso per niente al carnevale, feste che mi passano accanto senza che me ne accorga.

Quando vivevo a Trieste era un pò diverso, lì, anche non volendo, sentivo l’atmosfera nell’aria, vuoi per il Carnevale di Servola, vuoi per quello di Muggia e poi, diciamolo, il triestino è gioioso, compagnone e non è strano incontrare per strada più adulti mascherati e coppie di anziani che bambini.

I friulani, nemici giuratidei Triestini, hanno persino pasticciato la scritta Trieste dai cartelli stradali adiacenti lo Stadio… dicono che siamo chiassosi e superficiali, sarà anche così, ma mai come in questo momento è perfetta la strofa di una canzone triestina: “Sempre alegri, mai passion, viva là e po’ bon!”.

Nell’attesa che mi arrivi l’ispirazione per le fritole, per questo fine settimana vi lascio una ricetta Friulana, il rotolo di zucca, praticamente è simile allo  strucolo de spinaze, una pasta di patate farcita, arrotolata in un tovagliolo e cotta nell’acqua, si taglia a fette e si condisce con burro fuso e pangrattato, nelle trattorie del Carso quello con gli spinaci viene spesso condito con del sugo d’arrosto.

Prima di presentarvi la ricetta volevo parlarvi del Montasio, formaggio che compare quasi sempre nelle ricette Friulane di un tempo.

Il Montasio, prodotto in una zona che comprende il Friuli oltre alle province di Belluno, Treviso, Padova e Venezia, è un formaggio nato nel Medioevo dalle abili mani dei casari dell’Abbazia di Moggio, in Carnia.

(Ora nell’Abbazia ci sono le Clarisse, monache di clausura, se doveste passare da quelle parti vi auguro di riuscire ad ascoltarle mentre fanno le prove di canto, un’emozione indescrivibile per me poi che adoro la musica per organo.)

La sua produzione, pian piano, si allargò a tutto il territorio delle Tre Venezie, fino ad arrivare, ai giorni nostri, a oltre 100.000 quintali.

La preparazione di questo formaggio, che ancora oggi nell’uso regionale comune è più noto con il vecchio nome di Latteria, è una delle vecchie istituzioni friulane.

Si tratta di un formaggio a pasta soda, prodotto con latte di vacca, la cui preparazione è stata tramandata di padre in figlio, fino a quando le nuove generazioni lo hanno trasformato in un prodotto dalle caratteristiche organolettiche ben stabilite e distinte.

Il Montasio è apprezzabile per la presenza di fermenti lattici vivi in numero ancora elevato anche al momento del consumo: una flora lattica che riesce altamente benefica alla digestione e apportatrice di alti valori nutrizionali e di minerali.

Confezionato in forme cilindriche, piatte, di circa 5/9 kg. viemne messo in vendita nei diversi tempi di stagionatura:

  • fresco, stagionato da due a cinque mesi, di gusto delicato (da tavola);
  • mezzano, dopo una stagionatura di 5-12 mesi, a pasta più gustosa e sapida;
  • stravecchio, dopo oltre un anno di stagionatura, ormai a pasta dal gusto piccante (da grattugia)**

**Vi assicuro che quest’ultimo non vi farà rimpiangere il parmigiano!

Ingredienti per 6 persone (ricetta originale):

  • 1/2 kilo di patate,
  • 200 g. di farina,
  • 2 uova,
  • 120 g. di burro (1 cucchiaio è per la pasta di patate) (io ho usato quello di soia),
  • (ricotta affumicata per condire).

Per il ripieno:

  • 750 g. di zucca (io quella della foto),
  • 250 g. di ricotta fresca,
  • 80 g. di Montasio grattugiato,
  • 60 g. di pangrattato,
  • sale e pepe ( omesso il pepe).

Come fare la pasta di patate:

lessare le patate, sbucciarle, schiacciarle e mescolare il cucchiaio di burro morbido, 1 uovo, un pizzico di sale e la farina.

Preparare un panetto che  stenderete su un tovagliolo infarinato (usatene uno che avete lavato senza l’ammorbidente e risciacquato bene).

Come preparare la farcia (la ricetta originale dice di lessare la zucca in acqua salata):

io ho cotto la zucca in forno a 180°C., tagliata a fette che ho avvolto nella stagnola, sono cotte quando cedono alla forchetta.

Raccogliere la polpa in una terrina e mescolarla alla ricotta, al formaggio grattugiatoed il restante uovo sbattuto leggermente con il sale (assaggiate).

Stendere la farcia sulla pasta di patate, arrotolare, legare le estremità ed immergere in una pentola capiente con acqua a bollore per 20 minuti, sgocciolare, far raffreddare e togliere il tovagliolo.

Tagliare il rotolo a fette e condirlo con burro e pangrattato, io ho aggiunto la ricotta affumicata che, ripeto, con la zucca ci sta d’incanto.

Questa è una di quelle preparazioni dalle mille varianti, usando le patate viola l’effetto sarà scenografico, colorando la pasta con lo zafferano e usando per la farcia le quasi-introvabili carote nere si otterrà un giallo/nero elegantissimo, insomma c’è da sbizzarrirsi, considerando che è davvero di semplice esecuzione, provate se vi va.

Qui troverete altre informazioni, più dettagliate sul Montasio ed anche qualche ricetta.


Un vecchio “Spolert”, una polenta fumante, tagliata col filo, una splendida giornata.

Dopo che mi è stato fatto notare che scrivere un post su Whitney Houston, oggi, sarebbe stato scontato e banale ritorno su miei passi e posto la mia splendida giornata di ieri, trascorsa a casa dello “zio”,una giornata di quelle che piacciono a me, ma non sarebbe cambiato nulla  se fosse stato un lunedì o martedì, mercoledì..ecc. ecc. questa è la vita che piace a me, quella lontano dalla “civiltà”, quella fatta di piccole (?) cose.

Una giornata che vi racconterò con delle fotografie, perchè le fotografie aiutano la mente a ricordare quando la mente è già ricca di ricordi ed immagini.

Eccola qua la mia splendida giornata, mancano le immagini dei gatti, ma c’è tempo, intanto la polenta che “sa di fumo” mi ha riportato alla mente il risotto affumicato di Paolo Donei, chef trentino che non ha mai abbandonato le sue origini e rispettando il lavoro dei suoi nonni/genitori ha tenuto in vita “Malga Panna”a Moena…ma questa è un’altra storia e ve la racconterò presto :-)


Macaróns di Polénte, Cultura Friulana.

Il tema “La polenta” è stato così interpretato da Polentarutti Luigi, classe terza unica, e riportato da Scuola modello 1947.

“A me mi garba molto la polenta. Io la polenta la mangio di  bonora, di mezzogiorno e di cena e anche alle quattro. La polenta se la fa con la farina de panoghie e con l’acqua e si mette anche il sale senò dicono che fa venire la pelagra.
Per fare la polenta si mette l’acqua nella calderia, poi si fa bollire sopra il fuoco e quando si vede le bolle si mette dirento una presa di farina e dopo tutto il  s’çiatulino. Poi si prende il mesculo e si la rompe e si la lascia sçialdare. Poi si mesceda…si mesceda cencia stufarsi fin quando la spussa di cotto. Poi la si giàva e la si buta sul taiere che la fuma.
Ai signori, a loro piace la polenta tenera perchè la mangiano con i luierini, ma a casa mia, la quale siamo poveri, la mangiamo dura senò lo stomaco si delibera subito.
La polenta più dura è quella dei boscadori, che la taiano con la manaria. Anche i pastori mangiano molta polenta nelle casere e prima di buttarla in bocca la stricciano e la folpeano fra le aine perchè diventi più mulisitta.
Io amo la polenta e mangio anche le croste. La polenta, se cade a terra, fa sbrisciare. Mia nonna l’altro ano ha pesçiato un poco di polenta e è colata e ha s’çiarnato un piede che abbiamo squegnuto portarla a Socchieve da quela donna che comedda gli ossi. Evviva la polenta! Anch’io mi chiamo Polentarutti.”

A pagina 106 del libro “Vecchia e Nuova Cucina di Carnia di Gianni Cosetti” è riportato questo tema, se vi va di scoprire altre storie e leggende di Carnia vi consiglio questo sito.

Come già sapete tengo particolarmente a questo libro, è stato un regalo di “ello”che ha anche avuto la fortuna ed il piacere di conoscere di persona il Signor Gianni e di mangiare nel suo ristorante (ello ha lavorato qualche anno a Tolmezzo)

Il sogno di fare questi “macarons di polente” (gnocchi di polenta) lo coltivavo da un pò ma, anche se la polenta compare spesso sulla mia tavola (mi inginocchio sul sale ma la faccio con la MDP, per sapere come Qui), non avanza, o viene “maltrattata” sul tagliere e quindi non riesco mai a recuperare delle fette intere da poter ritagliare ;-)

Riporto la ricetta originale (pagina 96).

Cosa serve (20 minuti):

  • 3 foglie alloro,
  • 800 g polenta fredda,
  • 100 g ricotta affumicata,
  • 150 g burro,
  • 100 g formaggio di malga fresco.

Come fare:

Tagliate la polenta a cubetti di 1 cm (io ho fatto piccoli cuori), versateli in acqua bollente salata e aromatizzata con alloro; lasciate cuocere per 3-4 minuti.

In una casseruola rosolate il burro fino a renderlo color nocciola, aggiungetevi la polenta ben scolata, cospargete con la ricotta affumicata e il formaggio di malga grattugiati.

Servite il tutto ben caldo.

Gianni Cosetti consiglia di bere un buon Tocai, ora  diventato “Friulano”, cambia il nome ma non la qualità del vino.

Avendo la sera prima fatto il goulash con il guanciale di manzo, una parte l’ho condita con il sugo e qualche pezzetto di carne.

Ve lo consiglio (l’ho già fatto) il guanciale per goulash e spezzatino, mangerete una carne gustosa fuori e dentro e ogni pezzo si scioglierà piacevolmente in bocca.

Il mestolo che vedete nelle foto è quello del nonno di ello..immaginate quanti anni ha, le prime volte l’ho usato anch’io (40 minuti a girare).

Ccon questa ricetta, anche lei “povera”, vi auguro un bel fine settimana.


Zuppa di Bacche di Sambuco (Sùf di Pomule di Savut)

Un tale ordinò all’oste di portargli da mangiare e da bere, facendo nel contempo un patto:se avesse cantato una canzone

che gli piacesse, non avrebbe pagato niente.

Il padrone non ebbe difficoltà ad accettare, ma poi nessuna canzone gli andava bene.

Alla fine il furbo cantò: “Tasca di dietro viene avanti, che l’oste vuole soldi e non canti!”

Questo piacque all’oste e…il furbo non pagò.

(Lenzone)

Questo è uno dei tanti racconti popolari carnici che si trovano ad intercalare le ricette del libro di Gianni Cosetti: Vecchia e Nuova Cucina di Carnia.

Questo libro è in mostra nella mia cucina da anni, da quando l’ho visto in una vetrina  a Feletto, non avevo ancora il pc, nè un blog, nè mai avrei immaginato di scrivere qui oggi.

In quel tempo avevo  soltanto una grande passione per la cucina, per tutto ciò che offriva la natura  ed un “moroso” friulano..e per una triestina come me era tutto un programma.

Coincidenza anche il fatto che ora io abiti nel paese dove è stato stampato il libro.

Purtroppo non ho avuto la fortuna di assaggiare le ricette fatte con le sue mani ma il suo libro è per me grande fonte d’ispirazione.

Questa zuppa l’ho fatta l’anno scorso, avendo a disposizione campi ricchi di sambuco, ieri sono andata a raccogliene altri di grappoli per rifarla usando latte di soia, burro di soia e farina di riso (il mio lui è intollerante al lattosio).

Ingredienti (1/2 dose):

  • 400 g. di bacche di sambuco mature,
  • 1/4 litro di latte,
  • 20 g. di burro,
  • 50 g. di farina00,
  • sale q.b.

Procedimento:

passare le bacche al passaverdura, bollire il succo ottenuto assieme al latte e burro.

Salare e versare la farina mescolando con la frusta facendo attenzione che non si formino grumi.

Cuocere a fuoco basso finchè si formerà una crema.

Servirla così o con dei crostini di pane, (io ho aggiunto la ricotta affumicata che adoro)

Questa ricetta mi è particolarmente cara, essendo una zuppa originale della cucina Carnica, racconta una storia di povertà ma anche di ricchezza, la ricchezza d’animo e di fantasia di chi trovava sempre e comunque qualcosa da presentare in tavola e questo mi emoziona sempre.

Buona giornata a voi.


Tris d’aringa per le Ceneri.

Chi ha più di cinquant’anni ricorda ancora i barili di legno con le aringhe salate nei poveri negozi di un tempo; chi è molto più vecchio racconta che tanta era la scarsità di cibo che tutta la famiglia seduta attorno al tavolo vuoto si sfamava di sola polenta, insaporita toccando un’aringa affumicata appesa nel mezzo.

L’aringa veniva consumata nel periodo di quaresima, ancora oggi in Friuli è consuetudine mangiare la renga il mercoledì delle ceneri, osterie, trattorie, ristoranti, tutti i locali propongono la loro ricetta.

Una curiosità: con il nome generico di Renghe s’intende sia il pesce maschio renghe di lat che la femmina Renghe di us, identificabili per la presenza all’interno rispettivamentedi un filo di sostanza lattiginosa o di una massa di uova.

Era chiamato Renghe solo il pesce pescato prima della frega, che poi veniva affumicato e salato per la conservazione, a differenza del meno pregiato Sardelon , ormai praticamente scomparso, pescato dopo la frega e che veniva pure salato ma non affumicato.

Scrivo  la preparazione di base per le aringhe sotto sale, ora le aringhe si trovano già pronte all’uso.

Come si fa:

ponete le aringhe in ammollo in una bacinella capiente con acqua e lasciatevele per 4 giorni, avendo cura di cambiare l’acqua ogni giorno.

Togliete le aringhe e fatele bollire lentamente nel latte per 5 minuti,quindi scolatele, salatele e spinatele.

Sistemate i filetti ben curati in un vassoio, versateci sopra l’olio extravergine di oliva e lasciate insaporire per un’ora.

Dopo di che potrete passare alla preparazione che preferite.

A me non piace proprio, è una delle poche cose che non riesco proprio a mandar giù, ho scelto ugualmente 3 modi per prepararle, rispettando così la tradizione ed accontentare ello:

aringa con cipolla (Rènghe cun Civole)

dopo il riposo con l’olio
ricoprite l’aringa con la cipolla affettata sottilmente ed immersa per alcuni minuti sotto l’acqua corrente;

aringa con l’uovo (Rènghe cun l’Uf)

sodate le uova, sgusciatele, lasciatele raffreddare e cospargete le aringhe con le uova grattugiate;

aringa con i fagioli (Renghe cui Fasùi)

ognuno usi i fagioli che preferisce, anche se i borlotti sarebbero l’ideale, io ho usato i fagioli rossi in scatola, non vogliatemene.

Li ho conditi con pochissimo olio,  ho tagliato a striscioline l’aringa e l’ho unita ai fagioli mescolando, volendo aggiungere qualche filo di erba cipollina.

Ricette tratte dal libro di Gianni Cosetti: Vecchia e Nuova Cucina di Carnia.


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