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Gnocchi di Baccelli di Fave e Foglie di Porro su Fonduta di Formaggio Asìno: Scarti d’Autore.

Gnocchi bacelli di fave forchetta tela

Che sia una moda del momento, o l’ effetto della crisi o il ritrovato rispetto per il cibo e per chi ne ha meno di noi, oppure un credo religioso o, come nel mio caso, la riminescenza di un educazione che m’imponeva di non sprecare e buttare il cibo; comunque sia ben venga la tendenza di utilizzare in cucina gli scarti di frutta e verdura.

Oggi, con la raccolta differenziata e la possibilità di produrre da soli il compost, molti scarti vengono utilizzati per la produzione sia di terriccio che concimi naturali, come si dice: nulla si crea, nulla si distrugge.

Pioniera dell’utilizzo degli scarti in cucina è stata Lisa Casali che, del rispetto per l’ambiente, ne ha fatta una professione; ha condiviso la sua esperienza scrivendo libri, testando ricette e presentando la sua trasmissione Zero Sprechi su gambero Rosso Sky.

Lei con gli scarti ha creato piatti elegantissimi e buonissimi, io ho provato a fare le barbe stufe, con le barbe di porro; si, io sono fortunata perchè ho la contadina a due passi che esaudisce ogni mio desiderio e capisco che per molti è difficile trovare in negozio le rape con le foglie o i porri con le radici ma con i G.A.S. dei quali ho parlatoqui, riuscirete ad avere non tutto ma quasi.

A proposito di baccelli, nel suo libro Ecocucina (pagina 99), Lisa Casali scrive che la percentuale di scarto commestibile nei legumi è del 68% circa, in pratica su ogni €uro che spendiamo per kilo ne buttiamo 68 centesimi nella differenziata e a me sembrano davvero troppi.

Scrive ancora Lisa che i baccelli sono ricchissimi di cellulosa, pectine e flavonoidi  che rallentano l’assorbimento degli zuccheri.

Sono un’arma efficace in alcuni casi specifici, particolarmente per chi è diabetico o soffre di fame nervosa la sera.

Sono indicati per il controllo del peso grazie alla loro azione diuretica e al contenimento di assorbimento degli zuccheri.

Consiglia di scegliere bacelli piccoli e dai colori brillanti; l’aspetto dev’essere integro e sodo e non devono essere ingialliti.

Per questa ricetta ho adoperato i baccelli delle fave e le foglie verdi del porro che acquisto dalla Milva, la mia fornitrice di fiducia; le fave che ho adoperato non sono quelle che vedete vicino al formaggio Asìno ma quelle acquistate al mercato di Mestre, erano perfette, integre e con ancora le foglie rigogliose attaccate su (Terry può testimoniare), peccato non averle fotografate.

Altro protagonista il Formaggio Asìno, del quale ho già parlato in altri post, in questo caso ho adoperato quello morbido che ben si presta per le fondute; unico accorgimento, dal momento che è, anche nella versione morbida, molto sapido, dosare la quantità di sale, sia nel composto che nell’acqua di cottura.

Ho legato l’impasto con la farina di riso che è senza glutine e non rilascia il sapore di farina che non a tutti piace, ho volutamente omesso l’uso delle patate che mi avrebbe facilitato il compito ma volevo un sapore decisamente verde.

Formaggio Asìno fave-001

(Non è un post pubblicitario, il formaggio l’ho comperato)

 Ingredienti per gli gnocchi (queste dosi sono variabili, dipende dall’umidità delle verdure):

  • 500 g. di baccelli freschi di fave,
  • foglie verdi di porro a piacere,
  • 2 cucchiai colmi di Parmigiano Reggiano grattugiato,
  • 1 uovo,
  • 3 cucchiai di farina di riso
  • olio all’aglio orsino (per decorare).

Gnocchi bacelli di fave impasto minipimer-001

Come fare gli gnocchi:

lessare i baccelli di fave e le foglie di porro, scolare e togliere i filamenti dai baccelli, io preferisco perdere un pò di tempo per farlo ma se volete potete lasciarli e passare il composto al passaverdure.

Mettere le verdure nel bicchiere del minipimer e ridurre a crema, aggiungere gli altri ingredienti lasciando per ultimo l’inserimento della farina; alla fine dovrà risultare un composto sufficientemente consistente per poter formare delle quenelle con i 2 cucchiai (i miei piccolissimi, da caffè).

Se vi va e siete capaci di usarla, potete mettere il composto nella sac a poche e buttarli nell’acqua tagliandoli man mano col coltello o, per velocizzare fare delle quenelles più grandi.

Sobbollire in acqua leggermente salata e scolare quando salgono a galla, man mano li mettete nello scolapasta ungerli per non farli attacare, maneggiare con cura!

gnocchi fave da cuocere-001

Quenelles di bacelli di fave da cuocere.

Ingredienti per la fonduta di Formaggio Asino:

Se risultasse troppo densa aggiungere un pò di latte, al contrario un pò di farina di riso o maizena (poca alla volta!).

  • 60 g. di formaggio Asìno,
  • 30 g. di panna fresca (la metà del peso del formaggio).

 Formaggio Asìno-001

 Come fare la Fonduta (ho messo il link del post dove spiegavo bene il procedimento):

come ho scritto sopra nel link troverete i due procedimenti imparati al corso di cucina, essendoci qui una dose minima mi sono limitata a sciogliere a fuoco bassissimo il formaggio nella panna aggiungendo un pò di latte, la volevo fluida anche per esigenze “fotografiche”.

Ho decorato la fonduta con un olio all’aglio orsino ottenuto frullando le foglie di aglio orsino, lavate ed asciugate bene, con il sale e coperte d’olio, lo conservo in frigorifero.

gnocchi bacelli fave fonduta pp-001

Per oggi è tutto, vi auguro anticipatamente un bel fine settimana, io sono ricaduta nella trappola del Lievito Madre e devo accudire la creatura: ho iniziato una produzione di dolci Pasquali, ve ne darò notizia, sia in caso di successo che di flop.

 


Vino di Tarassaco, un Vino da Meditazione.

Vino di tarassaco vaso vert.-001

Vino di Tarassaco 21 marzo 2014

La sento, è lì, nascosta dietro l’angolo, ogni tanto fa capolino e lancia piccoli e caldi raggi di sole che mi riscaldano regalandomi nuova energia: è lei, la Primavera, quella che mi sta aiutando nel mio progetto di felicità.

Non importa se ho ancora addosso il maglione, dormo col piumino, vedo la neve sulle montagne in lontananza e se le mie cavallette sono ancora ben nascoste nei loro rifugi invernali, per me è già arrivata ed io voglio brindare con e per lei con questo vino che sarà pronto fra 4 mesi, esattamente il 21 luglio 2014.

Meryl Streep la mia Africa

Foto da Pinterest (Meryl Streep ne La mia Africa)

L’ho chiamato vino da meditazione perchè, mentre raccoglievo i fiori pensavo e mi immaginavo già ad agosto, seduta su una comoda poltrona in terrazza, nella rassicurante penombra del tramonto, con Perla sulle ginocchia a sorseggiare un piccolo bicchiere di questo vino ricordando la primavera ormai lontana e sognandone già un’altra.

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Qui il prezzo più basso (cliccare sulla foto).

♣Ne uscirà un buon vino sugli 11 gradi ♣, scrive Ennio Furlan (che ho citato anche nel post precedente) riguardo questa ricetta trovata a pagina 138 del suo libro Erbe… e dintorni.

É un libro da sfogliare lentamente questo, l’amore per la Natura che nutre e coltiva questo Chef è contagioso, da ogni pagina escono profumi di erbe e di fiori e di buoni sentimenti; non è soltanto un libro di ricette, ricette ormai ne conosciamo molte e siamo diventate tutte molto brave, siamo anche in grado di inventarne di nuove, questo è un libro da leggere, da leggere tra le ricette.

La Natura ha le sue regole ed il signor Ennio ci aiuta a conoscerle, prima di tutto e poi a rispettarle, rispettare la Natura è rispettare noi stessi e allora, niente raccolte indiscriminate, niente ribaltamenti inutili di funghi che non conosciamo, niente estirpazione di bulbi con i quali poi non sapremmo cosa fare e che, nella maggioranza dei casi, non troverebbero conforto nei nostri vasi sul balcone o nei nostri orti.

Vi consiglio di acquistarlo e di leggerlo attentamente, magari anche ai vostri bambini e, perchè no, magari proprio sul campo mentre raccogliete insieme i fiori di tarassaco per preparare un buon miele o questo vino.

tarassaco ape1-001

A proposito di miele, ho avuto il mio bel daffare a raccoglierne un quantitativo sufficiente, le api stavano festeggiando, volando di fiore in fiore ed io non ho avuto il coraggio di toglier loro il fiore di bocca così mi allontanavo alla ricerca di altri fiori.

campo con tarassaco-001

Riporto le dosi indicate sul libro, io ne ho preparato un terzo: raccogliere 1 kilo e mezzo di fiori da sola è un’impresa ardua, ecco perchè può essere un buon motivo per coinvolgere la vostra famiglia convincendola a fare una gita fuori porta.

tarassaco fiori da coprire con acqua-001

Ingredienti:

  • 1 kg. e 1/2 di fiori di tarassaco privati il più possibile della parte verde (nel libro non è specificato ma io ho fatto così),
  • 2 kg. di zucchero,
  • il succo di 4 limoni,
  • 6 lt. di acqua,
  • 20 g. di lievito di birra fresco o l’equivalente di secco.

collage fiori di tarassaco per vino-001

Come fare, riporto (quasi) fedelmente:

mettere in un contenitore i fiori di tarassaco e versarvi sopra l’acqua bollente, rimestare bene finchè il tutto sia uniforme e lasciar riposare per una notte.

L’indomani filtrare il tutto spremendo bene la parte floreale per non perdere la parte acquosa ed ELIMINARE I FIORI, rimettere in pentola il liquido ottenuto ed aggiungere lo zucchero ed il succo dei limoni.

Riportare ad ebollizione fino allo scioglimento dello zucchero (c.ca 5 minuti) e lasciar raffreddare per una notte; a questo punto si può filtrare un’altra volta (io ho messo imbuto, colino, garza) sciogliendo poi il lievito in una tazza con lo stesso liquido (Il signor Ennio non lo specifica io, ho preferito scaldarlo un pò affinchè il lievito si sciogliesse bene) ed aggiungerlo al resto.

Versare in una damigianetta a collo largo e coprire con una garza onde evitare il contatto con eventuali moscerini; mettere in un posto con temperatura di almeno 20° e lasciar fermentare di modo che gli zuccheri si trasformino in alcool.

Dopo 4 settimane si passa a un primo travaso con molta delicatezza, lasciando sul fondo la parte scura e così per altri tere travasi a distanza di un mese uno dal’altro.

Nota: se il vino rimane torbido si può mettere in frigorifero, per la precipitazione delle impurità.

cesto fiori di tarassaco per vino-001

Posterò le foto dei passaggi man mano, non ho idea di come possa essere ma suppongo possa assomigliare ad uno di quelli che ello invoca chiamandolo vino aromatico, può essere anche una graziosa idea regalo ed ora, cesto in mano e via.

Campo trattore-001

Vi auguro una splendida giornata.

P.S.: una mia lettrice mi ha segnalato un un commento questo brano, miè piaciuto moltissimo e si armonizza con questo post/racconto, ho fatto una ricerca e, con infinita tristezza ho scoperto che il blog è chiuso ma vi metto il link dell’ultimo post che contiene queste stupende parole http://it.paperblog.com/e-cosi-finisce-un-blog-non-con-uno-schianto-ma-con-una-nenia-1753462/

 “Andarono in cantina col nonno e mentre lui decapitava i fiori, i ragazzi guardarono l’estate che luccicava sugli scaffali d’oro.

File e file di bottiglie, vino di dente di leone.

Erano tutte numerate e ormai erano quasi tutte piene.

Una bottiglia lucente per ogni giorno d’estate.

- Ragazzi – disse Tom – è veramente una bella pensata imbottigliare giugno, luglio e agosto.
… L’estate non finisce mai del tutto. Ricorderò ogni attimo di questa stagione, per tutta la vita! – “ 

 


Torta Paciarèla (o Paesana o di Latte) e la Macchina del Tempo.

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Eccola, è una bomba energetica, la preparano le donne della bassa, ognuna con delle varianti.

Questa, da quanto ho capito ha più di un secolo, se la tramandano di madre in figlia e quando non ci sono figlie femmine tocca ai figli maschi tramandarla, a me l’ha data un conoscente.

Ciao e buon divertimento

Paolo

Così mi scriveva Popof  il 18 febbraio 2013, alle ore 22.07; Popof non scrive di cucina ma cucina lui, nel suo blog, racconta di viaggi, di politica, appassionato di montagna racconta le sue domeniche in alta quota.

Mandandomi questa ricetta ha portato in Friuli Venezia Giulia un pezzetto di Lombardia, Popof conosce la mia grande passione per le ricette del passato, è il passato, è la cucina delle nonne, delle mamme, che ha ispirato i nostri Chef.

L’anno scorso, a Identità di Pasta Luciano Monosilio del ristorante Pipero al Rex di Roma ha detto: …il passato non deve offuscare il presente…, ma non succederà, il passato continuerà ad ispirarci, il compito è quello di alleggerire le ricette, adattandole ai nuovi stili di vita, più comodi e meno faticosi, almeno fisicamente, il passato schiarisce il presente, come il sole dell’estate schiarisce i capelli illuminando il volto.

Va di moda la tradizione, Cracco ha scritto un libro di cucina regionale, Mariola, sul gambero Rosso, conduce una rubrica di cucina regionale tradizionale, preparando per noi le ricette; ho visto la sua versione delle Patate in tecia triestine alla quale ha dato la forma a frittata, ma la forma a frittata appartiene alla Carnia, al Frico.

Le patate in tecia *le xe butade là, a la vecia*, ma non voglio fare la talebana della cucina ce ne sono già troppe/i.

Questo blog è diventato, per me, la macchina del tempo: salgo a bordo e, in un attimo, mi trovo proiettata in epoche remote e regioni diverse, ospite in cucine lontane, ma rimango in Italia, è l’Italia che ha bisogno di noi, della nostra memoria e del nostro rispetto.

La tradizione è come un fiume, nasce povero, poca acqua poi, man mano si arricchisce, prosegue ed accoglie l’acqua degli affluenti che sono le rivisitazioni e le tradizioni di altri.

Il fiume si arricchisce, metro dopo metro, fino a riversare in mare tutta l’ acqua, sarà poi dal mare che potremo attingere  storia, arte, affetto, ricordi, ricette, racconti.

Ecco, per me è questa la tradizione, è la generosità del passato, è la nostra eredità e di questa eredità fa parte anche la Paciarela, torta che, merito di questo fiume, ho conosciuto e potuto rifare.

Se volete assaggiarla e, il 9 febbraio siete dalle parti di Pessago con Bornago (MI), c’è una sagra a lei dedicata, altre informazioni su questa torta le trovate da Sara, amante della cultura e delle tradizioni culinarie Italiane.

Ora, salite con me sulla macchina del tempo e partiamo, si va in Lombardia, se vi perdete la sagra di febbraio, in ottobre, potrete gustare la Paciarela a Gessate dove viene arricchia di una elle, per chi potrà andarci, sarà motivo in più per scoprirne i segreti.

Torta Paciarela ing cornice

Ingredienti per una tortiera da 30 cm.:

  • 1 litro di latte fresco,
  • 1 pagnotta di pasta dura oppure 2 rosette milanesi,
  • 100 g. di biscotti secchi tipo O. S.,
  • 200 g. c.ca di pane all’anice (io l’ho sostituito con pane aggiungendo all’impasto semi di anice pestati nel mortaio),
  • 2 uova
  • 50 g. di burro,
  • 400 g. di amaretti,
  • 100 g. di cioccolato fondente a quadrotti,
  • 100 g. di cacao amaro,
  • 100 g. di cacao dolce
  • 150 g. di uvetta,
  • 100 g. di cedro candito (l’ho sostituito con arancia candita),
  • 100 g. di zucchero vanigliato,
  • 1 cucchiaio di liquore (brandy o cognac (omesso)).

Zucchero a gusto (aggiungere solo a fine impasto, primadella cottura, se serve; attenzione però: la torta è migliore se leggermente amara

niente sale e neppure lievito.

Particolari da ricordare:

Latte: bollire e lasciar riposare almeno mezz’ora;

Burro: lasciarlo sciogliere a temperatura ambiente o a bagnomaria;

Uova: rotte e sbattute al momento dell’utilizzo.

Uvetta: a bagno il giorno prima, poi asciugata con panno o scottex;

Amaretti, Biscotti, Pane: frantumarli bene prima di amalgamare.

Preparazione:

Paciarela ingredienti mercoledì n-001

Mercoledì:

in una pentola di buona capacità (meglio se alta) preparare tutti gli ingredienti principali: pane,biscotti e amaretti ridotti a pezzetti; il cioccolato fondente grattugiato o ridotto in scaglie sottili.

Mescolare bene.

  • Miscelare a parte il cacao amaro e dolce.
  • Far fondere li burro in una tazzina.
  • Mettere a bagno l’uvetta.

Paciarela impasto giovedì corn

Giovedì:

  • bollire il latte e lasciarlo riposare almeno mezz’ora.
  • Asciugare l’uvetta tamponandola.

Preparare l’impasto unendo a quanto già pronto in pentola: il latte, il cacao, il burro, buona parte del cedro (arancia), lo zucchero vanigliato, il liquore (omesso), ma non l’uvetta); mescolare sempre.

Mescolare, amalgamare molto bene e lasciar riposare fino al giorno dopo.

Paciarela da infornare venerdì corn.

Venerdì:

unire le uova sbattute e mescolare molto bene.

Passare l’impasto al passaverdura (passaverdura a mano, evitare frullatore e minipimer, se proprio si usa il minipimer, non ridurre a semolino ma lasciare a grana grossa) *Questo passaggio non l’ho fatto*.

(A  questo punto si può soddisfare la gola assaggiando se è dolce a suffìcienza: se poco, basta aggiungere un poco di zucchero, se troppo, unire altro cacao amaro o cioccolato fondente; normalmente va bene così) *io non ho aggiunto nulla*.

Unire l’uvetta e il poco cedro rimasto mescolando bene.

Lasciare riposare un pò e poi trasferire in una tortiera imburrata leggermente spolverata di pan grattato

Cuocere in forno già caldo a 200° C. per circa 105 minuti; versoi 90/95 minuti accertare il grado di cottura con la prova stuzzicadenti.

Naturalmente lasciar raffreddare prima di toglierla dalla tortiera, curando di staccarla dal bordo con l’aiuto del coltello.

Sarebbe opportuno resistere alla tentazione di gustarla fino a domenica: nei giorni successivi alla cottura, asciugando, acquista un leggero gusto amarognolo di cacao e cioccolato fondente che la rende migliore.

Paciarela sfornata corn


Torta di Carote Viola, Cocco e Mandorle: cambia il Colore , rimane la Sostanza

torta carote viola fetta cornice

Al tempo d’oggi Pel di Carota avrebbe una crisi d’identità, o cambiare nome o cambiare di volta in volta colore di capelli o farsi delle meches gialle, arancioni, rosse, viola, bianche ecc.

La carota (Daucus carota) della famiglia delle Umbelliferae è una pianta erbacea  originaria probabilmente dell’Afganistan, terra straordinaria che, almeno io, associavo soltanto a tristi eventi, mentre da ora, ogni qualvolta vedrò e mangerò una carota, penserò all’Afganistan con gratitudine, augurandogli, finalmente un pò di pace…

Sembra che sia nata viola poi, probabilemente per il cambiamento dei terreni dove veniva coltivata ha cambiato colore ma è stato un cambiamento naturale, non forzato, che ha però arricchito la varietà dei valori nutrizionali.

Chi, in estate, per favorire l’abbronzatura, non si è fatto una cura di carote? Le carote viola contengono antiossidanti, utilissimi a rallentare l’invecchiamento delle cellule; ma io non sono né medico né erborista e quindi vi rimando al web per arricchire le vostre conoscenze in fatto di carote.

Questa ricetta è uguale alla torta di carote che avevo fatto anni fa, ho cambiato carote e, al posto del kefir, ho adoperato lo yogurt greco allungato con un pò di latte.

Ho diminuito la dose di zucchero nella torta per via della glassa.

 collage torta carote viola-001

Ingredienti:

  • 300 g. di carote,
  • 150 g. di farina di cocco,
  • 150 g. di mandorle pelate,
  • 80 g. di zucchero semolato,
  • 3 uova,
  • 150 g. di yogurt greco,
  • latte q.b. per diluire lo yogurt,
  • 1/2 bustina di lievito in polvere con spiga,
  • alchechengi per la decorazione.

Per la glassa,dosi a piacere:

  • centrifugato di carote viola,
  • zucchero a velo (ottenuto macinando lo zucchero semolato).

Come fare la torta:

pelare le carote e tritarle, tritare le mandorle assieme allo zucchero ed unirle alle carote.

Aggiungere il cocco, le uova intere, il lievito, lo yogurt diluito, Versare in uno stampo di 24 cm. ed infornare a 160°C. per 10 minuti, alzare poi la temperatura a 180°C. per 40 minuti.

Far raffreddare sulla griglia.

Come fare la glassa:

centrifugare le carote, ottenuto il succo versarlo poco a poco sullo zucchero a velo fino ad ottenere la consistenza desiderata.

Finiamo la torta:

se volete potete decorarla a vostro gusto, io ho adoperato gli alchechengi che amo particolarmente, li ho intinti nella glassa ed ho adoperato le foglie per decorare il bordo.

Diciamo che si può migliorare, altra grande notizia: a parte una fetta per la “giudicessa (me medesima)” il resto è stato mangiato dal buongustaio di casa ello ;-)

torta carote viola cornice-001

Vi auguro un buon proseguimento di settimana, tornerò presto con la campagna Salviamo i Cachi; questi frutti color del sole hanno contagiato qualche fooblogger e la cosa mi fa un enorme piacere, più se ne parla e più se ne cucina e più questi frutti riavranno la dignità e l’attenzione che meritano.

presepe con pannocchie-002

Lo so che Natale è passato da un pò, ma volevo farvi vedere il presepe fatto tutto con le pannocchie dell’asilo di Pasian di Prato, quello che ho citato più volte per la faccenda della micia Celeste, poi felicemente addottata che ora vive a Trieste, la mia città natale.

Peccato che le piogge l’abbiano un pò rovinato, io l’ho visto soltanto qualche giorno fa, ma è una bellissima idea, specialmente da condividere con i bambini… peccato che il personale di quell’asilo, nell’occasione di Celeste si sia dimostrato poco coerente con la propria professione…

tappeto volante farfalle-001

farfalle viola ottenute con l’acqua di cottura delle carote viola.


Torta di Cachi e Ricotta per “Salviamo i Cachi”

torta di cachi fetta n

In questi anni di blog ho imparato molto ed ho affinato la sensibilità indispensabile per poter interpretare una ricetta e permettermi varianti e rivisitazioni.

Sono molto affezionata alla cucina di un tempo e sfoglio con curiosità e nostalgia le vecchie riviste ed i vecchi libri; il libro di cucina rinascimentale lo leggo e rileggo e rimane vivo in me il rammarico di non essere più giovane per potermi dedicare a tempo pieno a questa mia passione, sarà per la prossima vita, aspettatemi ;-)

Questa ricetta, che non è mia ed arriva dal libro che cito e ricito 1000 ricette con la frutta, contempla l’uso di uova, miele, zucchero e latte: ingredienti che ho omesso ottenendo un ottimo risultato.

Così, come mi succede spesso, ho pensato a come sono nate certe ricette, certamente in momenti storici nei quali non c’era l’abbondanza di adesso, le case non erano riscaldate e molti lavori che ora sono affidati alle macchine, allora venivano eseguiti a mano; da qui l’esigenza di assimilare più energia possibile dal cibo.

Assemblare carboidrati, proteine, grassi in una torta era il modo per garantire una buona, sana, nutriente merenda ai propri cari, a chi studiava, a chi lavorava, a chi praticava sport.

In questo periodo ho un trasporto quasi sentimentale verso i cachi, adoperarli nei dolci è stata una piacevole scoperta: non necessitano di aggiunte di nessun genere, la loro dolcezza e consistenza sono sufficenti a garantire un’ottima riuscita, il loro sapore ospita volentieri aromi, spezie, frutta secca, agrumi.

Mi ripeterò ma, in autunno, quando vedrete gli alberi di cachi lasciati a loro stessi, suonate il campanello, lasciate da parte l’orgoglio e fatevene regalare qualcuno.

La mia amica Sabrina, stamattina mi ha svelato il segreto di una signora Slovena che li raccoglie ancora sodi, li taglia a fette e li fa seccare; li adopera durante l’anno come si adopera la frutta disidratata.

Andiamo in cucina, questa è una ricetta perfetta per utilizzare i rotoli di sfoglia che languono in frigorifero, anche se questa nasce con la sfoglia surgelata.

Ingredienti per una teglia di 24 cm. :

  • 600 g. di polpa di cachi,
  • 2 rotoli di pasta sfoglia pronta o 400 g. surgelata (da scongelare per tempo),
  • 50 g. di farina di mandorle ottenuta macinandole,
  • 250 g. di ricotta ben scolata (meglio il tipo asciutto) e setacciata,
  • 1 manciata di noci tritate grossolanamente,
  • 1 pizzico di vaniglia bourbon in polvere,
  • 1 pizzico di sale.

collage torta cachi ricotta

Come fare:

preriscaldare il forno a 220°C.

Foderare la teglia con la pasta sfoglia

Frullare la polpa di cachi assieme alla farina di mandorle, la vaniglia, il sale, unire la ricotta e le noci, amalgamare bene e versare ikl composto nel guscio di sfoglia.

Livellare e ricoprire con l’altra sfoglia, chiudere bene i bordi ed infornare, coprendo con carta forno per 20 minuti ed altri 10 scoperto.

Sfornare e far raffreddare, questa tortada il meglio di se se consumata il giorno dopo, fredda o a temperatura ambiente.

Perla divano-001

♡ L’amore di accantoalcamino♡

Alla prossima.


Marmellate di Cachi con Cardamomo, Pepe di Sichuan, Vaniglia, Zenzero e Fiori di Sambuco: ♥Save the Persimmons♥

Marmellate cachi cornice-001

La mia sindrome della crocerossina che ha sempre avuto effetti devastanti sui miei rapporti sociali e di amicizia, riscuote, al contrario, grande successo nei miei rapporti col mondo vegetale e “animale”, intendo animali pelosi, con squame, ali, pinne ecc., regalandomi belle soddisfazioni.

Nel corso della mia brillante carriera da food-blogger ( :-D ) mi sono dedicata al Topinambor, alla zucca, allo sclopit, ai fiori di sambuco, alle varie erbe sconosciute dai più.

Ho dato attenzione alle ricette di un tempo, alla loro storia che, non dimentichiamolo mai, É anche la nostra storia;  nelle mie ricette ho spesso unito i prodotti della nostra straordinaria Italia, da nord a sud, passando per il centro e fermandomi sulle isole.

La nostra meravigliosa Italia, essendo a forma di elegante stivale non ci aiuta e, spesso ci fa sentire molto lontani e mette  nord e sud in una continua, incomprensibile ed estenuante competizione.

Come sempre, esco dal tema ma, abbiate pazienza, è una delle ultime chiacchierate con voi del 2013…

Voi che siete esperti di cucina conoscete la Reazione di Maillard vero? (così finiamo l’anno con un pò di cultura e tecnica), beh, io ho la Reazione di Towanda, non la conoscete? Eccola, ve la presento :-D :

Molte di voi riconosceranno in questo video qualche attimo della loro vita, ma, come ho detto, è la vita e, se non se ne può cambiare il corso, ci si può fare attorno qualche bella risata.

La mia vita è questa, a volte mi sembra di non avere neanche la forza di arrivare a domani e, all’improvviso mi sento pervasa da un’energia inarrestabile che mi ridà nuovi stimoli e nuovi slanci.

In questi giorni ho una voglia sfrenata di sperimentare ed i cachi, miei dolcissimi complici, la assecondano suggerendomi cosa fare, ed è così che ieri, nell’alba illuminata soltanto dalle lucine natalizie della mia finestra, ho messo in cantiere queste marmellate.

Io faccio parte della “marmelata-generazion”, pur sapendo che la marmellata viene chiamata così soltanto se di agrumi, io non mi distacco dall’infanzia, quell’infanzia in cui mangiavo “le omlet con la marmelata” o “i gnochi de marmelata” o, semplicemente, “el panin con buro e marmelata”.

A questo punto del post, chi avrà avuto l’ardore di leggermi sin qui, avrà capito che la reazione di Towanda è stata determinante anche per la foto, tutte le marmellate col culetto per aria :-D e, udite, udite, preparate col fructapect 3:1, la ribellione/trasgressione totale (Towanda’s style).

Non è pubblicità occulta, lo avevo in dispensa ed ho deciso di usarlo proprio per queste marmellate; non me la sono sentita di mettere 1 kilo di zucchero per kilo di polpa di cachi (che trovo già dolci di per se/loro) e di dover stare, come una sentinella a guardia del fornello per 40 minuti, col rischio che la marmellata si attacchi e bruci, con le conseguenze immaginabili.

Col fruttapec tutto si risolve in pochi minuti (leggete le istruzioni), io ho impiegato più tempo perchè, dopo i 2 minuti ho diviso il composto in 5 parti per aggiungere le spezie, spezie che ho prima tostato per estrarne l’essenza.

Lo zenzero l’ho grattugiato fresco e, per l’aroma di vaniglia ho adoperato l’essenza, visto anche l’esiguo quantitativo di marmellata.

Sulla scatola troverete la seguente precisazione: Il prodotto può contenere tracce di frumento, latte, uova, frutta a guscio e soia, quindi, se siete intolleranti a glutine, ecc, questo prodotto è sconsigliato.

composto marmellata cachi

Andiamo alla ricetta,  indicherò anche le dosi ed il procedimento se non usate il fruttapec.

Ingredienti per il totale delle marmellate:

  • 1 kilo di polpa di cachi*,
  • 350 g. di zucchero di canna (1 kilo di zucchero),
  • 1 busta di fruttapec 3:1 (facoltativa)
  • il succo di 1 limone,
  • 1 semi di una bacca di cardamomo verde pestati nel mortaio,
  • grani di pepe di Sichuan tostati,
  • zenzero fresco grattugiato a piacere,
  • vaniglia, bacca, polvere (naturale) o essenza naturale a seconda del quantitativo,
  • fiori secchi ma ancora profumati di sambuco a piacere (io li raccolgo in stagione, li faccio asciugare e li conservo ermeticamente nei vasi, se volete polverizzarli usate il macinino da caffè).

Come fare  la marmellata col fruttapec 3:1

con un cucchiaio estrarre la polpa dei cachi, metterla in una pentola ed aggiungere 350 g. di zucchero di canna ed una busta di fruttapec 3:1 ogni kilo di polpa, mescolare e portare ad ebbollizione, cuocere a fuoco forte per 3 minuti ed aggiungere il succo di limone.

Io ho proceduto come per la ricetta base, scottando e pelando i cachi ed ho fatto anche la precottura di 15 minuti lasciando raffreddare prima di procedere.

Ddovendo fare diverse preparazioni ho fatto bollire 2 minuti ed ho diviso il composto in5 pentolini a parte nei quali ho messo le varie spezie.

Versare la marmellata bollente nei vasi sterilizzati ancora caldi, chiudere col coperchio e rovesciarli su un panno (ecco il perchè dei culetti all’aria :-D ) fino a completo raffreddamento e  formazione del sottovuoto.

Varianti per la ricetta base:

per facilitare la pelatura dei cachi scottarli un attimo in acqua bollente e cuocerla per 15 minuti, pesarla ed aggiungere la stessa quantità di zucchero.

Cuocere per 40 minuti, alla fine aggiungere il succo di limone ed invasare, procedendo come sopra.

Ecco fatto, tutto qui, d’altronde, cosa inventarsi di nuovo con le marmellate? Per fortuna ci sono le spezie che possono dare quel tocco innovativo in più e rendere più stimolante questa bellissima attività che un tempo era alla base della vita delle famiglie.

Allora esisteva ancora la stagionalità e frutta e verdura venivano conservate per l’inverno, non era una moda era far di necessità virtù.

La stagionalità, è proprio questo l’argomento che tratterò per primo nel nuovo anno.

Lucy e Schroeder -001

Foto da Pinterest

A domani, per gli auguri di fine anno ♥


Crostata di Cachi, ispirata da Nino per rilanciare un Frutto straordinario.

crostata di caki fetta-001

Il Natale è alle spalle, ora mancano pochi giorni per decidere cosa lasciarci dietro e cosa portare con noi nel nuovo anno; una cosa è certa, io mi porterò dietro una cassa di caki o cachi o comesichiamano.

Nel blog ho già scritto della mia passione per questo frutto e per il mio disappunto nel vederlo maltrattato; lo scorso anno mi ero dedicata al Topinambour, ora mi dedicherò ai Caki.

Dal momento che oramai il panettone e/o pandoro si possono mangiare tutto l’anno io, la vigilia di Natale, senza l’ansia di preparare pranzi &C. dal momento che ello ha portato a paranzo fuori tutta la combriccola, ho preparato questa crostata.

Ispirata da questa ricetta di Nino (chi ha frequentato il forum cooker net lo ricorderà senz’altro; Nino è mancato nel 2010 … )

Un signore che abita a qualche kilometro, invece di far sfracellare i cachi sul terreno, ogni anno li spartisce agli amici, li toglie al momento giusto, quando le foglie sono cadute tutte e quando i cachi hanno preso il primo freddo e li mette nelle cassette.

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Cako di Aldo.

Quelli di questa ricetta provengono da quest’albero ma sono stati raccolti tempo dopo, sono del tipo morbido, mentre questi, di Milva sono i cachi vaniglia, chiari all’esterno con la polpa scura, in questi ultimi anni si trovano in commercio i cachi mela, più “eleganti”, si adoperano anche per decorare i dolci.

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Cachi Vaniglia di Milva.

Questa crostata ha conquistato ello che me l’ha richiesta e l’ho rifatta ma variandola, la pubblicherò a parte perchè è molto veloce da fare e si presta ad un’infinità di varianti.

Questa ricetta apre una nuova categoria che chiamerò: la cucina di casa che è quella con dosi ad occhio, con la bilancia quasi assente dal tavolo e senza l’ansia da foto impeccabile, spesso non c’è tempo, la luce insufficiente e la mano tremolante e, come in questo caso, non si stira la tovaglia.

Per la base ho adoperato la solita ricetta:

  • 400 g. di farina 00,
  • 100 g. di zucchero (ne metto 50 g., sono sufficienti),
  • 170 g. di burro,
  • 2 uova,
  • la buccia di un limone non trattato,
  • 1bustina di zucchero vanigliato (1 pizzico di vaniglia bourbon),
  • 1 bustina di lievito in polvere (1/2 bustina di cremortartaro, sono più grandi).

Come fare la frolla:

io, adoperando il robot, setaccio la farina col lievito e la inserisco nel contenitore, aggiungo lo zucchero, la vaniglia bourbon, la buccia di limone grattugiata ed aziono il robot per amalgamare gli ingredienti secchi, unisco il burro spezzettato e le uova leggermente sbattute a parte (faccio questo per evitare di azionare troppo il robot e non scaldare l’ impasto).

Aziono il robot per pochi secondi, il tempo di agglomerare il burro, se avete tempo lasciatelo riposare coperto da una terrina come consigliato nel libro, sennò, stendetelo sopra un foglio di carta forno, vi aiuterà a farlo senza aggiungere altra farina e agevolerà il suo inserimento  nella teglia.

cachi-1

Ingredienti per il ripieno:

essendo per me un esperimento, questa volta ho pesato tutto ma potete regolarvi in base ai vostri gusti; se vi piace la nota alcolica, potete far rinvenire la frutta nel rum o marsala, la cannella può essere sostituita con la spezia che preferite, Nino aveva adoperato il cardamomo.

  • 600 g. di polpa di cachi,
  • 4 fichi secchi fatti reinvenire in acqua calda,
  • 60 g. di uvetta fatta rinvenire in acqua calda,
  • 60 g. di mirtilli rossi fatti rinvenire in acqua calda (qualcuno adoperato per la decorazione),
  • 100 g. di pistacchi tostati,
  • cannella a piacere (io poca perchè ello non la gradisce).

crostata caki  sfornata alto1-001

Come fare la crostata:

preriscaldare il forno a 200°C.

Mettere la polpa di cachi nel robot e ridurla in crema, aggiungere gli altri ingredienti lasciando a parte qualche mirtillo per la decorazione e qualche pistacchio che aggiungeremo alla fine, tritato grossolanamente.

Stendere la pasta, se potete, più sottile di come ho fatto io (Nino consiglia una precottura, io non l’ho fatta), bucherellare il fondo (io l’ho dimenticato) e versare il composto, decorare a piacere ed infornare per 20 minuti coperto con carta forno (io faccio così) e 15 minuti scoperto.

crostata caki fetta1-001

Questa ricetta può diventare senza glutine se si adopera la farina adatta, si può fare una frolla con l’olio se si è intolleranti al lattosio, si possono eliminare le uova, facendo una brisè, se si è intolleranti alle uova.

Il bello della cucina di casa è che puoi trasformarla, stravorgerla a piacere, è così che ci si diverte, almeno io così mi diverto.

Buon fine settimana e viva i cachi!!!


Doman xe Nadal: La Granda Cusina ♥ (Domani è Natale: La grande Cucina)

Noi-001

Perla tra le mie braccia nella mia “Granda Cusina

LA GRANDA CUSINA (poesia di SILVIO DOMINI)

La granda cusina la sà de sbrovada
de i stissi che fuma la xe luminada;
par la barconela che varda in contrada
se vede che casca ‘na roba
‘ngiazada.
 
Doman xe Nadal!
Da un sterp de zanevra pindula do
pomi,
e soto sta rama i putei, boni, boni
i varda so pare picar contentoni, tre datui, carobule e quattro
bomboni.
 
Doman xe Nadal!!
la bora de fora la suffia zidina,
ma al nono sfuriga cu’na bachetina
le bronze e domila falis’cie sbusina
più bele de stele in ‘sta vecia cusina
Doman xe Nadal!

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LA GRANDE CUCINA

La grande cucina odora di rape (la sbrovada è una verdura cotta che si mangia d’inverno)
è illuminata dagli stizzoni che bruciano nel caminetto;
per la piccola finestrella che guarda verso la via
si vedono cadere piccole gocce ghiacciate.
 
Domani è Natale!
Da un ramo di ginepro pendono due mele
e sotto questo ramo i bambini, buoni, buoni
guardano, contenti, il padre che appende tre datteri, carrube e quattro caramelle.
 
Domani è Natale!
la bora (tipico vento del Friuli venezia Giulia) fuori soffia pungente
ma il nonno con un rametto ravviva le braci nel caminetto e si formano duemila scintille
più belle di stelle in questa vecchia cucina.
Domani è Natale!
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Un tempo erano i profumi, gli odori che inondavano le vie, le case, ad anticipare la festa: frittelle a Carnevale, la Pinza per Pasqua (a Trieste), Presnitz, Putizze, Strucoli a Natale.

A Trieste era il profumo dei crauti ad annunciare l’inverno, e quello dello zucchero filato ad annunciare la Fiera di San Nicolò; ricordo ancora una mia foto con San Nicolò sulla porta di Orvisi, il più famoso negozio di giocattoli di Trieste fino a qualche anno fa.

Il progresso ha cancellato negozi, profumi, tradizioni, ma io non mi arrendo, non rinuncio al profumo del Kuguluf, dei Krapfen dei  Buchteln di Nonna Flora e quest’anno, il mio regalo per chi mi segue e mi vuole bene è un profumo.

Un profumo firmato, firmato da voi, dalla vostra passione per la cucina, dalla vostra voglia di stare insieme.

Voglio regalarvi un profumo che conserverete per sempre, che potrete raccontare ai vostri bambini, ai vostri nipoti, il profumo del Calore Familiare, quello che nessun telefonino, hi pad o quant’altro potrà mai sostituire, imitare o consolarvi nei momenti bui e tristi.

I profumi dell’infanzia, della cucina di casa hanno determinato i destini di molti di quegli Chef che oggi ammiriamo e seguiamo.

Il profumo dei bei ricordi, una goccia dietro ad ogni orecchio, per sentirsi le persone più felici e ricche del mondo ogni qualvolta lo si desideri…

Buone Feste a tutti voi che, pazientemente, mi avete seguita in questo lungo, a volte difficile 2013.

Panettone Scarello Albicocche Picolit nastro nuovo corn-001

Come andò a finire…

Vi lascio con l’omaggio virtuale del panettone degli Amici di Godia il cui Staff è stato per me grande fonte d’ispirazione tant’è che, ispirandomi al loro stile ho vinto il contest dell’ISIT (Istituto Salumi Tutelati Italiani), il cui pacco-premio mi è arrivato proprio mentre stavo scrivendo.

Auguri: Accantoalcamino e Perla


Lasagna Vegana di Tofu, Ragù di Soia, Zucca e un pò di Storia.

Lasagna di tofu al ragù di soia e zucca cornice

Se in occidente le cucurbitacee possono essere sinonimo di insipida stupidità oppure, come vedremo, contengono le luci tremolanti della notte dei morti e assumono sembianze spaventevoli, in alcuni stati africani i semi prodotti dalla zucca hanno tradizionalmente l’effetto che noi riteniamo proprio del fosforo.

Per il saggio Oriente, infine, le forme rotonde di una generosa zucca richiamano i segni della fertilità, dell’abbondanza, della rinascita.

In Laos, ad esempio, le genti fanno risalire le loro remote origini a delle enormi zucche, appese all’asse del mondo (la grande Liana, come viene chiamata laggiù), da cui nacquero i progenitori degli uomini.

La stessa idea, a ben vedere, l’hanno avuta i Taoisti con le cosidette zucche celesti, grandissime ed esistenti prima del mondo; nella loro pancia, custoditi da millenni, contengono tutti i generi umani, tutte le innumerevoli varietà di riso esistenti sulla Terra e i manuali delle scienze segrete.

L’uomo, il nutrimento, la scienza: tutto ciò che serve al mondo racchiuso in una primordiale zucca, la quale, ovviamente imbandita sulle tavole delle cerimonie e delle grandi occasioni, viene assunta come cibo dell’immortalità.

Cibo, ma anche viatico, ascesi, panciuto contatto tra il cielo e la terra. Il progenitore dei cinesi si chiamava P’an-Ku e un giorno gli fu concesso di sopravvivere ad un grande diluvio.

Se Noè aguzzò l’ingegno con un’enorme zattera, P’an-ku aguzzò l’ingegno con un’enorme zattera, P’an-Ku trovò rifugio in una altrettanto gigantesca zucca.

Da quel giorno, le zucche crescono anche nelle isole degli immortali: procurandosi un passaggio per mezzo di esse, dalla terra ci si può avvicinare al regno dei beati e raggiungere il cielo.

E cosa fare con i semi commestibili, racchiusi nel divino ventre di questo vegetale di passaggio? Si mangiano durante l’equinozio di primavera, giorno del rinnovamento e della rinascita, quando tutta la positività dello yang si sprigiona sulla terra.

Rotonda come solo certe enormi zucche sanno essere: ed infatti nella lingua cinese, che osserva leggi e regole difficilmente comprensibili in Occidente, la parola ′zucca′ designa la circonferenza del nostro pianeta.

Ramusio, nel Sommario delle Indie Orientali, narra di una zucca misteriosa, così grande da poter contenere il figliolo morto di un potente uomo chiamato Jaia: mito cosmogonico con cui i nativi delle Isole spiegavano nientemeno che l’origine dei mari e degli oceani, che fuoriuscirono dal gigantesco ortaggio una volta fatto cadere e frantumato.

Il mito si collega in qualche modo a quello indiano di Brahma, raccontato nei sacri libri di Veda, che racconta di una zucca imperatrice dei vegetali e ′regina del cosmo′.

Agli inizi dei tempi, tutto era immerso nell’oscurità; ′colui che sussiste per se stesso′ creò poi l’universo dalla propria sostanza, facendo sgorgare le acque e piantando un seme che divenne un uovo splendente come il sole.

Dentro l’uovo galleggiante sulle acque nacque Brahma, che vi rimase nascosto per un anno intero.

Brahma divise poi l’uovo in due parti, costruendo il cielo e la terra e lasciandovi in mezzo le acque, le stesse da cui era nato il seme splendente. (La Zucca-Paolo Morganti-Chiara Nardo pagg.58/59)

Quanta storia dietro ad una zucca, l’ho scoperta solo da qualche anno, non appartiene alla cultura gastronomica di Trieste, la mia città; troppo poco lo spazio, troppo ostile la tipologia del terreno, così sassoso, di natura carsica.

La prima cenetta romantica che ho preparato per ello, sono stati proprio degli gnocchi di zucca, conditi con burro, salvia e ricotta affumicata… Solo più tardi scoprii che ad ello la zucca non piaceva, potere dell’ esordiente amore

Oggi ello la zucca la mangia, recalcitra ancora ma più per uno, ormai smascherato orgoglio maschile, che per convinzione.

Pensate che ha persino mangiato questa lasagna di tofu fatta col ragù di soia, besciamella di zucca e parmigiano vegano, ma chi ha detto che le persone non cambiano? Allora ho ancora qualche speranza? Vi voglio bene, siete così pazienti e comprensivi con me ;-)

L’ispirazione è arrivata dopo aver assaggiato, a Trieste, in un ristorante vegano che mi ha fatto conoscere la mia “compagna di San Nicolò”, una lasagna di tofu con ragù di verdure, buonissimo, lo dico senza esitare, uno dei piatti più buoni che abbia mai mangiato e va da sè che, appena uscita dal ristorante il mio neurone curioso abbia iniziato ad attivarsi.

Lasagna di tofu al ragù di soia e zucca pirofila-001

Ingredienti per la lasagna:

  • tofu morbido tagliato a fette sottili,
  • ragù di soia,
  • besciamella di zucca,
  • parmigiano vegano a modo mio,
  • olio extravergine di oliva,
  • sale affumicato
  • nastri di zucca a vapore per decorare.

Ingredienti per il ragù di soia:

  • granulare di soia,
  • brodo vegetale,
  • rosmarino,
  • sedano,
  • cipolla,
  • aglio,
  • la polpa della zucca ricavata dalla centrifuga,
  • peperoncino fresco,
  • sale.

Come fare il ragù di soia:

per reidratare il granulare di soia seguite le indicazioni sul pacco, io l’ho fatto bollire per 10 minuti in un brodo vegetale preparato al momento, ho spento e lasciato riposare.

Nel frattempo ho rosolato a parte la polpa di zucca in una padella con poco olio extravergine di oliva e uno spicchio d’aglio vestito che poi ho tolto, ho aggiustato di sale, ho profumato con un pò di rosmarino ed ho preparato la besciamella di zucca, anche se il nome è inappropriato, essendo questa besciamella senza latte e senza grassi.

besciamella alla zucca e ragù di soia-001

Ingredienti per la “besciamella di zucca”:

  • 200 ml. di centrifugato fresco di zucca,
  • 20 g. di amido di riso,
  • sale affumicato.

centrifugato di zucca

Centrifugato di zucca, a differenza delle carote, sia il succo che la polpa non ossidano e mantengono il colore.

Come fare la “besciamella di zucca”:

ho sciolto l’amido di riso in una parte di succo, ho mescolato per evitare grumi, ho aggiunto il resto del liquido e salato.

Ho introdotto la ciotolina nel microonde ed ho fatto cuocere a più riprese per pochi secondi, mescolando ogni volta, fino alla consistenza desiderata, ho messo da parte.

Le altre preparazioni:

il parmigiano vegano a modo mio l’ho preparato utilizzando i fiocchi di lievito che vengono usati nella ricetta classica (da Cesca la troverete ), del tofu affumicato grattugiato, sale affumicato e un mix di semi tostati, ognuno per conto suo) che mi ha regalato Alessadra, la mia nuova insegnante d’inglese♥ (non è mai troppo tardi).

Per la decorazione ho tagliato con l’affettatrice dei nastri di zucca con la buccia e li ho cotti al vapore in microonde.

Non conoscendo le reazioni del tofu in forno e, temendo uno spatascio, ho preferito cuocere la lasagna in una pirofila con olio evo, olio che poi ho messo da parte per un’altra preparazione; lo spatascio non è avvenuto ed ho trasferito la lasagna nel piatto decorando con i nastri di zucca.

collage lasagna tofu

Spero, fino ad ora, di essere stata esaustiva, queste ricette le sviluppo più con l’ istinto che con la tecnica e la conoscenza, le dosi sono approssimative, se vi avanzano ragù, besciamella, nastri di zucca ecc, potere riutilizzarli per altre preparazioni, diciamo che questa è la cucina di casa.

In questa preparazione compare il sale affumicato, l’ho scelto perchè trovo che l’affumicato si abbini perfettamente alla zucca, regalando alla lasagna un sapore in più ma, se non amate l’affumicato a voi la scelta alternativa.

Assemblare la Lasagna:

io non ho trovato il tofu grande, probabilmente quel ristorante lo produce da se, quindi, ho unito 2 fette a formare una “sfoglia”.

Sulla base della pirofila ho messo un pò di ragù di soia mescolato con poca besciamella, ho posizionato le fette di tofu, ho aggiunto ragù di soia, besciamella, parmigiano vegano, un’ulteriore grattuggiata di tofu affumicato proseguendo per 3 strati.

Ho terminato con ragù, besciamella ed un abbondante strato di parmigiano vegano e tofu affumicato, ho aggiunto un pò di sale affumicato, un filo d’olio evo ed ho infornato, coperto per 10 minuti a 200°C. e, scoperto, sotto il grill per altri 5 minuti.

Ho trasferito la lasagna sul piatto e decorato con nastri di zucca e semini vari, provare per credere… Se lo dice ello ;-)

Lasagna di tofu al ragù di soia e zucca forchetta cornice2

Vi auguro una splendida settimana, splendida come il sole che illumina oggi il cielo di Udine e dintorni, il sole per me è vita.


♥Dolce Povero di Zucca e Bruscolini♥: La Zucca nel Mondo Contadino.

torta zucca mele  alto-001

La ricchezza di una ricetta ♥povera♥ sta proprio nella sua storia, nel suo significato, sta nella fantasia e nell’amore di chi l’ha pensata e preparata, nei pochi ma preziosi ingredienti che si trovavano in dispensa.

Questa racconta di una povertà estrema perchè è senza uova, senza latte, senza burro, senza zucchero (io ho spolverizzato sopra un cucchiaio di zucchero di canna ma si può evitare) ma è anche attuale perchè è senza glutine.

Oggi la scelta del senza è dettata più dalle intolleranze o da scelte di vita che escludono dalla propria alimentazione prodotti provenienti dal mondo animale, piuttosto che dalla necessità, ma un tempo era una scelta obbligata e, come introduzione alla ricetta, voglio condividere queste righe, tratte da un libro che ho da tempo.

zucca

Musquèe de Provence (dal campo di Milva, la mia Contadina di fiducia)

Prima di abbandonare la precarietà della vita contadina, la zucca ha scandito, non diversamente da altre piante alimentari, il ritmo delle stagioni nelle campagne.

La sucàra, o il sucàro, veniva costruito alla meglio vicino alla modesta casa, come riparo per attrezzi e animali; era sufficiente lasciar muovere in libertà, lungo un pergolato, una pianta, oppure usarne le foglie palmate a copertura di un vecchio portico.

“Te si’  sicuro come soto ‘na zucàra” si usava a indicare situazioni di insicurezza: le foglie di queste erbacee, pur robuste, possono offrire ben poca salvezza.

Le abitazioni d’altronde, per molti, non erano in migliori condizioni: “Le par baràche che ghe piove zò da par tuto, come su un sucàro”, cioè ‘sembrano baracche dove piove dentro dappertutto, come una zuccaia’.

Non c’era orto vicino a casa o campo che non ospitasse le piante serpentine e i loro generosi frutti, tanto più se si seguivano i consolidati proverbi: “la prima zobia d’april, metè le zuche che le vien come un baril”, “il primo giovedì d’aprile, piantate le zucche, cosicchè crescano grandi come un barile”, o “suche e fien, in t’un mese le vien”, “zucche e fieno crescono in un mese”.

Ma attenzione però, perchè “Dopo l’Annunziata la zuca sia posta o nata”, e “Da Santa Caterina le zuche le va in farina”.

Con l’arrivo dell’autunno i ritmi della natura, così come quelli della vita contadina; all’imbrunire, dopo una cena modesta, alla ricerca di un luogo caldo dove trascorrere in compagnia le ultime ore prima del riposo, le famiglie venete si riunivano a perpetuare la secolare tradizione del filò, ovvero una delle più antiche e popolari forme di socializzazione, grazie alla quale sono giunte a noi, oralmente, storie e leggende.

Tra il tepore procurato dal respiro degli animali nelle stalle, illuminate dalla tremolante luce di un fuoco o di una lucerna ad olio, le donne ricamavano e rammendavano.

Gli uomini costruivano, sorretti dall’esperienza e dall’ingegno, gli attrezzi necessari al lavoro, i bambini ascoltavano storie straordinarie, se l’annata era stata baciata dalla misericordia divina, a conferire tono ai canti e alle chiacchiere circolava un buon bicchiere di vino, un pò di patate dolci, castagne e zucca cotta e profumata, adattissima a soddisfare per intero molti convenuti o le famiglie più numerose.

Anche arrostita sotto la cenere, veniva offerta ai vicini accorsi in aiuto durante le giornate di lavoro più intenso.

Nelle varietà meno pregiate, la zuca porzeèra (la zucca dei maiali) serviva bene anche all’alimentazione degli animali durante l’inverno.

Anche la pianta della suca dal col o suca bever, che ancora il Boerio definisce “specie di fiasco formato da guscio di zucca che adoprano gli accattoni viandanti e dove portano la loro bevanda” era coltivata, fino a non molto tempo fa, nelle campagne venete; se ne ricavavano borrace e fiaschi da portare appresso, colmi d’acqua fresca o di vino, durante i lavori agricoli, ma in casa serviva anche per sbattere la panna e fare il burro, per conservare lo strutto e trasportare l’acqua dalla fontana.

Zucche di dimensioni più modeste diventavano, invece, vasi per fiori; recisa la parte superiore del collo, la zucca era messa ad essicare in penombra.

Un cucchiaio o un risciacquo con l’acqua serviva a liberarla dalla polpa ormai secca, la corteccia, fattasi sempre più simile al legno, veniva poi fatta impregnare di vino scadente perchè “sazia non assorbisse poi quello buono.

Ortaggio così familiare alla storia contadina, la Cucurbita entra insomma a buon diritto nei proverbi e modi di dire, nelle cantilene per i bimbi e nelle cante che scandivano il duro lavoro quotidiano.

Gli esempi, con variazioni spesso inconsistenti, si raccolgono un po’ in tutte le regioni d’Italia; altre ancora erano solo gustose “conte”, ad uso dei giochi, dal significato lontano ma dal ritmo interminabile o, come nel Veronese, quando le nenie erano null’altro che la cronaca della realtà:

“se magna de genaro
de genaro la se còse par le pute e par le spose
ma la magna anc’el paròn, e mi vago a sbrindolòn
a cercar la carità
gnanca un soldo a mi me dà”
ovvero:
‘la zuca si mangia a gennaio
in gennaio si cuoce
per le ragazze e le spose
ma la mangia anche il padrone,
mentre io vado in giro
a cercare la carità
ma non mi dann neanche un soldo”

Durante le lunghe sere d’inverno, ai bambini irrequieti gli anziani raccontavano storie paurse e fantastiche, sollecitati da qualche insofferente “Contaghe quèa de Barba (zio) Sucon”: qualsiasi storia andava bene, purchè i piccoli stessero tranquilli.

Per i burloni, poi, era sempre uno spasso presentarsi al filò facendosi annunciare da un lungo bastone bardato a dovere con un vecchio lenzuolo e una testa di zucca, a ricordare presenze inquietanti.

E tra un racconto e uno scherzo, ai bambini piaceva riascoltare la storia di Cenerentola e di quella zucca resa nobile e famosa per essersi trasformata in una lussuosa carrozza.

zucca interno1

Zucca Musquèe de Provence interno (sembra una bocca spalancata)

Ingredienti per uno stampo da plum cake da cm. 23P/10L/6h:

  • 500 g. di polpa di zucca,
  • 150 g. di farina di grano saraceno,
  • 70 g. di mirtilli rossi disidratati( o uvetta),
  • 2 mele (1 e 1/2 per il composto, mezza per la decorazione),
  • 6 prugne secche o a piacere,
  • un cucchiaino da te di zenzero fresco grattugiato,
  • 1 pizzico di sale,
  • semi di zucca tritati o pane grattugiato o biscotti secchi tritati per la teglia,
  • burro di soia o vaccino per la teglia.

vapore microonde LIDL

Foto da qui (il mio era al lavaggio).

Come ho fatto:

ho acceso il forno a 200°C., ho lavato bene sotto l’acqua corrente i mirtilli rossi e li ho messi, coperti con l’acqua, nella parte bassa della”caccavella” nella foto e, nella parte dove vedete le patate, ho messo la polpa di zucca tagliata a pezzi piccoli, ho coperto ed azionato il microonde alla massima potenza (il mio 850) per 10 minuti.

collage

Ho scolato e messo nel bicchiere del minipimer ed ho frullato il tutto (vedi collage) aggiungendo un pizzico di sale e 3 prugne secche (lavate in precedenza, la frutta disidratata, l’uvetta &C. vanno lavati benissimo prima dell’uso).

Ho unito al composto la mela grattugiata a julienne (grossa) ed ho unito la farina amalgamando bene.

Ho unto lo stampo e l’ho spolverizzato con semi di zucca tritati finemente, ho versato il composto, ho decorato con fette rotonde di mela (biologica) e riempito i fori lasciati dal torolo con pezzetti di prugna secca, ho spolverizzato con 1 cucchiaio di zucchero di canna (che si può omettere) ed ho infornato per 45/50 minuti.

Ho sfornato e rovesciato il dolce affinchè non si afflosciasse troppo, l’ho fatto intiepidire e l’ho rirovesciato sul piatto di portata.

Servire tiepido o, dopo averlo ripassato in forno per qualche minuto: consiglio e valutazione di ello ;-)

torta zucca mele fetta

Quelli della mia generazione, forse ricordano i “bruscolini”, semi di zucca tostati e salati che accompagnavano le serate davanti alla tv o la domenica pomeriggio al cinema.

Sono la conferma che della zucca non si butta nulla, come per il maiale, cultura saggia, cultura antica;  della zucca si consumano anche i filamenti (Lisa Casali docet), io li ho conservati per utilizzarli in una prossima preparazione.

bruscolini

Ingredienti per i bruscolini:

  • semi di zucca,
  • sale marino integrale.

Come fare:

preriscaldare il forno a 200°C., rivestire una teglia bassa e larga con carta forno, ripulire bene i semi dai residui dei filamenti, lavarli bene sotto l’acqua corrente, scolarli, tamponarli lasciandoli umidi e, in una terrina farli saltare assieme al sale affinchè ne assorbano una quantità sufficente ma non eccessiva.

Stenderli sulla teglia ed infornare avendo cura di scuotere la teglia di tanto in tanto; saranno sufficenti 15/20 minuti, quando inizieranno a scoppiettare saranno pronti.

Sfornare e gustare, caldi o freddi, il giorno dopo sono ancora più fragranti.

bruscolini1


Brodo di Salame Brianza con polpettine di fagioli di Resia, per ISIT.

brodo di salame polpettina2

Brodo di Salame Brianza con polpettine di fagioli di Resia, salame cotto e farina di castagne.

Sono nata e vivo ancora in una Regione, il Friuli Venezia Giulia, dove la tradizione del salame ha origini antiche; quasi tutte le famiglie contadine allevavano il maiale per garantirsi una riserva di proteine e grassi per l’alimentazione ma anche per avere prodotti da barattare in cambio di altri generi di necessità.

“El salame de casa”, che bon, essere invitati in una di quelle case era una fortuna, il salame, con un bicchiere di vino ed una fetta di pane significavano: ospitalità e convivialità.

Io ho avuto la fortuna di assaggiare un pò di quei “salami de casa” e, forse, è per questo che ho affinato il palato, abituandolo ad una certa qualità.

Sarà per i divieti con minaccia di brufoli in fanciullezza ma, appena raggiunta l’indipendenza, ho aperto le porte della mia dispensa al salame.

Ne ho mangiati di troppo salati, troppo speziati, troppo magri, troppo grassi, troppo gommosi o con una fastidiosa sensazione “sugnosa” al palato.

Appena il Salame Brianza D.O.P., accompagnato fino all’uscio di casa mia dall’ISIT (Isituto Salumi Italiani Tutelati), è arrivato sulla mia tavola, ho sbirciato tra le maglie dello spago che lo avvolgeva e gli ho sussurrato:  vediamo cosa mi raccontanterai per convincermi…

Così, mentre il pane si riscaldava accantoalcamino,  lui mi ha raccontato che è nato in Brianza, che si scriveva di lui già nel 1500 e mi ha detto con orgoglio che era Ul salam de la Brianza.

Salame Brianza-001

La Brianza è in una posizione geografica ottimale per l’asciugatura e stagionatura del suo salame, a 350 metri s.l.m.  in collina, con una naturale escursione termica e lontana dalle nebbie Padane che ne impedirebbero asciugatura e stagionatura, un esempio dell’ostilità dell’umidità a tale scopo è il Salam d’la Duja che, nel Vercellese, viene conservato nel grasso.

Il Salame Brianza D.O.P. viene prodotto con carni suine, esclusivamente da allevamenti Italiani e, nello specifico, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte.

Prodotto sia a grana fine (macinaura 4-4,5 mm) che grossa (7-8mm), l’asciugatura e la stagionatura vengono condotte secondo regole ben precise nello stabilire tempi e modalità, in funzione al diametro del salame.

A questo punto, il salame Brianza D.O.P. mi guarda preoccupato e mi chiede: cosa ne sarà di me?

Beh, ora torno alla realtà: voi cosa fareste con un salame buono, equilibrato, piacevolmente dolce, non invasivo e che non vi lascia la bocca impastata?

Beh, la risposta è semplice: abbondanti fette di Salame Brianza D.O.P. tagliate sottili (se il salame è fresco si taglia spesso) e racchiuse tra due fette di pane caldo, una leggera pressione affinchè il pane ne assorba gli aromi ed addentare…

Ma non sono qui per farvi un panino, quello potete farlo da sole/i, io ho pensato al dopo-panino, a quando rimangono i culetti (così li chiamiamo qui) e ne ho fatto un buon brodo, la prova del nove per testare un buon salame, provate ad immaginare un brodo preparato con un salame scarso.

Dal momento che amo unire prodotti di eccellenza provenienti da diverse regioni d’Italia, ho pensato a delle nocciol-polpette con fagioli di Resia  e non poteva mancare il profumo lieve (soltanto una carezza sulle pareti della terrina), di Aglio di Resia, Presidio Slow Food, bella compagnia, che ne dite?

salame Brianza1

Salame Brianza D.O.P.

Ingredienti per 2 tazze di brodo di salame Brianza D.O.P.:

  • 125 g. di salame Brianza D.O.P.,
  • 600 g. acqua.

Come fare:

togliere il budello della quantità di salame che desiderate cuocere (rispettando la proporzione d’acqua), coprire con l’acqua fredda, coprire e, a fuoco bassissimo, far ridurre della metà.

Lasciar intiepidire e riporre in frigorifero per qualche ora, rimuovere la parte grassa che si sarà solidificata in superficie.

Chiarificarlo: io l’ho fatto così, per non alterarne il sapore ma potete farlo anche così.

noccioline di fagioli di Resia cotte

Mi scuso per le macchie ma, sapete, questa è la cucina di casa.

Come fare le polpettine di fagioli:

non ho le dosi, ho prelevato una parte di polpa di fagioli di Resia passati per questa ricetta (bene anche i Borlotti o i Lamon), ho tritato metà salame cotto del brodo, ho aggiunto un cucchiaio di Montasio stravecchio grattugiato (al posto del Parmigiano), qualche filo di erba cipollina del mio vaso tagliuzzato finemente, ho legato con l’albume, ho amalgamato ed ho regolato la consistenza con la farina di castagne che esalta il sapore del fagiolo.

Ho preparato delle nocciole di 4 grammi (lo so, sono precisina ), le ho arrotolate nella farina di castagne e le ho fatte bollire per pochissimo nell’acqua in cui ho bollito i fagioli, preciso che ho scelto questa cottura per non intorpidire il brodo ed è per questo motivo che il colore delle polpettine è scuro, i fagioli di Resia rilasciano molto colore.

Appena riemerse del’acqua di cottura di fagioli, ho immerso le nocciol-polpette nel brodo di salame bollente ed ho portato in tavola ottenendo i complimenti di “ello”, che è una garanzia, nel senso che è molto viziato ed esigente, ma è proprio questo che mi garantisce la riuscita della ricetta.

brodo di salame polpettina1-001

Nella ricetta non troverete indicato il sale o il pepe, non sono necessari, il sapore è già negli ingredienti, alla prossima.


Col Fagiolo di Montagna la Polpetta ci guadagna…

fagiolo di montagna cucchiaio legno-002

Fagiolo di Montagna (Coccineus)

Sto cavalcando ancora l’onda dei fagioli di montagna e della loro Valle, la Val Resia, la trovo così affascinante, come quelle persone schive, impenetrabili che tengono lontano il mondo ma soltanto perchè hanno sofferto, e se ti soffermi nel loro sguardo riesci a coglierne l’ inconfessato bisogno d’amore.

Io amo la val Resia, entra nel sangue e, come tutto quello che entra nel sangue, crea dipendenza ed ora aspetto ansiosa che arrivi novembre per andare a seminare l’aglio, ma nel frattempo la Val Resia la metto in tavola, a tavola nascono amori, si concludono affari e si riuniscono le famiglie.

Questi giorni ho avuto i pittori ed ho dovuto mettere in pausa la mia creatività e la mia voglia di cucinare, fotografare e scrivere, il mio forno si è acceso soltanto per scaldare dei tranci di pizza che ello, gentilmente, ha portato a casa ed il fornello si è acceso soltanto per offrire il caffè ai pittori.

Ma, mentre io spostavo mobili, svuotavo librerie e credenze, la mia Amica Nannarè cucinava e mangiava per me queste meravigliose polpette perchè appena ricevuta questa ricetta dalla Signora Donatella che a sua volta l’ha avuta da una Sua Cliente, l’ho inviata a lei con la certezza che si sarebbe messa subito all’opera e così è stato.

E a proposito di queste polpette, Nannarè mi scrive così:

LIBERA CARISSIMA,

HO FATTO LE POLPETTE DI FAGIOLI SIA AL FORNO CHE FRITTE. S T R E P I T O S E  NON SON AVANZATE NEANCHE LE BRICIOLE E MI HAN CHIESTO DI RIFARLE!  !D :/ :)  Grazie, grazie, grazie . 
Ciao <3

Ingredienti:

  • 750 g. c.ca di fagioli  di montagna freschi (Nannarè ha adoperato i Borlotti),
  • 1 uovo sbattuto,
  • prezzemolo tritato ed erba cipollina q.b.,
  • noce moscata,
  • un cucchiaio di olio e.v. di oliva,
  • 6 spicchi di “strok”, l’aglio della Val Resia (Nannarè ha adoperato quello di Sulmona, Nannarè vive da quelle parti),
  • 1 scalogno  tritato finemente,
  • 1 cucchiaio di formaggio Montasio stravecchio grattugiato,
  • 1 cucchiaio di pecorino grattugiato,
  • pane grattato q.b. (una tazza circa),
  • sale,
  • pepe,
  • una foglia di alloro,
  • farina per infarinare,
  • olio di arachidi per friggere.

Come fare:

sbucciare i fagioli, lavarli e metterli a lessare in una pentola con acqua fredda, una foglia di alloro, un cucchiaio di sale marino e due spicchi d’aglio.

Scolarli e passarli ancora caldi nel passaverdure e ridurli in purea (io gli “scarti” li ho messi nella minestra).

In una terrina impastare la purea di fagioli con lo scalogno, quattro spicchi di “strok” tritati, l’olio di oliva, i formaggi, il prezzemolo e l’erba cipollina, una grattata di noce moscata.

Unire l’uovo, il pangrattato e pepe nero, amalgamare bene aggiungendo un po’ di pangrattato se il composto non fosse compatto, formare delle polpettine, infarinarle e friggerle in olio fumante.

Sgocciolarle su carta assorbente e servirle ben calde su un letto di insalatina.

N.B.: sostituendo pane grattugiato e farina con prodotti da prontuario, queste polpettine sono perfette per i celiaci.

Io ho già preparato l’impasto ma le cucinerò per cena, in forno, per offrire un’alternativa a chi non può o non vuole mangiare il fritto.

Vi auguro un sereno fine settimana.


In Val Resia tra Fagioli dei Turchi, Clostar o Fagioli del Papa, riflessioni tra i Filari.

Potrei anche non scrivere questo post, basterebbe farvi ascoltare le parole della Signora Donatella dalle quali traspare proprio quello che ho scritto di seguito, ve lo dico sinceramente, prima di aver guardato ed ascoltato il video girato quasi inconsapevolmente, me tapina, con la mia piccola lumix.

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Per anni abbiamo sentito parlare di Territorio, poi si sono aggiunti Passione, Storia, Emozione, ecco la mia interpretazione di Presidio Slow Food è questa: territorio, passione, emozione e storia in questo o in altri ordini, è uguale, queste quattro parole per me, sono Slow Food, che significa cibo lento.

Un’interpretazione personale la mia che non ha nulla a che vedere con strategie di marketing o leggi di mercato per le quali lascio volentieri la parola a chi ne sa di più.

Io, nel mio piccolo spazio accantoalcamino, continuo a scrivere col cuore e l’istinto, espongo le mie idee ed i miei pensieri in maniera forse troppo ingenua e fanciullesca e probabilmente non condivisa dagli operatori del settore.

Voglio rimanere dalla parte del cosidetto consumatore, inteso non come divoratore di cibo ma persona che sta imparando a scegliere, ad acquistare e ad assaporare quello che mangia e che fa mangiare alle persone care.

Per me i prodotti Slow food sono proprio quelli che nascono dalla passione di Persone coraggiose, desiderose di rispolverare la storia, di riprendere in mano il proprio territorio per rivitalizzarlo, nutrirlo, vestirlo a festa e farlo debuttare in Società, ancora una volta, in un altro tempo, con un’ altra veste ma con la stessa sostanza.

La Signora Donatella, quando parla dei suoi prodotti, l’aglio ed i fagioli non parla mai per pubblicizzarli, ma per essere in qualche modo utile a far conoscere la sua Val Resia.

Vuole che la Val resia respiri nuovamente, e le 200 persone arrivate ieri, nonostante l’incertezza del tempo e un Friuli doc catalizzatore, hanno senz’altro contribuito a dare una bella boccata di ossigeno a questa realtà.

Io sono arrivata al mattino e, dopo aver lasciato un piccolo pensiero in cascina, mi sono diretta di corsa, come un cane da caccia liberato dal guinzaglio, verso il sentiero che porta al campo.

I fagioli che io mi ostino a chiamare di Montagna altro non sono che i Coccineus, nome, mi suggerisce la Signora Donatella, essere il nome indicato dal Dottor Cattivello dell’ERSA, fonte certa ed attendibile.

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Ieri ho avuto l’onore ed il piacere di toccarli con mano questi fagioli e di sorprendermi, sgranandoli, nello scoprire in ogni bacello un diverso colore, mi è venuto in mente che, sgranare questa tipologia di fagiolo, potrebbe essere un bel gioco per i nostri bambini: indovina il colore, magari sarebbe utile ad allontanare i bambini dal pc e renderli partecipi nella creazione di qualche golosa ricetta.

La Signora Donatella, nell’inviarmi una ricetta che pubblicherò appena i miei “Clostar” sarano ammollati e cotti,  mi scrive questo:

Mia zia mi racconta che la mia bisnonna li chiamava Clostar che in resiano sarebbe catenaccio o un particolare della serratura.

Lei chiamava clostar anche quelle grandi chiavi dell’epoca, da qui il nome di questa tipologia di fagiolo perchè l’occhiello dell’impugnatura aveva la forma simile.

Ho fatto una breve indagine in valle ed un paio di anziani mi confermano questo, ad altri invece questa è nuova. Approfondirò!

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Quello che vedete nella foto è uno dei tanti bastoni, personalizzati dal fiocco Fassal, messi a disposizione per quegli ospiti intenzionati ad andare a raccogliere i fagioli sul pianoro.

Ma l’ospitalità Fassal non finisce All’ombra del bastone, per citare un libro di Mauro Corona,  ma continua tra i filari dove gli ospiti sono stati accompagnati per indicar loro come e cosa raccogliere.

Riempire sacchetti o raccoglierne una manciata per una minestra, per tutti è stato un momento speciale e l’ospitalità Fassal ha stupito tutti quando, al ritorno in cascina, hanno trovato ad attenderli una minestra di fagioli e fagioli con la cipolla, ma non una cipolla qualunque ma la cipolla di Cavasso e della Val Cosa, che ha trasformato questo piatto povero  in qualcosa di estremamente raffinato e, dal momento che Friuli doc ha lanciato la moda della scarpetta io, per un giorno, ho seguito la moda onorando la mia porzione di fagioli e cipolla con una scarpetta estremamente peccaminosa.

Io ho un unico grande rammarico, quello di non avere figli o nipoti ai quali trasmettere queste mie emozioni, ed è per questo che, in uno dei miei ultimi post, ho scritto che la mia vita è un vuoto a perdere, solo per questo.

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Grazie Donatella, ieri, lo sai,  è successo un piccolo miracolo anche a me, perchè mai avrei pensato di cucinare in un’altra cucina per persone conosciute appena e di non sentirmi, come sempre, inadeguata.

La vita è bella proprio per questo, perchè mai nulla è scontato.

Buona settimana a tutte/i.


Domenica tutti invitati a Resia a raccogliere i Fagioli di Montagna

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Tutte le fotografie sono di proprietà dell’Azienda Fassal

Dopo essermi deliziata con la raccolta dell’Aglio di Resia ed aver guardato con ammirazione i filari in fiore, preludio di una buona raccolta di fagioli attendevo fremente questo invito.

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Come potete leggere è un invito esteso a tutti, anche a chi non se la sente di “far fatica”… e preferisce assaggiare una buona birra accompagnata da stuzzichini golosi.

Avrete anche l’occasione di conoscere personalmente la Signora Donatella, di cui vi ho parlato qui, un’imprenditrice caparbia ed appassionata che ha fortemente voluto, ottenendolo, il Presidio Slow food per l’aglio che sto adoperando con la certezza che mai più agli cinesi entreranno nella mia dispensa.

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Non vedo l’ora di mettermi in postazione davanti al filare e riempire cesti e cesti per poi mettermi a sgranare i fagioli come facevo da bambina mangiandone anche qualcuno (ma qui nn lo farò, parola di lupetto :-D ).

Mi piace andare a fare le raccolte, ho un passato da vendemmiatrice, da raccoglitrice di patate e di kiwi ma che ve lo dico a fare? Da tutto il mio blog traspare il mio amore per i doni della nostra terra e come potrei rimanere indifferente al fascino umano della Signora Donatella?

In certi casi vorrei essere più social-networkiana e trascinatrice di folle per poter fare qualcosa di più per promuovere il lavoro di persone speciali come lei e non solo.

Se vi ho ingolositi ed avete voglia di portare i vostri bambini a contatto con la natura ecco come arrivare in questo piccolo spazio di paradiso:

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Terza con lode, dove osano le Pesche.

Biglietto QBFVG1

Amo vincere, tutti amano vincere, chi lo nega mente;  ma ci sono situazioni e momenti nella vita  in cui la partecipazione è appagante più di una vittoria, infatti, il mio terzo posto , per me, equivale ad una laurea con bacio accademico.

Il premio speciale per la passione e la poesia nel raccontare è la più bella gratificazione per ciò che faccio.

Impossibile competere con un tiramisù ma, soltanto il fatto che, per il secondo e terzo posto, siano state scelte 2 ricette salate è il segnale che qualcosa sta cambiando nella mentalità dei Friulani.

Certo che l’abbinamento trota pesche non è gradito a tutti, sono sapori ai quali avvicinarsi un pò alla volta e mi ha fatto estremamente piacere scoprire che, per la degustazione dell’evento Giancarlo Foscarini  ha presentato il carpaccio di trota e pesche ed un risotto con pesche e Ribolla (io l’avrei mantecato con del Montasio come ha fatto Stefania); per la cronaca ha vinto il risotto.

pesche nettarine trota Fiumicello

Presentazione del mio carpaccio a Fiumicello.

Ed è così che dopo aver partecipato al concorso, le pesche nel piatto, ho voluto presenziare anche alla premiazione, accompagnata dalla mia compagna di merende Tiziana, nonchè mia mentore e pusher di autostima.

Locandina mostra pesche

Nella botte piccola ci sta il vino buono, sembra coniato apposta per il Friuli Venezia Giulia, regione piccola, posizione strategica, accarezzata dal mare e dal vento, resa sinuosa ed elegante da colline e campagne, rinfrescata dalle montagne, bagnata da fiumi.

Abbiamo tutto, pesce, carne, formaggi, vini di eccellenza, abbiamo una storia, una storia affascinante che racconta di pescatori e di taglialegna, ma si decolla con difficoltà perchè qui la gente bada più all’essere che all’ apparire.

É gente che ha sempre lavorato, questa è terra di emigranti, gente che si è costruita pezzo per pezzo tutto ciò che ha lavorando duramente lontani da casa, dalla famiglia e dagli affetti e, si sa, la fatica toglie la voglia di sorridere e di parlare, rende diffidenti e guardinghi ma oggi giorno se possiedi prodotti di eccellenza, garantiti ed unici devi fare lo sforzo di farli conoscere e per farli conoscere devi imparare a parlare e a sorridere, devi aprire la porta alle novità e berci insieme un tai .

disegno boy scout

I prodotti devono diventare attori, capaci di interpretare tutti i copioni in tutti i teatri, bisogna osare, affrontare il cambiamento, fare esperimenti, proporre, incuriosire.

Io non lo sapevo e come me molte altre persone, a Fiumicello producono anche la pesca saturnina o tabacchiera che ha origini siciliane, è coltivata sulle pendici dell’Etna ed ora anche qui per onorare il kilometro zero che garantisce freschezza e costi contenuti.

Io non conosco le regole di mercato però, lo ripeto, non sono felice, quando vedo in negozio frutta arrivata dalla Spagna quando abbiamo i campi pieni di tutto, è evidente che qualcosa non funziona come dovrebbe.

Fiumicello ha un sindaco giovane, preparato, circondato da collaboratori altrettanto giovani e preparati ed ha la fortuna di avere alle spalle persone di esperienza,  che hanno infilato le mani nella terra e la conoscono bene, le sanno parlare e la sanno ascoltare, uno di questi è questo simpaticissimo signore qui sotto (del quale scoprirò il nome q.p. )

Un mito-002

L’ ho tormentato  a vonde affinchè venga fatto un ricettario e a mettere i cartellini col nome e qualche accenno sulle cassette di quelle splendide pesche con tante sfumature rosa-arancio-rosse.

chiosco boy scout

Un compito che potrebbe venire affidato ai Boy scout che, nel loro chiosco personale disegnano e creano pesche origami, a loro piacerebbe contribuire con il loro senso artistico alla prossima mostra del 2014 vero?

pesche origami boy scout cesto-001

Insegnamo alle persone a chiamare ciò che mangiano col loro nome, trovo sia un arricchimento culturale, è come se tutte le donne si chiamassero Donna e tutti gli uomini si chiamassero Uomo, le pesche hanno dei nomi bellissimi, nomi di principesse, di regine ed allora facciamoli conoscere a tutti.

E facciamo conoscere anche i Foodblogger che sono un appassionato ed efficace veicolo di informazione e divulgazione, sono i foodblogger che sperimentano, provano, approvano o disapprovano e, lo devo dire, ci vuole un bel coraggio a parlare alle genti di Fiumicello di foodblogger: Ce isal fudbloggher (cos’è foodblogger), sentivo domandare in giro e sorridevo ascoltando le risposte dei vari interlocutori che però non andavano a segno e lasciavano poco convinti gli interlocutori..

Ma ora Vonde monadis, anin indenant (basta sciocchezze, andiamo avanti).

libro le pesche Martinis-001

Io mostra pesche con premio speciale a dx Fabiana Romanutti-001

Alla prossima.


Crocchetta di patate con cuore di Formaggio Asìno, zuppa fredda di melone e fragole, cose da Chef…

crocchetta di patate e asino-005

Ed eccoci all’ultima ricetta del corso, è il momento giusto, è arrivato il caldo, forse troppo e troppo all’improvviso ma non mi lamento.

Anche se non lo menzionassi evincereste che questa ricetta non è farina del mio sacco, l’equilibrato contrasto di sapori, di temperature, di consistenze svelano una tecnica, una conoscenza ed un’esperienza che io non possiedo.

Una ricetta che è un viaggio nell’estasi, attraverso una croccante doppia panatura arriviamo al morbido impasto di patate per affondare poi nel tenero cuore di Formaggio Asìno per poi trovare ulteriore sollievo nella dolce freschezza della zuppa di melone nella quale nuota leggiadra l’acidità della fragola.

Nulla è lasciato al caso e all’immaginazione perchè gli Chef ci svelano tutti i segreti, come sempre, indicando le alternative alla, per loro ormai indispensabile, tecnologia.

Un cenno al Formaggio Asìno che non viene prodotto col latte d’asina (quello lo lasciamo a Poppea per fare i suoi bagni di giovinezza), ma prende il nome dal Paese Asio in Val d’Arzino.

Per chi, come me, amasse la storia e l’origine dei prodotti, consiglio caldamente (è proprio il caso di dirlo ;-) ) di visitare i link che troverete alla fine, ne vale la pena, scoprirete un sacco di cose, storie, aneddoti e ricette.

Se il Friuli Venezia Giulia o il Veneto orientale fosse tra le vostre mete turistiche di quest’anno, non mancate di fare una visita a questi posti e già che ci siete, fate una deviazione in Val tramontina dove assaggerete la mia adorata Pitina..

Val d’Arzino
Val d’Arzino

Questa è una ricetta da meditazione, sia mentre si prepara che mentre si degusta, non è certo la crocchetta che farei ad ello, non la valorizzerebbe, diciamo che non la merita ;-)

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Melone e angurie di Milva (foto 2012)

Sui banchi dei negozi sono arrivate angurie e meloni e, se dovesse capitarvi di aprirne uno e trovarlo poco dolce, ecco il consiglio di Raffaello per utilizzarlo, trasformandolo o in questa zuppa, o in fresca bibita estiva.

Basta frullare la polpa (lui adopera il Bimby ma il minipimer è perfetto) ed aggiungere una parte di sciroppo, Raffaello ci insegna come prepararlo.

Lo sciroppo T.P.T. (Tanto Per Tanto): tanta acqua, tanto zucchero, mettere al fuoco e bollire 3 minuti, far raffeddare ed adoperare all’occorrenza nelle proporzioni desiderate.

Sciroppo agli Agrumi:

  • 1 litro di acqua,
  • 300 g. di zucchero,
  • bucce di arancia,
  • bucce di limone,
  • bacca di vaniglia.

Come fare: come sopra, portare a bollore e far bollire per 3 minuti.

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Fragola dello zio

Raffaello ci da anche un’ idea per conservare le fragole che, si sa, hanno una stagione abbastanza breve e passano velocemente da mature a troppo mature.

Quando le trovate belle e a buon prezzo, lavatele, MAI AD IMMERSIONE E SENZA IL PICCIOLO, asciugatele e tagliatele a metà per il lungo.

Disponetele su dei vassoi, non raggruppatele tutte assieme nei sacchetti perchè il frullatore non riuscirebbe a frantumarle, e mettetele in congelatore (lui adopera l’abbattitore ;-) ).

In estate o quando vorrete stupire gli amici con un sorbetto inaspettato, mettetene una parte nel frullatore assieme ad un pò dello sciroppo d.c.s. (di cui sopra).

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Ed eccomi alla ricetta, ho tergiversato un pò perchè la crocchetta di per se è semplicissima.

Ingredienti:

  • 500 g. di patate alla Raffaello* (o come  fate di solito, ma vi consiglio di provare il suo metodo),
  • 50 g. di Parmigiano Reggiano o Montasio stagionato o Pecorin0,
  • 50 g. di pancetta cotta (facoltativa),
  • 1 uovo,
  • cubetti di Formaggio Asìno per il cuore,
  • albume rotto (leggermente sbattuto affinchè aderisca bene alla crocchetta),
  • pane grattugiato (per chi fosse celiaco è perfetto quello ottenuto da un pane senza glutine o da prontuario),
  • olio di arachdi profondo per friggere.

Come fare (nella prima parte, colorata in corsivo, come fare le Patate alla Raffaello):

*Mettere la quantità di patate desiderata con la buccia (per questo devono essere patate di qualità e provenienza garantita) su una teglia dove avrete messo uno strato di sale grosso.

Cuocere in forno a 190°C. per 1 ora e 1/2, tagliarle a metà, scavare la polpa ed allargarla sulla spianatoia, inserire le uova quando le patae saranno tiepide.

Se non le utilizzate subito, metterle in frigorifero, così allargate, al momento di procedere con la preparazione scelta infornare  a 80°C. per 20 minuti.

Amalgamare bene gli ingredienti e formare delle palline di 20 grammi, schiacciarle delicatamente con il pollice ed inserire il cubetto di formaggio Asìno, richiudere e fare la DOPPIA IMPANATURA: albume, pane gattugiato, albume, pane grattugiato, friggere in olio di arachide profondo fino a doratura.

Se si desidera fare un Crostone, ripetere l’operazione 3 volte.

Servire la crocchetta caldissima sulla zuppa di melone freddissima assieme a mezza fragola e un cubetto di Formaggio Asìno.

Per chi non amasse gli abbinamenti insoliti nulla vieta di servire questa crocchetta a piacere.

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Raffaello al lavoro

Questo saltellar da uno Chef all’altro non ha fatto che aumentare la mia passione per la cucina, per i dettagli, i prodotti, per la qualità e questo non può che farmi piacere, spero faccia piacere anche a chi mi segue sempre con interesse e che mi perdona le assenze dal loro modulo commenti, un abbraccio.

Formaggio Asìno

Formaggio Asìno, un’ alchimia perfetta tra sapori e tradizione.

Formaggio Asìno

P.S.: avrei voluto aggiungere anche la scheda di GDF (Gente Del Fud) ma la scheda è praticamente il copia-incolla di un sunto di questi link…


Crema di Tarassaco e Pitina, in barba alla Primavera e benvenuta Sara Maria♥

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Ho saputo ora che Raffaello Mazzolini (l’uomo che sussurrava ai Cjarsons) è diventato papà di Sara Maria e, se il detto “sposa bagnata, sposa fortunata” vale anche per ” genitori bagnati, genitori fortunati”, allora siamo a cavallo…

Benvenuta Sara Maria e congratulazioni a Mamma e Papà

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Nonostante una primavera burlona che ci sorprende e confonde con i suoi continui travestimenti, nel web, tra le foodblogger, la primavera è protagonista assoluta, con le sue erbe e con i suoi fiori.

Poco importa che sia soltanto la moda del momento, ogni moda lascia sempre qualcosa in eredità che diventa parte integrante dei nostri usi e costumi.

Si aprono nuovi orrizzonti, troviamo un motivo per fare una passeggiata, per respirare aria pulita, per riassaporare il silenzio della Natura così ricca di suoni, ci riempiamo di energia, scopriamo nuovi ed insoliti ingredienti da portare in cucina dove la fantasia fa il resto.

Si può girare attorno ad una ricetta all’infinito e cambiarla d’abito ogni volta che si desidera, basta aggiungere, togliere, sostituire, ogni volta sarà una ricetta diversa,  questa crema, per esempio, si presta a più varianti con diversi ingredienti.

A suo tempo avevo adoperato la cicoria di Milva, fresca, giovane, tenera e per nulla amara (quella che viene chiamata Catalogna), avevo aggiunto della pancetta dolce e mi era piaciuta così tanto che ho voluto replicarla con il Tarassaco, la Pitina, ed il Montasio stravecchio, così ho Friulanizzato la ricetta (importante tenere sotto controllo il sale).

Dove è possibile, io adopero i prodotti tipici della mia Regione, per farli conoscere ed aiutare così la divulgazione delle nostre eccellenze.

Avrei voluto trovare dei bei fiori di tarassaco per la decorazione ma la pioggia li ha resi impresentabili ed ho dovuto ripiegare sui fiori striminziti della mia erba cipolina, ma vi regalo questi, raccolti 2 anni fa per preparare il miele di tarassaco (c’è anche un piccolo insetto che non è finito nel miele, l’ho fatto volare via)

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Per poter gustare questo piatto tutto l’anno, consiglio di raccogliere, quando è il momento giusto, una bella quantità di foglie giovani di tarassaco (non sono amare), le tagliate a pezzetti e le lessate in acqua leggermente salata, le scolate e le mettete in congelatore, nei sacchetti o negli  appositi contenitori; vi consiglio di filtrare l’acqua e conservarla in congelatore, servirà per allungare la crema al posto del brodo vegetale.

La base di questa ricetta l’ho trovata sul volume Erbe in cucina dell’enciclopedia a fascicoli che ho raccolto anni fa, l’ho citata spesso  nel blog ed è una fonte inesauribili di informazioni su tutte le erbe, sia quelle da raccogliere che quelle da non toccare.

Scriverò anche la ricetta originale, per chi volesse provarla così come l’ho trovata, l’aggiunta dell’uovo e formaggio alla fine la rende un delizioso e nutriente piatto unico; ricetta da provare e rifare, credetemi.

Ingredienti della ricetta originale, tra parentesi le mie varianti/sostituzioni:

  • 600 g. di cicoria di campo (io non ho pesato il mio quantitativo),
  • 70 g. di pancetta o lardo (50 g. di Pitina, metà polpetta),
  • 50 g. di pecorino grattugiato (2 cucchiai di Montasio stravecchio),
  • 3 uova (1 uovo),
  • 1 cipolla (1 scalogno),
  • olio d’oliva (1 cucchiaio di burro chiarificato),
  • 1 litro e 1/2 di brodo di carne o di gallina (l’acqua di cottura del tarassaco),
  • sale (omesso).

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Come fare (la mia versione):

lavare bene il tarassaco (o la verdura da voi scelta), lasciare da parte le foglie più grandi (si possono utilizzare saltandole in padella con aglio e peperoncino) e lessarle, non l’ho salata perchè ci sono pitina e formaggio che danno sapidità).

Tenere sul fuoco, quasi a bollore, l’acqua di cottura del tarassaco che servirà calda fino alla fine della ricetta.

In un tegame sciogliere il burro chiarificato, aggiungere lo scalogno, farlo appassire leggermente ed unire la pitina sbriciolata.

Continuare la cottura a fiamma bassa, aggiungendo un pò di acqua di cottura del tarassaco per mantenere morbida la pitina e farle sprigionare tutto il sapore ed il profumo.

Unire la verdura e far insaporire, cuocere ancora per qualche minuto e frullare, mantenere al caldo.

A parte sbattere l’uovo col formaggio e versare l’acqua di cottura bollente, unire alla crema, mescolare bene, decorare con fiori di tarassaco, se li avete o con altri fiori commestibili, ci staranno sempre e comunque d’incanto, servire.

Crema di tarassaco-002

Ecco fatto, ora vi lascio con il panorama che offre la primavera:

Tempaccio-001

E lo sguardo del mio Amore:

Perla in terrazza-001

Buon fine settimana, alla prossima ricetta.


Nespole del Giappone in agrodolce, un contorno alternativo.

nespole agrodolce tagliata3-001

Quando ho pubblicato il Crumble di Nespole avevo citato questo contorno, un pò scettica ma poi, curiosa come sempre di fronte a ricette fino allora sconosciute, ci ho pensato su: a me piacciono la caponata, i fagioli all’uccelletto e il savor ed anche anche a ello, allora perchè non provare?

Hanno fatto da contorno ad una tagliata, improvvisato riciclo della parte centrale della costata della sera prima, che ho condito con un olio aromatizzato alla salvia per rimanere vicino al sapore del contorno.

Questa ricetta la trovate sul libro di Emilia Valli: 1000 ricette con la frutta (€. 3,90), io l’ho comperato ma lo davano anche con un quotidiano.

Ho modificato le dosi secondo le nespole a mia disposizione, tra parentesi le dosi originali nel caso voleste provare, il procedimento l’ho un pò modificato perchè seguendo i tempi di cottura della ricetta originale le nespole sarebbero rimaste troppo crude.

nespole3-001

Ingredienti:

  • 8 nesople del Giappone a media maturazione (12),
  • 1 cucchiaio d’olio evo (1 cucchiaio di margarina),
  • 1 piccolo scalogno (1/2 cipolla bianca),
  • 2 foglie di salvia,
  • 1 cucchiaio di aceto di mele (1 di aceto bianco),
  • 1/2 cucchiaio di zucchero (1 cucchiaio),
  • sale,
  • peperoncino di Calabria in polvere.

nespole tegame2-001

Come fare:

sbucciare le nespole, denocciolarle ed eliminare la pellicola che contiene i semi, tagliarle a spicchi e rosolarle nel tegame con l’olio caldo e lo scalogno tritato finemente e fatto appassire, aggiungere la salvia tritata ed il pizzico di peperoncino.

Far insaporire bene, coprire per ammorbidirle leggermente (tendono a rimanere sode), sciogliere lo zucchero nell’aceto e versare nel tegame, alzare il fuoco, mescolare e spegnere.

Far marinare per 1/4 d’ora  prima di sevire.

salvia 2013-001

Ed ecco la mia salvia, era una piantina striminzita che mi ha seguita in vaso per 2 traslochi e come ultima speranza l’ho piantata, nel 2006 nel giardino, in un piccolo triangolino ed ecco com’è diventata.

Ieri mattina ho fatto un pò di giardinaggio e prima che la pioggia imminente ne rovinasse irrimediabilmente i fiori, l’ho fotografata.

Per oggi è tutto, buona giornata a voi♥


Tortino di Borragine, Formadi Frant, Aglio selvatico e la Fine del Mondo Storto…

tortino borragine rotondo1-001

Vita Grama.

I primi giorni senza le spinte dei combustibili sono tremendi. Nessuno sa ancora quel che avverrà. Altrimenti, di certo nessuno avrebbe definito quei primi giorni come i più duri della propria vita. Ma andiamo con ordine.

Nelle sere di cuccagna, quando c’erano i propulsori, la gente guardava la televisione. Adesso invece quella se ne sta spenta e silenziosa.

Ma non solo. Senza forza elettrica, niente luci, lampade, lampadine, fari, abat-jour. Muti anche gli aggeggi a motore. Sbattiuova, pelapatate, forni a microonde, aspirapolvere, scope elettriche, frullatori, tritacarne. Tutto fermo…

(Mauro Corona, la fine del mondo storto pag. 19).

Questa introduzione mi è nata spontanea ieri mattina (domenica) quando, alzatami prestissimo come sempre, mi sono messa a stirare in studio guardando la televisione.

Verso le 6 è mancata la corrente;  dopo aver fatto i dovuti controlli ho evinto che il problema era generale, beh, tornerà tra qualche minuto, invece no, la luce è ritornata alle 13 e 45…

C’erano dei cartelli sui pali della luce (1 palo) e, solitamente quando guido non guardo i pali della luce, a meno che non ci  cozzi contro…

Bene, scendo, mi faccio un bel caffè, preparo la moka giro la manopola del gas e schiaccio per accendere, niente, già, manca la corrente. Cerco i fiammiferi, per fortuna che ello, pur non fumando, ne ha una scorta.

Cosa posso fare? Troppo presto per telefonare a qualche amica e, se manca la corrente non funziona neanche il telefono… Vado in garage ad aspirare l’interno della macchina ma… manca la corrente, è vero, vorrà dire che farò le foto del tortino, sperando che non si scarichi la batteria troppo presto.

Insomma, mi sono accorta che davo per scontato ogni gesto e lo collegavo inevitabilmente alla tecnologia e ho ricordato i tempi che furono, quando «se meteva in smoio le strazze» (Si mettevano in ammollo i panni) per facilitare il loro lavaggio il giorno dopo, quando i piatti si lavavano rigorosamente a mano e le pentole si strofinavano con la «paieta de fero».

Parlo dei tempi in cui vivevo con la Signora Gisella e la casa si scaldava con lo sparghert e lo scaldabagno si accendeva il sabato sera per farsi il bagno la domenica mattina prima di mettersi il vestitino buono ed andare alla santa messa perchè si doveva andare a rinnovare e scambiare i pettegolezzi della settimana.

Gli altri giorni «se se lavava a tochi» (ci si lavava a pezzi).

mazzo erbe campo e spighe orzo n-001

Questa è la storia intorno che accompagna questa ricetta, mi sembra adatta dal momento che gli ingredienti sono prodotti che ci regala la natura ed il lavoro dell’uomo: borragine, aglio selvatico, il Formadi Frant un formaggio particolare che nasce dal dover far di necessità virtù di quel popolo straordinario che sono i Carnici.

Loro non avrebbero problemi e, se mancasse la corrente, saprebbero comunque come cavarsela:

In ginocchio.

… Intanto dalle città, uomini magri come fil di ferro continuano a muoversi verso le campagne e i monti in cerca di Contadini. Vogliono imparare da loro a coltivare la terra. Subito. I Contadini rimasti attendono di insegnare. Appena la terra diventerà tenera, e il gelo avrà aperto il pugno e mollato la presa, hanno intenzione di seminare. Dappertutto. Nelle periferie, ai confini delle città, ovunque c’è terreno a perdita d’occhio. Spazi abbandonati, incolti. Terreni che, ai tempi delle vacche grasse, sarebbero diventati selve di palazzi, condomini, banche, supermercati, discoteche. la fine del mondo li ha salvati, adesso i sopravvissuti intendono coltivarli. E di corsa, subito. la fame non aspetta e non dà requie. Occorre far presto…

(Mauro Corona, la fine del mondo storto pagg. 61/62).

tortino borragine rotondopp-001

Ingredienti per 5 tortini di 6 cm. di Ø (alla base):

(indico le dosi che ho adattato alla quantità di foglie di borragine che avevo, scorporandole dalle basi dei soliti tortini salati, per il mezzo uovo ho diviso a metà uno sbattuto, gli ingredienti in verde chiaro/corsivo sono per la cottura della borragine).

  • 130 g. di foglie di borragine,
  • 1 piccolo spicchio d’aglio vestito,
  • 1 cucchiaino d’olio EVO,
  • 1 puntina di sale,
  • 1 uovo e mezzo,
  • 2 cucchiai rasi di Formadi Frant grattugiato (il mio affinato con aglio ed erbe),
  • 30 g. di farina integrale,
  • 10 cl. di latte,
  • 15 g. di burro (per imburrare ge cocottine adopero la carta del burro alla maniera di Nigella),
  • sale,
  • pepe verde macinato,
  • fiori di borragine per decorare.

Ingredienti per il cuore di Formadi Frant:

  • 1 cucchiaio di Formadi Fant grattugiato,
  • 2 cucchiai di ricotta,
  • fili di aglio selvatico tagliati con le forbici.

Ingredienti per la besciamella di accompagnamento:

(in questo caso non ho pesato nulla ma ho fatto ad occhio)

  • il liquido di cottura aromatizzato all’aglio delle foglie di borragine,
  • fecola di patate,
  • un cucchiaino di borragine prelevata da quella per l’impasto,
  • 1 cucchiaio di panna fresca,
  • sale*

*se adoperate il Formadi Frant attenzione a dosare il sale perchè è un formaggio sapido e piccante, non esagerate perchè tenderebbe a sovrastare i sapori mentre deve semplicemente esserne complementare.

Come fare la besciamella di accompagnamento:

sciogliere la fecola, pochissima alla volta nel liquido di cottura della borragine,  far addensare a fuoco bassissimo, unire la panna fesca, se dovesse risultare troppo denso aggiungere latte, completare la besciamella con la borragine frullata.

collage tortini borragine n rid

Come fare il ripieno:

mescolare la ricotta col Formadi Frant e lavorare per amalgamare, unire l’aglio selvatico, formare delle palline (le mie pesavano 7 g., ne vedete 6 (1 per l’assaggio di ello) e riporle in frigorifero.

Come fare i tortini:

dopo aver lavato le foglie di borragine, metterle in un tegame dove avremo messo l’aglio vestito assieme all’olio per insaporire, salare q.b., abbassare il fuoco, coprire e far appassire, togliere l’aglio.

Scaldare il latte con il burro per farlo sciogliere a fuoco bassissimo, nel frattempo, in una terrina sbattere l’uovo e mezzo ed aggiungere un pò alla volta la farina, setacciandola.

Preriscaldare il forno a 210°C.

Scolare bene la borragine schiacciandola in un colino per conservare il liquido con il quale prepareremo la besciamella e metterla nel minipimer aggiungendo un pò alla volta il composto di latte e burro.

Imburrare le cocottine e versare il composto a 3/4, inserire in ogni cocottina una pallina di formaggio ed infornare per 20 minuti.

Sfornare, far intiepidire e sfornarli aiutandosi con una spatolina, versare sul fondo del piatto la besciamella, appoggiare il tortino e decorare con fiori di borragine e fili di aglio selvatico.

tortino borragine rotondo interno-002

Con questa ricetta partecipo al  contest  di Ambra.

Se volete trascorrere un week end, full immersion con erbe spontanee sia fuori che nella cucina del Rifugio Meira Garneri in Valle Varaita gestito da Juri Chiotti , prendete un cesto e correte a riempirlo di erbe e fiori e cucinate.

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Dolce con farina integrale di farro, banane e pere, per festeggiare la nuova arrivata.

Dolce banane pere fragole n-001

Si deve risalire nel tempo per conoscere le origini di questa pianta. Da scoperte archeologiche si è potuto accertare il suo luogo d’origine: sono stati rinvenuti, infatti, nell’Asia occidentale e nelle zone termperate dell’Europa, frutti tagliati a metà e dissecati che, per forma e consistenza, hanno fatto sicuramente pensare alla pera.

Omero ci parla dei peri coltivati nei giadini di Alcinoo e di Laerte  (non il figlio di Pappalardo); il nome del frutto (esattamente in latino: pra) verrebbe, secondo alcuni, dal vocabolo celtico peren, secondo altri da Pirro che per primo introdusse il pero in Italia.

Sotto Catone si conoscevano già 6 varietà di pere, mentre Plinio ne enumerava 41.

In Francia però furono assai più numerose anche se Quintinie, fondatore e direttore del frutteto di Luigi XIVa Versailles, ebbe a dichiarare in seduta plenaria che una sola era la vera pera, quella «bon chrétien», della quale esistono ancora oggi ben 4 varietà: quella «invernale», quella «belga», la «spagnola» e il tipo a «piumaccio».

Si tratta di una pera che ha forma di cotogna mentre le altre sono sferiche; la «bergamotta» è a trottola, la pera «Colmar» a botticella come la «burrosa».

A questi nomi si aggiungono infinite varietà che prendono il nome della polpa: soda, aspra, fondente, burrosa o quelle che portano il nome di una persona cui il frutto fu dedicato: le pere William dal coltivatore londinese che per primo rinvenne la pianta da seme: hanno forma allungata, con tipico peduncolo obliquo, buccia gialla, variegata di rosso ed un pò untuosa al tatto.

Le pere Abate dall’ Abate Fetél  che, in Francia, rinvenne per primo i frutti che sono, grossi, allungati, con buccia sottile e polpa assai zuccherina e aromatica.

Morettini, di origine italiana dà il nome alla Butirra precoce.

Per oggi è tutto, ci sarebbe da scrivere ancora molto sulla pera, per fortuna, ultimamente ci sono molti appassionati che hanno riportato in auge qualche tipo di pera che stava per scomparire per sempre e su queste specie ritornerò, ora in cucina.

Plum cake banane pere da infornare n-001

Tanta frutta in questo dolce, la cannella e lo zucchero muscovado lo profumano, l’assenza di lattosio e grassi lo rende perfetto per gli intolleranti e per chi è goloso ma attento alla linea.

Ingredienti per uno stampo da plum cake:

  • 200 g di farina integrale di farro,
  • 2 cucchiaino di cremortartaro (negozi tipo NATURASÍ),
  • 50 g di zucchero muscovado,
  • 1/2 cucchiaino di cannella,
  • 2 e 1/2 banane grandi o 3 piccole,
  • 2 albumi montati a neve ferma,
  • 2 pere William,
  • succo di limone,
  • sale per montare gli albumi,
  • olio per ungere lo stampo,
  • fragole per la decorazione.

Dolce banane pere fragole sfornato-n 001

Decorazione con le fragole:

le mie fragole erano molto grandi e ne ho messe solo 3,  se le trovate piccole potete inserirne una accanto all’altra in modo da avere le porzioni già pronte da tagliare.

Tagliare la calottina delle fragole compreso il ciuffo verde, infilare le fragole nell’impasto e, quando il dolce sarà sfornato ed intiepidito rimettete le calottine al loro posto, sarà una bella, semplice ed elegante presentazione.

Come fare:

preriscaldare il forno a 170°C.

In una terrina mescolare la farina con il cremortartaro (lievito), lo zucchero e la cannella.

In un’altra ciotola tagliare a pezzetti le banane e schiacciarne la polpa con una forchetta, sbucciare le pere e grattugiarle, irrorare col succo di limone.

Amalgamare bene la frutta ed aggiungere, poco alla volta il composto di farina, unire delicatamente gli albumi montati a neve ferma (io aggiungo un pò di sale e qualche goccia di limone).

Versare il composto in uno stampo da plum cake unto, io ho adoperato l’olio.

Infornare per 1 ora.

Dolce banane pere fragole interno n-001

Ah, dimenticavo… La nuova arrivata è la nuova Lumix, avrei potuto, accorpando tutti i compleanni, Natali, San Valentini, onomastici del resto della mia vita, farmi regalare la Reflex ma poi mi sono fatta una serie di domande e le risposte che ho ottenuto mi hanno convinta a rimanere sulla compatta, più evoluta, certo, con più funzioni, ci mancherebbe ma, dal momento che non devo diventare freelance, né lavorare per qualche casa editrice, a me basta questa, però ho imparato ad adoperare il cavalletto comperato anni fa a Firenze e mai adoperato e, la sera un pò alla volta, mi sto studiando le 128 pagine di “istruzioni per l’uso”, chi vivrà vedrà…


Torta Salata con Acetosa e Cipolla.

torta salata acetosa pronta n-002

Il mio approccio con le erbe è lo stesso che ho con i funghi, non avendo fatto corsi né per le une né per gli altri, preferisco andar per gradi ed aggiungere ogni anno un’erba o un fungo diversi.

L’acetosa l’ho conosciuta l’anno scorso e da quel giorno la curiosità di saperne di più mi è rimasta appiccicata addosso, ora, l’averla trovata nei campi vicino casa mi ha rinnovato la voglia di iniziare a sperimentare ricette con lei.

Questa ricetta, l’ho trovata su uno dei due piccoli libricini che mi erano stati regalati: l’erbario in tavola. Li ho trovati anche in rete,la prima parte ad un prezzo irrisorio mentre la seconda, a mio parere, ad un prezzo ingiustificato.

C’è anche in rete, un copia-incolla  ma a me piace provarle le ricette, specie quelle con le erbe che solitamente vedo nei campi ma che non immaginerei mai di poter portare in tavola per mangiarle.

In cucina mi piace essere affidabile, provare, modificare a piacere mio, condividere e spiegare, mi è già capitato che mi domandassero: che sapore ha? E voglio poter rispondere.

In questo caso rispondo prima, questa è una tortina dal sapore particolare, l’erba acetosa, lo dice anche il nome, è aspra e richiede la vicinanza di ingredienti che l’addolciscano un pò, quindi, non fatevi spaventare dalla presenza dello zucchero di canna è, per questa torta, il marito perfetto.

Acetosa foglia-001n

Il suo nome latino è Rumex acetosa, Rumex significa Lancia ed è proprio ad una lancia che assomigliano le foglie; questo vi aiuterà a riconoscerla e non confonderla, nel dubbio assaggiatela ed il suo sapore di aceto vi confermerà che state raccogliendo l’erba giusta.

In Lombardia la chiamano Erba Brusca e nel Milanese le fu dedicata anche una canzone..

L’Acetosa vanta una lunga storia, dal libricino: gli Egizi la raccoglievano in abbondanza e la servivano a fine pasto, come digestivo, persino alla mensa dei Faraoni; anche i Romani ne fecero molto uso, sia in cucina che come medicinale e la si ritrova menzionata da molti autori, fra i quali non manca Virgilio.

Nel Medioevo la si coglieva tenera per farne minestre e salse e per aggiungerla alle insalate, sottolineandone anche il valore medicinale, come in questo passo dei Consulti medici del Cocchi:

“Sia il pranzo consistente in minestra brodosa molto, di carne con pane e paste, e bollitura di lattuga o d’acetosa”

In alcune Regioni dell’Inghilterra veniva usata per sostituire le mele in torte e pasticcini nel periodo «vacante», quando cioè le ultime mele conservate durante l’inverno erano finite ma non era ancora spuntata l’uva spina.

Sul libricino ho trovato anche questa chicca:

Il Cuoco Piemontese, pubblicazione del 1766, riporta questa  Salsa verde all’Acetosa:

“Pestate un pugillo di acetosa in un mortaio, spremetene il sugo, indi passatelo allo staccio; mettetevi dentro del buon butirro maneggiato con farina, sale e pepe grosso, fate legare la salsa sul fuoco e servitene tanto di grasso come di magro”

Assai simile a questa preparazione è un’antica salsa lombarda: quella detta all’ erba brusca.

Ora andiamo in cucina, è da pochissimo che mi sono avvicinata alla pasta brisè ed ho notato che l’aggiunta di farina di tapioca rende l’impasto vellutato e setoso, quindi continuo così.

torta salata acetosa alto n-001

Ingredienti per una teglia da 24 cm.:

Per la Pasta Brisè, mia versione:

  • 150 g. di  farina 00,
  • 70 g. di farina di tapioca,
  • 100 g. di burro freddo tagliato a cubetti (per gli intolleranti al lattosio usare il burro di soia),
  • 1 tuorlo,
  • brodo vegetale freddissimo (al posto dell’acqua),
  • 1 pizzico di sale affumicato.

Ingredienti per il ripieno:

  • 500 g. di foglie di acetosa (io non l’ho pesata ma ne avevo un bel cesto pieno),
  • 2 grandi cipolle (rosse),
  • 2 cucchiai di zucchero di canna,
  • olio EVO,
  • 1 dl di panna liquida (per gli intoleranti al lattosio adoperare quella di soia o riso),
  • sale affumicato,
  • spalla cotta a pezzetti (facoltativa).

Collage torta acetosa-001n

Come ho fatto la brisè:

ho messo nel robot da cucina (con le lame da impasto in plastica) le 2 farine ed il sale, ho miscelato ed ho aggiunto il burro freddo tagliato a cubetti piccoli.

Ho azionato il robot ad intermittenza fino ad ottenere un composto sbriciolato, ho unito il tuorlo, ho riazionato ed ho aggiunto man mano il brodo vegetale necessario ad ottenere un bel composto vellutato ed omogeneo.

Ho formato una palla e l’ho avvolta nella pellicola, ho riposto in frigorifero per alcune ore.

cipolle affettate n -001

Come ho preparato il ripieno:

ho affettato sottilmente le cipolle, le ho messe in una padella con l’olio e lo zucchero, ho mescolato bene e le ho coperte, a filo, con dell’ acqua e le ho cotte fino a farle diventare trasparenti, se necessario aggiungere acqua bollente.

Appena pronte le ho scolate ed ho messo nella stessa padella l’acetosa ed il sale affumicato, ho coperto e l’ho fatta cuocere nella sua acqua di vegetazione.

Ho scoperto, alzato la fiamma e fatto asciugare il composto, ho tritato finemente ed aggiunto la spalla cotta.

Ho preriscaldato il forno a 180° C.

Ho steso la pasta ed ho foderato la teglia, ne ho bucherellato il fondo ed ho infornato fino a doratura.

Ho sfornato, ho fatto un primo strato con le cipolle, un secondo con l’acetosa, ho versato la panna, ho coperto con la stagnola ed ho infornato abbassando la temperatura a 180° C., per 20 minuti, ho tolto la stagnola ed ho continuato la cottura per altri 15 minuti

la ricetta originale prevede una gratatina di noce moscata sulla panna ma non la ritengo necessaria.

Varianti: si può aggiungere del formaggio a scelta nel composto di acetosa o mettere un tuorlo e parmigiano nel composto di panna, per attenuare il sapore dell’acetosa si possono aggiungere delle patate bollite schiacciate ecc. fate come vi piace.

Torta salata acetosa fetta-002n

Buona domenica, alla prossima ricetta.


Le Nespole del Giappone al rum, smaltiscono la sbornia sotto un Crumble delizioso.

crumble di nespole si-001si

Ho specificato Nespole del Giappone perchè, per me, fino a pochi anni fa, le nespole erano queste:

Nespola libro-001

Mentre, in questa ricetta ci sono queste:

nespola del Giappone-002

Per ingrandire le foto cliccare.

Mi scuso per aver fotografato le pagine ma, credetemi, è scritto talmente in piccolo che avrei dovuto adoperare la lente d’ingrandimento, altre volte l’ho fatto ma ultimamente la vista mi si è abbassata parecchio, a voi basta cliccare l’immagine per leggere agevolmente.

Io provo un affetto quasi materno per questo frutto, come mi è capitato col topinambour e l’avocado.

Mi succede sempre quando vedo languire giorno dopo giorno questi prodotti al reparto frutta e verdura dei supermercati.

Gli alberi di nespole del Giappone capiterà anche a voi di vederli nei giardini, spesso questi frutti vengono lasciati cadere, a nessuno interessano, un pò come succede con i caki, meglio andarli a comperare al supermercato… l’anno scorso parlai in un post di queste nespole dimenticate nei giardini.

Nespolo-001

Nespolo del Giappone.

A differenza della Nespola della prima foto, che sono dolcissime, queste sono un pò aspre e non danno il meglio a crudo, un pò come le mele cotogne.

Quando le ho comperate non sapevo ancora cosa ne avrei fatto, troppo poche per marmellate e gelatine e troppo rischioso prepararle come contorno agrodolce.

Avevo in frigorifero un avanzo di granella delle coppe all’avocado e coccoe il crumble è venuto da sé; la base per i crumble è fatta con farina burro e zucchero alla quale si possono aggiungere, secondo il proprio gusto: fiocchi d’avena, mais, frutta secca ecc.

Avendo un sapore abbastanza neutro, le nespole del Giappone non litigano con spezie e aromi, in questo caso ho scelto il rum, un semplice rum, quello dolce che si adopera per fare il punch.

nespole dietro clafoutis-001

Nespole del Giappone e i loro semi.

Ingredienti:

  • 500 g. di nespole del Giappone, pelate, private dei semi e della pellicola interna che li contiene,
  • 2 cucchiai di zucchero Muscovado,
  • 1/2 bicchiere d’ acqua,
  • 4 cucchiai di rum per punch (se adoperate quello normale aggiungere 1 cucchiaio di zucchero).

Ingredienti per il crumble (copio incollo dal post):

queste sono le dosi per l’altra ricetta, se vi avanza, come nel mio caso, mettere la granella in un vaso di vetro e conservarla in frigorifero.

  • 50 g di burro di cocco (o il vostro solito burro),
  • 50 g di fiocchi di mais,
  • 50 g di nocciole tritate grossolanamente,
  • 1 cucchiaio di zucchero muscovado,
  • (farina di kamut, burro, zucchero di canna, aggiunti per questa ricetta).

collage crumble nespole-001

Come preparare il crumble:

per questa ricetta ho preparato una base con farina di kamut, burro e zucchero ed ho aggiunto la granella che è fatta così (copio-incollo dal post):

far sciogliere il burro di cocco (io) o margarina o burro di soia o burro vaccino ed unire i fiocch di mais frantumati: io l’ho fatto con le mani, è un ottimo antistress.

Dopo che i fiocchi avranno assorbito il burro, unire le nocciole tritate e lo zucchero Muscovado, mescolare per qualche minuto, versare in una ciotola e far raffreddare.

Come fare:

mettere le nespole pulite e tagliate a pezzetti in un tegame con lo zucchero e acqua, portare ad ebollizione ed aggiungere il rum, alzare la fiamma per far evaporare l’alcol, mettere il coperchio, abbassare la fiamma e far ammorbidire le nespole.

Imburrare una pirofila da forno, adagiare le nespole e ricoprirle con il crumble.

Infornare a 180°C. per 30/35 minuti.

crumble di nespole2-001

Con i semi, che potete vedere sullo sfondo, si può fare il Liquore Nespolino, troverete le ricette in rete, io ho scelto questa.

Se lo fate potete adoperarlo al posto del rum e magari inserire nel crumble della farina di amaretti, ottenuta macinandoli oppure sbriciolarli grossolanamente, provate.

Un’altra idea con le nespole del Giappone (cliccare sulla foto):

fetta clafoutis di nespole

Buona giornata.


Pinza Friulana dell’Epifania, della Nonna di Pietro: l’amore per la tradizione non è soltanto una moda…

Pinza Epifania fetta-002

Voi  sapete che, nonostante mi descriva come una specie di orso asociale e grezzo, io amo parlare con le persone, specialmente se condividono uno spazio o qualcosa con me o se percepisco un qualcosa che mi spinge verso di loro, ed è così che il signor Pietro ed io siamo diventati amici.

Mi piaceva, quando aveva terminato il suo lavoro, invitarlo a bere un caffè o un the, lo sapevo solo e mi faceva piacere parlare con lui, di sua figlia che amava andare a cavallo e lo faceva un pò tribolare con la scuola e del ballo liscio, la sua passione.

Così, forse per sdebitarsi, un giorno mi portò  questo dolce da assaggiare col the, me ne innamorai e, ovviamente, gli chiesi la ricetta.

Per un pò resistette: è una ricetta di mia nonna, ne era gelosa, rispondeva ogni qualvolta  gliela chiedevo… ma poi cedette, la mia sincera passione lo convinse.

Ora il signor Pietro è molto ammalato, ricordo che l’ultima volta che venne a lavorare non si reggeva in piedi, lo rimandai a casa e le scale, finchè non trovammo chi lo sostituisse, le pulii io.

Ultimamente, più che una moda, il desiderio di conservare le tradizioni, credo sia diventata una necessità, sia per non staccarsi da un passato che, in fondo in fondo, non era poi male, sia per prendere le distanze da un futuro che non promette bene e ci rende così preoccupati e arrabbiati che non siamo più capaci di cogliere ed apprezzare le piccole cose.

Come ho già scritto, questo tipo di ricette, nasce dalla necessità di mettere assieme poche cose e, mi ripeto, la frutta secca, un tempo era alla portata di tutti mentre oggi, una torta di noci, anche fatta in casa, viene a costare un occhio dalla testa.

Basta leggere gli ingredienti di questi dolci poveri, sempre gli stessi, noci, fichi secchi, uvetta, qui ci sono anche i pinoli ma il signor Pietro mi disse: la nonna li metteva raramente, quando poteva permetterseli.

Mi scuso per le fotografie, non sono recenti, fotografavo ancora con il telefonino, sono foto sfocate, con esposizioni errate, per fortuna che ora ne capisco un pò di più del 2008 e ho cercato di sistemarle meglio che potevo (purtroppo non ho photoshop).

Era il tempo che fotografavo gli ingredienti, avevo ancora così tanto entusiasmo…

Ingredienti pinza epifania Pietro1-001

Ingredienti per una teglia rettangolare da 45 x 35:

  • 300 g. di farina gialla di mais (anche istantanea),
  • 700 g. di farina 00,
  • 1 litro di latte,
  • 2 uova,
  • 100 g. di zucchero,
  • 150 g. di lievito di birra fresco (o 2 fustine liofilizzato + 1 lievito in polvere,
  • 400 g fichi secchi tagliati a pezzetti,
  • 250 g. di uvetta,
  • 1 bustina di pinoli tostati,
  • 200 g. di noci tritate grossolanamente,
  • 2 cucchiai di strutto (o burro),
  • buccia di limone gratuggiata,
  • sale.
collage pinza epifania-002

Come fare:

portare il latte a bollore con il sale, tagliare i fichi a pezzetti, tostare i pinoli, tritare le noci grossolanamente e sciogliere a bagno maria lo strutto o il burro.

Lavare l’uvetta e farla gonfiare nell’acqua calda,  scolarla e metterla nel rum o grappa, versare il latte sopra la farina di mais e lasciare  che lo assorba.

Sbattere leggermente le uova e aggiungerle all’impasto assieme allo strutto o burro, unire anche la frutta, compresa l’uvetta scolata, lo zucchero e la buccia di limone.

Sciogliere il lievito in un po’ d’acqua tiepida, versarlo nell’impasto ed unire, un po’ alla volta, la farina ( io la setaccio).

Versare nella teglia foderata con la carta da forno (o imburrata) ed infornare nel forno preriscaldato a 180° C. x 40 minuti.

Controllare che la preparazione non asciughi troppo, sfornare la pinza e, quando è intiepidita voltarla sottosopra affinchè l’umidità non rimanga nel fondo.

Cospargere di zucchero a velo decorando a piacere,  la potete anche porzionare e mettere in congelatore per le emergenze della colazione e merende.

Pinza Epifania pronta-001

Per oggi è tutto, grazie signor Piero e grazie a voi di avermi letta fin qui…

Il Signor Pietro è venuto a mancare in ottobre…


Calgionetti Fritti, Bolliti, Al Forno: prove tecniche di Calgionetto perchè… Un Calgionetto è per sempre…

Cagionetti fritti piatton-001
Non paga di emozionarmi al cospetto delle tradizioni del mio Friuli Venezia Giulia, ho anche il coraggio di intromettermi nelle tradizioni altrui… Chiedo venia se, ignorando tempi e modi, oso giocare con le vostre ricette, se mi permetto di aggiungere, togliere, modificare.

É lo stesso che accade quando rotoliamo un tartufino di cioccolato in qualche ingrediente, mentre rotola si ricopre di cocco, cacao, zucchero ecc.

Questa ricetta, che mi ha inviato l’amica Anna (quella dei bisottini al mosto cotto), la facevano sua nonna e le sue zie (ultranovantenni) che vivono nella Sabina.

É originaria dell’ Abruzzo ed io, proprio come un tartufino l’ho fatta rotolare un pò qua e un pò là ed è arrivata sul piatto arricchita di variegati sapori, c’è un pò di sud, un pò di nord, c’è un pò di impero austro ungarico,  è avvolta di ingredienti preziosi:  l’amicizia, di Anna, di Maria.

Ferri per ferratelle-001

Ho voluto inaugurarli assieme, il primo giorno dell’anno e… Se vale il proverbio «quello che fai il primo dell’anno lo fai tutto l’anno» io ho già messo una bella ipoteca sul futuro: cagionetti e ferratelle fino a dicembre e, come ho scritto l’anno scorso: io speriamo che me la cavo.

collage Cagionetti bolliti-001

Avevo preparato il ripieno, che si conserva perfettamente in congelatore, tempo fa, la ricetta risale invece a molti mesi prima ma, per questo tipo di ricette sono il tempo e la pazienza gli ingredienti indispensabili e quindi, ho dovuto attendere di avere a disposizione tutti e 2.

La pasta l’ho preparata il giorno prima ed è proprio la pasta, che per altro non conoscevo ad essere una piacevole scoperta, forse è l’ averla fatta riposare ma l’ho trovata particolarmente malleabile, elastica, Anna mi aveva detto essere una pasta soggetta a rompersi, a me non è successo.

Ho voluto provare a fere le 3 versioni, fritti perchè la ricetta nasce così, al forno perchè Anna, per la famiglia, vorrebbe evitare le fritture ed infine bolliti perchè mi piacciono molto gli Strucchi bolliti.

Ho adoperato, per tutte 3 le versioni la pasta con uguale spessore, sottile (penultima tacca della nonna papera).

Ho fatto metà dose e non l’ho adoperata tutta quindi, se volete mangiare qualcosa di sublime (alla Bigazzi), prendetevi, magari a carnevale, un intero pomeriggio, coinvolgete parenti e amici e datevi alla sfrenata produzione di calgionetti (Anna li chiama così).

La ricetta, come quella per i biscottini al mosto cotto di giorni fa è copia-incollata dalla mail di Anna, con lo stesso stile gajardo che perdurerà anche per tutto il 2013, contempla la versione originale, cioè calgionetti fritti.

collage pasta cagionetti-001

Ingredienti per la pasta:

  • gr. 250 olio evo finissimo,
  • gr. 250 vino bianco secco,
  • farina bianca quanta ne occorre per un impasto sodo.

Ripieno cagionetti-001

Ingredienti per il ripieno:

  • un litro di mosto cotto,
  • gr. 300 mandorle,
  • gr. 100 zucchero semolato,
  • gr.100 cedro candito,
  • gr. 100 gherigli di noce,
  • cannella in polvere,
  • castagne (o ceci)  lessate.

Ingredienti vari:  

  • olio d’oliva x friggere (olio semi di arachide),
  • zucchero semolato o vanigliato,
  • cannella in polvere.

collage cagionetti forme-001

Come fare:

scottare in acqua bollente le mandorle e le noci, pelarle e farle tostare nel forno, poi tritarle finemente.

Versare in una casseruola il mosto cotto e porla sul fuoco: quando il liquido sarà ben caldo aggiungere le mandorle, le noci e un pizzico di cannella.

Mescolare bene, poi unire tante castagne lessate e schiacciate (o ceci), quante ne occorrono per ottenere una crema densa; levarla allora
dal fuoco, unire lo zucchero ed il cedro tagliuzzato.

Mescolare accuratamente e porre il recipiente in frigorifero x qlche ora, affinchè il composto indurisca bene.

Versare in una capace ciotola l’olio e il vino aggiungere la farina bianca tanta quanta ne occorre per ottenere un impasto sodo.

Mettere il composto sulla spianatoia e lavorare a lungo la pasta senza più aggiungere farina (io ho adoperato il robot da cucina) stendere quindi con il matterello un sfoglia sottile (ho adoperato la nonna papera manuale).

Sistemare sulla sfoglia tanti mucchietti di ripieno e fare i calgionetti, cioè a forma di tortelli rettangolari (qui io ho giocato con le forme e con i ferri da ferratelle).

Cagionetto bollito piatto-001

Calgionetto bollito condito con burro chiarificato, semi di papavero, zucchero a velo e cannella.

Friggerli in buon olio d’oliva (di arachide) nn troppo bollente senza farli colorire. Scolarli ed adagiarli su carta assorbente. Quando saranno tutti pronti collocarli su di 1 piatto di portata e cospargerli di zucchero e canellla in polvere.

Si servono sia caldi, tiepidi o freddi.

collage cagionetto al forno-001

Versione al forno: 180°C. per 20/25 minuti, spolverizzato zucchero a velo e cannella..

Variante: si preparano anche con ripieno di cioccolato usando gr 200 di cioccolato sciolto in acqua – gr. 150 di mandorle tostate e tritate finemente, scorza d’arancia a pezzetti , marmellata di uva, mossto cotto e cannella in polvere.

Far gelare il ripieno prima di usarlo, proseguendo cm indicato nella ricetta.

(Che ne dici? Laboriosa ma …. mmmhhh!!! Pregusto mentalmente …) Anna sono FAVOLOSI!!

A Viterbo si fa il Pan del Vescovo e questa già te la inviai x ora vado che è tardi.

Tornero con il Pan Giallo …

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Non so se è esatto chiamarli calgionetti ma Anna scrive così e io posso modificare qualcosina ma non stravolgere il nome.

Vi saluto, tra poco partiamo per qualche giorno, l’Austria ci attende, Perla avrà un’adorabile Cat-Sitter che la accudirà amorevolmente, a presto.

Piscina Bad Bleiberg-001


Biscottini al mosto cotto, senza uova, senza lattosio, senza glutine ma con tanto tanto sapore… Un pensiero per Maria ♥

biscottini al mosto cotto cotticorn-001

Non so se è merito dei Maya che, con le loro profezie hanno comunque mosso qualcosa in ognuno di noi, non so se è perchè dai e dai le cose cambiano, non so se, finalmente, mi sono incamminata sulla strada giusta… Fatto sta che ho trascorso uno splendido Natale, direi sereno, si, sereno è la parola giusta.

La venuta della suocera&Co. non mi ha agitata, sono riuscita ad organizzare tutto per benino e nei tempi giusti, voi direte: cosa sarà mai organizzare un pranzo di Natale per 5.. Beh, per me, che non ho mai ospiti a casa, è un bel impegno, quando manca la pratica non basta la grammatica no?

Come già sapete il mio menù di Natale non è stupefacente ma è il solito: lasagne portate dalla suocera, zampone, lenticchie a volontà, brovada.

Quest’anno l’ho arricchito con 2 stinchi di maiale al forno, Lambrusco, coca cola per il cognato (ORRORE!!!) comperata da ello che, dopo aver notato il mio disappunto ha detto saggiamente: bisogna adeguarsi agli ospiti, panettone ai marron glacè gentilmente offerti da Loison, spumante per il brindisi, caffè, ammazzacaffè per lo zio: una grappa che gli ha fatto strabuzzare gli occhi per quanto era forte…

Tutto qui, qualche chiacchera, una breve comparsa di Perla che è venuta a salutare “la nonna” e dopo aver sberlato per qualche minuto è tornata a dormire e poi, tutti a casa, ello ad accompagnare lo zio (che mi ha regalato del buonissimo miele di acacia che ho adoperato per i biscottini) e così, rimasta sola mi sono messa a fare questi biscottini.

Ci tenevo a farli per Natale, un omaggio a Maria, è lei che mi aveva mandato il mosto cotto: adoperalo, mi diceva, ma non voglio finirlo, rispondevo, dai che te ne mando ancora… invece non c’è stato più tempo, purtroppo…

Questa ricettina mi è arrivata via mail da Nannarè, una delle Amiche di forum di un tempo, è una delle tante ricette che mi ha mandato, sono di sua nonna o di “nonnine”, come le chiama lei e per me sono perfette.

Appena la sento le chiedo delucidazioni sulla provenienza di questi “Biscottini al mosto cotto”, se hanno un nome definito o si chiamano soltanto così.

Io ho preferito lasciarli naturali, senza spezie, un pò perchè a ello non piacciono un pò perchè coprirebbero il sapore della frutta secca, rimane comunque il fatto che sono molto versatili e, da questa base, se ne possono elaborare un’infinità, mi sono limitata a modificare il tipo di farina perchè, essendo questi biscotti, già senza lattosio e senza uova, volevo farli anche senza glutine.

Copio incollo la ricetta così come è arrivata, con lo stile gajardo de Anna (si chiama così), le sue abbreviazioni da sms, credo assimilate dalle 2 figlie adolescenti, qualche doppia di troppo, ma è perfetta così, la adoro ♥

Per facilitare la lettura ho evidenziato gli ingredienti, mentre le mie varianti e il mio procedimento sono inseriti tra gli asterischi.

collage biscottini mosto cotto-001

Si lavorano degli ingredienti sullla spianatoia mettendone  ad occhio

circa 300 grammi fra nocciole, noci, pinoli, (xchè no, qualche mandorla) spezzettati grossolanamente
(Se vuoi anche tostati ma nn è necessario)
500 grammi di farina (da nn usare tutta insieme, che so iniziare con 250/300 gr. ed aggiungere quella che occorre man mano) *farina di grano saraceno e tapioca*
1 bicchiere circa di ottimo olio evo o strutto *olio evo (Pugliese)*
un pò di zucchero e miele * solo miele*
mosto cotto (o vino) q.b.
poco + della metà di una bustina di lievito x dolci
( Eventualmente Vanillina o spezie facoltative ed a piacere del proprio gusto) *estratto di vaniglia*
Non ci vanno le uova ma c’è anche chi ne mette *omesse*.
Zucchero a velo x spolverizzare , facoltativo *omesso*.

Mettere, la farina a fontana con tutti gli ingredienti dentro (la mi mama talvolta mette anche un po’ di buon cacao in polvere, ma ciò è una cosa del tutto personale), lavorare raggruppando per bene tutti gli ingredienti fino ad ottenere una “massa” omogenea, formare un filoncino
un “pò piatto” e tagliare a forma di losanga (qsta è la tradizione) oppure stendere e dare la forma ai biscotti che andranno su una teglia con
carta forno.

*Io ho mescolato la frutta secca con 250 g. di farina (proporzione 350 farina di grano saraceno, 150 farina di tapioca), ho aggiunto il bicchiere d’olio, 3 cucchiai abbondanti di miele, ho amalgamato, ho unito il resto della farina e poi ho aggiunto a poco a poco il mosto cotto fino al raggiungimento della “massa” omogenea (come scrive Anna), ho formato il filoncino un “pò piatto” e, come da tradizione, ho formato le losanghe*

Naturalmente infornare con forno già caldo a ca. 180 gradi finchè nn saranno coloriti e cotti (forse 20 min. o poco+)
Si possono servire ed intingere con buon bicchiere di vino bianco, marsala o …

Semplici, ma “fanno famiglia” e Natale magari apprezzati accanto al camino acceso …??! (A Perla falli assaggiare senza inzuppo nel vino mi raccomando …!!! Alle gattine di buona famiglia si bagna soltanto dietro l’orecchio con una goccia di Champagne, la notte di Capodanno, cm fossse Chanel N° 5 – insieme ad un assaggio di Pandoro).
Cuore

biscottini al mosto cotto cotti1nuovo-001

Buongiorno mondo.


Torta salata con Cavolo Rapa, un ortaggio da riscoprire.

torta salata cavolo rapa-004

Lo chef Carmelo Chiaramonte (che mi piace assai) non approverebbe, lo so, perchè quando  su Sky gli domandano: prodotto detestato, lui, senza esitare risponde: il Cavolo Rapa… Vabbè nessuno è perfetto

Il Cavolo Rapa è un tipino originale, dalla forma stravagante ed il sapore che ricorda la rapa, appunto.

Il sapore della rapa si percepisce ed è certamente la causa dell’impopolarità di questo bellissimo ortaggio.

In Austria, passeggiando,  essendo il cavolo rapa coltivabile tutto l’anno, è facilissimo vederlo  negli orti di casa:

cavolo rapa viola Austria orto.-001

Orto Austria con cavolo rapa viola

Le qualità  e proprietà organolettiche le trovate nel pdf cavolo rapa, oggi, dato che la ricetta è semplicissima e vista la tendenza a volersi ricavare uno spazio per l’orto, scriverò qualcosa su come poterlo coltivare da soli, magari in un’aiuola.

Caratteristica fondamentale di questo ortaggio è quella di evidenziare un ingrossamento anche molto accentuato del fusto o torso (asse epicotile) di forma sferica più o meno regolare in corrispondenza della zona del colletto.

Questa palla globosa di colore verde o violetto più o meno intenso, sulla quale si inseriscono foglie non molto sviluppate in lunghezza ed in numero limitato, rappresenta la parte commestibile.

Il Cavolo Rapa predelige il clima temperato ma in “Famiglia” (Cruciferae) è quello che resiste meglio al freddo.

Non ha preferenze di terreno, l’importante che sia fresco e ben drenato, non ama i ristagni d’acqua.

Si può coltivare tutto l’anno, sia in semenzaio che in campo, nei periodi più freddi è consigliato un riparo ed un terreno “caldo”.

Il seme germoglia in 6/7 giorni, quando ha 2/3 foglie si trapianta facendo attenzione a non superare il colletto perchè la crescita sarebbe compromessa

Quando saranno spuntate altre 2/3 foglie si può metterle definitivamente a dimora alla distanza di 25/30 cm tra piantina e 30/40 tra le file.

Le irrigazioni o, nel nostro caso “casalingo” annaffiature, devono essere regolari, il terreno deve rimanere umido.

Se passa troppo tempo tra un’annaffiatura e l’altra il Cavolo rapa diventa fibroso e riporta spaccature, in questo caso la commestibilità si riduce a cibo per  bestiame (questo succede nelle grandi produzioni).

Si conservano al fresco, in casse con torba o sabbia umida (come si fa con le patate e funziona perchè non germogliano) oppure avvolgendo i Cavoli Rapa in sacchetti di plastica o film di paraffina e posti in frigorifero a 3/4 °C.

In questo modo si conservano per mesi.

Le Cultivar sono 2:

peperoni e cavolorapa

Bianco Delicatezza: torsa o tubero di media dimensione, rotondeggiande, verde biancastra, solida, resistente alle spaccature, con fogliame eretto.

Mezzo-precoce, indicato per colture estive-autunnali.

cavolo rapa viola Austria1-001

Di Vienna Violetto: pianta di taglia media con fogliame viola intenso, torsa o tubero rotondeggiante, appiattito, viola.

Precoce, si adatta alla forzatura in serra o sotto tunnel.

Ora la ricetta, come ho scritto, semplicissima, io ho messo la salsiccia affumicata di Sauris, voi potete aggiungere speck, prosciutto cotto affumicato (l’affumicato ci sta benissimo col Cavolo Rapa), fate come vi piace di pù.

torta salata cavolo rapa da infornare2-001

Ingredienti per una tortiera di Ø 24 cm.:

  • 1 base rotonda di pasta sfoglia (io ho adopoperato quella light),
  • 3 cavoli rapa pelati e tagliati a quadretti,
  • 2 scalogni piccoli,
  • 1 salsiccia affumicata di Sauris,
  • 1 cucchiaio di olio evo,
  • 2 uova,
  • 1 dl di latte di soia (o quello che adoperate al solito),
  • 1 cucchiaio abbondante di panna acida,
  • pepe verde macinato,
  • sale,
  • fili di erba cipollina per decorare.
interno torta salata con cavolo rapa-001

Come fare:

affettare gli scalogni e rosolarli in olio evo, unire i pezzetti di cavolo rapa e far insaporire, aggiungere la salsiccia spezzettata (questa qualità non la sgrasso perchè, essendo più stagionata è più “magra”), mescolare, se vi piace potete sfumare con poco BUON vino bianco (io lo “fiammo”).

Coprire e continuare la cottura, il cavolo deve rimanere croccante, far raffreddare.

Stendere la sfoglia, bucherellarla, ed inserire il ripieno mescolato alle uova sbattute, la panna acida, il pepe, aggiustare di sale se necessario

Se vi piace potete aggiugere parmigiano grattugiato o ricotta affumicata ma sarebbe un di più.

fetta (mangiata) torta salata cavolo rapa-001

Con questa torta salata e con un pò di informazioni sul Cavolo Rapa che o si ama o si odia (spero lo amino più persone possibili perchè tutti i Cavoli fanno bene)

Altre idee col Cavolo Rapa, cliccare sulle foto per le ricette.

Torta salata con Cavolo Rapa, un ortaggo da riscoprire per WHB # 350 Torta salata con Cavolo Rapa, un ortaggo da riscoprire per WHB # 350 Torta salata con Cavolo Rapa, un ortaggo da riscoprire per WHB # 350

 


Fongi a savore in pentola: cucina Rinascimentale.

ffongii nel coccio-003

Fongi a savore in pentola.

Rp: fongi ben lavati et neti et fane pezi et toli de li pori ben tridi et metteli a cocere ne la pentola con lardo et quando li pori sono mezo cotti butavi dentro li fungi et le specie et zafrano et de le mandole monde et uno poco di petrosemoli et menta ben pisti, quando li metti li fungi, et cotti quando ti parerano menestrali pi et sarano boni (carta 27 v)

Beh,  ieri la preparazione di questo semplice piatto è stato per me un momento solenne.

Per me, che sono appassionata della cucina di un tempo, quella delle nonne, al massimo delle bisnonne, trovarmi di fronte ad una ricetta della cucina rinascimentale è stato emozionante.

La ricetta l’ho presa da un libro che ho comperato a Ferrara su una bancarella.

Questo libro lo trovate in vendita nel web, i prezzo è irrisorio e, se amate la cucina, la sua storia e la sua evoluzione, comperatelo.

Copertina libro

Cliccando sulla foto (presa dal web) qualche informazione sull’epoca del Rinascimento.

Non sono così brava da tradurre l’Italiano Volgare (nel quale riconosco inflessioni Venete e Toscane) e certamente non sarei riuscita a realizzare questa ricetta, a questo ha pensato Maurizio Coreggioli, chef del Ristorante Il Cucco di Ferrara, dosando gli ingredienti a seconda della sua esperienza e adattandola ai gusti attuali ma senza snaturarla.

Il libro riporta delle Curiosità,  una è particolarmente attinente a questa ricetta, e parla dell’uso eccessivo delle spezie nella cucina rinascimentale e che condivido, è questa:

L’uso delle spezie, che caratterizzò larga parte delle ricette medievali, continua ad essere pratica abituale anche nel periodo rinascimentale.

Anche in questo caso veniva considerato un segno di distinzione sociale piuttosto che una necessità di cucina.

È lecito pensare che in molte delle ricette qui presenti l’abbondante uso di cannella, chiodi di garofano, zenzero e noce moscata conferisse ai piatti un sapore stucchevole che copriva le fragranze e i sapori degli ingredienti di base.

A mio modesto parere, i funghi di per sè non necessitano di ulteriori profumi, io ho scelto di adoperare poca noce moscata e zenzero fresco, quest’ultimo già felicemente sperimentato in una zuppa di chiodini e patate, ho cercato di non tralasciare nulla dosando con parsimonia, ho evitato cannella e chiodi di garofano che avrebbero davvero “ammazzato” il sapore di porcini e finferli.

Ora siamo nel XXI° secolo, allora eravamo tra il XIV ed il XVI° e Marco Polo dai suoi viaggi aveva portato le spezie, aprendo la strada ad un nuovo modo di cucinare e regalando agli abbienti la possibilità di arricchire ancor di più la loro tavola, ignari che qualche secolo più tardi noi foodblogger avremmo ripulito molte ricette dagli eccessi, adoperando le spezie per preparazioni esclusive e riuscite per il mio gusto, (un pò perchè fa scic, un pò per avvicnarsi al gotha) ed avremmo iniziato una ricerca per ritornare alla cucina “povera”, quella che un tempo è stata la cucina dei  sudditi, del popolo, di quelli che avrebbero voluto soltanto pane e non brioche

Qui mi torna in mente Maria Luigia che della vita aveva capito tutto e che molti vorrebbero veder reincarnata in qualche nostro governante, lei andava nei campi a trovare i contadini e diceva loro: andiamo a fare “La Torta” (si vocifera che da lì nacque la famosa torta fritta di Parma).

Ecco, questo è il bello della cultura, quella vera (non la mia raffazzonata), quella che possiede la guida Annamaria che mi/ci ha fatto/i innamorare di Parma.

Riuscire a concatenare le epoche e comprenderne le dinamiche, chissà, forse diventerò topo di biblioteca, ne ho una a pochi metri da casa.

Riuscirò ad “acculturarmi” o è meglio che continui a spadellar leggiadra?

Ho capito, allora ecco la ricetta in linguaggio corrente:

Ing fongi a savore-004

Ingredienti (in corsivo le mie scelte):

  • 500 g. di funghi freschi ben nettati (funghi misti come prataioli, porcini, chiodini e finferli),  pioppini),
  • n.1 porro,
  • 60 g. lardo,
  • 30 g. mandorle bianche (senza buccia) tagliate fini mandorle a lamelle,
  • zafferano (pistilli) e spezie a piacere: noce moscata, zenzero fresco,
  • prezzemolo,
  • menta,
  • sale,
  • pepe di Szechuan.
fongi a savore nel coccio piccolo-002

Preparazione:

battere il lardo a coltello e porlo al fuoco in una padella (io ho adoperato il Coccio, anche se nel Rinascimento comparvero le prime pentole di rame); quando comincia a prender colore unire il porro ben tritato e quando sarà mezzo cotto (quasi trasparente ma non colorato) unire i funghi con tutti gli altri ingredienti (se necessario unire un poco di brodo o di acqua).

Finire di cuocere e aggiustare di sale.

Considerazioni personali:

ovviamente buonissimi anche se, ripeto, io i funghi amo mangiarli in purezza ma è un ottimo modo per valorizzare il misto di funghi che i raccoglitori esperti conoscono e nel quale solitamente non entrano i porcini (se non esemplari “vecchi”) perchè quelli meritano una cottura esclusiva.

Finferli, chiodini, pioppini, pleurotus, prataioli, russole, lactarius, anche gli steccherini  previa bollitura.

Ecco, secondo me questa ricetta con spezie e annessi e connessi è perfetta per valorizzare un misto di funghi, perfetto come contorno, come condimento per una tagliatella, per un risotto e perchè no, una lasagna, per non parlare dell’abbinamento con la polenta.

Chi è vegetariano/vegano può tranquillamente sostiuire il lardo con il nostro straordinario olio EVO, la ricetta è anche senza glutine, insomma un altro motivo per provare a cucinare rinascimentale nel secondo millennio.


Stroncatura con cozze, non tutte le stroncature vengono per nuocere…

Coccio stroncatura-001
Mi è successo tanti anni fa con la Pitina della Val Tramontina, e anni dopo con la Farina di Grano arso; un grande rispetto per l’ingegno umano ed un grande rispetto per noi “foodblogger” che, con la nostra curiosità, la nostra voglia di inventarci sempre qualcosa di nuovo,  stiamo contribuendo a riportare a galla ciò che rischiava di rimanere sepolto sotto strati di polvere.

Posso anche accettare, fino ad un certo punto però, una strumentalizzazione ma, in questi casi il detto: basta che ne parlino, è perfetto.

E così, appena aperto il pacco del mio Amico Max, i miei occhioni di bambina che fa oooooohhhhhhhhhhh si sono spalancati: nascosto tra nespole, albicocche, limoni c’era un sacchetto con la Stroncatura Calabrese, tipico formato di pasta prodotta soltanto nella provincia di Reggio Calabria e precisamente nella Piana di Gioia Tauro (alla fine troverete un link).

Veniva fatta con  le “scopature di magazzino”, resti di farina e crusca che rimanevano sul pavimento dopo la macinatura dei cereali.

Un tempo era la norma “Far di necessità virtù” e, se ci fate caso, la maggior parte dei prodotti di nicchia di oggi che vengono venduti a caro prezzo sono nati dalla necessità di sopravvivere nelle cucine dei Poveri di un tempo.

Per gustarla ho atteso il momento giusto, la ricetta tradizionale della Stroncatura richiede le alici salate ma, aimeh, le alici sono  uno dei pochi cibi che non riesco a mandar giù,ma non ho voluto comunque privarla del sapore del mare e, non essendo arrivati gli Scampi che avevo ordinato,  (l’idea era di farla con gli Scampi alla Busara (la ricetta che avrei fatto)), ho ripiegato, per modo di dire, su dei freschissimi, ciccioni Pedoci (cozze) nostrani, testati la settimana prima.

Per questa ricetta ho voluto unire con un filo invisibile la mia Trieste alla Calabria, attraversando il Territorio POMÍ, con una sosta a Sorrento ma andiamo in cucina a vedere cosa ho preparato.

coccio ingr stroncature-001

Ingredienti per 2 persone (la quantità che ho adoperato io):

  • 500 g. di Stroncatura,
  • 1 kilo e mezzo di cozze,
  • 200 g (1 brick) di passata di pamodoro POMÍ,
  • 4 spicchi d’aglio vestiti,
  • prezzemolo, gambi compresi,
  • 4 cucchiai di olio EVO,
  • 1 bicchiere di vino bianco (Friulano),
  • peperoncino di Calabria (Garofalo),
  • 1 coccio di Calabria per cucinare.
cozze1-001

Come fare:

per prima cosa lavare e spazzolare le cozze eliminando la barba e, se ci sono, i denti di cane, aiutandovi con una lama.

Metterle in un tegame capiente assieme all’olio EVO, gli spicchi d’aglio, il prezzemolo, coprire e far cuocere a fuoco alto scuotendo il tegame dal basso verso l’alto per far prendere il calore alle cozze in maniera omogenea e completa.

Quando le cozze saranno aperte (quelle chiuse eliminarle) sfumare con il vino bianco e far evaporare, togliere le cozze dal guscio e metterle da parte, filtrare il liquido rilasciato (che profuma irresistibilmente di mare).

Riscaldare il coccio e versare una parte di liquido di cottura delle cozze, portare a bollore ed aggiungere la stroncatura cruda e trattarla come fosse riso, procedendo con una cottura Risottata.

Man mano che la pasta si ammorbidirà, unire altro liquido che avrete mantenuto bollente, soltanto a questo punto aggiungere la passata di pomodoro anche lei bollente ed il peperoncino in polvere.

Non salare perchè l’acqua che rilasciano le cozze è già salata, aggiungendo sale rovinereste la preparazione.

Continuare la cottura, dopo 10 minuti assaggiare per testarne la consistenza e, soltanto poco prima della fine aggiungere le cozze, amalgamare e servire, io non ho messo formaggio.

stroncature con cozze-001

Con questo piatto ringrazio POMÍ per avermi dato la possibilità di giocare con i loro prodotti che trovo, indipendentemente dal concorso o dal pacco ricevuto, prodotti di qualità, presentati e promossi con eleganza.


Un Mondo d’orzo e la carezza del vento

(Foto dal web)

♥♥♥

…Trieste ha una scontrosa grazia.

Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.

Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.

Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.”

(Umberto Saba)

Ieri, mentre ritornavo dalla visita a Celeste ho preso la strada secondaria che attraversa le immense campagne circostanti.

Il cielo era limpido e c’era una strana atmosfera nell’aria, quando ho aumentato un pò la velocità il vento è entrato a spettinarmi e rinfrescarmi, ed è allora che è successo qualcosa, quel vento profumava di mare, il mio mare di Trieste, quello che mi fa sentire spesso un’emigrante malinconica in una terra meravigliosa ma che non mi appartiene.

Erano anni che non provavo più quella sensazione di pace e serenità, sentire quel profumo e quella sensazione di calore sulla pelle, è stato come se il mare avesse mandato quel vento a farmi una carezza.

Tortino di orzo mondo con porri e sedano.

Ingredienti per 2 persone:

  • 100 g. di orzo mondo Bio,
  • 1 porro ,
  • 1 bella costa di sedano,
  • 1 cucchiaio di olio EVO,
  • brodo vegetale,
  • parmigiano grattugiato,
  • 1 cucchiaio di burro di soia,
  • sale.

Come fare:

controllare che l’orzo non abbia sassolini ecc. lavarlo e metterlo in ammollo per 6 ore.

Metterlo nella pentola a pressione aggiungendo brodo vegetale, dal sibilo cuocere 50 minuti.

Nel frattempo tagliare porro e sedano a rondelle sottili e far stufare in olio EVO per circa 10 minuti, aggiungere l’orzo con poco liquido di cottura, aggiustare di sale e far insaporire per qualche minuto a fuoco vivace.

Versare il composto in una pirofila unta d’olio e spolverizzare con parmigiano grattugiato e fiocchetti di burro di soia, infornare per 30 minuti fino al formarsi della crosticina.

Essendomi avanzato un pò di composto ho preso 2 foglietti di pasta fillo, li ho unti con olio EVO ed ho fatto una tortina salata.

Pensando che ello non si sarebbe neanche avvicinato alla preparazione ho lasciato metà tortino per il giorno dopo ma, ma ello l’ha intercettato e se l’è pappato tutto, compresa la tortina, quasi tutta perchè ho voluto assaggiarla anch’io, mai dare nulla per scontato con ello.

Buona domenica, io aspetterò un’altra carezza del vento


Risotto alla Veneziana: a Friuli Doc alla Ricerca del Prodotto Perduto e poi di corsa a casa a preparare la ricetta.

Rieste di “Cipolla rossa di Cavasso Nuovo”, fatta con cipolle autentiche.

Quest’anno ho deciso di andarci, pur abitando a 2 passi non ci sono mai stata, forse perchè non amo la confusione, l’odore nauseabondo di quelle frittelle cotte in un improbabile olio ammazzafegato, forse perchè in queste manifestazioni s’intrufolano sempre produttori di nulla e tutto costa di più che andarlo a comperare sul posto.

Quest’anno però, stimolata dal fatto di essere Gatta del Fud, ho dato sfogo alla mia innata curiosità e passione per i prodotti perduti e poi ritrovati, quelli dimenticati e poi ricordati ancora.

Foto inguardabile puramente dimostrativa…sorry :-(

L’obiettivo era un marchio famoso dalle nostre parti e seguendo il suggerimento della segretaria di andare sul posto a parlare col presidente ho cercato subito lo stand.

La solita premessa che non si devono dare soldi non è bastata a farmi ricevere da parte sua una, almeno, educata attenzione e così, dopo aver visto alle sue spalle uno scaffale che conteneva prodotti destinati alla vendita ho capito che il famoso marchio serviva più da specchietto per le allodole, in quanto, conoscendo la superficie del territorio di produzione del famoso prodotto, qualcosa era di troppo.

Dopo aver dato un’ultima occhiata quasi di compassione al president  mi sono lanciata, anche se claudicante (mi duoleva il ginocchio n.d.r.), alla ricerca del prodotto perduto.

Ho individuato subito un piccolo stand dove c’erano soltanto riesti di cipolla, nè composte, nè creme, nè chutney, nulla, solo delle splendide trecce di cipolla.

A presentarla una bella e gentile signora col marito ed il figlio, ad ogni mia domanda una risposta esaustiva.

Ho chiesto loro di vendermi qualche cipolla ma loro erano lì non per vendere ma per far conoscere il prodotto, il frutto di un seme dimenticato.

Mentre fino agli anni 60 questa cipolla è stata una preziosa risorsa per le famiglie, dopo non è più bastata e per poter vivere non era più sufficiente e dopo il terremoto del 1976 la coltivazione destinata alla vendita è stata definitivamente abbandonata, fino ad oggi.

Ora va di moda il prodotto del territorio e per fortuna dico io; una volta tanto una moda non rimane tale ma fa sì che stimoli la fantasia e la voglia di tornare indietro a riprendere ciò che si stava per perdere.

Così, le persone che, comunque, in questi anni, hanno continuato a coltivare questo ortaggio per il loro uso famigliare, si sono riunite e si sa che in questi casi il detto l’unione fa la forza è più azzeccato che mai.

Succede con l’uva da vino, con le olive, con i cereali, ognuno cura al meglio il suo appezzamento di terra ed alla fine si mette tutto assieme in un unica bottiglia o in un unico sacco: si chiamano solitamente Consorzi.

Tante piccole eccellenze fanno un grande prodotto di qualità.

Mi piace, mi piace proprio, mi piacciono queste persone che, pur consapevoli che il guadagno vero sarà lontano a venire, non imbrogliano, non vendono aria fritta, non si fanno scudo del marchio per vendere, sempre e comunque, COMPLIMENTI!!!

Ad un certo punto la signora gentile ha sussurrato qualcosa ll’orecchio del marito che è sparito e ritornato con in mano delle cipolle tutte per me.

Avevo già in mente una ricetta e così ho ringraziato e, claudicando, sono ripartita alla ricerca di un altro prodotto perduto, e l’ho trovato, ma di questo vi parlerò la prossima volta.

Anche se so che il prodotto denaro rimane l’unico vero DOP, voglio continuare a credere che ci sia qualcosa che abbia più valore e che questi piccoli produttori continuino ed insistano con la loro ricerca e la loro riscoperta.

Abbiamo bisogno di cose buone, siamo già andati molto avanti, se si fa qualche passo indietro c’ è soltanto da guadagnare.

Detto questo vi presento la  ricetta che ho preparato con le cipolle gentilmente ricevute in dono:

Risotto alla Veneziana.

L’ho chiamato così perchè l’ho fatto con il fegato alla veneziana che ho preparato con i fegatini di pollo: se il nome fosse copyright avvisatemi che cambio e lo chiamo Risotto for president.

Questa qualità di cipolla è particolarmente dolce e profumata e ben si è sposata con i fegatini di pollo che, a differenza del fegato di vitello, hanno un retrogusto leggermente amaro (leggermente).

Ho fatto come vedevo fare a mio padre le rare volte che, sporcando un’infinità di padelle, pentole, piatti, cucinava qualcosa per noi, la mamma ed io.

Ricordo che faceva cuocere la cipolla per ore, lentamente, aggiungendo un pò per volta o brodo o acqua, alla fine la cipolla diventava una crema dorata e profumata dove metteva le listarelle di fegato e le faceva cuocere per pochi minuti, non deve cuocere troppo altrimenti perde la sua morbidezza diceva, ed aveva ragione, era buonissimo ed alla fine i piatti erano talmente puliti da essere lustri (lucidi).

Io ho fatto come lui, mettendo anche delle foglie di salvia (non ricordo se lui la usasse) e, prendendo un pò del fondo di cottura ho fatto tostare il riso (vialone nano), ho sfumato con un pò di prosecco ed ho continuato la cottura allungando con l’acqua bollente.

Ho aggiustato di sale ed alla fine ho aggiunto i fegatini alla veneziana che avevo tenuto in caldo (senza farli cuocere oltre).

Non ho mantecato né con burro, né con olio e niente parmigiano, vi assicuro un piatto da re.

Gli ho dato la forma con un coppapasta a forma di fiore, ho decorato con la salvia e cipolla Rossa di Cavasso Nuovo (d’altra parte è lei la regina del piatto), ancora qualche fegatino, un pò di sughetto e poi mangiare.

Se foste interessati a conoscere questa famosa cipolla, trascorrendo una piacevole domenica di festa in un paese della Pedemontana nel Friuli occidentale, l’appuntamento è la prima domenica di ottobre alla festa di San Remigio, potreste ritornare a casa con una bella riesti di Cipolla rossa di Cavasso Nuovo.

É proprio vero, spesso i più piccoli sono i più grandi…, al prossimo prodotto ritrovato.


Budino con Bacche e sciroppo di Biancospino.

La stagione ha da venire e quindi potrò ritornare alla ricerca di questo arbusto spinoso e generoso che ho scoperto soltanto l’anno scorso.

Arrivata a casa cercai subito sui miei libri la maniera per conservarle e  feci una marmellata aggiungendo il Macis (l’involucro della noce moscata) perchè il sapore delle bacche è neutro e, secondo me,  si sposano con tutte le spezie.

Ingredienti per la confettura:

le dosi sono controverse perchè dipendono dalla quantità di bacche che trovate, io non amo le confetture troppo dolci e le proporzioni contemplano anche la “zuccherinità” della frutta o, come in questo caso, delle bacche.

  • 1 kilo di polpa di bacche di biancospino,
  • 500 g. di fruttosio,
  • il succo di mezzo limone (per conservare un pò il colore),
  • qualche pezzetto di Macis,
  • acqua.

Come fare:

lavare le bacche e metterle in una pentola (io uso quella di rame) coperte d’acqua a filo.

Farle ammorbidire, coperte, per qualche minuto e passarle al passaverdura poche alla volta per evitare di “schiacciare i noccioli che potrebbero rilasciare l’effetto “legante”.

Pesare la polpa ottenuta e regolarsi con la proporzione di zucchero (io ho usato il fruttosio che dolcifica di più).

Rimettere al fuoco con il succo di limone e le cortecce di macis e raggiungere la densità desiderata.

Invasare bollente nei vasi (io piccoli) precedentemente sterilizzati in forno a 100/120°C. per 20 muinuti o più.

Capovolgerli e lasciarli rasffreddare per ottenere l’effetto sottovuoto.

Alcune bacche le conservai sotto sciroppo aggiungendo una stecca di cannella in cottura.

Ho controllato nel web e c’è la stessa ricetta nel sito di gennarino.org, è esattamente “paro paro” quella che ho nel mio libro: “Sotto vetro” di Gianna Montecucco Rogledi (1973) a pagina 185, d’altronde non credo che, a parte l’aggiunta di qualche profumo si possa fare molto di più, quando si ha lo sciroppo allora ci si può divertire a sperimentarne l’utilizzo.

La bacca di biancospino, per poter essere conservata, deve essere colta dopo i primi freddi, perché é una bacca invernale (noi le abbiamo raccolte al finire dell’autunno ed erano già mature).

Ingredienti:

  • 500 gr di bacche di biancospino,
  •  250 gr di zucchero,
  • 200 gr d’acqua,
  • 1 stecca di cannella

Come fare (così è scritto):

si prendono le bacche migliori, si lavano, si fanno sgocciolare, si mettono al fuoco coperte di acqua tiepida e si fanno bollire per pochi minuti.

Mentre si lasciano scolare, si mette al fuoco l’acqua e lo zucchero (e la stecca di cannella), quando lo sciroppo inizia a bollire si uniscono le bacche, si fanno cuocere, mescolando spesso, finché lo sciroppo sarà ben penetrato.

Si invasa caldo, si copre con un disco di carta imbevuta di rum e, quando il tutto sarà raffreddato, si chiudono ermeticamente i vasi.

 

Dopo averle conservate al fresco e al buio in cantina le ho tirate fuori per l’occasione, devo dire anche con un pò di perplessità..invece quest’anno farò altri vasi e qualcuno andrà a finire nei cesti Natalizi :-) .

Per fare questa coppa ho usato la ricetta del Ferni che avevo visto fare da Laura Ravaioli (alla fine link con variante).

Ingredienti:

  • 750 cl di latte di soia (latte intero),
  • 150 g. di fruttosio (250 g. di zucchero semolato),
  • 50 g. di amido di mais “maizena”,
  • sciroppo e bacche di biancospino a piacere.

Come fare:

prelevare dalla quantità di latte una piccola parte per stemperare la maizena , il resto portarlo ad ebollizione,  appena il latte inizierà a scaldarsi aggiungere il fruttosio (zucchero) farlo sciogliere e aggiungere la maizena stemperata nel latte e, mescolando continuamente, raggiungere la densità desiderata.

Versare il composto nelle coppe, far raffereddare un pò, versare lo sciroppo e spingerlo all’interno con uno stecchino, volendo si può anche “marmorizzare” a caldo.

Questi li ho addensati con l’agar agar.

Le bacche del biancospino di cui parlo qui hanno Proprietà antidiarroiche ed astringenti, mentre i fiori  sono utili per l’insonnia, l’ipertensione e le palpitazioni, in poche parole un infuso bevuto la sera prima di coricarsi fatto con:

1 g. di fiori in 100 ml d’acqua

vi aiuterà a riposare bene e svegliarvi rasserenati.

Per gli altri link:

Ricetta Ferni

Ricetta per budini latte soia agar agar


Confettura con corniolo, more, uva, susine: un pò di poesia sottovetro.

Mi sono spesso lamentata dello stato di abbandono di certi appezzamenti di terreno, spesso  trasformati in giungle difficilmente esplorabili ma…giorni fa ne sono stata felice perchè avendo visto il post di Cristina sulla sua confettura di corniolo e trovandomi a casa dello “zio” sono andata a vedere a che punto era il vecchio corniolo del nonno.

Consapevole che la natura non aveva aspettato me non ero molto speranzosa di trovare ancora qualche frutto ma, ma invece nel groviglio di rami, rovi e sterpi ho intravisto un giovane corniolo con ancora qualche bacca, l’ho scosso delicatamente e ne ho raccolto una manciata, ancora qualche passo verso il vecchio, ancora qualche perla rossa e via, verso gli alberi di susine che avevo intravisto poco prima.

Se avessero ripulito quel piccolo bosco probabilmente i cornioli non ci sarebbero più e nello spazio occupato dai vecchi alberi di susine ci sarebbero dei sacchi di cemento e pile di mattoni.

E qui il detto: “non xe mai un mal senza un ben” calza alla perfezione.

Sulla via del ritorno qualche mora, un piccolo grappolo d’uva, una mela, poco di tutto per fare un pò di marmellata.

La sapete fare tutte/i la marmellata vero? O ve lo devo insegnare io? Se avete il Bimby la farete in un momento, va bene anche la Macchina del Pane ma dovrete fare un pò di attenzione ed attenervi alle istruzioni.

Io solitamente metto la frutta con lo zucchero a macerare per una notte e la mattina la cuocio.

Anche questa volta ho fatto così, ho soltanto prima “disossato” previa breve cottura le bacche di corniolo e poi ho messo tutto in una terrina col fruttosio (si, fruttosio), il peso totale della frutta era c.ca 500 grammi e ne ho usato 200 grammi.

L’anno scorso avevo unito alle bacche i petali di rosa, questa volta per non far loro sentire la mancanza ho aggiunto a fine cottura 1 cucchiaio di sciroppo di rose, ho riempito 2 vasetti (sterilizzati in forno a 100°C. per 20/30 minuti).

Preferisco i vasi piccoli perchè zuccherando poco posso metterli in frigorifero e poi se decido di regalarne qualcuno li trovo più graziosi, ma mai come questi mici dello zio♥

Poesia sottovetro 2010

Sciroppo di rose


Papillon per 2, la ricetta.

Questo fiocco è stato realizzato usando la farina di monococco Enkir del Mulino Marino di Cossano Belbo (alla fine del post vi metto i link ) ed albumi, per il ripieno la burrata  arrivata la mattina stessa dalla Puglia, una Pitina, del cavolo nero e patata dolce per lui e kennebek per lei.

Ingredienti per la pasta:

  • 150 g. di farina monococco Enkir,
  • 2 albumi,
  • 1/2 cucchiaino da te di olio di olive taggiasche,
  • concentrato di pomodoro e colorante rosso in gel.

Facciamo la pasta:

fare la fontana, sbattere leggermente gli albumi al centro ed incorporare la farina, alla fine amalgamare l’olio, coprire a campana e far riposare.

Ingredienti per il ripieno di Lei:

  • foglie tenere di cavolo nero,
  • 1 spicchio d’aglio vestito (che toglieremo),
  • cuore di burrata,
  • patata bollita,
  • olio extravergine di olive taggiasche,
  • sale affumicato,
  • pepe verde.

Come fare:

sbollentare le foglie di cavolo nero, togliere le coste dure e tritarle.

In una padella scaldare poco olio con l’aglio vestito,  unire il cavolo nero, la patata schiacciata, il sale affumicato e far insaporire ed “asciugare” il composto, togliere l’aglio e far intiepidire, unire il cuore di burrata.

Non ho fotografato questo ripieno, il tempo stringeva.


Ingredienti per il ripieno di Lui:

  • 1/2 Pitina,
  • 1/2 patata dolce lessata (patata americana),
  • cuore di burrata,
  • sale affumicato,
  • pepe verde.

Come fare:

togliere la semola che ricopre la pitina, “disfarla” con le mani, schiacciare la patata, unire il cuore di burrata, una puntina di sale affumicato, e pepe verde, amalgamare bene tutto.

Comporre il fiocco:

per praticità ho cotto il fiocco in 3 fasi, dopo aver steso il nastro della lunghezza che volevo, ho fatto una bozza ed ho diviso in 3 parti, ho sagomato le 2 parti con i ripieni diversi e lasciata la striscia del centro.

Ho cotto come al solito in acqua bollente salata aggiungendo un pò d’olio per renderla  lucida.

Nel piatto di portata che ho scelto, volutamente grande ed ho assemblato il fiocco.

Per non coprire il sapore dei ripieni ho scelto di condirlo soltanto con olio extravergine di olive taggiasche ed una spolveratina di Parmigiano Reggiano 36 mesi.

Un piatto per 2 da mangiare vicini♥vicini, senza doversi alzare a prendere nulla e potersi scambiare i bocconi per gli assaggi, tutto anaffiato da una birra affumicata di Sauris (che arriverà tra poco ;-) )

Ed io chiudo qui questa serata, ho svolto il mio compito di amica/cateringed ora me ne devo andare, lascio gli innamorati da soli a godersi la cena e il dopo cena, in fondo è San Valentino no?

Link per la Farina e relativo Mulino

Link per la Pitina

Link per la Birra

Link della coppia che mi ha “ispirato”


Fatto col cuore, il mio piatto d’autore.

Mi è sempre piaciuto dare una forma a quello che mettevo nel piatto, anche quand’ero singola mi coccolavo decorando le pietanze, poi per lui mi dilettavo, e mi diletto ancora a fare la pasta, i ravioli, i biscotti, le torte, gli gnocchi a forma di cuore (sbirciando le mie ricette vi accorgerete della mia mania).

Quando ho ricevuto l’invito dalle Sorelle in pentola per questo contest ho subito pensato a quale opera mi sarei potuta ispirare per dar sfogo alla mia passione.

La risposta l’ho trovata in questo quadro di Giorgio Celiberti :

 

Cliccando sulla foto aprirete un documentario sull’Artista.

E’ un pittore che vive e lavora a Udine, la città in cui abito e questo mi ha stimolato ancora di più.

Ora il compito era rendere commestibili i due cuori e rimanere fedele ai colori, considerando che la mia non doveva essere una riproduzione ma soltanto fonte d’ispirazione.

Per il cuore nero ho usato la mia adorata farina di grano arso, per quello rosso il concentrato triplo di pomodoro ed una puntina di colorante alimentare in gel, avrei voluto evitarlo ma per questo piatto sono stata indulgente.

Le pennellate arancioni sono fatte con una crema di peperone, i puntini neri con una salsa al basilico.

Cuore rosso:

ingredienti per la pasta:

  • farina 00,
  • concentrato di pomodoro,
  • 1 puntina di colorante rosso in gel,
  • acqua.

Ingredienti per il ripieno:

  • salsa al basilico fatta con basilico, sale, olio all’aglio (senza pinoli né formaggio per lasciarlo scuro),
  • Formaggio fresco di pecora.

Come fare:

preparare la pasta mescolando la farina con il concentrato aggiungendo acqua fino ad ottenere la consistenza, avvolgerla nella pellicola e metterla in frigorifero per 20 minuti.

Stenderla sottile col mattarello (io ho usato la “nonna papera) e ritagliare 2 cuori, 1 grande 1 piccolo.

mettere al centro del cuore piccolo un pò di salsa al basilico, una pallina di formaggio e coprire con altra salsina, chiudere con il cuore grande.

Appoggiare il cuore sulla schiumarola e cuocerlo in acqua bollente salata.


Cuore nero:

per la pasta:

  • farina di grano arso,
  • acqua.

Per il ripieno:

Come fare:

impastare farina e acqua fino alla consistenza, avvolgere nella pellicola e riporre in frigorifero.

Stendere la pasta (mattarello o nonna papera) e ricavare 2 cuori come per il cuore rosso.

Appoggiare su quello piccolo un pezzettino di burrata, il datterino confit e ricoprire con un altro pezzettino di burrata,

Chiudere con il cuore grande e cuocere come quello rosso.

Per la salsa di peperone:

Tagliare il peperone rosso a pezzi e farlo cuocere a fuoco vivo con olio evo,  uno spicchio d’aglio vestito e sale.

Togliere l’aglio e frullare. Fatto.

Questo piatto partecipa al contest delle Sorelle in pentola:

Era da un pò che stavo pensando di aggiungere la motivazione scelta dai giudici per premiare la mia preparazione, spesso sono troppo umile e bypasso, però in questo caso gongolo proprio e lo pubblico.

“Direi che nella creazione si è riusciti a trovare nell’opera del maestro Celiberti, una fonte di ispirazione ideale e a darne corpo culinario in maniera eccellente. Trasferendo in modalità gastronomica la sua pittura conosciuta per l’innata curva di azione e l’asciutta qualità artistica. A riguardo dello logicità della ricetta, direi che merita un plauso il fatto che si sia utilizzata per la sua realizzazione la farina di grano arso, ingrediente antico. Ottenuta dal grano duro precedentemente tostato, dalla colorazione e profumo intenso, di origine pugliese. E che i prodotti utilizzati per la preparazione siano stati scelti e miscelati sapientemente in un insieme di sapori e di colori. La stesura della ricetta nella consigliata esecuzione di procedimento trova una interessante e ben pianificata metodica di lavoro. I vari soggetti/cibo sono stati assemblati nel piatto con perfetto criterio di ispirazione all’opera d’arte. Ottimo lavoro!!!!! La migliore!!!!!” – Luca Sforzellini-


Kefir, la famiglia si allarga…

Ieri sera ho assaggiato il primo frutto dei fratellini: il kefir e mi è piaciuto tantissimo, credo che prima di adoperarlo per qualche ricetta mi prenderò una bella indigestione.

Questo qui sotto è il kefir, non vedo l’ora che arrivi questa sera per papparmelo ancora.

Un abbraccio ed un buon fine settimana a voi.

N.B.: a scanso di equivoci, il kefir non è dimagrante, non credo  esistano cibi dimagranti…


Torta salata con farina di grano arso e cavolo rapa: cum grano salis? No, cum Grano Arso

In  quasi totale assenza di vento l’altro giorno “navigavo” a caso per i blog quando mi sono imbattuta in una torta salata fatta con la  farina di grano arso, quella blogger aveva fatto un esperimento unendo in matrimonio bottarga ed asparagi.

A me la bottarga non piace proprio, però l’idea della torta con quella farina mi “sconfinferava”.

Riluttante ho acceso il motore e rompendo il silenzio sono andata da Terry, ricordandomi dell’ impasto di una sua torta che mi aveva colpita.

Per le dosi, quindi, vi mando da lei :-D ed io vi racconterò cosa e come ho fatto.

Ho semplicemente diviso a metà gli ingredienti e li ho distribuiti equamente nelle farine formando due panetti.

Dopo il riposo li ho presi ed li ho mescolati a caso, creando un effetto “marmorizzato”, questa scelta per la torta con i finferli.

Per la tortina piccola, ho fatto base e bordi con l’impasto scuro, e l’ho coperta con l’impasto chiaro a righe.

Ora passo ai ripieni, non ci sono dosi precise, un ripieno di funghi o verdura se avanza trova altri utilizzi.

Per la torta marmorizzata:

  • funghi finferli,
  • 1 cipollotto,
  • timo
  • formaggio di capra spalmabile a piacere,
  • brodo vegetale q.b.
  • sale, pepe.

Come si fa:

rosolare nel burro chiarificato oppure olio evo se preferite il cipollotto,

aggiungere i funghi puliti e tagliati, aggiungere poco brodo vegetale, sale, pepe ed il timo,

coprire e far stufare a fuoco medio, i funghi dovranno rimanere croccanti.

Quando il composto sarà raffreddato unire del formaggio tenero di capra a fiocchi, senza mescolare.

Stendere la pasta in maniera irregolare e coprire una teglia apribile (la mia è da 18 cm),

riempire con i funghi e richiudere così come viene.

Ho infornato per 35 minuti.

Per la torta piccola:

  • 1 cipollotto,
  • prosciutto crudo di Sauris a striscioline,
  • 1 cucchiaio di panna acida.
  • brodo vegetale,
  • olio evo,
  • sale, pepe.

Come si fa:

rosolare il cipollotto in olio evo, pelare il cavolo rapa, tagliare a rondelle i peperoni ed aggiungerle al cipollotto.

Allungare con poco brodo vegetale e portare a cottura (anche qui le verdure devono rimanere croccanti).

Far raffreddare ed unire la panna acida ed il prosciutto crudo.

Preparare la teglia come spiegato, riempire con il con le verdure e ricoprire.

Infornare per 30 minuti.

Cavolo Rapa

Vi metto questo link che avevo trovato sulle farine e non solo.

 


Clafoutis di nespole.

Erano anni che non le vedevo più, non vedevo neanche più gli alberi che, invece, un tempo facevano bella mostra di sè in ogni giardino.

Noi bambine andavamo sfacciatamente a chiederne qualcuna, «dobbiamo fare un disegno per la scuola» dicevamo serie, chissà se ci hanno mai creduto.

Dentro avevano dei grossi semi lucidi e lisci, io li mettevo nella terra ed ogni volta nasceva una piantina.

L’altro giorno le ho trovate in un supermercato, un supermercato che ha il pregio di comperare dai piccoli produttori della zona, oggi c’erano le ciliegie (bellissime!!) a 2,68€ contro i 6,90€  visti in un altro posto.

Mi sentivo una principessa, chissà perchè mi emozionano queste cose, sono quasi riuscita a dimenticare il grande cako che il mio vicino ha tagliato.

Cosa sono? Chiede lui.

Sono nespole, le conosci?

No, mai mangiate, fammi assaggiare una.

Ti piace?

Mmm buone, dammi un’altra.

Lasciane qualcuna che devo fare una ricetta.

Cosa fai?

Non lo so ancora, devo elaborare.

Così ho elaborato il mio piccolo clafoutis, se lo fanno con quasi tutta la frutta, ho pensato, perchè non con le nespole?

Il Clafoutis  è un dolce originario del Limosino (Limoge è nota a tutti per le pregiate porcellane).

Il nome deriva dall’occitano clafotis, dal verbo “clafir” che significa riempire; secondo Alain Rey il nome del clafoutis proviene dall’incrocio del verbo latino clavum figere che significa conficcare un chiodo nel senso di riempire, e di un derivato in eiz del verbo foutre, mettere, ficcare (fonte Wikipedia).

La ricetta originale prevede le ciliegie nere ma nel tempo sono nate molte varianti, anche salate.

Occorrente per 1 teglia da 18 cm. :

  • nespole, sbucciate,  ripulite della pellicola dura che racchiude i semi, tagliate in 4 pezzi.
  • 3 tuorli piccoli,
  • 75 g di farina,
  • 50 g di fruttosio,
  • 80 cl di panna di soia.

Come si fa:

preriscaldare il forno a 180° C.

Dopo aver preparato le nespole, foderare la vostra teglia con carta forno, adagiare le nespole in maniera da ricoprirne abbondantemente il fondo,

montare i tuorli con il fruttosio, aggiungere la farina e la panna di soia, ottenuto un composto fluido versatelo sulle nespole.

Infornare per 40 minuti.

Da gustare dopo la piscina sorseggiando un buon bicchiere di latte di capra.


Pasticcio di crespelle con farina di grano arso, zucca, noci..ed autunno sia!!!

Mi sento come quelle “vecchie babbione” che, non avendo nulla da dire, parlano del “tempo” …..

Bella giornata oggi…si però se venisse un po’ di pioggia, non se ne può più di questo caldo….

Basta con ‘sta pioggia…..venisse un po’ di caldo……ed avanti così…..

Diciamo che da questa “parentesi” autunnale…perchè “parentesi” è vero (?)  ;-) ho colto l’occasione per concedermi un “ritorno di fiamma” per la zucca, complice una mail di Tiziana che, conoscendo la mia passione per questo ortaggio mi ha rivelato una sua ricetta.

Per dirla tutta me ne ha rivelata più di una e sono tutte in lista d’attesa :-) .

Io vi do la sua versione, tra parentesi le mie modifiche.

Per 12 crespelle:

  • 120 g di farina ( 80 g di grano arso e 40 farina 00),
  • 3 uova,
  • 250 acqua minerale frizzante,
  • 1 pizzico di sale.
  • Per il ripieno:
  • 300 g. di zucca cotta in forno con la buccia nella stagnola,
  • 100 g di ricotta cremosa (di pecora setacciata),
  • 150 g di noci tritate,
  • io ho aggiunto dello zenzero grattugiato che, con la zucca, ci sta proprio bene!

Come si fa:

dopo aver preparato l’impasto unendo gli ingredienti cuocere le crespelle,

riempirle e piegarle a fazzoletto, disporle in una pirofila imburrata, coprirle

con una leggera besciamella e ricotta affumicata

passarle in forno solo per gratinarle.

Io ho optato per un pasticcio, ho messo sul fondo della pirofila poca besciamella di soia,

ho formato gli stati con  le crespelle aperte, il ripieno, crespella, besciamella di soia ecc.

Ho terminato con ritagli di crespella alternati a besciamella,

un’ultima spolveratina di parmigiano e via in forno!!

Non ho aggiunto la ricotta affumicata perchè la farina di grano arso ha già un sentore di fumo.

Grazie Tiziana, ora ho pronti gli asparagi!!

Buon fine settimana!!


Raviolo con farina di grano arso ripieno di zucca e piccola storia d’amore

Sono ancora sotto l’effetto-Simili ed avendo visto ancora ricette con la zucca ho rispolverato questo raviolo.

E’ fatto con la farina di grano arso, una farina che racconta una storia di fatica  e povertà, di tempi in cui anche i chicchi di grano bruciati avevano un valore.

Oggi è un prodotto di nicchia, proprio come tanti altri prodotti che hanno origine  dalla capacità dell’uomo di far di necessità virtù.

Questa farina mi è molto cara, me l’ha spedita dalla Puglia una conoscente ma la potete trovare in vendita in rete.

Mi piace il suo sapore un po’ amaro ed affumicato, mi piace giocare con il ripieno che dev’essere capace di completarlo regalandogli un po’ di dolcezza.

Ho letto in un blog  (non ricordo quale) che usata in purezza può essere tossica, ma non si presta ad essere consumata in grandi quantità, quindi niente allarmismi.

Ho scelto la zucca, ma potrebbe essere la carota, oppure il topinambour, ma trovo elegante questo effetto cromatico nero-arancione.

Per fare la pasta:

  • acqua e farina.

Per il ripieno:

  • polpa di zucca tagliata a cubetti cotta a vapore lasciandola croccante,
  • polvere di zenzero o zenzero fresco grattugiato,
  • sale.

Per il condimento:

  • ricotta vaccina o di pecora,
  • purea di zucca q.b. a colorare la fonduta,
  • latte q.b.
  • sale.

Per fare la pasta procedete come al solito, trovo l’impasto molto piacevole da lavorare.

Stendete la sfoglia, appoggiate il ripieno, richiudete con l’altra sfoglia e date la forma che preferite.

Cuocete per qualche minuto in abbondante acqua salata.

Scolate e condite con la fonduta ottenuta setacciando la ricotta e la purea di zucca, amalgamate il composto con il latte e fate cuocere fino alla densidà desiderata.

Una sfurfugliata di pepe per decorare il piatto et voilà, les jeux sont fait.

Ed ora una storia d’amore:

video con fotocamera digitale, la qualità non è alta ma c’è tanto, ma tanto sentimento.

Il pavone che corteggia la sua amata che continua a sbeccottare,  viene circuito dalla faraona che vorrebbe le sue attenzioni, tutto accade nell’indifferenza dell’altro pavoncello che aspetta  di compiere i 2 anni per veder, finalmente, crescere la sua splendida coda e diventare, quindi, il suo rivale.

Purtroppo devo fare una triste postilla a questo post:

il padrone di questo (e altri pavoni) ci ha lasciato in ottobre, loro sono stati comperati da un signore che li terrà bene (spero) le faraone saranno già finite in pentola, purtroppo è il loro destino)

Sarà una primavera diversa dalle altre, purtroppo.


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