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Zuppa con chiodini, patate, zenzero e salsa di soia, anticipo d’autunno un pò multietnico.

Zuppa chiodini e zenzero nuova

Una ricettina per fare un intermezzo culinario tra un pensiero e l’altro; oggi piove e l’atmosfera è quella dell’autunno, l’aria è più fresca e la campagna intorno sembra danzare per la gioia di potersi dissetare un pò.

Per il mais c’è poco da fare, purtroppo, ma la polenta non mancherà neanche quest’inverno, la mia Milva me l’ha garantita, la sua farina è speciale come tutte le sue verdure e questa pioggia è il regalo per lei e per i suoi adorati campi.

Chi mi segue conosce questa zuppa, era in un altro post che parlava sempre di funghi chiodini; ho deciso, per facilitare la ricerca, mia e di chi fosse interessato, di scorporare i post e di lasciare soltanto una ricetta e questa è perfetta per chi, dopo la pioggia, andrà per funghi, i chiodini si trovano fino a tardo autunno e questa zuppa è un’idea diversa per utilizzarli (Il testo che segue è l’originale).

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Questa zuppa la faccio ogni anno, questa della foto risale al 2009, eravamo più in là con la stagione, infatti è fotografata assieme alle pere cotogne e le castagne.

Faccio un copia/incolla, così ritorno indietro nel tempo…

La presenza dello zenzero, del coriandolo e della salsa di soia regala a questa zuppa un sapore orientale, gradevole e non invadente, da provare tutto l’anno anche con champignon, funghi secchi e congelati, così vi sembrerà di andar per boschi anche quando la stagione non lo permetterà.

Durante la passeggiata di domenica, dedicata più che altro alla raccolta delle castagne, mi sono imbattuta in 1 porcino e qualche chiodino, quel tanto che mi è bastato a rifare questa zuppa che avevo sperimentato anni fa, in più ho aggiunto il coriandolo fresco trovato al mercato all’ingrosso.

Chiodini cestino-001

Ingredienti (le quantità sono quelle da me usate):

  • 1 porcino,
  • chiodini,
  • 1 patata grande,
  • 1 cucchiaino di zenzero fresco grattugiato,
  • 1 cucchiaino da te di salsa di soia,
  • 1 spicchio d’aglio,
  • 2 cucchiai di olio evo,
  • 1/2 litro di brodo vegetale,
  • coriandolo fresco tritato alla fine (sostituibile con il prezzemolo).

zuppa chiodini patate coccio_picnik

Procedimento:

pulire i funghi dai residui di terra con uno spazzolino ed immergerli in acqua calda per 1 quarto d’ora, scolarli e tagliarli a fettine sottili.
Sbucciare le patate e tagliarle a cubettini, grattugiare la radice di zenzero.
 
Rosolare in un tegame di coccio l’aglio nell’olio evo, eliminarlo e far insaporire i funghi con le patate, unire lo zenzero e la salsa di soia, mescolare e coprire con il brodo.
 
Cuocere per 15 minuti, far riposare la zuppa per 5 minuti e prima di servire cospargerla con il coriandolo tritato.
 
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cuoricino pietra strada Bad Bleiberg-001
 
Questo cuoricino lo dedico ad una persona che, come me, ama i cuori e riesce a vederli nelle ombre, nelle foglie, nelle pietre, come in questo caso.
Buona giornata a tutti, alla prossima.

Crema di Tarassaco e Pitina, in barba alla Primavera e benvenuta Sara Maria♥

crema di tarassaco1-001

Ho saputo ora che Raffaello Mazzolini (l’uomo che sussurrava ai Cjarsons) è diventato papà di Sara Maria e, se il detto “sposa bagnata, sposa fortunata” vale anche per ” genitori bagnati, genitori fortunati”, allora siamo a cavallo…

Benvenuta Sara Maria e congratulazioni a Mamma e Papà

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Nonostante una primavera burlona che ci sorprende e confonde con i suoi continui travestimenti, nel web, tra le foodblogger, la primavera è protagonista assoluta, con le sue erbe e con i suoi fiori.

Poco importa che sia soltanto la moda del momento, ogni moda lascia sempre qualcosa in eredità che diventa parte integrante dei nostri usi e costumi.

Si aprono nuovi orrizzonti, troviamo un motivo per fare una passeggiata, per respirare aria pulita, per riassaporare il silenzio della Natura così ricca di suoni, ci riempiamo di energia, scopriamo nuovi ed insoliti ingredienti da portare in cucina dove la fantasia fa il resto.

Si può girare attorno ad una ricetta all’infinito e cambiarla d’abito ogni volta che si desidera, basta aggiungere, togliere, sostituire, ogni volta sarà una ricetta diversa,  questa crema, per esempio, si presta a più varianti con diversi ingredienti.

A suo tempo avevo adoperato la cicoria di Milva, fresca, giovane, tenera e per nulla amara (quella che viene chiamata Catalogna), avevo aggiunto della pancetta dolce e mi era piaciuta così tanto che ho voluto replicarla con il Tarassaco, la Pitina, ed il Montasio stravecchio, così ho Friulanizzato la ricetta (importante tenere sotto controllo il sale).

Dove è possibile, io adopero i prodotti tipici della mia Regione, per farli conoscere ed aiutare così la divulgazione delle nostre eccellenze.

Avrei voluto trovare dei bei fiori di tarassaco per la decorazione ma la pioggia li ha resi impresentabili ed ho dovuto ripiegare sui fiori striminziti della mia erba cipolina, ma vi regalo questi, raccolti 2 anni fa per preparare il miele di tarassaco (c’è anche un piccolo insetto che non è finito nel miele, l’ho fatto volare via)

fiori di tarassaco n-001

Per poter gustare questo piatto tutto l’anno, consiglio di raccogliere, quando è il momento giusto, una bella quantità di foglie giovani di tarassaco (non sono amare), le tagliate a pezzetti e le lessate in acqua leggermente salata, le scolate e le mettete in congelatore, nei sacchetti o negli  appositi contenitori; vi consiglio di filtrare l’acqua e conservarla in congelatore, servirà per allungare la crema al posto del brodo vegetale.

La base di questa ricetta l’ho trovata sul volume Erbe in cucina dell’enciclopedia a fascicoli che ho raccolto anni fa, l’ho citata spesso  nel blog ed è una fonte inesauribili di informazioni su tutte le erbe, sia quelle da raccogliere che quelle da non toccare.

Scriverò anche la ricetta originale, per chi volesse provarla così come l’ho trovata, l’aggiunta dell’uovo e formaggio alla fine la rende un delizioso e nutriente piatto unico; ricetta da provare e rifare, credetemi.

Ingredienti della ricetta originale, tra parentesi le mie varianti/sostituzioni:

  • 600 g. di cicoria di campo (io non ho pesato il mio quantitativo),
  • 70 g. di pancetta o lardo (50 g. di Pitina, metà polpetta),
  • 50 g. di pecorino grattugiato (2 cucchiai di Montasio stravecchio),
  • 3 uova (1 uovo),
  • 1 cipolla (1 scalogno),
  • olio d’oliva (1 cucchiaio di burro chiarificato),
  • 1 litro e 1/2 di brodo di carne o di gallina (l’acqua di cottura del tarassaco),
  • sale (omesso).

tarassaco fiorito-001

Come fare (la mia versione):

lavare bene il tarassaco (o la verdura da voi scelta), lasciare da parte le foglie più grandi (si possono utilizzare saltandole in padella con aglio e peperoncino) e lessarle, non l’ho salata perchè ci sono pitina e formaggio che danno sapidità).

Tenere sul fuoco, quasi a bollore, l’acqua di cottura del tarassaco che servirà calda fino alla fine della ricetta.

In un tegame sciogliere il burro chiarificato, aggiungere lo scalogno, farlo appassire leggermente ed unire la pitina sbriciolata.

Continuare la cottura a fiamma bassa, aggiungendo un pò di acqua di cottura del tarassaco per mantenere morbida la pitina e farle sprigionare tutto il sapore ed il profumo.

Unire la verdura e far insaporire, cuocere ancora per qualche minuto e frullare, mantenere al caldo.

A parte sbattere l’uovo col formaggio e versare l’acqua di cottura bollente, unire alla crema, mescolare bene, decorare con fiori di tarassaco, se li avete o con altri fiori commestibili, ci staranno sempre e comunque d’incanto, servire.

Crema di tarassaco-002

Ecco fatto, ora vi lascio con il panorama che offre la primavera:

Tempaccio-001

E lo sguardo del mio Amore:

Perla in terrazza-001

Buon fine settimana, alla prossima ricetta.


Menestro ditto Sambucato in pentola, come dire: Risolatte ai Fiori di Sambuco per una colazione Rinascimentale.

Ris. Rin metà-001

Rp una pentola di latte et libre 1 di riso et libre 1 1/2 di lardo, once 4 di zucaro et de li fiori di sambuco cio è vachole et quando il latte bolle mettevi dentro il riso che siano prima cotti ne l’acqua ma ben scolati et pisti et metteli il lardo destrutto et ben colato, poi li metti li fiori di sambuco et del zucaro et zafrano destamignato, per che questa vivanda vole esser giala et saporosa da vacholle con quel poco di sale che ti pare et cotto questo intrisso minestralo in scudele et metti zucaro sopra (carta 27 v)

ONCIA/E= unità di misura che corrispondeva a 8-10 dramme (o a 24-30 scrupoli) equivalente a 24-30 grammi attuali. L’oncia ferrarese a sua volta veniva suddivisa in quarti, ottavi e ferlini; i farmacisti ferraresi ripartivano l’ottavo della oncia in 72 grani e chiamavano questo peso dramma.

LIBRA/LIBBRA= unità di misura che equivaleva al peso di 12 once e corrisponde ad un peso variabile tra i 350 e i 370 grammi attuali.

VACHOLE= fiori di sambuco.

ZUCARO= zucchero di canna.

E ha proposito di zucchero, a pagina 67 del libro A far sfoiada verde già citato qui, leggo questa curiosità:

Lo zucaro largamente impiegato nelle ricette del manoscritto è da intendersi come zucchero di canna: fino alla fine del XIX secolo, infatti, la principale fonte di saccarosio (che compone al 99% il comune zucchero da cucina) era la canna da zucchero, una pianta erbacea alta sei metri i cui fluidi hanno un contenuto di saccarosio eccezionalmente alto.

Tale pianta sembra abbia avuto origine nel sud del Pacifico e si sia diffusa gradualmente in Asia, forse portata dalle prime migrazioni umane.

La tecnica per ottenere lo zucchero “grezzo” pressando la canna da zucchero e facendo poi evaporare i succhi fino ad ottenere cristalli scuri, fu sviluppata in India verso il 500 a.C.

La pianta e la tecnica per estrarne lo zucchero furono diffuse verso ovest prima dai Persiani, che le radicarono nella valle del Tigri e dell’Eufrate, e poi dagli Arabi, che conquistarono la Persia nel VII secolo d.C. e introdussero la canna in Africa del nord, Siria e Spagna.

L’Europa cristiana ebbe il suo primo incontro con lo zucchero nel XII secolo durante le crociate in Terrasanta e poco più tardi Venezia divenne il centro nevralgico del commercio di tale prodotto verso l’occidente.

All’inizio gli europei trattarono lo zucchero allo stesso modo del pepe, dello zenzero e degli altri prodotti esotici: come spezia e come medicina.

Il suo uso è infatti documentato nei ricettari medioevali e rinascimentali sia come ingrediente culinario (per cibi consumati nelle corti o sulle tavole della ricca borghesia e quindi riservati ad un ristretto ambito sociale) che come componente nelle confezioni elaborate dal farmacista.

Nel XV secolo lo zucchero era ormai piuttosto diffuso (si produceva infatti anche a Creta e in Sicilia) ma era ancora molto costoso e continuò a costituire un lusso per privilegiati fino al XVIII secolo.

Da quell’epoca in poi il suo consumo si estese anche ai ceti medi e andò crescendo e diffondendosi l’abitudine per i dolciumi: proprio al XVII secolo risalgono infatti i primi libri di ricette ad essi dedicati.

sambuco1-001

Da questo “Menestro ditto Sambucato in pentola” si evince che già nel Rinascimento i fiori di sambuco entravano in cucina e per me che amo questa pianta, riprodurre questa ricetta è stato emozionante, forse dall’introduzione e dalla lunghezza del post vi sembrerà una ricetta complicata ma è semplicissima e può essere anche un’idea di riciclo, quando avanza del riso bollito, provate, se vi va.

Anche in questa ricetta c’è la collaborazione di Emanuela che, tempo fa, mi spedì lo splendido zafferano che vedete.

Ingredienti, tra parentesi la mia porzione:

  • 1 pentola di latte (300 ml. ),
  • 350 g. di riso (100 g.),
  • 525 g. di lardo (1 cucchiaio di burro chiarificato),
  • 96 g. di zucchero (50 di zucchero di canna),
  • 96 g. di fiori di sambuco (50 g.),
  • zafferano setacciato (1 pizzico di pistilli),
  • sale.

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Come fare (traduzione personale, per la mia variante, ho sostituito il lardo col burro chiarificato):

mettere il latte in  una pentola, quando arriva a bollore unire il riso precedentemente lessato (io ho salato leggermente l’acqua), scolato e schiacciato, unire il lardo tritato cotto e ben scolato dal grasso (io il burro).

Aggiungere i fiori di sambuco sgranati (se dovesse rimanere qualche picciolo non c’è problema, danno una piacevole consistenza alla preparazione), lo zucchero di canna e lo zafferano setacciato (scioglierlo in un pò di acqua tiepida, vale anche per i pistilli).

Se lo desiderate più denso, fate assorbire il latte prima di aggiungere gli ingredienti, anche perchè lo zafferano è meglio non maltrattarlo con cotture prolungate.

Io l’ho tenuto più “minestrato” e ho messo “zucaro sopra” e cosparso di fiorellini di sambuco; se amate il sapore ed il profumo di questi fiori, il “risolatte rinascimentale” fa al caso vostro.

Se siete intolleranti al lattosio potete sostituire latte e burro con i derivati della soia, se avete problemi di linea o di glicemia alta, potete sostituire lo zucchero con fruttosio o dolcificante a voi gradito o permesso.

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Buon fine settimana♥


Leggende della Carnia: l’Orco Dispettoso e la Minestra di Rape (dedicato a Rosetta).

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Bucaneve dello zio.

Un’altra leggenda della Carnia, presa dal libro di Raffaella Cargnelutti, lo stesso libro dell’altro post .

Mi va di dedicarlo a Rosetta che vive per molti mesi all’anno ad Ampezzo, paese della Carnia nel quale sono ambientate molte delle leggende contenute nel libro, è una persona gioiosa, semplice, senza tanti fronzoli e che va dritta all’essenza delle cose, è proprio la persona giusta, senza contare che ha dei nipotini ai quali raccontarle poi queste leggende, e così la storia si ripete, va avanti con lo sguardo all’indietro che va a posarsi sulle ginocchia di una nonna o di un nonno che, davanti al Fogolar raccontano di maruf, salvans, aganas, mazzarots, e l’omenut di Cjanal.

Lorco dispettoso.

 Nel paese di Ampezzo si faceva un gran parlare di un orco dispettoso che si divertiva a spaventare le donne. Compariva all’improvviso con la sua mole possente, il petto villoso, un grande cappellaccio in testa. Ne combinava di cotte e di crude, poi scappava via veloce come un fulmine, senza lasciar traccia.

 I montanari si erano riuniti più volte nella casa del capo villaggio per decidere il da farsi e alla fine si erano risolti ad organizzare alcune ronde notturne per vigilare il paese. Nonostante ciò, non erano ancora riusciti a scovarlo e tantomeno a catturarlo. Così nel borgo la paura era tanta. E tutti stavano in grande apprensione.

 Tutti, eccetto Gisella. Era una donna di mezza età che, nella vita, ne aveva viste di tutti i colori e all’orco… be’, più di tanto non ci credeva. Affrontava l’esistenza giorno dopo giorno, con semplicità e sicurezza,  ma soprattutto a quelle chiacchiere faceva spallucce e di cambiare le sue abitudini non ci pensava proprio. Figuriamoci se avrebbe rinunciato la sera ad andare qualche ora in file a casa della sua comare Orsolina.

Era quanto ci voleva per concludere la giornata in felice compagnia, assaporando quella minestra di rape, che la sua amica sapeva cucinare a regola d’arte e poi filare insieme e spettegolare in libertà.

 Così una sera d’inverno, nonostante attorno serpeggiasse tra i montanari di Ampezzo la paura per l’orco e ci fosse un freddo polare, reso ancora più insopportabile da un vento gelido e pungente, Gisella si era avvolta ben bene in un pesante scialle di lana ed era uscita con passetti brevi e rapidi dalla sua casa.

 La donna camminava guardinga, quando la luce della luna sparì all’improvviso. Cosa poteva essere successo? Alzò lo sguardo al cielo e… cosa vide? Una figura enorme copriva l’intero firmamento tenendo un piede sul tetto della canonica e l’altro dal’altra parte della via, mentre con le mani reggeva un grande fuso.

 Il volto dell’energumeno aveva un’espressione burlona e guardava proprio Gisella che, pur colta di sorpresa, non diede a vedere il suo sconcerto e tirò dritta per la sua strada.

 La donna lo aveva da poco superato quando sentì alle spalle un forte rumore. S i voltò di scatto e vide che il grande fuso era caduto a terra.

 “Ben ti sta, disse lei pronta. E lui di rimando, con voce gentile: “Gisella, per favore, raccoglilo. Ah… te l’ho fatta!” e scoppiò a ridere.

 La donna, comprendendo al volo che lui voleva burlarsi di lei – visto che era impossibile sollevare quel gran peso – rispose secca: “Ed io non mi muovo da qui se non mi dai tutto il filo che sta sul fuso”. Era una matassa enorme!

 L’orco, dopo aver compreso che Gisella era stata più furba di lui e che lo stava prendendo per i fondelli, se ne scappò via veloce verso la Cleva, lanciando un urlo spaventoso che fece tremare tutte le case del paese.

 “Sono io che l’ho fatta a te, stupido di un orco!” rispose lei soddisfatta. E così dal borgo di Ampezzo l’orco non si fece più vedere.

Ed ora, senza foto, la ricetta della minestra di rape, per rimanere fedele al mio blog che s’intitola: le ricette di ogni giorno con qualche storia intorno. 

rape per brovada con vinaccia1-001 

Minestra con le rape acide (jote e broade)

Ingredienti per 4 persone:

  • 300 g. di rape acide affettate (brovada), 1 bicchiere di latte,
  • 1 cucchiaio di burro,
  • 1 pezzetto di lardo (io metterei quello di Sauris, leggermente affumicato),
  • 60 g. di farina di mais (io metterei quella Socchievina),
  • 60 g. di farina di grano,
  • 200 g. di fagioli lessi,
  • sale e pepe.

 Come fare:

gettare le rape acide in una pentola in cui sta bollendo il latte con il doppio dell’acqua, aggiungere un pizzico di sale e un cucchiaio di burro e far cuocere il tutto per una ventina di minuti.

A questo punto gettare nella pentola le due farine, spargendole a manciate, mescolare e continuare la cottura sempre mescolando per 40 minuti.

A questo punto, aggiungere alla zuppa i fagioli cotti e il lardo, tritato e rosolato a parte, amalgamare e servire caldo.

Note: questa zuppa in genere prende il nome di jota friulana e va distinta in  mesta laura, se contiene brovada da esserne quasi rassodata,  mesta pesta, se ha una quantità normale di brovada, mesta scot, senza pesto di brovada.

In alcune zone dell’alta Carnia (Forni Avoltri, Collina ecc.), al posto della brovada si usa mettere talvolta i crauti, fatti di cavoli cappucci fermentati.

rape vinacciae brovada pronta-001

Non so se è questa la minestra di rape della “comare” di Gisella ma a me piace pensare di si e poi questa leggenda m’insegna che non bisogna credere nell’orco e non averne paura, si vive meglio…


Sope di fenoli (zuppa di finocchi)…omaggio alle donne Friulane…

donna con gerla di Tiziana Millo1-1

Quadro di Tiziana Millo.

…All’inizio del XIX secolo, dopo la cacciata di Napoleone, il Friuli viene annesso al Lombardo- Veneto e rimane sottomesso all’Austria fino al 1866.

La situazione alimentare non è ancora confortante, l’annessione della regione all’Italia viene seguita dal contadino friulano con occhio distratto, a causa dell’indigenza che lo lega alla sua povera terra.

Così, mentre nel  resto della penisola si va facendo strada la rivoluzione industriale, il friulano rimane legato alla sua agricoltura specifica, familiare e non competitiva, cui egli si dedica addirittura con strumenti primitivi: aratro di legno (uarzenon), trebbia preistorica ecc.

La sua alimentazione rimane scarsa e poco variata: polenta per il 65%, verdure per il 27%, legumi 0,10%, grassi 0,015%, formaggi 0,015% ed erbaggi per quanto rimane.

Scarse le sostanze proteiche, il pasto, in genere, comprende polenta al mattino, polenta e latte a pranzo e polenta ed erbaggi a cena.

Uno dei rimedi con cui si tentò in questo periodo di combattere il problema della fame fu l’emigrazione, un esperimento certamente dettato dalla disperazione.

In questo modo il Friuli rimase in mano alle donne: donne scure, invecchiate dalla fatica della casa, dalla cura dei campi e dalle bestie.

Donne che si inerpicavano sui sentieri sparsi tra i campi, la gerla sulla schiena, mentre con le mani, instancabili, lavoravano a maglia la lana per preparare l’ultimo paio di calze da spedire al marito emigrato.

In questo modo, in ogni caso, il Friuli inizia a fiorire ma, naturalmente a stento, su uno sfondo di storia antica e arte, tra castelli e antichi palazzi, chiese e abbazie, cantine ed enoteche….(Emilia Valli-La cucina del Friuli).

Forse ho trovato la mia strada, in quel lungo corridoio, che chiamo vita, reso meno noioso da tante porte aperte, richiuse, aperte, richiuse per aprirne altre e richiuderle, ecco che forse ho trovato una porta da lasciare aperta, è quella che mi porta nelle cucine di un tempo, quelle con la stufa, lo sparghert, quella stanza che  riuniva la famiglia, dove la vita veniva vissuta, al caldo, perchè era l’unica stanza riscaldata, ecco, ho trovato un luogo dove tornare, una porta da aprire per confortarmi, nutrirmi, dove stare in solitudine o in compagnia…sempre con Perla però ;-)

Si racconta che in tempi di crisi (!!!) l’aringa pendeva dalla trave ed ognuno ci strofinava la sua fetta di polenta per darle sapore, questa usanza  accomunava molte regioni d’Italia, quelle che non possedevano il mais facevano la polenta con la farina di castagne ed ugualmente il pasto diventava “da re”.

Per iniziare questo mio cammino propongo la Sope di fenoli  (zuppa di finocchi), ricetta che rispecchia perfettamente l’esigenza di quei tempi di riempire lo stomaco.

Cosa sfama di più del pane inzuppato? Nulla, solo altro pane inzuppato e ve lo confermo perchè questa zuppa è stata il mio pranzo l’altro ieri e fino a sera mi sono sentita bella pasciuta.

Sope di fenoli

Ingredienti per 4 persone, io l’ho divisa per 4, tra parentesi le varianti fatte o consigliate:

  • 4 finocchi,
  • 1 tazza di salsa di pelati (passata profumata con l’aglio e peperoncino),
  • 400 g. di pane raffermo (io pane tedesco alla birra),
  • 300 g. di formaggio tenero (io Montasio fresco, se preferite va benissimo parmigiano a scaglie),
  • sale e pepe q.b. (io peperoncino)

Cemût si fas (come si fa):

lessare i finocchi e scolarli conservando l’acqua di cottura e tritarli, mescolarli alla salsa di pelati e riscaldare il tutto.

Nel frattempo affettare il pane e tostarlo.

Disporre in 4 cocottine uno strato di pane, uno di fette di formaggio, ed uno di finocchi con la salsa.

Continuare così finendo con il pane, versare l’acqua di cottura dei finocchi, lasciare che il pane assorba, anche gli strati più sotto ed infornare fino a doratura (io ho aggiunto delle scaglie di formaggio gli ultimi minuti).

Mangià e murì :-D

Ora vi lascio questo video, è in friulano, la nuova immagine della famiglia (famee) friulana, buona visione, noi ci rileggiamo il 31 per i consueti auguri di fine d’anno, vi bacio e abbraccio tutte/i ;-)



Ribollita in crosta.

Far di necessità virtù, questo deve aver pensato il gagliardo vecchietto che, per tagliare la voce verdura dai costi, ha pensato (e pensa bene) di andare direttamente dal Produttore.

Che bello Milva, hai già il cavolo nero?

Si, volevo lasciarlo ancora che prendesse la gelata perchè diventa più morbido ma me lo stanno rubando e così, preferisco prenderlo su…

Ma non dirmi .

Si, ed anche i porri, quelli li puliscono direttamente sul posto, ed immagino già chi possa essere, però se non lo vedo.

E chi pensi sia?

Uno del paese, uno che, quando c’è una sagra o una festa di paese, digiuna 2 giorni per poi abbuffarsi come un purcit (maiale)

Che vergogna :-(

Così, mogia, mogia, me ne sono tornata a casa col mio cavolo nero, i porri e dei meravigliosi cavolfiori:


Parlottando con Tat della mia intenzione mi dice: ma il mio papà è toscano e la ribollita la faccio spesso.

Ma dai, dammi la tua ricetta, e così mi ha mandato un link di riferimento però specificando che lei la faceva con quello che aveva in casa e non amando il sedano lo ometteva.

Perfetto, io non ho sedano, ho soltanto il cavolo nero, un avanzo di ruota di pane toscano, al posto dei cannellini ho i Fagioli del Purgatorio, vedrò di rivisitarla, sperando che Messer Bigazzi non venga mai a leggere.

Perchè nomino Messer Bigazzi? perchè lui dà indicazioni precise: pomodori di Piccia (che non ho) e sembra che senza questi la ribollita non s’abbia da fare, anzi si, ma senza pomodoro, ah ‘stì toscanacci.

Ingredienti:

  • abbondanti ributtini di cavolo nero e il verde delle foglie più grandi (non si butta nulla),
  • qualche fogliolina di cavolfiore,
  • 200 g. di fagioli del Purgatorio di Colfiorito,
  • 1 carota tagliata a fiammifero,
  • 1 cipolla rossa,
  • 1 spicchio d’aglio,
  • passata di pomodoro,
  • olio evo,
  • sale,
  • pane toscano, quello sciapo,
  • peperoncino,
  • rondelline di porro e parmigiano per la gratinatura finale,
  • pasta sfoglia per coprire le cocottine.

Come ri-ri-ribollire:

mettere in ammollo i fagioli per 12 ore, farli bollire per c.a 2 ore.

Nel frattempo, scottare in acqua bollente salata il cavolo nero e le foglie di cavolfiore.

Rosolare la cipolla, la carota e l’aglio vestito (che poi toglieremo) in olio evo, aggiungere il cavolo nero e cuocere aggiungendo l’acqua di cottura del cavolo (e dei fagioli), unire i fagioli.

Spezzettare il pane raffermo ed aggiungerlo agli ingredienti.

Scaldare il forno a 200°C., versare la minestra in un unica pirofila o in mini cocottine, cospargere con le rondelle di porro (o cipolla) e far gratinare, aggiungere il formaggio a scaglie, coprire con la pasta sfoglia e cuocere ancora fino a doratura della pasta.

Io l’ho nascosta nella crosta perchè non si sa mai.

Quel che resta della ribollita.

Link:

Fagioli del Purgatorio di Colfiorito


Risi e bisi col Piron, che bon.

Il gesto dello sgranare i piselli, creare disegni nel piatto, infilare quelle perle verdi per farne collane o  venderli improvvisando una bottega durante un pomeriggio di gioco con le amichette, ecco, questo mi fa ritornar fanciulla.

Questa ricetta è classica della Bisiacaria , me l’ha spedita Tiziana.

La frase del titolo è la stessa che la sua maestra d’asilo usava a mò di filastrocca per far mangiare la minestra ai bambini che, quando vedevano arrivare quel piatto, mettevano su un’espressione imbronciata (sapete quella col labbro inferiore all’infuori?), altra strategia era renderla risotto da mangiare, appunto, col piron (forchetta).

É presa dal libro   MAGNARI BISIACHI di Luisella Paoli

Ingredienti per  4/6 persone (io metà dose):

  • 300 gr. di piselli freschi già puliti,
  • 4 cucchiai di olio extravergie oliva,
  • 1 cipolla (cipollotto),
  • 3 patate,
  • 150 gr. di riso (Vialone nano),
  • prezzemolo,
  • sale pepe,
  • formaggio grana (omesso),
  • 2 litri d’acqua.

Baccello con piselli

Come fare:

imbiondire la cipolla tritata nell’olio a fuoco basso, aggiungere i piselli e 4 cucchiai d’acqua, coprire e cuocere lentamente per 10 minuti finchè l’acqua sarà evaporata.

Aggiungere le patate tagliate a dadini, sale e pepe, l’acqua bollente e  far bollire per 30 minuti.

Quando i piselli saranno cotti  aggiungere il riso.

Dopo 15 minuti circa, prima di spegnere il fuoco,  aggiungere il prezzemolo tritato e una manciata di formaggio grana.

E se avanza? Tortina salata.

Ingredienti (teglia da 11 cm.):

  • avanzi di risi e bisi,
  • formaggio di capra a pasta molle,
  • prosciutto cotto tagliato a dadini,
  • creme fraiche (o panna),
  • pasta sfoglia pronta.

Come fare:

in una terrina unire gli ingredienti e versarli in una teglia foderata con la pasta sfoglia bucherellata, coprire con fiocchetti di formaggio di capra e la creme fraiche (questi 2 ingredienti vanno anche nel ripieno), formare delle striscioline di pasta ed infornare a 200°C. per 25/30 minuti fino a doratura.


Risi e bisi: una passeggiata nel passato.

Per la ricetta, come sempre, scendere dalla “soffitta”.

Questa ricetta mi ha catapultata in una vecchia soffitta di fronte alla cassapanca della nonna, quella piena di ricordi, ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata trasportare.

Mi sono rivista nell’orto con papà a raccogliere i bisi (piselli) e, di corsa, dalla mamma ad aiutarla a sgranarli, una buona parte finivano nella mia boccuccia incurante del pericolo del grande mal de pansa, altri li adoperavo per fare  collane, per me e per la bambola.

Dopo anni mi sono limitata al portatovagliolo:

Risi e bisi è stata per me anche una pozione magica quando in collegio, in primavera e autunno, prima di pranzo le suore minacciose mi costringevano a ingurgitare l’odiato cucchiaio di olio di fegato di merluzzo (che fa diventare grandi e forti) .

Quella minestrina mi aiutava a togliere quel saporaccio, il boccone sostava a lungo tra le mie papille offese, e poi ne seguiva un altro ed un altro ancora, fino alla fine del piatto, spesso chiedevo il bis.

Anche la signora Gisella me la faceva spesso, d’altronde anche a Trieste e in Bisiacaria risi e bisi come risi e fasoi o pasta e fasoi erano/sono piatti della tradizione, per cui non me la sono sentita di stravolgerla molto, ho aspettato i bisi della mia fornitrice di fiducia, la carenza di pioggia degli ultimi tempi ne aveva ritardato la maturazione e soltanto ieri mattina sono andata direttamente nel campo a prendermeli.

Tanto lavoro mi ha detto la signora che li stava raccogliendo, per fortuna no mal di schiena, sono straniera e mi piace lavoro, io tanto lavoro.

L’ho fotografata dopo averle promesso che avrei nascosto il viso :-)

     

La pancetta è usata come decorazione rendendola croccante in una padella antiaderente e con una mantecatura alla crema di finocchietto selvatico (mio) sbollentato e tritato con olio evo e parmigiano reggiano.

  

Ingredienti (4 persone) (io metà dose):

  • 800 gr di piselli teneri e dolci con bacello mangiatutto, in modo da ottenere 250-300 gr di piselli sgranati,
  • 250 gr di vialone nano (io ho usato Crespi),
  • 60 gr di burro chiarificato (burro di soia),
  • 50 gr di pancetta (io affumicata),
  • 1 cipolla bianca piccola novella,
  • 1 ciuffo di prezzemolo (finocchietto),
  • Parmigiano Reggiano,
  • sale e pepe nero macinato al momento.

Un segreto: i piselli sgranati devono essere della medesima quantità del riso (o il triplo se con baccello).

Procedimento:

sgranare i piselli separando i semi dai bacelli, conservare entrami e lavarli.

Versare i bacelli in 2 litri di acqua leggermente salata e farli bollire per circa un’ora. Passare quindi brodo e bacelli al passaverdura oppure al mixer e poi al setaccio. Si otterrà un liquido un po’ verde e un po’ denso che sarà il brodo per preparare il risotto, da tenere al caldo con un fuoco basso.

Tritare la cipolla e la pancetta e rosolarli insieme con 30 gr di burro in una casseruola di rame (il risotto viene meglio, non c’è storia!) per qualche minuto, unire i piselli, versare un paio di mestoli di brodo e cucinare per 5′ per pisellini fini e almeno 15′ per quelli un po’ più grossi.

Aggiungere il riso, mescolare con un cucchiaio di legno, unire il brodo bollente e mescolare per circa 14′.

Unire il prezzemolo e cucinare per altri 2′, togliere dal fuoco, regolare di sale, unire il pepe macinato fresco, il burro rimasto e il parmigiano a gusto.

Mantecare, far riposare coperto per 2 ‘ e servire.

Io ho scelto di fare una risi e bisi più fissa (densa) perchè a ello non piacciono le minestre con il riso: fresco, buono, mi ha detto e non si è lamentato della presenza del finocchietto che solitamente non gradisce, va a capirli gli uomini.

Pur facendo metà dose è avanzata un pò di risi e bisi ed ho pensato di fare delle crocchette come spezza-fame nell’attesa della cena l’ho servite a temperatura ambiente.

Ho aggiunto la quantità di uovo sbattuto sufficiente a legare, ho aggiunto un pò di parmigiano e, usando un coppapasta, ho fatto delle polpettine che ho passato nei semi di zucca tritati.

Ho fritto a 160° C. in olio profondo (di arachide) ed ecco il risultato:


Minestra speziata di lenticchie rosse.

Mi mancava il blog, anche se faccio difficoltà a scrivere correttamente (ho spedito delle mail illeggibili :-D ) oggi ho voglia di coccolarmi un pò con voi.

Prima di condividere la ricetta spendo volentieri qualche parola positiva sul reparto di oculistica dell’ospedale di Udine, all’avanguardia per i macchinari, le tecniche ed aggiungo, la gentilezza, la straordinaria gentilezza, dote ormai introvabile in certe strutture e quindi doppiamente preziosa ed encomiabile.

Non c’è stata una e dico una persona che abbia reso le mie ore trascorse in reparto fastidiose, venerdì avrò il controllo e, come immaginerete, non farò mancar loro un bel vassoio di dolcetti home made.

Essendo uno spirito libero ed irrequieto ieri mattina ho voluto andar per campi, il tarassaco è ormai soffione, ma le ortiche e lo sclopit sono da raccogliere, il sambuco è ancora indietro ma sono riuscita ugualmente a raccogliere qualche piccolo ombrello in fiore per fare una ricetta che attende dall’anno scorso.

Ingredienti per 2 persone:

  • 150 g. di lenticchie rosse,
  • 1 carota,
  • 1 costa di sedano,
  • 1/2 cipolla,
  • 1 pizzico di semi coriandolo macinati al momento,
  • 1 cucchiaino raso di curry,
  • 1 manciata di punte di ortica,
  • 1 manciata di foglie di sclopit,
  • 1/2 litro brodo vegetale,
  • olio extravergine di oliva da aggiungere alla fine (ho usato l’olio di semi di zucca),
  • sale.

Come fare:

pulire con cura le lenticchie, lavatele in abbondante acqua e scolarle, dopo aver mondato anche le verdure tagliarle con la mandolina a striscioline sottili.

Mettere in un tegame le verdure e farle appassire in poco brodo vegetale, aggiungere le lenticchie, il curry, il coriandolo ed il sale, coprire col brodo vegetale e portare ad ebbollizione, aggiungere le ortiche e lo sclopit tagliati a pezzetti e terminare la cottura a fuoco moderato per 35 minuti.

Servire con un filo d’olio, è ottima anche tiepida.

Le lenticchie rosse in cottura schiariscono, se volete mantenere il loro colore aggiungete alla minestra un pò di passata o concentrato di pomodoro.

Altre proposte con ortiche e sclopit:

   

   

 


Zuppa di fave e cavolo nero alla maniera di Bigazzi.

Come è successo a molte, la passione per la cucina che era latente in noi è esplosa con la prova del cuoco, evolvendosi poi con Alice ed il Gambero Rosso, Nigella, Jamie Oliver, Gordon Ramsay, Bill Granger ecc. ecc. fonti d’ispirazione… ma torniamo alla prova del cuoco.

Beppe Bigazzi, diciamolo pure: un rompi….. però uno così ci dev’essere, uno attento a conservare le tradizioni, a difendere la genuinità dei prodotti, prodigo nel farli conoscere (non parliamo dei suoi riscontri economici, rimaniamo, per una volta, romantici ;-) )  io non avrei conosciuto tanti nostri prodotti d’eccellenza senza le sue polemiche.

Poi si sa che non è  alla portata di tutti reperire materie prime d’eccellenza, anche perchè non tutti ci possiamo permettere di acquistarle.

Fortunatamente oggi, quasi tutte le città hanno dei punti vendita (cooperative) dove i produttori di zona mettono a disposizione i loro prodotti, garantendo  freschezza,  genuinità ed importantissima la stagionalità.

Per me scoprire che non è più impresa titanica reperire: cavolo nero, cavolo rapa e quant’altro è stata una piacevole scoperta ed ho subito approfittato per attingere dal libro di Bigazzi la ricetta di questa zuppa che è diventata assidua frequentatrice dela nostra tavola.

Avendo anche a disposizione delle fave secche speciali arrivate dalla Puglia mi sono data alla pazza gioia.

Fave secche con buccia e sbucciate.

Così Bigazzi intoduce questa zuppa nel suo libro: la Natura come Chef:

la transumanza delle greggi di pecore fu un fenomeno d grande importanza fino agli anni della seconda guerra mondiale.

Rimagono ormai solo i traturi, le leggi, i paesi interessati al passaggio delle greggi, gli scambi culturali fra le varie regioni, romanzi e raccolte di lettere, poesie, ballate.

A questi scambi si deve un piatto che per la presenza del cavolo nero possiamo definire toscano, ma anche per la presenza delle fave si sposta verso sud.

Cavolo nero.

Ingredienti (riporto la ricetta originale):

  • 300 g. di fave secche,
  • 2 belle manciate di ributtini di cavolo nero,
  • 2/3 patate,
  • 2 cipolle rosse,
  • 1/2 carote,
  • 3/4 pomodorini invernali (ho messo 2 pelati :-( ),
  • 3/4 costole di sedano,
  • 1 bella fetta di lardo (omessa, ho aggiunto nel piatto olio evo (extraverg……),
  • 1 peperoncino (produzione propria),
  • timo (produzione propria),
  • alloro (del vicino),
  • sale,
  • pepe (omesso).

Come fare:

lavare le fave e porle in ammollo per c.ca 24 ore, cambiando l’acqua  almeno 3/4 volte, se hanno la buccia sbucciarle e porle a bollire in acqua fredda (io uso la pentola di coccio) a fuoco lento, aggiungere le patate tagliate a fette e continuare la cottura per 3 ore.

Nel frattempo porre in un tegame con un cucchiaio di olio evo le cipolle affettate, il sedano e le carote tagliati a pezzetti ed i pomodorini (pelati), far insaporire ed aggiungere il cavolo nero spezzettato con le mani, il timo, l’alloro ed il peperoncino.

Aggiustare di sale e versare tutto nella pentola con le fave e patate e continuare la cottura per 1 ora, se dovesse addensarsi troppo allungare con acqua bollente.

Servire su crostone di pane tostato con un giro d’olio extravergine di oliva.

Un mio pensiero va al Giappone:


Zuppa di puntarelle, cicerchie e chips di patate viola..

Zuppa di puntarelle, cicerchie e chips di patate viola.

In questo piatto ho unito le puntarelle, le cicerchie ed avendo (finalmente) trovato le patate viola ho giocato con quel meraviglioso colore.

Non me ne vorrete vero se non vi do le dosi? Le minestre sono nate così nel tempo, poche cose che da sole non sfamano ma messe assieme rallegrano lo stare a tavola.

Quando ero ancora un’atleta d’estate amavo andare ( se non avevo gare), i fine settimana, ad allenarmi a Krk in Croazia (l’isola di Veglia) e durante una delle mie cinghialate rimasi senz’acqua e trovai una casa col pozzo, sapete quelli con il secchio che butti giù vuoto e torna su pieno? Beh, Maria mi fece dissetare e da quel momento nacque una bella amicizia ed una bella favola.

Da lei ho imparato a fare le minestre, ricordo che raccoglieva sul tavolo le poche verdure che l’orto in quel periodo di siccità  con quel terreno pietroso le donava e con quelle faceva miracoli, da lei ho mangiato le minestre più buone della mia vita.

Sono molti anni che non passo più di là e so che non passerò, l’idea di non trovarla più mi rattrista, preferisco ricordarla così, curva e vestita di nero, con il  fazzoletto  in testa, la mascella forte, gli occhi azzurri velati dalla stanchezza di una vita di lavoro, dalla perdita di tanti figli (ne aveva 11) ma sempre col sorriso e la generosità di chi, pur avendo poco riesce a trasformare il poco in un tanto da dividere.

L’unica cosa che ho pesato sono:

  • 100 g. di cicerchie secche,
  • 3 cipollotti freschi,
  • 1 cespo di puntarelle,
  • peperoncino,
  • sale affumicato (sostituisce il prosciutto ;-) ),
  • olio evo,
  • 1 patata viola (facoltativo..non è facile trovarle).
  • Pentola di coccio (obbligatoria…scherzo :-D ).

Andiamo accanto al camino:

rosolare i cipollotti, unire le puntarelle tagliate ed insaporire.

Unire le cicerchie, una puntina di peperoncino e coprire con acqua bollente, far riprendere il bollore e cuocere, coperto, a fuoco lento fino a completa cottura del legume, 10 minuti prima salare.

Pelare e tagliare con la mandolina la patata viola, asciugarla e friggerla in olio evo.

Servire la minestra con le chips di patata e bon appetit.


Mini quiche al tartufo e zuppa di cicerchie al tartufo…

Eccomi qua, la mia scudeleta de cafè (rigorosamente profumata con cardamomo e acqua di rose), sottofondo musicale creato dalle gocce di pioggia sul vetro dell’abbaino e da qualche mio colpo di tosse conseguenza di un’infreddatura ….già, bisogna stare attenti ad uscire di questi tempi con questo tempaccio, oltre ad un malanno si possono incontrare anche “anonimi, loschi figuri” ;-) .

Perla è sul bordo del divano in  posa da diva di Holliwood vecchia maniera…..e..dulcis in fundo: un pacco di pasta mista, musa ispiratrice per questo, chiamiamolo, esperimento culinario.

Incomincio dall’antipasto:

Quiche al tartufo

Ingredienti x 2 persone:

  • 2 dischi di pasta brisè da 12 cm.,
  • 1 tuorlo,
  • 100 cl panna fresca (panna di soia),
  • 1 fetta sottile di pancetta tesa,
  • 1 tartufo nero,
  • sale (poco),
  • pepe nero di Cipro (facoltativo).

Come si fa:

pulire il tartufo dal primo strato duro, preparare  qualche fettina per la guarnizione.

Tagliare a metà la fetta di pancetta e farla rosolare senza grassi in padella antiaderente per 1 minuto.

Foderare con la carta da forno (omesso, ho usato quelle antiaderenti) 2 pirofile di 10 cm. (omesso, ho usato quelle antiaderenti) e disporvi sopra la brisè (che io ho comperato pronta :-( ).

Sbattere il tuorlo con la panna, grattugiare  il tartufo rimasto, salare (poco) e pepare, appoggiare sul fondo la pancetta e versare sopra il composto.

Infornare per c.ca 15′ a 180° (forno statico),  lasciar riposare e  finire con le rondelline di tartufo preparate in precedenza.

Ed ora la  zuppa:

Cos’è questo profumino? :-)

Sto cuocendo le cicerchie per un minestra/esperimento :-)

E fra quanto sarà pronto? :-)

E così, in fretta e furia ho tirato fuori un mestolo di cicerchie col liquido le ho frullate, ho salato ed ho fatto cuocere la pasta.

Nel piatto ho aggiunto qualche goccia di olio di semi di zucca, qualche fiocco di sale nero di Cipro ed una bella grattugiata di tartufo.

La pasta aveva assorbito il liquido ed il risultato è stato delizioso al palato ma in un certo senso “impresentabile” almeno per quello che penso io…..questo è il prima e dopo:


Ingredienti per l’”altra minestra”:

  • 200 g di pasta mista,
  • 250 g di cicerchie,
  • 1 piccola costa di sedano,
  • 1 foglia di alloro,
  • 1 cipollina,
  • qualche fogliolina di salvia (l’ho messa secca).

Per finire il piatto:

  • olio di semi di zucca,
  • tartufo nero,
  • pepe verde,
  • fiocchi di sale nero di Cipro.

Come fare:

le cicerchie, dopo 6 ore di ammollo le ho messe a cuocere in una pentola di coccio assieme agli odori, ho volutamente evitato il rosmarino temendo che sovrastasse il tutto.

Le ho coperte con abbondante acqua fredda (non salata) e le ho lasciate cuocere, dall’ inizio del bollore per 2 ore.

Dopo cotte ne ho frullata una piccola parte, lasciando la minestra volutamente  brodosa e chiara per potermi gustare la vista di questa pasta che, devo dire, è piaciuta molto, per sapore,  consistenza e tenuta perfetta della cottura.

Ho completato il piatto con qualche goccia di olio di semi di zucca, fiocchi di sale nero, una leggera macinata di pepe verde che ha dato forza alla grattatina finale di tartufo nero che , si sa, non è “potente” come quello bianco.

La pentola è stata vuotata in men che non si dica…la prossima volta andrò a “sperimentare” sul fornello della terrazza al piano di sopra……. :-D

Ciao, ciao, ora io mi faccio una bella tisana, indosso il pigiamino e mi metto al calduccio sotto le coperte….domani sarò come nuova.


Posso averne uno anch’io? ……..

È questa la domanda che ho fatto al signor Gigi (nome di fantasia) in un negozio di stoffe a Firenze.

Mi sono incamminata verso il Trippaio di Firenze in via Gioberti perchè avevo promesso a “ello” che gli avrei portato il Lampredotto (cliccare sulla foto per saperne di più ;-) )

per poi avviarmi verso Ponte Vecchio

dove mi  sono commossa vedendo questa nonnina

e questi sposini

e dopo aver scattato  qualche fotografia qua

e  là

ed aver resistito alla tentazione di entrare qui:

di fronte alla  vetrina del cioccolataio Vestri ho ceduto (cliccare sulla foto per conoscerlo):

e lui per confortarmi mi ha offerto  una meravigliosa cioccolata calda.

A questo punto appagata ma con le braccia allungate di qualche centimetro ed i piedi che urlavano per uscire dalle scarpe, raccolte le ultime briciole di energia mi sono incamminata verso la Stazione, non dopo aver chiesto informazioni ad una signora che mi ha fatto sbagliare  strada :-( e finalmente sono arrivata.

sono  salita sul treno e con lo sguardo malinconico ho guardato il paesaggio scorrere veloce davanti a me……

…..e questo è quello che ho preparato col tartufo nero:


….ma di questo vi racconterò domani :-)

Vi ringrazio per i messaggi di ieri ed auguro a tutte/i voi una spendida settimana e, vi do un consiglio: viaggiate da sole…


Zuppa nuova Inghilterra con Mais e Patate.

Zuppa Nuova Inghilterra

Ingredienti per 4 persone:

  • 50 g di pancetta affumicata,
  • 2 cipolle,
  • 300 g di patate,
  • 2 cucchiai di olio evo (extravergine di oliva)
  • 2 dl di latte (soia)
  • 4 cucchiai di mais (io uso quello che sgranato che congelo), va bene anche in scatola,
  • Pane nero tostato per servire,
  • sale.

Come fare:

tagliare la pancetta a listarelle, affettare le cipolle e le patate (vedi collage), portare ad ebbollizione il latte con 6 dl d’acqua.

Cuocere a fuoco basso pancetta e cipolle (io non uso grassi, ma aggiungo poca acqua bollente alla volta), aggiungere le patate e la miscela di latte, cuocere fintanto le patate saranno ammorbidite.

Unire il mais e continuare la cottura per altri 5 minuti, scoperto, per far addensare la minestra.

Tostare le fette di pane, disporle nelle fondine e servire caldo.


Jota

La jota è un piatto della tradizione triestina che ha subito, per la cucina, l’influenza della vicina Slovenia (oltre che dell’Austria) dove questo piatto la fa da padrone, considerata l’estesa produzione dei “cappucci” che vengono conservati sotto sale fino alla fermentazione che li trasforma nei famosi “capuzi garbi”.

Premetto che questa è la mia versione “alleggerita”, in quanto non  faccio uso di soffritti o grassi, il gusto non ne risente e la linea è salva.

Ingredienti:

  • fagioli borlotti (faccio ad occhio)
  • 3 patate medie,
  • crauti (ad occhio anche questi),
  • 2 foglie di alloro,
  • 1 cucchiaino di Kümmel o carvi che a volte viene associato al “cumino”, lo chiamano “cumino tedesco, il cumino ha chicchi rotondi ed ha un altro sapore….
  • 1 spicchio d’aglio
  • sale,
  • pepe.

Come faccio io:

in una pentola di coccio metto i fagioli, 1 foglia di alloro ed aggiungo c.ca 2 litri d’acqua e li porto a metà cottura.

Nel frattempo:

cuocio a parte i crauti, coperti abbondantemente d’acqua fredda con la foglia d’alloro, lo spicchio d’aglio ed il kummel.

Taglio a cubetti le patate e continuo la cottura, aggiungo i crauti e lascio al fuoco ancora 1/2 ora.

Metto nel passaverdura 3/4 della minestra per renderla cremosa, mescolo e servo con un filo d’olio evo (extravergine di oliva).

Volendo si può cuocere assieme qualche cotenna o qualche ritaglio di prosciutto.

Partecipo alla raccolta di “Provare per gustare”

Ecco un link che vi aprirà gli orrizzonti “kümmelliani” leggo spesso che lo associano al cumino ma io ho il cumino e l’aspetto e l’aroma sono diversi da quelli del kümmel, si usa in queste preparazioni, diciamo pesantine perchè facilita la digestioneilluminati.

Foto dal web


Malinconia d’autunno in una minestra, di ortiche e finferli.

Autunno
Il cielo ride un suo riso turchino
benché senta l’inverno ormai vicino.
Il bosco scherza con le foglie gialle
benché l’inverno senta ormai alle spalle.
Ciancia il ruscel col rispecchiato cielo,
benché senta nell’onda il primo gelo.
é sorto a piè di un pioppo ossuto e lungo
un fiore strano,un fiore a ombrello,un fungo.

M.Moretti.


..mi è stato detto che in questo periodo sono un pò malinconica, sì, diciamo che sono “autunnale”, seguo, senza volerlo fare, le stagioni, così sceglie il mio cuore e il mio modo di essere.

Non è “tristezza” è “malinconia”, non vedo nulla di negativo nell’essere malinconici, anzi.

Io mi sento chiusa in un bel bozzolo caldo, al riparo dal rumore e dal freddo, me ne sto chiusa in questo silenzio ovattato con i miei pensieri, le mie emozioni..quindi il frastuono c’è, eccome :-)

Ritorno dal bosco, il cesto pieno di tutto, oggi ci sono le cimette di ortica, piccoli finferli, forse troppo piccoli, ma si sono trovati bene in questa minestrina, tutti assieme hanno reso ricca una cena, hanno temuto un pò l’ortica, e se ci “punge” ..mi hanno sussurrato, tranquilli, li ho rassicurati, l’ortica non vi pungerà, aggiungerà colore e sapore alla minestra……

Minestra di finferli e ortiche.

Ingredienti per 2 persone:

  • un pugno di cime di ortica,
  • qualche finferlo,
  • 2 patate (kennebeck),
  • 2 carote,
  • 1 cipolla (ho usato quella di Tropea),
  • olio evo (pancetta se volete arricchire la minestra),
  • sale,
  • peperoncino.

Come fare:

in una pentola di coccio rosolare in olio evo (pancetta se la usate) le patate e le carote grattugiate, la cipolla tritata finemente, aggiungere i funghi interi se sono piccoli sennò tagliati grossolanamente.

Coprire con brodo vegetale, salare, aggiungere peperoncino o pepe se lo preferite e continuare la cottura.

Gli ultimi 10 minuti aggiungere le ortiche tritate grossolanamente.

Servire con un filo d’olio evo.


Minestra de “Bobici”, ricordando Trieste.

La minestra de bobici è tipica triestina con derivazione istriana, l’ Istria è stata territorio italiano ed ha influenzato ed influenza tutt’ora la nostra cucina, i bobici sono nient’altro che i chicchi del granturco.

Ieri sera ho rifatto questa minestra, la faccio spesso, per me è  ritornare indietro nel tempo e lasciarmi cullare dall’onda dei ricordi.

Ingredienti per 6 persone, tra parentesi metto le varianti che uso per renderla più leggera:

  • 300 g. fagioli freschi,
  • 1 pannocchia di mais da latte,
  • 200 g. patate,
  • 1 pomodoro maturo (non lo metto),
  • 50 g di lardo (uso l’olio evo a crudo alla fine),
  • 1 spicchio d’aglio,
  • 1 piccola cipolla,
  • 1 gambo di sedano,
  • osso di prosciutto o ritagli (metto una fetta spessa di crudo),
  • sale,
  • pepe (peperoncino),
  • olio evo.

Procedimento:

pulire e lavare gli ingredienti, tagliare le patate a cubetti, per chi usa il pomodoro pelarlo e privarlo dei semi, sgranare la pannocchia.

Far bollire a fiamma bassa per c.ca 40 minuti il granoturco, i fagioli, le patate, il pomodoro (se lo usate) ed il prosciutto (io aggiungo anche gli odori).

**Fare a parte un soffritto con aglio, cipolla, sedano e lardo tagliato a listarelle, far bollire ancora fino ad ottenere una buona densità.**

Aggiustare di sale e pepe e servire con olio evo.

**La parte evidenziata con gli asterischi la ometto.

Fare questa minestra è molto semplice, fatene pure grandi quantità (senza pomodoro) la porzionate e la mettete in congelatore, nelle giornate più fresche avrete una deliziosa zuppa da gustare.

Volendo farla fresca potete sgranare  le pannocchie e mettere i chicchi nei sacchetti in congelatore, avrete mais pronto tutto l’anno.

Una splendida giornata a voi.


Zuppa piccante con cicoria e cannellini.

Questa zuppa l’ho apprezzata tanti anni fa, una cena romantica, in un posto tranquillo gestito da amici.

Una rosa rossa , una candela, gli occhi negli occhi, l’adrenalina dei primi incontri quando tutto è bello, emozionante.

La preparazione, il trucco, il vestito..tutto è perfetto……….poi la fogliolina d’insalata nei “suoi” denti fa crollare un mito, temi il “dopocena” e non vedi l’ora di tornare a casina tua per  abbracciare l’unico amore che hai: il GATTO…

Ma di ogni amore rimane sempre qualche bel ricordo…io ricordo questa zuppa, e meno male, è così buona!!

Ingredienti:

  • 1 cespo (si chiama così?) di cicoria (catalogna),
  • fagioli cannellini,
  • peperoncino,
  • 1 spicchio d’aglio,
  • olio evo,
  • sale.

Come fare:

mettere in ammollo i fagioli seguendo le indicazioni, cuocerli  in una pentola di coccio (la mia passione!).

Nel frattempo lavare la cicoria e scegliere le foglioline tenere del “cuore” e  spezzettarle con le mani.

In un altro tegame di coccio mettere un po’ d’olio evo,  uno spicchio d’aglio vestito schiacciato, il peperoncino spezzettato e far insaporire la cicoria.

Cotti i fagioli, versarli nel tegame assieme al resto e farli insaporire per qualche minuto.

Aggiungere, a coprire, la loro acqua di cottura, salare e riportare a bollore, coprire, abbassare il fuoco, e nel frattempo tostare le fette di pane casereccio.

Quando la zuppa è ben amalgamata, versarla nelle fondine con il pane abbrustolito, d’obbbligo un giro di buon olio extravergine di oliva, possibilmente Toscano

Provare, a volte non sappiamo come utilizzare la cicoria..questa è una gustosa alternativa.

A presto!!

…mi chiede un’amica se  si sente molto l’ amaro del “cicorione” (così è chiamato dalle sue parti).

I sapori sono equilibrati: l’amaro del “cicorione”, il dolce dei cannellini, il piccante del peperoncino… è perfetta!! Ciao Anna!!