Già, quelle con la emme maiuscola; ho già parlato e raccontato molto, forse troppo della mia storia, della mia infanzia quasi negata, di mia madre, di mio padre e chi mi legge conosce già i miei pensieri.
Con me il detto: la mamma è sempre la mamma non funziona, la mamma è quella che ti riscalda la vita ed è a quelle madri che dedico questa crostata.
L’avevo preparata anni fa, ero ancora principiante ma l’entusiasmo sempre lo stesso di oggi e le foto che ne ho conservato sono solo quelle che vedete.
A suo tempo avevo notato dei difetti che, fortunatamente, riguardavano soltanto l’estetica; avevo avuto difficoltà nello sformarla ed ho dovuto un pò aggiustarla, forse per lo stampo in silicone, o fose perchè non era ancora completamente raffreddata.
Oggi, questa crostata ve la ripropongo riveduta e corretta, se dovessi rifarla adopererei una semplice pasta frolla o una brisè dolce.
Ingredienti per la pasta sucrèe (alternativa alla frolla):
300 g. farina 00,
100 g. di zucchero (ne andrebbero 150 g.),
150 g. di burro morbido,
6 tuorli (leggermente sbattuti),
1 pizzico di sale.
Come fare la pasta sucrè:
setacciare farina e sale sulla spianatoia, creare la fontana, inserire lo zucchero, il burro , i tuorli.
Dopo aver amalgamato questi ingredienti, incorporare un po’ alla volta la farina e lavorare fino ad ottenere un impasto liscio e setoso, avvolgerlo nella pellicola e lasciarlo riposare in frigorifero per un’ora.
Ingredienti per il ripieno:
750 ml. di latte,
180 g di riso comune per dolci ( a chicco rotondo),
50 g. di zucchero,
100 g. di ciliege candite spezzettate,
2 cucchiai di acqua di rose,
6 albumi montati a neve (quelli avanzati dalla pasta),
1 puntina di stecchino di colorante rosso per dolci o succo concentrato di barbabietola se non adoperate i coloranti.
Come fare:
accendere il forno (non ventilato) a 190° C.
Mettere latte, riso e sale in una casseruola e portare a bollore, sobbollire per c.ca 20 minuti o finchè il riso avrà assorbito il latte.
Versarlo in una terrina, aggiungere lo zucchero, mescolare e far raffreddare.
Unire al composto di riso raffreddato le amarene spezzettate, l’acqua di rose ed il colorante, mescolare bene ed incorporare delicatamente gli albumi.
Stendere la pasta e foderare lo stampo, riempirlo con il composto, decorare a piacere con la pasta avanzata ed infornare per 40 minuti.
Già, dopo una notte buia e tempestosa, finalmente sabato mattina è ricomparsa la primavera e mi è venuto in mente Giacomo Leopardi che, con la sua sensibilità malinconica, scrive la sua poesia, imparata a memoria e recitata più volte in classe e a casa, con la Signora Gisella che mi ascoltava attenta e severa.
L’ ho immaginato dietro ad una finestra, di quelle alte, enormi, contornate da pesanti tende di velluto scuro, tanto scuro da non dare speranza alla luce di illuminare né la stanza né l’anima del Poeta.
L’ ho immaginato osservare le gocce cadere dal tetto sfiorando il davanzale e l’ ho visto dirigersi pensieroso (o pensoso) verso la scrivania ed iniziare i suoi versi:
Passata è la tempesta: Odo augelli far festa, e la gallina, Tornata in su la via, Che ripete il suo verso. Ecco il sereno Rompe là da ponente, alla montagna; Sgombrasi la campagna, E chiaro nella valle il fiume appare. Ogni cor si rallegra…
… Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride Per li poggi e le ville. Apre i balconi, Apre terrazzi e logge la famiglia: E, dalla via corrente, odi lontano Tintinnio di sonagli; il carro stride Del passeggier che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core. Sì dolce, sì gradita Quand’è, com’or, la vita? Quando con tanto amore L’uomo à suoi studi intende? O torna all’opre? O cosa nova imprende? Quando dè mali suoi men si ricorda? Piacer figlio d’affanno; Gioia vana, ch’è frutto Del passato timore, onde si scosse E paventò la morte Chi la vita abborria; Onde in lungo tormento, Fredde, tacite, smorte, Sudàr le genti e palpitàr, vedendo Mossi alle nostre offese Folgori, nembi e vento. O natura cortese, Son questi i doni tuoi, Questi i diletti sono Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena È diletto fra noi. Pene tu spargi a larga mano; il duolo Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto Che per mostro e miracolo talvolta Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana Prole cara agli eterni! Assai felice Se respirar ti lice D’alcun dolor: beata Se te d’ogni dolor morte risana.
Non mi sono accontentata di rimanere qui, nella nostra meravigliosa ed assolata Italia (allo sfascio) ma ho voluto andare anche un pò lontano, incamminarmi verso altri mondi.
Ieri sera ho visto su Gambero Rosso Sky uno splendido documentario che parlava dell’ amara/dolcezza del cioccolato, mostrandone le varie sfaccettatura, dallo scultore-amante del cioccolato Patrick Roger che mi ha conquistata col suo gorilla a grandezza naturale (sono innamorata di Dian Fossey… ); pensate che i BAMBINI che lavorano nelle piantagioni di cacao non hanno la minima idea né di dove vadano le fave né cosa ne facciano… alla fine lo assaggiano e dicono: buono, è davvero buono…
Cosa c’entra il cioccolato qui? Nulla,è tanto per parlare
Noi
Ed ora passo alla ricetta, non so se a Giacomo (confidenziale) sarebbe piaciuto questo dessert, non lo immagino mangione godurioso ma io ed ello invece lo siamo ed abbiamo apprezzato molto.
La ricetta arriva dalla mia solita datata dispensa a schede, alla ricetta, che non prevedeva zucchero, ho aggiunto del fruttosio ed ho sostituito le noci con le nocciole tritate che erano avanzate dalla precedente torta.
Quando ho letto la ricetta mi sono spaventata, è più il tempo di raffreddamento che quello di esecuzione? Nessun problema, sto diventando pratica e dopo 3 anni abbondanti di blog e web ho imparato ad interpretare le ricette.
Una cara persona ha scritto questo, parlando di me, della Libera di “prima”, prima che iniziasse a vagabondare nella solitudine dei campi e dei boschi: “che non si perde nulla nelle pieghe delle ricette”, beh, quella Libera ritornerà, prima o poi… promesso♥
Ingredienti per il bicchiere nella foto e un’altra coppa grande:
2 avocadi maturi,
150 g di crema di polpa di cocco (NaturaSì),
150 ml. di succo d’ arancia,
2 cucchiai di fruttosio,
150 g di yogurt greco,
1 cucchiaio abbondante di scorza d’arancia gratuggiata,
1 cucchiaio di succo di limone,
farina di cocco e scorza d’arancia per decorare (o come vi piace).
Ingredienti per la granella/crumble:
50 g di burro di cocco (o il vostro solito burro),
50 g di fiocchi di mais,
50 g di nocciole tritate grossolanamente,
1 cucchiaio di zucchero muscovado.
Il procedimento per la granella lo trovate in grassetto/corsivo.
Come fare:
mettere il succo d’arancia, il fruttosio e la crema di polpa di cocco in un pentolino, mescolare e riscaldare (non bollire!) il composto per amalgamarlo.
Spegnere e versare in una terrina, far raffreddare e mettere in frigo per far addensare.
Nel frattempo tagliare a metà gli avocado, eliminare il nocciolo (non gettarlo, vedere qui) e, con un cucchiaio estrarre lapolpa.
Ritirare dal frigorifero la crema di cocco, unire la polpa di avocado, lo yogurt, la scorza d’arancia ed il succo di limone e riporre ancora la terrina, coperta con la pellicola, in frigorifero per far addensare (io, per motivi di tempistica, l’ho lasciato tutta la notte).
Al momento di preparare le coppe o bicchieri, come volete, far sciogliere il burro di cocco (io) o margarina o burro di soia o burro vaccino ed unire i fiocchi di mais frantumati: io l’ho fatto con le mani, è un ottimo antistress.
Dopo che i fiocchi avranno assorbito il burro, unire le nocciole tritate e lo zucchero Muscovado, mescolare per qualche minuto, versare in una ciotola e far raffreddare.
Presentazione:
questo dessert può essere servito in coppette, io ho scelto per voi il bicchiere che evidenzia il “crumble” (perchè di crumble si tratta) che è perfetto in questo dessert, per la croccantezza, il profumo e la consistenza e se vi avanza potete utilizzarlo per altre preparazioni.
Alternare gli strati di crema e crumble terminando con la crema, la decorazione è a gusto personale, io ho scelto una farina di cocco e una piccolissima julienne di scorza d’arancia che fa sempre la sua bella figura.
Comunicazione di sevizio: ho completato il recupero dei miei post persi per il malfunzionamento (o mia inesperienza) del PDF, questo comporta che gli iscritti via email non verranno subissati di email.
Alla mia adorata compagna di merende: va meglio così?
Buon Compleanno, la sua Bologna è in festa per l’occasione ed è proprio in questi momenti che ci si rende conto di quanto una persona sia stata IMMENSA.
In dicembre sono stata, assieme alla Sua e mia Amica Giuliana, a visitare la Sua casa, qualche giorno prima mi aveva portata alle 18 ad ascoltare la Sua musica nella via e mi aveva fatto notare che sul campanello della Sua casa non ci fosse scritto il Suo nome, Lucio Dalla ma bensì Domenico Sputo.
Mi sono fatta una bella risata ed ho riso anche quando ho saputo che la Sua barca si chiama Catarro, insomma tra Sputi e Catarri, qui non manca nulla ma, ce ne fossero di Sputi e Catarri così, come si dice: metteremmo la firma…
La visita di cui sopra era stata organizzata dai Suoi parenti per raccogliere fondi da destinare alla ricostruzione del palazz o del Municipio di Finale Emilia.
Non so come sia andata a finire, spero bene perchè so anche che molti dei Suoi desideri non sono stati ancora esauditi, in primis la Fondaz ione da Lei e Marco tanto voluta.
Cerco di non pensarci, in fondo non sono affari miei, sono faccende di eredità e Lei sa meglio di me come vanno queste cose, o forse no dal momento che non aveva mai pensato di buttar giù due righe di testamento.
Io La capisco sa, una Persona come Lei che tiene gli addobbi Nataliz i tutto l’anno, che ha all’entrata, quella riservata agli Amici, uno splendido Presepio fatto a mano a Napoli, ne ha altri sparpagliati per casa, una Persona che collez iona Carillons e che raccoglie nella stanza del cinema giocattoli antichi e, ancora, mette la sciarpa ad una statua con le Sue sembianze e da il volto a tele che ritraggono Santi e Poeti, beh, una Persona così non penserebbe mai di scrivere un testamento, è più adatto per un bambino, scrivere poesie e testi di canz oni che, alla fine, sempre poesie sono.
Se chiediamo ad un bambino cosa pensa della morte non sa rispondere perchè lui non ci pensa proprio che un giorno morirà…
Parenti mal di denti, sarà stato mica per caso che è nato questo detto… i Suoi parenti non mi sono simpatici, assolutamente no, soprattutto per come hanno trattato e stanno trattando Marco.
A proposito, l’ho visto da Fazio (è stato anche un momento al Festival di San Remo, per introdurre una canzone, aveva gli occhi così tristi… ) per presentare il libro che ha scritto e che ci racconterà di Lei: Dalla luce alla notte.
Durante l’intervista Marco ha detto:
Lucio Dalla era la fuga continua dalla noia, è vero, brutta la noia, rende ogni vita uguale all’altra, senza sogni, senza desideri, senza motivazioni, senza senso.
Mentre ero in fila, d’istinto ho guardato verso le Sue finestre dalle quali s’intravedono quegli affreschi straordinari, ed ho visto un piccione appollaiato su una persiana, osservava tutto quel via vai di curiosi (ci hanno descritto così ma, almeno per quanto riguarda Giuliana e me, non è stata la curiosità a portarci lì ma l’affetto ed anche il dolore) con quel ridicolo modo di guardare che hanno i volatili, girando il capino e buttando l’occhio.
Per un momento ho pensato fosse Lei che, incuriosito da quella confusione sotto casa Sua, fosse venuto a dare, appunto, un’occhiata… ed io, come la strofa della Sua canz one Cara che riporto nel titolo, lì sotto ero uno sputo…
Le avrà fatto piacere vedere che ci hanno fatto da Ciceroni gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, la ragaz z a che ha guidato noi era evidentemente commossa mentre passavamo di stanz a in stanz a, nelle sue parole ho letto anche del pessimismo per la sorte di tutte quelle opere, anche qui ricadiamo nel discorso eredità, mannaggia a ‘sti soldi che fanno e disfanno e cancellano sentimenti con una facilità preoccupante…
La saluto così, con la canzone che riesce sempre a commuovermi ed incantarmi:
Tu corri dietro al vento e sembri una farfalla
e con quanto sentimento ti blocchi e guardi la mia spalla se hai paura a andar lontano, puoi volarmi nella mano…
Ecco, questa sera tutti noi, quelli che Le vogliono bene e che non si rassegnano, voleremo nella Sua mano…
Con questa ricetta non vorrei mai interferire con la tradizione pugliese che vuole le orecchiette senza formaggio… Semplicemente voglio unire in un post ingredienti importanti per me che hanno significati che attraversano la cucina e vanno dritti al mio cuore.
Chi mi conosce sa quanto mi manchi Maria e, come ho già scritto, non passa giorno in cui io non pensi a lei.
Per fortuna sono rimasta in contatto con sua figlia e suo marito che, lo sapete già, porta frutta e verdura dalla Puglia ai mercati del nord, tra cui Trieste e Udine.
Non mi pesa alzarmi alle 4 del mattino e mettermi in macchina per andare al mercato a fargli un saluto e prendere le cose che mi porta.
L’ultima volta mi ha portato, oltre alle orecchiette, anche una cassetta di cime di rapa e così ho comperato il Raclette e Le Gruyere ed ho unito tutti questi ingredienti, come in un abbraccio,
in questa ricetta che parte sempre da una ricetta di Maria, la sua Pasta e patate al forno.
Pasta e patate al forno di Maria
L’ho fatta la sua versione originale con i cannarozzetti, il formato di pasta che lei prediligeva; sua figlia mi ha detto: lei adoperava soltanto quel formato, senza quello non c’era la pasta e patate
Da noi non si trova quel formato e quel pacco che vedete nel collage viene direttamente da casa sua…
Al posto dell’emmenthal avevo adoperato lo Sbrinz e le Gruyere che mi erano avanz ati dal contest.
Non ve l’ho mai raccontato ma ello l’ha tanto gradita che, boccone dopo boccone, al sicuro dai miei rimproveri perchè intenta a guardare Masterchef, ha mangiato tutto il contenuto della pirofila, ad un certo punto mi ha sussurrato, con un fil di voce, vado a letto e, con un passo incerto si è avviato verso la zona notte.
La quantità di ingredienti è a piacere, questa è una pasta che, se avanza, si può mangiare anche il giorno dopo, quindi non sarò precisa.Ingredienti:
orecchiette fresche (o secche se le adoperate), cime di rapa,
patate, scalogno,
formaggio Raclette per l’interno e le Gruyere anche per la gratinatura, pane grattugiato,
olio evo,
peperoncino in polvere, sale.
Come fare:
in un tegame con un filo d’ olio extravergine di oliva far rosolare le patate tagliate a cubetti, assieme allo scalogno tritato, unire le cimette di rapa spezzettate e far insaporire bene, coprire con acqua o brodo vegetale.
Quando le patate saranno quasi cotte spegnere il gas, nel frattempo cuocere la pasta lasciandola indietro di cottura, mescolare e aggiungere i formaggi.
Versare in una pirofola appena unta e cospargere il tutto con il formaggio mescolato al pane grattuggiato e infornare a 180° per 15 minuti e altri 5 minuti funzione grill.
Non conoscevo l’esistenza di questo dolce tradizionale friulano fino al 2008 (a Trieste la pinza è tutt’altra cosa), me ne parlò Pietro, il signore che veniva una volta a settimana per la pulizia delle scale.
Voi sapete che, nonostante mi descriva come una specie di orso asociale e grezzo, io amo parlare con le persone, specialmente se condividono uno spazio o qualcosa con me o se percepisco un qualcosa che mi spinge verso di loro, ed è così che il signor Pietro ed io siamo diventati amici.
Mi piaceva, quando aveva terminato il suo lavoro, invitarlo a bere un caffè o un the, lo sapevo solo e mi faceva piacere parlare con lui, di sua figlia che amava andare a cavallo e lo faceva un pò tribolare con la scuola e del ballo liscio, la sua passione.
Così, forse per sdebitarsi, un giorno mi portò questo dolce da assaggiare col the, me ne innamorai e, ovviamente, gli chiesi la ricetta.
Pe un pò resistette: è una ricetta di mia nonna, ne era gelosa, rispondeva ogni qualvolta gliela chiedevo… ma poi cedette, la mia sincera passione lo convinse.
Ora il signor Pietro è molto ammalato, ricordo che l’ultima volta che venne a lavorare non si reggeva in piedi, lo rimandai a casa e le scale, finchè non trovammo chi lo sostituisse.
Ultimamente, più che una moda, il desiderio di conservare le tradizioni, credo sia diventata una necessità, sia per non staccarsi da un passato che, in fondo in fondo, non era poi male, sia per prendere le distanze da un futuro che non promette bene e ci rende così preoccupati e arrabbiati che non siamo più capaci di cogliere ed apprezzare le piccole cose.
Come ho già scritto, questo tipo di ricette, nasce dalla nescessità di mettere assieme poche cose e, mi ripeto, la frutta secca, un tempo era alla portata di tutti mentre oggi, una torta di noci, anche fatta in casa, viene a costare un occhio dalla testa.
Basta leggere gli ingredienti di questi dolci poveri, sempre gli stessi, noci, fichi secchi, uvetta, qui cisono anche i pinoli ma il signor Pietro mi disse: la nonna li metteva raramente, quando poteva permetterseli.
Mi scuso per le fotografie, non sono recenti, fotografavo ancora con il telefonino, sono foto sfocate, con esposizioni errate, per fortuna che ora ne capisco un pò di più del 2008 e ho cercato di sistemarle meglio che potevo (purtroppo non ho photoshop).
Era il tempo che fotografavo gli ingredienti, avevo ancora così tanto entusiasmo…
Ingredienti per una teglia rettangolare da 45 x 35:
300 g. di farina gialla di mais (anche istantanea),
700 g. di farina 00,
1 litro di latte,
2 uova,
100 g. di zucchero,
150 g. di lievito di birra fresco (o 2 fustine liofilizzato + 1 lievito in polvere,
400 g fichi secchi tagliati a pezzetti,
250 g. di uvetta,
1 bustina di pinoli tostati,
200 g. di noci tritate grossolanamente,
2 cucchiai di strutto (o burro),
buccia di limone gratuggiata,
sale.
Come fare:
portare il latte a bollore con il sale, tagliare i fichi a pezzetti, tostare i pinoli, tritare le noci grossolanamente e sciogliere a bagno maria lo strutto o il burro.
Lavare l’uvetta e farla gonfiare nell’acqua calda, scolarla e metterla nel rum o grappa, versare il latte sopra la farina di mais e lasciare che lo assorba.
Sbattere leggermente le uova e aggiungerle all’impasto assieme allo strutto o burro, unire anche la frutta, compresa l’uvetta scolata, lo zucchero e la buccia di limone.
Sciogliere il lievito in un po’ d’acqua tiepida, versarlo nell’impasto ed unire, un po’ alla volta, la farina ( io la setaccio).
Versare nella teglia foderata con la carta da forno (o imburrata) ed infornare nel forno preriscaldato a 180° C. x 40 minuti.
Controllare che la preparazione non asciughi troppo, sfornare la pinza e, quando è intiepidita voltarla sottosopra affinchè l’umidità non rimanga nel fondo.
Cospargere di zucchero a velo decorando a piacere, la potete anche porzionare e mettere in congelatore per le emergenze della colazione e merende.
Per oggi è tutto, grazie signor Piero e grazie a voi di avermi letta fin qui…
Buon 2013 mondo, a proposito di mondo vorrei conoscere tutte le tradiz ioni del mondo riguardo alla nascita di un nuovo anno ma devo accontentarmi (tra virgolette) di cercare, studiare, scoprire le tradiz ioni della Regione dove abito, oggi vi porto in Carnia.
Già conoscete la mia passione per la Carnia, la sua storia, le sue tradizioni e la sua cucina, così, in questa alba silenziosa ho frugato tra i libri di ello e ho trovato il testo che segue, io ho capito tutto ma per la traduzione fedele attendo il suo
risveglio, so che, goliardicamente mi tradurrà frasi senza senso burlandosi di me e so anche che io non demorderò e riuscirò a spuntarla ed avere la traduzione, ma voi avrete la pazienza di attendere?
Google qui può fare poco o niente, il Friulano è sfuggente, come leggerete più in basso i Friulani sono «The Hard People»…
Il sop dal Prin dal an*.
Ducj i fruts a àn di visâsi che il prin dì di Zenâr a àn di lâ dal lôr santul, par fâsi dâ «la buine man».
«Bundì la buine man a mi!», a an di dî i piçui. E il santul al à di dâur un regalut, par solit bêçs, che al è il lôr sop.
In Friul, chest mês al è ricuardât par vie dai fûcs de Pasche Tafanie: di
Comelians, cu lis sôs cidulis propiziatoriis, a Paulâr, là che si bruse la femenate, jù fintremai aes fogheris de Basse, passant pai pignarûi di Tarcint e frazions.
Tradizions di divignince celtiche, che ducj za o cognossìn. Pôc, invezit, si sa de tradizion dai sopêrs, trop di int che e zire pal paîs dispès in costum, par fâ tornâ a vivi la rivade dai «Re magjos»; si clamin sopêrs par vie che po dopo a cjapin un sop.
A Darte si vîf il rît de Stele di Nadâl: une stele di lene cjarte veline colorade, cun, al centri, un piçul lumin a vueli (te foto), e ven puartade di cjase in cjase par dâ l’anunci de nassite dal Gjesù Bambin.
Foto dal web
Si fâs chest rît ancje a Sauris, intal dialet todesc, invezit, a Çurçuvint, si cjante il
«Gjesù cjamin», laude dal Cuatricent, puartade di cjase in cjase de Onorande compagnie dai cjantôrs de plêf di Sant Martin.
Cheste istituzion e à lidrîs ancjemò prime dai 24 di Març dal 1761, date dal prin verbâl dal regjistri storic dal grup e che al da lis regulis precisis su nomine e compuartament dai siei components.
In tantis comunitâts, a zirà a son i zovins che a fasin part de Coscrizion, ven a stâi che a àn fat 18 agns. Ancje in chest câs, il test de cjançon puartade di cjase in cjase e conte de nassite di Gjesù.
Pal antropolic inglês Patrick Heady – autôr dal libri «The Hard People», il popul dûr (il riferiment al è proprit ai cjargnei) – in chel dì si realizave la supremazie dal gnûf sul vieli, di fat, dome in chel dì, i zovins a comandavin sui vecjos.
Traduzione
Tutti i bambini devono ricordarsi che il primo giorno di gennaio devono andare
dal loro santolo (padrino) per farsi dare la “mancia”.
«Buongiorno, la mancia a me», debbono dire i piccoli. E il santolo gli dà un piccolo regalo, di solito, soldini. Questo è il loro “sop” (intraducibile).
In Friuli, questo mese, è ricordato per via dei Fuochi dell’Epifania.
Da Comeglians con le sue «Ruote infuocate» propiziatorie, a Paularo dove si brucia la “strega”, fino ai fuochi della Bassa Friulana, passando per il «Pignarul» di Tarcento e dintorni.
Tradizioni di provenienza Celtica che tutti conoscono. Poco, invece, si sa delle tradizioni dei «sopers», gente che gira per il paese spesso in costume per far rivivere la tradizione dell’arrivo dei Re Magi.
Si chiamano «sopers» per il fatto che, dopo, ricevono un «sop».
Ad Arta si celebra il rito della Stella di Natale, una stella di legno e carta colorata con al centro un piccolo lume ad olio che viene portato di casa in casa per annunciare la nascita di Gesù bambino.
Si celebra questo rito anche a Sauris, nella parlata del locale dialetto tedesco.
A Cercivento, invece, si canta il cammino di Gesù, preghiea del 400 portata di casa in casa dalla Onorata Compagnia dei Cantori della Pieve di San Martino.
Questa istituzione affonda le proprie radici ancora prima del 24 marzo 1761, data del primo verbale sul Registro Storico del Gruppo che detta regole precise in tema di nomine e comportamento dei suoi componenti.
In tante Comunità sono i giovani che fanno parte della Coscrizione, ossia che hanno compiuto i 18 anni, ad andare per i propri paesi.
Anche in questo caso il testo delle canzoni celebra la nascita di Gesù.
Per l’antropologo inglese Patrick Heady, autore del libro «The Hard People», il popolo “duro” (ed il riferimento è proprio ai Carnici) in quel giorno sirealizza la supremazia del nuovo sul vecchio. Di fatto, solo in quel giorno, i giovani comandavano sui vecchi.
*Riferimento della parola «sop»: dono di frutta o altro, da: Il Nuovo Pirona – Vocabolario Friulano.
Non so se è merito dei Maya che, con le loro profezie hanno comunque mosso qualcosa in ognuno di noi, non so se è perchè dai e dai le cose cambiano, non so se, finalmente, mi sono incamminata sulla strada giusta… Fatto sta che ho trascorso uno splendido Natale, direi sereno, si, sereno è la parola giusta.
La venuta della suocera&Co. non mi ha agitata, sono riuscita ad organizzare tutto per benino e nei tempi giusti, voi direte: cosa sarà mai organizzare un pranzo di Natale per 5.. Beh, per me, che non ho mai ospiti a casa, è un bel impegno, quando manca la pratica non basta la grammatica no?
Come già sapete il mio menù di Natale non è stupefacente ma è il solito: lasagne portate dalla suocera, zampone, lenticchie a volontà, brovada.
Quest’anno l’ho arricchito con 2 stinchi di maiale al forno, Lambrusco, coca cola per il cognato (ORRORE!!!) comperata da ello che, dopo aver notato il mio disappunto ha detto saggiamente: bisogna adeguarsi agli ospiti, panettone ai marron glacè gentilmente offerti da Loison, spumante per il brindisi, caffè, ammazzacaffè per lo zio: una grappa che gli ha fatto strabuzzare gli occhi per quanto era forte…
Tutto qui, qualche chiacchera, una breve comparsa di Perla che è venuta a salutare “la nonna” e dopo aver sberlato per qualche minuto è tornata a dormire e poi, tutti a casa, ello ad accompagnare lo zio (che mi ha regalato del buonissimo miele di acacia che ho adoperato per i biscottini) e così, rimasta sola mi sono messa a fare questi biscottini.
Ci tenevo a farli per Natale, un omaggio a Maria, è lei che mi aveva mandato il mosto cotto: adoperalo, mi diceva, ma non voglio finirlo, rispondevo, dai che te ne mando ancora… invece non c’è stato più tempo, purtroppo…
Questa ricettina mi è arrivata via mail da Nannarè, una delle Amiche di forum di un tempo, è una delle tante ricette che mi ha mandato, sono di sua nonna o di “nonnine”, come le chiama lei e per me sono perfette.
Appena la sento le chiedo delucidazioni sulla provenienza di questi “Biscottini al mosto cotto”, se hanno un nome definito o si chiamano soltanto così.
Io ho preferito lasciarli naturali, senza spezie, un pò perchè a ello non piacciono un pò perchè coprirebbero il sapore della frutta secca, rimane comunque il fatto che sono molto versatili e, da questa base, se ne possono elaborare un’infinità, mi sono limitata a modificare il tipo di farina perchè, essendo questi biscotti, già senza lattosio e senza uova, volevo farli anche senza glutine.
Copio incollo la ricetta così come è arrivata, con lo stile gajardo de Anna (si chiama così), le sue abbreviazioni da sms, credo assimilate dalle 2 figlie adolescenti, qualche doppia di troppo, ma è perfetta così, la adoro ♥
Per facilitare la lettura ho evidenziato gli ingredienti, mentre le mie varianti e il mio procedimento sono inseriti tra gli asterischi.
Si lavorano degli ingredienti sullla spianatoia mettendone ad occhio
circa 300grammi fra nocciole, noci, pinoli, (xchè no, qualche mandorla)spezzettati grossolanamente
(Se vuoi anche tostati ma nn è necessario) 500 grammi di farina(da nn usare tutta insieme, che so iniziare con 250/300 gr. ed aggiungere quella che occorre man mano) *farina di grano saraceno e tapioca* 1 bicchiere circa di ottimo olio evo o strutto*olio evo (Pugliese)* un pò di zucchero e miele * solo miele* mosto cotto (o vino) q.b. poco + della metà di una bustina di lievito x dolci ( Eventualmente Vanillina o spezie facoltative ed a piacere del proprio gusto) *estratto di vaniglia*
Non ci vanno le uova ma c’è anche chi ne mette *omesse*.
Zucchero a velo x spolverizzare , facoltativo *omesso*.
Mettere, la farina a fontana con tutti gli ingredienti dentro (la mi mama talvolta mette anche un po’ di buon cacao in polvere, ma ciò è una cosa del tutto personale), lavorare raggruppando per bene tutti gli ingredienti fino ad ottenere una “massa” omogenea, formare un filoncino
un “pò piatto” e tagliare a forma di losanga (qsta è la tradizione) oppure stendere e dare la forma ai biscotti che andranno su una teglia con
carta forno.
*Io ho mescolato la frutta secca con 250 g. di farina (proporzione 350 farina di grano saraceno, 150 farina di tapioca), ho aggiunto il bicchiere d’olio, 3 cucchiai abbondanti di miele, ho amalgamato, ho unito il resto della farina e poi ho aggiunto a poco a poco il mosto cotto fino al raggiungimento della “massa” omogenea (come scrive Anna), ho formato il filoncino un “pò piatto” e, come da tradizione, ho formato le losanghe*
Naturalmente infornare con forno già caldo a ca. 180 gradi finchè nn saranno coloriti e cotti (forse 20 min. o poco+)
Si possono servire ed intingere con buon bicchiere di vino bianco, marsala o …
Semplici, ma “fanno famiglia” e Natale magari apprezzati accanto al camino acceso …??! (A Perla falli assaggiare senza inzuppo nel vino mi raccomando …!!! Alle gattine di buona famiglia si bagna soltanto dietro l’orecchio con una goccia di Champagne, la notte di Capodanno, cm fossse Chanel N° 5 – insieme ad un assaggio di Pandoro).
Cuore
Eredità, pensiamo all’immenso significato di questa parola: EREDITÁ, può cambiarti la vita, può ridarti la vita e, aimeh può rovinarti la vita…
É una parola che, in qualsiasi caso, ti grava di enormi responsabilità, ti ritrovi all’improvviso “proprietaio” di qualcosa che non hai scelto, al quale non hai mai pensato, qualcosa che rimette in discussione le tue convinzioni, che apre di fronte a te un orrizzonte nuovo, da esplorare.
Un eredità non ti abbandonerà mai, sarà sempre accanto a te e tu, dovrai essere capace di trarne il buono ma questo non è facile, basta guardarsi attorno quando si passeggia per le vie delle città, case splendide avvolte dall’edera, lasciate morire così soltanto perchè qualcuno, per beghe e beghette non è stato capace di condividere un’eredità, esempio recente è l’eredità di Lucio Dalla…
Di fronte ad un’eredità spesso manca il rispetto, il rispetto nei confronti di chi ha costruito quell’ eredità nel corso dell’ intera vita, spesso con enormi sacrifici.
Non entro nel merito e non approfondisco l’argomento riguardante le gravose tasse di successione che renderebbero prosaico questo mio, invece, dolcissimo, post…
Ci sarebbe davvero da scrivere volumi interi sulle varie sfaccettature di questa importante parola, ma io oggi voglio parlarvi della mia eredità, della mia meravigliosa, dolce eredità si, dopo il famoso tavolino con specchio che ho avuto in eredità dalla mia adorata Signora Gisella, sabato ho avuto in eredità le ricette dei dolci della Signora Maria, ricordate la mamma di Franco, il mio amico di gare in MTB, ne ho parlato tempo fa perchè è mancata da pochi mesi.
In fondo troverete i link di 2 ricette che sono riuscita a carpirle in vita, per le altre la risposta era sempre la stessa: quando sarò morta potrete guardare la mia agenda…
Beh, Franco mi ha spedito le foto di tutte le pagine di quell’agenda, tutte le ricette che lei scriveva in bella e leggibile calligrafia e per me è stata un’enorme emozione leggerle, perchè leggendo ho ritrovato i sapori, i gesti di quelle mani, ho rivissuto la tanto attesa apertura del forno dal quale uscivano, avvolgendomi, gli indimenticati profumi, se non è EREDITÁ questa…
Per chi non riuscisse a leggere bene la ricetta la riscrivo e, alla fine vi do alcuni consigli per una perfetta esecuzione.
Ingredienti (io ho fatto metà dose ed ho ottenuto 23 biscotti):
500 g. di cocco grattugiato o farina di cocco,
300 g. di zucchero,
4 uova,
scorza grattugiata di 1 limone e 1 arancia.
Come fare:
mescolare il cocco, lo zucchero, la scorza grattugiata dell’arancia e del limone, i tuorli e per ultimi gli albumi montati a neve ben ferma.
Ricavare dal composto delle palline delle dimensioni di una noce, disporle su uno stampo coperto con la carta da forno e cuocere a 200°C. per 15 minuti.
Suggerimenti: Tiziana, che si fida delle ricette che pubblico e le testa volentieri, ha fatto questi biscotti ieri ma, mi ha detto, le sono venuti un pò asciutti, già dall’impasto aveva visto che non era morbido.
Come ho riscontrato tutte le volte che ho replicato i biscottini di Nigella e le Favette, le uova non sono più le stesse e, anche se sulle confezioni c’è scritto medie/grandi ecc., le dimensioni cambiano anche da uovo a uovo (le galline di Milva hanno indetto uno sciopero ad oltranza, quindi ) quindi consiglio sempre di mettere gli albumi in una ciotolina e di dosarli un pò alla volta fino ad ottenere la consistenza desiderata.
In questo caso è importante che la farina di cocco sia il più fresca possibile perchè se adoperate la farina di un pacco già aperto è probabile che sia troppo secca e questo comprometterebbe la perfetta riuscita sia di questi biscotti che di qualsiasi altra preparazione, anche perchè a volte la farina vecchia sa di rancido.
Ho assaggiato gli originali, spesso, la Signora Maria, doveva nasconderli perchè in un battibaleno, io ripulivo il vassoio, questi sono proprio i cocchetti (da bambina li chiamavo così), forse non ho pubblicato nulla di nuovo ma, pe me, questi sono unici perchè sono i: Pasticcini al cocco della Signora Maria.
Grazie Franco, mi hai fatto proprio un bel regalo di Natale e non solo♥
Buona settimana mondo, dopo le mie riflessioni domenicali, inizio la settimana con tanta dolcezza, e non è soltanto la dolcezza di questi biscotti ma è la dolcezza che ci regala ogni giorno la vita, quasi quasi mi dispiace che il 21 finisca tutto.
Oggetto: ricetta
Da: maria61m@………
A: “accantoalcamino@libero.it”<accantoalcamino@libero.it>
Data: 27/07/2012 14:36
Come promesso,ecco la ricetta di pasta e patate.
In un tegame un giro di olio,scalogno tritato foglia di alloro e patate a cubetti,si fa soffriggere dolcemente io aggiungo un pò di vino bianco e quando è evaporato aggiungo acqua fino a coprire le patate (se si vuole si può mettere un pò di concentrato di pomodoro oppure dei pomodorini a soffriggere con le patate).
Quando le patate sono quasi cotte spegnere il gas e aggiungere abbondante origano e pepe,intanto cuocere la pasts lasciandola sempre indietro di cottura,mescolare il tutto.aggiungere o mozzarella oppure altro formaggio (oggi ho usato un pò di emmenthal che avevo ib frigo) volendo un pò di spek o altro salume,ma va bene anche senza,versare in una pirofola appena unta e cospargere il tutto con grana mescolato a pane grattuggiato e infornare.
A noi è piaciuta tanto. Ciao
Cielo di ieri pomeriggio, non vi sembra di vedere un piccolo cuore in basso, vicino alla firma?
Ho bisogno di ricordarla ancora una volta pubblicamente poi me la terrò stretta nel cuore…
La voglio ricordare con una sua ricetta, pubblico la mail così come l’ha scritta lei, in luglio, nel momento di ripresa poi, giorno dopo giorno la vita le è scivolata via.
L’ho sentita l’ultima volta giovedì, un fil di voce: mi sento tanto debole… uno strazio.
Sarà proprio perchè, partendo dalla famiglia che non ho avuto, dai legami che, per un motivo o per l’altro sono sempre naufragati, spesso per colpa mia (ma non sempre), forse proprio per la paura dell’abbandono che mi accompagna, oggi provo un dolore così grande mai provato prima che mi trova impreparata.
Non sono preparata a pensare che non vedrò e non sentirò più una persona che ho amato così tanto, sarà difficile, anche perchè i nostri rapporti non si limitavano ai commenti sul blog o la telefonata ma c’era molto di più, a casa ho tante cose che mi mandava e che mi parlano di lei, sarà dura… Davvero.
Anche con lei ho fatto qualche capriccio ma lei, con la dolcezza di sempre mi faceva una risata al telefono e svaniva tutto, “i problemi sono altri” mi diceva… Ed aveva ragione.
É stata una delle prime persone a seguire il mio nuovo blog nel gennaio 2010 e non mi ha mai lasciata… Fino domenica mattina…