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Vino di Tarassaco, un Vino da Meditazione.

Vino di tarassaco vaso vert.-001

Vino di Tarassaco 21 marzo 2014

La sento, è lì, nascosta dietro l’angolo, ogni tanto fa capolino e lancia piccoli e caldi raggi di sole che mi riscaldano regalandomi nuova energia: è lei, la Primavera, quella che mi sta aiutando nel mio progetto di felicità.

Non importa se ho ancora addosso il maglione, dormo col piumino, vedo la neve sulle montagne in lontananza e se le mie cavallette sono ancora ben nascoste nei loro rifugi invernali, per me è già arrivata ed io voglio brindare con e per lei con questo vino che sarà pronto fra 4 mesi, esattamente il 21 luglio 2014.

Meryl Streep la mia Africa

Foto da Pinterest (Meryl Streep ne La mia Africa)

L’ho chiamato vino da meditazione perchè, mentre raccoglievo i fiori pensavo e mi immaginavo già ad agosto, seduta su una comoda poltrona in terrazza, nella rassicurante penombra del tramonto, con Perla sulle ginocchia a sorseggiare un piccolo bicchiere di questo vino ricordando la primavera ormai lontana e sognandone già un’altra.

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Qui il prezzo più basso (cliccare sulla foto).

♣Ne uscirà un buon vino sugli 11 gradi ♣, scrive Ennio Furlan (che ho citato anche nel post precedente) riguardo questa ricetta trovata a pagina 138 del suo libro Erbe… e dintorni.

É un libro da sfogliare lentamente questo, l’amore per la Natura che nutre e coltiva questo Chef è contagioso, da ogni pagina escono profumi di erbe e di fiori e di buoni sentimenti; non è soltanto un libro di ricette, ricette ormai ne conosciamo molte e siamo diventate tutte molto brave, siamo anche in grado di inventarne di nuove, questo è un libro da leggere, da leggere tra le ricette.

La Natura ha le sue regole ed il signor Ennio ci aiuta a conoscerle, prima di tutto e poi a rispettarle, rispettare la Natura è rispettare noi stessi e allora, niente raccolte indiscriminate, niente ribaltamenti inutili di funghi che non conosciamo, niente estirpazione di bulbi con i quali poi non sapremmo cosa fare e che, nella maggioranza dei casi, non troverebbero conforto nei nostri vasi sul balcone o nei nostri orti.

Vi consiglio di acquistarlo e di leggerlo attentamente, magari anche ai vostri bambini e, perchè no, magari proprio sul campo mentre raccogliete insieme i fiori di tarassaco per preparare un buon miele o questo vino.

tarassaco ape1-001

A proposito di miele, ho avuto il mio bel daffare a raccoglierne un quantitativo sufficiente, le api stavano festeggiando, volando di fiore in fiore ed io non ho avuto il coraggio di toglier loro il fiore di bocca così mi allontanavo alla ricerca di altri fiori.

campo con tarassaco-001

Riporto le dosi indicate sul libro, io ne ho preparato un terzo: raccogliere 1 kilo e mezzo di fiori da sola è un’impresa ardua, ecco perchè può essere un buon motivo per coinvolgere la vostra famiglia convincendola a fare una gita fuori porta.

tarassaco fiori da coprire con acqua-001

Ingredienti:

  • 1 kg. e 1/2 di fiori di tarassaco privati il più possibile della parte verde (nel libro non è specificato ma io ho fatto così),
  • 2 kg. di zucchero,
  • il succo di 4 limoni,
  • 6 lt. di acqua,
  • 20 g. di lievito di birra fresco o l’equivalente di secco.

collage fiori di tarassaco per vino-001

Come fare, riporto (quasi) fedelmente:

mettere in un contenitore i fiori di tarassaco e versarvi sopra l’acqua bollente, rimestare bene finchè il tutto sia uniforme e lasciar riposare per una notte.

L’indomani filtrare il tutto spremendo bene la parte floreale per non perdere la parte acquosa ed ELIMINARE I FIORI, rimettere in pentola il liquido ottenuto ed aggiungere lo zucchero ed il succo dei limoni.

Riportare ad ebollizione fino allo scioglimento dello zucchero (c.ca 5 minuti) e lasciar raffreddare per una notte; a questo punto si può filtrare un’altra volta (io ho messo imbuto, colino, garza) sciogliendo poi il lievito in una tazza con lo stesso liquido (Il signor Ennio non lo specifica io, ho preferito scaldarlo un pò affinchè il lievito si sciogliesse bene) ed aggiungerlo al resto.

Versare in una damigianetta a collo largo e coprire con una garza onde evitare il contatto con eventuali moscerini; mettere in un posto con temperatura di almeno 20° e lasciar fermentare di modo che gli zuccheri si trasformino in alcool.

Dopo 4 settimane si passa a un primo travaso con molta delicatezza, lasciando sul fondo la parte scura e così per altri tere travasi a distanza di un mese uno dal’altro.

Nota: se il vino rimane torbido si può mettere in frigorifero, per la precipitazione delle impurità.

cesto fiori di tarassaco per vino-001

Posterò le foto dei passaggi man mano, non ho idea di come possa essere ma suppongo possa assomigliare ad uno di quelli che ello invoca chiamandolo vino aromatico, può essere anche una graziosa idea regalo ed ora, cesto in mano e via.

Campo trattore-001

Vi auguro una splendida giornata.

P.S.: una mia lettrice mi ha segnalato un un commento questo brano, miè piaciuto moltissimo e si armonizza con questo post/racconto, ho fatto una ricerca e, con infinita tristezza ho scoperto che il blog è chiuso ma vi metto il link dell’ultimo post che contiene queste stupende parole http://it.paperblog.com/e-cosi-finisce-un-blog-non-con-uno-schianto-ma-con-una-nenia-1753462/

 “Andarono in cantina col nonno e mentre lui decapitava i fiori, i ragazzi guardarono l’estate che luccicava sugli scaffali d’oro.

File e file di bottiglie, vino di dente di leone.

Erano tutte numerate e ormai erano quasi tutte piene.

Una bottiglia lucente per ogni giorno d’estate.

- Ragazzi – disse Tom – è veramente una bella pensata imbottigliare giugno, luglio e agosto.
… L’estate non finisce mai del tutto. Ricorderò ogni attimo di questa stagione, per tutta la vita! – “ 

 


Buchteln, con salsa al cardamomo, quando c’è il burro buono.

Buchtel ricetta libro Maria Stelvio-001

Ricetta Cucina Triestina Maria Stelvio (pag 338)

Sono ritornata dall’Austria, da qualche giorno ormai, col burro buono, il latte buono, una rinnovata energia, un ritrovato entusiasmo e una nuova consapevolezza.

Ma di questo parlerò un’altra volta, oggi voglio parlare di Buchtel, della mia prima volta con i Buchtel, una ricetta che mi ha fatto risalire sulla macchina del tempo, diventata ormai il mio mezzo di trasporto preferito.

Su questa macchina trasporto i miei sogni, i miei ricordi ed anche i miei rimpianti, è come vivere due volte, la seconda correggendo gli errori della prima, trasformando i brutti ricordi in bei ricordi e la vita ricomincia.

Nel post dei gnochi de spinaze vi ho raccontato della Signora Lia, ebbene, è proprio lei che me li ha fatti assaggiare la prima volta, li alternava alla torta di mele, avevo quasi vent’anni e da allora non li avevo mai più mangiati.

burro cardamomo alto n

Burro Austria, cardamomo.

La scintilla è stato il burro buono e bello, il burro dell’Austria; appena arrivati a casa ello ha voluto che facessi dùspaghi, io non faccio mai la pasta al burro, nella mia infanzia era il piatto must a casa della Signora Gisella, d’altronde, come va di moda dire: i piatti più semplici devono contenere prodotti di straordinaria qualità e questo burro è perfetto, ma volevo di più, volevo fare un dolce dove il burro buono, il latte buono e la farina buona potessero fare la differenza: i Buchteln.

Mentre li preparavo mi hanno ricordato il Danubio che feci tempo fa, già il nome è un indizio, infatti i buchteln altro non sono che i progenitori di quel dolce che a Napoli hanno chiamato Briochina dolce del Danubio, semplificato in Danubio e che poi è stato rivisitato anche in versione salata.

I Buchteln sono focaccine dolci di pasta lievitata, riempite di marmellata e cotte in una pirofila in modo che si attacchino l’una all’altra.

Sono originarie della Boemia, ma hanno un posto di primo piano nella cucina austriaca, nella cucina ungherese (in lingua ungherese bukta) e anche nella cucina ladina.

I Buchteln tradizionali sono riempiti con powidl (confettura di frutta preparata senza aggiungere zucchero) di prugne o coperti di salsa alla vaniglia.

I più famosi Buchteln austriaci vengono serviti nelCafé Hawelka a Vienna, dove sono la specialità della casa e vengono preparati secondo una ricetta di famiglia antichissima e segreta.(Fonte Wikipedia)

In Baviera i Buchteln vengono chiamati Rohrnudeln.

Trieste contempla la tradizione per questo dolce, avendo assorbito influenze Austroungariche per quanto riguarda la gastronomia; si mangiano anche in Alto Adige per la naturale e golosa conseguenza della sua posizione geografica.

Vengono serviti con una salsa alla vaniglia, ho voluto variare questa tradizione con una salsa al cardamomo che ben si sposa con il sapore della confettura di albicocche.

Altre varianti potebbero essere con una salsa alla cannella se la farcitura si fa con una confettura di prugne o di mele, per esempio.

Inizio con la ricetta del Sacher Hotel la quale, secondo me, manca dell’ultima lievitazione che li avrebbe resi più alti e soffici:

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Ricetta Buchteln Sacher Hotel.

collage buchteln Sacher-001

Note: impastare con la planetaria (per chi ce l’ha) sennò, come ho fatto io per la versione della Stelvio, nella macchina del pane (impasto per pasta 9 minuti), fare un’ulteriore lievitazione prima di infornare, curare di più l’esecuzione delle porzioni e la sistemazione in teglia.

Per fare la salsa al cardamomo ho fatto intiepidire il latte ed ho lasciato in infusione i semi di cardamomo leggermente schiacciati per un’ora, riscaldando il latte di tanto in tanto.

L’ho portato ad ebbollizione, ho passato al colino per eliminare i semi ed ho proceduto come da ricetta originale.

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Buchteln con salsa al cardamomo.

Non completamente soddisfatta, sono andata alla ricerca della ricetta sul libro della cucina Triestina di Maria Stelvio (1976), certa di trovarla, essendo, come ho scritto prima, una ricetta della nostra tradizione dolce.

Qui varia la quantità di lievito e, come potete leggere nella foto dell’inizio, variano anche le fasi di lavorazione, di lievitazione e la forma, segno che ognuno le ricette della tradizione le ha interpretate e le interpreta a modo suo senza, alla fine, stravolgere il risultato.

Ho cambiato anch’io la forma, rimamendo sulla forma circolare della ricetta del Sacher, ho solo aumentato il diametro di due cm. ed ho inaugurato la Farina Garofalo, faccio parte di Gente del Fud e spesso l’Azienda ci omaggia con qualche prodotto.

Inoltre ho immerso i buchteln nel burro fuso come nella versione del Sacher ed ho adoperato il latte di malga; per tutte 2 le preparazioni ho adoperato una marmellata di albicocche senza zucchero.

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Le farine sono di tre tipologie: W170 per lievitazioni fino a 8 ore (quella che ho adoperato);  W260 per lievitazioni fino a 24 ore e W350 fino a 48 ore di levitazione.

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Collage Buchteln Maria Stelvio.

Note: distanziare di più i saccottini e curarne di più la forma.

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Se decidete di prepararli, sappiate che potete staccarli e riporli nei sacchetti e congelarli, all’occorrenza una botta di forno e saranno come appena fatti.

Questa è la mia inconsapevole versione salata della ricetta:

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Lascio un link interessante per chi ama, come me, la storia del cibo, buona domenica a voi.

Snoopy e Linus


Gnochi de Spinaze e Ricotta (Trieste), cucinare Buono in poco tempo.

Gnochi spinaze e ricota pronti n.-001

Sento continuamente parlare di crisi, e la crisi c’è, mancano i soldi e manca il tempo: qui parlo di cucina e delle sue innumerevoli sfaccettature e, per tempo, intendo il tempo per cucinare.

Anni addietro, la crisi si contrastava aguzzando l’ingegno, con la fantasia; ci si organizzava e si risparmiava facendo una spesa intelligente, si riciclava, ma non per una forma di snobbismo ma per necessità, basta sfogliare i vecchi libri e leggere le ricette delle nonne, nonne che lavoravano anche nei campi, nonne che non disponevano di tutta la tecnologia di cui disponiamo noi; a quei tempi la cucina povera non si faceva col bimby.

Ma è anche vero che non è facile regredire, lo spirito di adattamento dell’uomo è grande ma ha difficoltà a fare un passo indietro.

C’è la crisi ma, le rare volte che vado nei centri commerciali della zona, sbircio nei carrelli e vedo cibo inenarrabile, cibi confezionati, surgelati, pronti, basta scartarli, metterli in forno ed impiattarli, mi auguro non in piatti di carta…

Non c’è tempo ed ecco che arrivano in soccorso aziende che propongono risotti da cuocere nelle piramidi, senza possederne il fascino.

Ma non è finita, improbabili casalinghe chiedono aiuto, via Skype, ad un altrettanto improbabile cuoco che, dovendo vivere anche lui (ricordate Rugiati e la coca cola?), propone una splendida vellutata di funghi, in barattolo.

Non ho avuto occasione di controllarlo (non ho tempo), ma immagino il prezzo di questa vellutata, senza calcolare i costi di smaltimento della lattina, non tutti amano “differenziare” e siamo in crisi anche per questo…

Ma, si sa, il mondo è cambiato, oggi il calzino bucato si butta o, nei migliori casi, si riutilizza per dare la cera ai mobili di legno, no? Mi dite che non si fa più? Bene.

Oggi propongo questo piatto, uno di quelli che appartengono alla memoria, uno dei primi piatti che ho fatto appena raggiunta l’autonomia e l’indipendenza: i gnochi de spinaze e ricotta.

Li avevo visti preparare, nel 1974,  dalla mamma di un mio moroso, lei restaurava cornici antiche, lavorando la mattina fuori casa in una soffitta che aveva rimesso apposto quasi tutta da sola, lavorava a maglia, cuciva tutto il guardaroba per la famiglia (marito e figlio), compresi pantaloni, cappotti ecc., lavorava a maglia, è lei che aveva il fornetto per ceramica e mi ha iniziata a quell’arte, frequentandola avevo riportato a galla la mia vena artistica di bambina, avevo iniziato a dipingere anch’io, vendendo, seppur malvolentieri qualche quadro, ricordo il difficile distacco da un Sommaco che avevo dipinto ad olio dal vero.

Faceva anche bomboniere, su ordinazione, e quant’altro, non andava mai a letto senza struccarsi e mettersi la crema nutriente, la prima cosa al mattino un leggero trucco ed una sistemata ai capelli, era sempre perfetta, senza essere inavvicinabile.

Provvedeva da sola a rifare la tappezzeria di divano e poltrone, dipingeva e, d’estate, si metteva in terrazza 1 ora a prendere il sole, le piaceva l’abbronzatura, aveva un gattone, Biri che lei chiamava Birulito, non amava farsi toccare a causa del trauma della sterilizzazione fatta con un’anestesia approsimativa.

Faceva una pizza che non ho mai dimenticato e che non ho mai più rimangiata così buona, era alta, con i bordi croccanti, facevamo a gara a chi arrivava per primo, ma, aimeh, gli angoli erano 4 e noi in 4.

Un giorno si ed uno no, faceva la torta di mele, aveva sempre un’apparenza serena anche se soffriva di fortissime emicranie che la costringevano a letto al buio ed in silenzio per ore.

Non avevo programmato queste righe, sono arrivate così, sull’onda dei ricordi, probabilmente sono partite dal fattore tempo.

Allora non ne sapevo molto di cucina (ora ne so/capisco un pò di più) anche se s’intravedevano già una passione ed un talento da sviluppare; purtroppo, nella mia vita, il grande freno è stato quello, sempre quello: la difficoltà ed incapacità di amalgamarmi al gruppo sennò, credo che sarei riuscita a raggiungere altri traguardi ottenendo grandi soddisfazioni, come ho ottenuto nello sport.

Oggi, con la maggior informazione e conoscenza della cucina regionale italiana, questi potrebbero sembrare la copia degli gnudi toscani ma, allora non conoscevo gli Gnudi che si chiamano così perchè sono il ripieno dei ravioli senza la pasta, gnudi (nudi) appunto, che hanno un’altra forma, più allungata.

Questa è una ricetta senza dosi, come spesso succede nella cucina di casa, si prendono gli ingredienti, si mescolano tra loro ed ogni volta si ottiene un piatto diverso.

Io li faccio così, senza pangrattato e senza farina nell’impasto,  soltanto quella necessaria per avvolgerli prima della cottura; se siete celiaci potete adoperare la vostra.

Un tempo il pangrattato sostituiva la ricotta non sempre disponibile.

Non adopero l’uovo intero ma soltanto l’albume che mi aiuta a legare l’impasto, la totale assenza di farina richiede una perfetta strizzatura degli spinaci e la ricotta del tipo asciutto da scolare ulteriormente.

Se volete Friulanizzare la ricetta ulteriormente, vada per un Montasio stravecchio e una ricotta affumicata per rifinire.

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Ingredienti a modo mio:

  • spinaci (io della Milva) lessati (anche un avanzo di spinaci saltati in padella), strizzati benissimo,
  • ricotta, preferibilmente asciutta,
  • Parmigiano Reggiano grattugiato o Padano se lo preferite o Montasio stravecchio o Sbrinz (io lo adoro),
  • sale se necessario (saliamo l’acqua ed aggiungiamo altro formaggio),
  • albume.

Per il Condimento:

  • burro chiarificato o lo chiarificate voi eliminando la caseina che si forma in superficie,
  • salvia fresca,
  • 1 spicchio d’aglio vestito (cava e meti), io Aglio di Resia, finchè c’è,
  • scaglie di Parmigiano o dei formaggi citati sopra.

Come fare:

in una terrina amalgamare, meglio con le mani, tutti gli ingredienti, meno l’albume che aggiungeremo per ultimo.

Formare delle palline, io le peso, quelle della foto 40 g., quelle che ho fatto ieri sera 50 g., rotolarle nella farina ed immergerle in acqua bollente salata finchè vengono a galla; non contenendo farina all’interno la cottura è brevissima, giusto il tempo che l’albume leghi l’impasto.

Raccoglierli con la schiumarola e metterli nella padella dove avremo fatto rosolare nel burro la salvia e l’aglio vestito.

Senza toccarli, soltanto muovendo la padella, li facciamo insaporire e li impiattiamo servendoli con le scaglie del formaggio che abbiamo scelto.

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Per oggi è tutto, prossimamente vi porterò a mangiare la pasta in Giappone, prendete la forchetta ;-)


Torta Paciarèla (o Paesana o di Latte) e la Macchina del Tempo.

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Eccola, è una bomba energetica, la preparano le donne della bassa, ognuna con delle varianti.

Questa, da quanto ho capito ha più di un secolo, se la tramandano di madre in figlia e quando non ci sono figlie femmine tocca ai figli maschi tramandarla, a me l’ha data un conoscente.

Ciao e buon divertimento

Paolo

Così mi scriveva Popof  il 18 febbraio 2013, alle ore 22.07; Popof non scrive di cucina ma cucina lui, nel suo blog, racconta di viaggi, di politica, appassionato di montagna racconta le sue domeniche in alta quota.

Mandandomi questa ricetta ha portato in Friuli Venezia Giulia un pezzetto di Lombardia, Popof conosce la mia grande passione per le ricette del passato, è il passato, è la cucina delle nonne, delle mamme, che ha ispirato i nostri Chef.

L’anno scorso, a Identità di Pasta Luciano Monosilio del ristorante Pipero al Rex di Roma ha detto: …il passato non deve offuscare il presente…, ma non succederà, il passato continuerà ad ispirarci, il compito è quello di alleggerire le ricette, adattandole ai nuovi stili di vita, più comodi e meno faticosi, almeno fisicamente, il passato schiarisce il presente, come il sole dell’estate schiarisce i capelli illuminando il volto.

Va di moda la tradizione, Cracco ha scritto un libro di cucina regionale, Mariola, sul gambero Rosso, conduce una rubrica di cucina regionale tradizionale, preparando per noi le ricette; ho visto la sua versione delle Patate in tecia triestine alla quale ha dato la forma a frittata, ma la forma a frittata appartiene alla Carnia, al Frico.

Le patate in tecia *le xe butade là, a la vecia*, ma non voglio fare la talebana della cucina ce ne sono già troppe/i.

Questo blog è diventato, per me, la macchina del tempo: salgo a bordo e, in un attimo, mi trovo proiettata in epoche remote e regioni diverse, ospite in cucine lontane, ma rimango in Italia, è l’Italia che ha bisogno di noi, della nostra memoria e del nostro rispetto.

La tradizione è come un fiume, nasce povero, poca acqua poi, man mano si arricchisce, prosegue ed accoglie l’acqua degli affluenti che sono le rivisitazioni e le tradizioni di altri.

Il fiume si arricchisce, metro dopo metro, fino a riversare in mare tutta l’ acqua, sarà poi dal mare che potremo attingere  storia, arte, affetto, ricordi, ricette, racconti.

Ecco, per me è questa la tradizione, è la generosità del passato, è la nostra eredità e di questa eredità fa parte anche la Paciarela, torta che, merito di questo fiume, ho conosciuto e potuto rifare.

Se volete assaggiarla e, il 9 febbraio siete dalle parti di Pessago con Bornago (MI), c’è una sagra a lei dedicata, altre informazioni su questa torta le trovate da Sara, amante della cultura e delle tradizioni culinarie Italiane.

Ora, salite con me sulla macchina del tempo e partiamo, si va in Lombardia, se vi perdete la sagra di febbraio, in ottobre, potrete gustare la Paciarela a Gessate dove viene arricchia di una elle, per chi potrà andarci, sarà motivo in più per scoprirne i segreti.

Torta Paciarela ing cornice

Ingredienti per una tortiera da 30 cm.:

  • 1 litro di latte fresco,
  • 1 pagnotta di pasta dura oppure 2 rosette milanesi,
  • 100 g. di biscotti secchi tipo O. S.,
  • 200 g. c.ca di pane all’anice (io l’ho sostituito con pane aggiungendo all’impasto semi di anice pestati nel mortaio),
  • 2 uova
  • 50 g. di burro,
  • 400 g. di amaretti,
  • 100 g. di cioccolato fondente a quadrotti,
  • 100 g. di cacao amaro,
  • 100 g. di cacao dolce
  • 150 g. di uvetta,
  • 100 g. di cedro candito (l’ho sostituito con arancia candita),
  • 100 g. di zucchero vanigliato,
  • 1 cucchiaio di liquore (brandy o cognac (omesso)).

Zucchero a gusto (aggiungere solo a fine impasto, primadella cottura, se serve; attenzione però: la torta è migliore se leggermente amara

niente sale e neppure lievito.

Particolari da ricordare:

Latte: bollire e lasciar riposare almeno mezz’ora;

Burro: lasciarlo sciogliere a temperatura ambiente o a bagnomaria;

Uova: rotte e sbattute al momento dell’utilizzo.

Uvetta: a bagno il giorno prima, poi asciugata con panno o scottex;

Amaretti, Biscotti, Pane: frantumarli bene prima di amalgamare.

Preparazione:

Paciarela ingredienti mercoledì n-001

Mercoledì:

in una pentola di buona capacità (meglio se alta) preparare tutti gli ingredienti principali: pane,biscotti e amaretti ridotti a pezzetti; il cioccolato fondente grattugiato o ridotto in scaglie sottili.

Mescolare bene.

  • Miscelare a parte il cacao amaro e dolce.
  • Far fondere li burro in una tazzina.
  • Mettere a bagno l’uvetta.

Paciarela impasto giovedì corn

Giovedì:

  • bollire il latte e lasciarlo riposare almeno mezz’ora.
  • Asciugare l’uvetta tamponandola.

Preparare l’impasto unendo a quanto già pronto in pentola: il latte, il cacao, il burro, buona parte del cedro (arancia), lo zucchero vanigliato, il liquore (omesso), ma non l’uvetta); mescolare sempre.

Mescolare, amalgamare molto bene e lasciar riposare fino al giorno dopo.

Paciarela da infornare venerdì corn.

Venerdì:

unire le uova sbattute e mescolare molto bene.

Passare l’impasto al passaverdura (passaverdura a mano, evitare frullatore e minipimer, se proprio si usa il minipimer, non ridurre a semolino ma lasciare a grana grossa) *Questo passaggio non l’ho fatto*.

(A  questo punto si può soddisfare la gola assaggiando se è dolce a suffìcienza: se poco, basta aggiungere un poco di zucchero, se troppo, unire altro cacao amaro o cioccolato fondente; normalmente va bene così) *io non ho aggiunto nulla*.

Unire l’uvetta e il poco cedro rimasto mescolando bene.

Lasciare riposare un pò e poi trasferire in una tortiera imburrata leggermente spolverata di pan grattato

Cuocere in forno già caldo a 200° C. per circa 105 minuti; versoi 90/95 minuti accertare il grado di cottura con la prova stuzzicadenti.

Naturalmente lasciar raffreddare prima di toglierla dalla tortiera, curando di staccarla dal bordo con l’aiuto del coltello.

Sarebbe opportuno resistere alla tentazione di gustarla fino a domenica: nei giorni successivi alla cottura, asciugando, acquista un leggero gusto amarognolo di cacao e cioccolato fondente che la rende migliore.

Paciarela sfornata corn


Doman xe Nadal: La Granda Cusina ♥ (Domani è Natale: La grande Cucina)

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Perla tra le mie braccia nella mia “Granda Cusina

LA GRANDA CUSINA (poesia di SILVIO DOMINI)

La granda cusina la sà de sbrovada
de i stissi che fuma la xe luminada;
par la barconela che varda in contrada
se vede che casca ‘na roba
‘ngiazada.
 
Doman xe Nadal!
Da un sterp de zanevra pindula do
pomi,
e soto sta rama i putei, boni, boni
i varda so pare picar contentoni, tre datui, carobule e quattro
bomboni.
 
Doman xe Nadal!!
la bora de fora la suffia zidina,
ma al nono sfuriga cu’na bachetina
le bronze e domila falis’cie sbusina
più bele de stele in ‘sta vecia cusina
Doman xe Nadal!

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LA GRANDE CUCINA

La grande cucina odora di rape (la sbrovada è una verdura cotta che si mangia d’inverno)
è illuminata dagli stizzoni che bruciano nel caminetto;
per la piccola finestrella che guarda verso la via
si vedono cadere piccole gocce ghiacciate.
 
Domani è Natale!
Da un ramo di ginepro pendono due mele
e sotto questo ramo i bambini, buoni, buoni
guardano, contenti, il padre che appende tre datteri, carrube e quattro caramelle.
 
Domani è Natale!
la bora (tipico vento del Friuli venezia Giulia) fuori soffia pungente
ma il nonno con un rametto ravviva le braci nel caminetto e si formano duemila scintille
più belle di stelle in questa vecchia cucina.
Domani è Natale!
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Un tempo erano i profumi, gli odori che inondavano le vie, le case, ad anticipare la festa: frittelle a Carnevale, la Pinza per Pasqua (a Trieste), Presnitz, Putizze, Strucoli a Natale.

A Trieste era il profumo dei crauti ad annunciare l’inverno, e quello dello zucchero filato ad annunciare la Fiera di San Nicolò; ricordo ancora una mia foto con San Nicolò sulla porta di Orvisi, il più famoso negozio di giocattoli di Trieste fino a qualche anno fa.

Il progresso ha cancellato negozi, profumi, tradizioni, ma io non mi arrendo, non rinuncio al profumo del Kuguluf, dei Krapfen dei  Buchteln di Nonna Flora e quest’anno, il mio regalo per chi mi segue e mi vuole bene è un profumo.

Un profumo firmato, firmato da voi, dalla vostra passione per la cucina, dalla vostra voglia di stare insieme.

Voglio regalarvi un profumo che conserverete per sempre, che potrete raccontare ai vostri bambini, ai vostri nipoti, il profumo del Calore Familiare, quello che nessun telefonino, hi pad o quant’altro potrà mai sostituire, imitare o consolarvi nei momenti bui e tristi.

I profumi dell’infanzia, della cucina di casa hanno determinato i destini di molti di quegli Chef che oggi ammiriamo e seguiamo.

Il profumo dei bei ricordi, una goccia dietro ad ogni orecchio, per sentirsi le persone più felici e ricche del mondo ogni qualvolta lo si desideri…

Buone Feste a tutti voi che, pazientemente, mi avete seguita in questo lungo, a volte difficile 2013.

Panettone Scarello Albicocche Picolit nastro nuovo corn-001

Come andò a finire…

Vi lascio con l’omaggio virtuale del panettone degli Amici di Godia il cui Staff è stato per me grande fonte d’ispirazione tant’è che, ispirandomi al loro stile ho vinto il contest dell’ISIT (Istituto Salumi Tutelati Italiani), il cui pacco-premio mi è arrivato proprio mentre stavo scrivendo.

Auguri: Accantoalcamino e Perla


I Ricottini per Mukka Emma e la ♠sostenibile pesantezza dell’essere♠

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A causa della mia sostenibile pesantezza dell’essere mi sono giocata quasi tutti i jolly e perso molte occasioni ma tant’è, cerco di avvicinarmi e di stare con gli altri ma non ce la faccio, ho sempre paura di danneggiarli, come fossi un’appestata…

Questa ricetta, che mi aveva mandato Tiziana, era per un progetto, un progetto pensato proprio per me, per accantoalcamino che aveva vinto il contest dei formaggi della Svizzera, nonostante avesse dato “buca” all’ultimo momento.

Qualcuno aveva creduto in me, aveva visto in questo “ricettacolo di contraddizioni”, come scriveva Anna Frank, qualcosa di buono, io sarei stata Mukka Melma, la sorella pasticciona in cucina di Mukka Emma.

Ecco come descrive Peter Mukka Melma, sono proprio io ;-) :

Melma: è la più pasticciona, ma solo per lavoro!! Melma infatti è lo chef del Mira Mukka famosa per le sue doti creative in cucina e per la capacità di inventare e improvvisare fantastiche ricette. Un po’ imbranata e talvolta ingenua nei rapporti con gli altri ma assolutamente autentica.

Non si sbagliava Peter, ma non aveva fatto i conti con la mia mancanza di autostima e la mia convinzione che, con me, questo progetto non avrebbe avuto il successo che si meritava.

Ora non so chi sia Mukka Melma ma sta cucinando assieme a food-blogger più blasonati, famosi e carismatici di me, esattamente come deve essere.

Peter scrive racconti per bambini e questo blog lo ha ideato per loro, io avevo molte idee, a me che piacciono le erbe avrei scritto, in maniera comprensibile e giocosa, l’utilizzo delle erbe in cucina e li avrei coinvolti, assieme alle mamme a prepararle assieme queste ricette.

Vorrei che quel blog fosse seguito da chi ha bambini e magari farli interagire con Peter e le 7 Sorelle di Mukka Emma, io non ho avuto bambini ma i più bei ricordi che ho del breve periodo vissuto assieme alla mia mamma, sono proprio quelli passati in cucina con lei o quando m’insegnava a disegnare, o quelli col papà che mi portava nell’orto o a pescare, ma di questo ho già scritto.

Ecco, io sogno un mondo dove i bambini rimangono bambini, sogno bambini che corrono, giocano all’aria aperta, conoscono ed amano gli animali, i fiori, le erbe, che rispettano la Natura e credo che con Peter, Mukka Emma&C. tutto questo si possa realizzare, ma non con me intorno…

O mamma, che post malinconico ma ora facciamo ritornare l’allegria con questa ricettina golosa, perfetta per queste giornate di freddo, da gustare assieme ad una cioccolata calda o un the dopo una giornata sulla neve.

L’impasto è quello che un tempo le nonne chiamavano finta pasta sfoglia, la ricotta sostituiva degnamente il burro che era più costoso.

collage ricottini Mukka Melma

Ingredienti per la pasta:

  • 200 g. di burro,
  • 300 g. di ricotta,
  • 300 g. di farina 00,
  • 1 pizzico di sale.

Come fare la pasta:

impastare gli ingredienti e far riposare in frigo per mezz’ora, nel frattempo preparare il ripieno.

Ingredienti per il ripieno:

  • 4 mele imperatore,Tiziana aveva quelle ma potete adoperare quelle che gradite,
  • il succo di 1 arancia,
  • il succo di 1/2 limone,
  • 1 cucchiaio di zucchero,
  • 1 cucchiaino di cannella,
  • 100 g. di pinoli,
  • 100 g. di uvetta,
  • 100 g. di noci tritate grossolanamente.

Come fare il ripieno:

sbucciare e tagliare le mele a dadini e cuocerle con il succo d’ arancia e limone, lo zucchero e la cannella e, quando il composto sarà freddo, aggiungere i pinoli, l’ uvetta e le noci.

Come fare i saccottini:

preriscaldare il forno a 200°C., dopo aver steso la pasta, mettere dei mucchietti di ripieno , tra uno e l’altro spennellare con un pò di latte e chiudere con la rotellina.

Infornare a 200°C. per 15 minuti.

 Panorama-001

Vi auguro una splendida giornata, come quella della foto, beh, vivo o non vivo in un Paradiso?


♥Dolce Povero di Zucca e Bruscolini♥: La Zucca nel Mondo Contadino.

torta zucca mele  alto-001

La ricchezza di una ricetta ♥povera♥ sta proprio nella sua storia, nel suo significato, sta nella fantasia e nell’amore di chi l’ha pensata e preparata, nei pochi ma preziosi ingredienti che si trovavano in dispensa.

Questa racconta di una povertà estrema perchè è senza uova, senza latte, senza burro, senza zucchero (io ho spolverizzato sopra un cucchiaio di zucchero di canna ma si può evitare) ma è anche attuale perchè è senza glutine.

Oggi la scelta del senza è dettata più dalle intolleranze o da scelte di vita che escludono dalla propria alimentazione prodotti provenienti dal mondo animale, piuttosto che dalla necessità, ma un tempo era una scelta obbligata e, come introduzione alla ricetta, voglio condividere queste righe, tratte da un libro che ho da tempo.

zucca

Musquèe de Provence (dal campo di Milva, la mia Contadina di fiducia)

Prima di abbandonare la precarietà della vita contadina, la zucca ha scandito, non diversamente da altre piante alimentari, il ritmo delle stagioni nelle campagne.

La sucàra, o il sucàro, veniva costruito alla meglio vicino alla modesta casa, come riparo per attrezzi e animali; era sufficiente lasciar muovere in libertà, lungo un pergolato, una pianta, oppure usarne le foglie palmate a copertura di un vecchio portico.

“Te si’  sicuro come soto ‘na zucàra” si usava a indicare situazioni di insicurezza: le foglie di queste erbacee, pur robuste, possono offrire ben poca salvezza.

Le abitazioni d’altronde, per molti, non erano in migliori condizioni: “Le par baràche che ghe piove zò da par tuto, come su un sucàro”, cioè ‘sembrano baracche dove piove dentro dappertutto, come una zuccaia’.

Non c’era orto vicino a casa o campo che non ospitasse le piante serpentine e i loro generosi frutti, tanto più se si seguivano i consolidati proverbi: “la prima zobia d’april, metè le zuche che le vien come un baril”, “il primo giovedì d’aprile, piantate le zucche, cosicchè crescano grandi come un barile”, o “suche e fien, in t’un mese le vien”, “zucche e fieno crescono in un mese”.

Ma attenzione però, perchè “Dopo l’Annunziata la zuca sia posta o nata”, e “Da Santa Caterina le zuche le va in farina”.

Con l’arrivo dell’autunno i ritmi della natura, così come quelli della vita contadina; all’imbrunire, dopo una cena modesta, alla ricerca di un luogo caldo dove trascorrere in compagnia le ultime ore prima del riposo, le famiglie venete si riunivano a perpetuare la secolare tradizione del filò, ovvero una delle più antiche e popolari forme di socializzazione, grazie alla quale sono giunte a noi, oralmente, storie e leggende.

Tra il tepore procurato dal respiro degli animali nelle stalle, illuminate dalla tremolante luce di un fuoco o di una lucerna ad olio, le donne ricamavano e rammendavano.

Gli uomini costruivano, sorretti dall’esperienza e dall’ingegno, gli attrezzi necessari al lavoro, i bambini ascoltavano storie straordinarie, se l’annata era stata baciata dalla misericordia divina, a conferire tono ai canti e alle chiacchiere circolava un buon bicchiere di vino, un pò di patate dolci, castagne e zucca cotta e profumata, adattissima a soddisfare per intero molti convenuti o le famiglie più numerose.

Anche arrostita sotto la cenere, veniva offerta ai vicini accorsi in aiuto durante le giornate di lavoro più intenso.

Nelle varietà meno pregiate, la zuca porzeèra (la zucca dei maiali) serviva bene anche all’alimentazione degli animali durante l’inverno.

Anche la pianta della suca dal col o suca bever, che ancora il Boerio definisce “specie di fiasco formato da guscio di zucca che adoprano gli accattoni viandanti e dove portano la loro bevanda” era coltivata, fino a non molto tempo fa, nelle campagne venete; se ne ricavavano borrace e fiaschi da portare appresso, colmi d’acqua fresca o di vino, durante i lavori agricoli, ma in casa serviva anche per sbattere la panna e fare il burro, per conservare lo strutto e trasportare l’acqua dalla fontana.

Zucche di dimensioni più modeste diventavano, invece, vasi per fiori; recisa la parte superiore del collo, la zucca era messa ad essicare in penombra.

Un cucchiaio o un risciacquo con l’acqua serviva a liberarla dalla polpa ormai secca, la corteccia, fattasi sempre più simile al legno, veniva poi fatta impregnare di vino scadente perchè “sazia non assorbisse poi quello buono.

Ortaggio così familiare alla storia contadina, la Cucurbita entra insomma a buon diritto nei proverbi e modi di dire, nelle cantilene per i bimbi e nelle cante che scandivano il duro lavoro quotidiano.

Gli esempi, con variazioni spesso inconsistenti, si raccolgono un po’ in tutte le regioni d’Italia; altre ancora erano solo gustose “conte”, ad uso dei giochi, dal significato lontano ma dal ritmo interminabile o, come nel Veronese, quando le nenie erano null’altro che la cronaca della realtà:

“se magna de genaro
de genaro la se còse par le pute e par le spose
ma la magna anc’el paròn, e mi vago a sbrindolòn
a cercar la carità
gnanca un soldo a mi me dà”
ovvero:
‘la zuca si mangia a gennaio
in gennaio si cuoce
per le ragazze e le spose
ma la mangia anche il padrone,
mentre io vado in giro
a cercare la carità
ma non mi dann neanche un soldo”

Durante le lunghe sere d’inverno, ai bambini irrequieti gli anziani raccontavano storie paurse e fantastiche, sollecitati da qualche insofferente “Contaghe quèa de Barba (zio) Sucon”: qualsiasi storia andava bene, purchè i piccoli stessero tranquilli.

Per i burloni, poi, era sempre uno spasso presentarsi al filò facendosi annunciare da un lungo bastone bardato a dovere con un vecchio lenzuolo e una testa di zucca, a ricordare presenze inquietanti.

E tra un racconto e uno scherzo, ai bambini piaceva riascoltare la storia di Cenerentola e di quella zucca resa nobile e famosa per essersi trasformata in una lussuosa carrozza.

zucca interno1

Zucca Musquèe de Provence interno (sembra una bocca spalancata)

Ingredienti per uno stampo da plum cake da cm. 23P/10L/6h:

  • 500 g. di polpa di zucca,
  • 150 g. di farina di grano saraceno,
  • 70 g. di mirtilli rossi disidratati( o uvetta),
  • 2 mele (1 e 1/2 per il composto, mezza per la decorazione),
  • 6 prugne secche o a piacere,
  • un cucchiaino da te di zenzero fresco grattugiato,
  • 1 pizzico di sale,
  • semi di zucca tritati o pane grattugiato o biscotti secchi tritati per la teglia,
  • burro di soia o vaccino per la teglia.

vapore microonde LIDL

Foto da qui (il mio era al lavaggio).

Come ho fatto:

ho acceso il forno a 200°C., ho lavato bene sotto l’acqua corrente i mirtilli rossi e li ho messi, coperti con l’acqua, nella parte bassa della”caccavella” nella foto e, nella parte dove vedete le patate, ho messo la polpa di zucca tagliata a pezzi piccoli, ho coperto ed azionato il microonde alla massima potenza (il mio 850) per 10 minuti.

collage

Ho scolato e messo nel bicchiere del minipimer ed ho frullato il tutto (vedi collage) aggiungendo un pizzico di sale e 3 prugne secche (lavate in precedenza, la frutta disidratata, l’uvetta &C. vanno lavati benissimo prima dell’uso).

Ho unito al composto la mela grattugiata a julienne (grossa) ed ho unito la farina amalgamando bene.

Ho unto lo stampo e l’ho spolverizzato con semi di zucca tritati finemente, ho versato il composto, ho decorato con fette rotonde di mela (biologica) e riempito i fori lasciati dal torolo con pezzetti di prugna secca, ho spolverizzato con 1 cucchiaio di zucchero di canna (che si può omettere) ed ho infornato per 45/50 minuti.

Ho sfornato e rovesciato il dolce affinchè non si afflosciasse troppo, l’ho fatto intiepidire e l’ho rirovesciato sul piatto di portata.

Servire tiepido o, dopo averlo ripassato in forno per qualche minuto: consiglio e valutazione di ello ;-)

torta zucca mele fetta

Quelli della mia generazione, forse ricordano i “bruscolini”, semi di zucca tostati e salati che accompagnavano le serate davanti alla tv o la domenica pomeriggio al cinema.

Sono la conferma che della zucca non si butta nulla, come per il maiale, cultura saggia, cultura antica;  della zucca si consumano anche i filamenti (Lisa Casali docet), io li ho conservati per utilizzarli in una prossima preparazione.

bruscolini

Ingredienti per i bruscolini:

  • semi di zucca,
  • sale marino integrale.

Come fare:

preriscaldare il forno a 200°C., rivestire una teglia bassa e larga con carta forno, ripulire bene i semi dai residui dei filamenti, lavarli bene sotto l’acqua corrente, scolarli, tamponarli lasciandoli umidi e, in una terrina farli saltare assieme al sale affinchè ne assorbano una quantità sufficente ma non eccessiva.

Stenderli sulla teglia ed infornare avendo cura di scuotere la teglia di tanto in tanto; saranno sufficenti 15/20 minuti, quando inizieranno a scoppiettare saranno pronti.

Sfornare e gustare, caldi o freddi, il giorno dopo sono ancora più fragranti.

bruscolini1


Torta di mele, ma anche di uva fragola, di mango e altra frutta, quella che avete.

torta di mele, maionese mirtilli rossi alto-001

Mentre, per la … esima volta stavo preparando questa torta e rileggevo gli ingredienti sulla pagina che ho trovato durante la mia cernita e che risale ancora agli anni in cui vivevo a Trieste (non rammento chi me l’abbia data), mi sono ricordata dello scalpore che avevano fatto i biscottini alla maionese pubblicati da Stefania (l’Araba Felice).

Stupore ed interesse comprensibili, in quanto la maionese la immaginiamo in una bella insalata russa, in un’insalata capricciosa, come ghirigoro su un pesce bollito e quant’altro ma, se ci pensiamo bene, la maionese è un emulsione e, oltre alle altre possibilità, quella che conosciamo ed adoperiamo sempre  è fatta con uova, olio, sale e limone e/o aceto, ingredienti che ritroviamo spesso nei dolci.

I biscottini di Stefania contemplavano anche il burro che in questa torta non c’è, io ho voluto provare ed ho modificato la ricetta originale che è questa:

Ricetta torta mele foglio

Igredienti per una tortiera da 32 cm. per avere una torta bassa, da 24 per avere una torta più alta:

  • 4 uova intere,
  • 250 g. di zucchero (in questa ho messo 120 g. di zucchero di canna e 60 di muscovado, infatti il composto è scuro),
  • 1 pizzico di sale,
  • buccia d’arancia e limone grattugiata,
  • 250 g. di farina (io questa volta di Kamut),
  • 125 ml di olio, metà semi (di mais), metà extravergine di oliva,
  • uvetta (io mirtilli rossi disidratati),
  • pinoli,
  • 1 kg. di mele (questa volta ne avevo 800 g. di quelle di Pantianicco (Beano) che trovo in uno spaccio vicino casa),
  • 1 bustina di lievito (cremortartaro),
  • 1/2 cucchiaino di vanilla bourbon in polvere.

collage

Come fare (io ho fatto così ma voi potete seguire le indicazioni):

accendere il forno a 175° C. (io metto sempre 10° in più per poi, appena infornato riportare alla temperatura indicata).

Mettere nel robot da cucina 2 uova intere e i 2 albumi, lo zucchero e sbattere bene; unire la buccia grattugiata degli agrumi.

Preparare la maionese con i tuorli, il pizzico di sale e i due tipi d’olio, aggiunngerla al composto ed unire la farina setacciata col lievito e la vaniglia bourbon.

Grattugiare con la grattugia a fori larghi le mele, mescolare assieme i mirtilli rossi (che regalano alla preparazione una gradevole nota acidula), lavati ma non ammollati perchè assorbiranno l’umidità della frutta, i pinoli e distribuire uniformemente nell’impasto.

Ungere una teglia apribile, scegliendo tra le due misure a seconda di come desiderate la torta ed infornare per 1 ora.

Farla raffreddare, sformarla e decorare a piacere, io ho adoperato un centrino che poi ho tolto aiutata da ello (credo solo perchè aveva voglia di assaggiarla ;-) )

Non so se è l’effetto placebo ma ello ha detto: la più buona che hai fatto ma, dal momento che lo dice ogni volta non so se è merito della “maionese” o della sua golosità.

Come anticipato nel titolo, questa torta si può fare con la frutta che avete a casa o che vi piace, io l’ho fatta con le pesche che ello mi aveva portato a casa a fine ottobre… , con il mango, con l’uva fragola, con le pere.

Se avete le pere o mele cotogne, secondo me ci stanno bene, comunque procediate questa torta è una garanzia, se vi piacciono le torte “umide”, questa fa per voi.

Se vi avventurate fatemi sapere, intanto vi metto un link interessante sulla maionese, troverete anche un PDF con varie ricette, quello non è gratis ma il prezzo è piccolo ed il ricettario vale la spesa: La chimica della maionese

torta mele maionese mirtilli rossi fetta1

Alla prossima.


Col Fagiolo di Montagna la Polpetta ci guadagna…

fagiolo di montagna cucchiaio legno-002

Fagiolo di Montagna (Coccineus)

Sto cavalcando ancora l’onda dei fagioli di montagna e della loro Valle, la Val Resia, la trovo così affascinante, come quelle persone schive, impenetrabili che tengono lontano il mondo ma soltanto perchè hanno sofferto, e se ti soffermi nel loro sguardo riesci a coglierne l’ inconfessato bisogno d’amore.

Io amo la val Resia, entra nel sangue e, come tutto quello che entra nel sangue, crea dipendenza ed ora aspetto ansiosa che arrivi novembre per andare a seminare l’aglio, ma nel frattempo la Val Resia la metto in tavola, a tavola nascono amori, si concludono affari e si riuniscono le famiglie.

Questi giorni ho avuto i pittori ed ho dovuto mettere in pausa la mia creatività e la mia voglia di cucinare, fotografare e scrivere, il mio forno si è acceso soltanto per scaldare dei tranci di pizza che ello, gentilmente, ha portato a casa ed il fornello si è acceso soltanto per offrire il caffè ai pittori.

Ma, mentre io spostavo mobili, svuotavo librerie e credenze, la mia Amica Nannarè cucinava e mangiava per me queste meravigliose polpette perchè appena ricevuta questa ricetta dalla Signora Donatella che a sua volta l’ha avuta da una Sua Cliente, l’ho inviata a lei con la certezza che si sarebbe messa subito all’opera e così è stato.

E a proposito di queste polpette, Nannarè mi scrive così:

LIBERA CARISSIMA,

HO FATTO LE POLPETTE DI FAGIOLI SIA AL FORNO CHE FRITTE. S T R E P I T O S E  NON SON AVANZATE NEANCHE LE BRICIOLE E MI HAN CHIESTO DI RIFARLE!  !D :/ :)  Grazie, grazie, grazie . 
Ciao <3

Ingredienti:

  • 750 g. c.ca di fagioli  di montagna freschi (Nannarè ha adoperato i Borlotti),
  • 1 uovo sbattuto,
  • prezzemolo tritato ed erba cipollina q.b.,
  • noce moscata,
  • un cucchiaio di olio e.v. di oliva,
  • 6 spicchi di “strok”, l’aglio della Val Resia (Nannarè ha adoperato quello di Sulmona, Nannarè vive da quelle parti),
  • 1 scalogno  tritato finemente,
  • 1 cucchiaio di formaggio Montasio stravecchio grattugiato,
  • 1 cucchiaio di pecorino grattugiato,
  • pane grattato q.b. (una tazza circa),
  • sale,
  • pepe,
  • una foglia di alloro,
  • farina per infarinare,
  • olio di arachidi per friggere.

Come fare:

sbucciare i fagioli, lavarli e metterli a lessare in una pentola con acqua fredda, una foglia di alloro, un cucchiaio di sale marino e due spicchi d’aglio.

Scolarli e passarli ancora caldi nel passaverdure e ridurli in purea (io gli “scarti” li ho messi nella minestra).

In una terrina impastare la purea di fagioli con lo scalogno, quattro spicchi di “strok” tritati, l’olio di oliva, i formaggi, il prezzemolo e l’erba cipollina, una grattata di noce moscata.

Unire l’uovo, il pangrattato e pepe nero, amalgamare bene aggiungendo un po’ di pangrattato se il composto non fosse compatto, formare delle polpettine, infarinarle e friggerle in olio fumante.

Sgocciolarle su carta assorbente e servirle ben calde su un letto di insalatina.

N.B.: sostituendo pane grattugiato e farina con prodotti da prontuario, queste polpettine sono perfette per i celiaci.

Io ho già preparato l’impasto ma le cucinerò per cena, in forno, per offrire un’alternativa a chi non può o non vuole mangiare il fritto.

Vi auguro un sereno fine settimana.


Bacalà cui sardoncins (Stoccafisso all’acciuga)

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Ingredienti per 4 persone:

  • 800 g. di baccalà ammollato,
  • 1 cipolla (io 2 perchè ho fatto uno strato sul fondo della pirofila),
  • 1 spicchio d’aglio,
  • 1 mazzetto di prezzemolo (omesso non ne avevo),
  • 4 acciughe salate (ho usato quelle sott’olio),
  • 1 tazzina d’olio d’oliva,
  • 2 cucchiai di formaggio grattugiato (io parmigiano),
  • 1/2 litro di latte,
  • sale, pepe.

Come fare:

tagliare a pezzi il baccalà e disliscarli, infarinarli e sistemarli, in un unico strato, sul fondo di una teglia (io ho aggiunto un “letto” di anelli di cipolla sul quale ho adagiato il pesce).

Tritare finemente la cipolla, l’aglio, il prezzemolo, e le acciughe; rosolare il trito nell’olio e distribuirlo tutto sul pesce.

Spargere il parmigiano ed una macinata di pepe, versare il latte ed infornare a 150°C. per c.ca 2 ore: buonissimo!!!


A Rivisitar Sfoiada Verde, cucina Rinascimentale.

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Sfoiada verde Rp:

Scudelle 2 di farina e impasta con torli di ovo et grasso più assai che non è ne l’altre et aggiungi del suco di bieta over di spinaci e uno gocio di acqua rosa et fane otto paneti et fane sfoie tanto sotile quanto è possibile, eccetto due che vanno grossette, poi metti sul suolo una de le grosse, poi del suco preditto in una scudella et ove sbatute in una scudella et grasso in una altra scudela disfatto et buta sopra ditta sfoia ove, grasso, suco et del zucaro con un poco di formazo, poi metti sopra una sfoia, et va increspando quanto tu puoi et metti poi opra questa seconda sfoia suco, ove, zucaro, grasso, formazo, poi metti una altra sfoia et increspa et così seguita fin che hai de le sfoie et l’ultima sia la grossa la qual va distesa, e cocila et poi cotta brufala di acqua rosa e zucaro pisto, et è fatta (carta 23v/24r).

Questa ricetta è stata reinterpretata dallo Chef Maurizio Corregioli, infatti grasso era da interpretare e lui ha scelto il guanciale che, assieme al lardo sarà stato il grasso in uso nella cucina Rinascimentale.

Deduco che, anche allora, il maiale (poverino) era la fonte dalla quale attingere proteine e grassi, il burro, all’epoca  raro e costosissimo, era riservato ai nobili ed ai ceti alti e l’uso, a parer mio, spesso improprio, di “zucaro, cannella e “acqua rosa”, voleva ostentarne l’appartenenza ma, noi foodblogger di tutto rispetto, sappiamo bene che sono sempre stati i  “poveri” a mangiar meglio e mangiar sano ;-)

Latte, panna, burro, farina= besciamella ed è questo insieme di cose che mi ha portata a pensare che  Sfoiada e Sfoiada verde siano le antenate delle famose Lasagne di oggi.

Non comprendo l’astio nei confronti di chi rivisita le ricette della tradizione, in fondo le tradizioni di ieri hanno avuto un’evoluzione nel tempo e sono diventate la tradizione di oggi che, con un’ ulteriore evoluzione, diventeranno le tradizioni di domani.

Secondo me tutte le ricette della tradizione sono salve e, proprio il fatto che vengano rivisitate con aggiunte e variazioni di ingredienti, dimostra che siano MOLTO rispettate e prese in considerazione.

La cucina è evoluzione, crescita, cultura, pensate a questo particolare momento storico, è proprio la cucina che ci “distrae”, che ci gratifica, appaga, è come se la cucina fosse l’unica ancora di salvezza: il troppo stroppia ma è proprio da questo “troppo” che si estrae l’essenza e da questa lo stimolo per ricominciare.

A confermare questo mio pensiero, nel libro, a pagina 34 c’è la seguente ricetta: A conciar pescie in frolla che contempla la frittura del pesce, l’uso, in questo caso del miele , dell’uva passa e l’aceto, non sembra anche a voi l’antenato del “Pesce in carpione o pesce in saor”?

Alla fine del post non scriverò: provate se vi va, questa ricetta è stata per me emozione, al solito, studio, riflessione e divertimento.

Mi sono divertita a pensare con che cosa sostituire la bieta e/o spinaci, mi sono divertita a pensare al colore da aggiungere e, mi sono divertita a fotografare.

Avevo raccolto la Parietaria scegliendola come ingrediente al posto delle biete/spinaci:

parietaria e ortiche-001

Parietaria.

 Avevo comperato dalla contadina un meraviglioso aglio rosso che ho voluto fortemente adoperare, è troppo bello, la ricetta invece, contempla la cipolla:

aglio e rosa1-001

Non ho saputo resistere e mi sono fatta dare dalla Milva anche le erbette rosse, con le foglie (che ho utilizzato in un’altra preparazione).

Dammi che te le lavo, mi ha detto Milva… nooo, sono bellissime così, ho risposto:

barbabietole fresche-001

E già che c’ero, perchè non modernizzare ulteriormente la ricetta cuocendo le barbabietole sottovuoto in LAVASTOVIGLIE? Non trasalite e non rabbrividite, si può fare ed io l’ho fatto, ho lavato bene le barbabietole, le ho private delle foglie e le ho messe in un sacchetto per sottovuoto resistente al calore e adatto per la cottura.

Avevo conosciuto, in occasione della presentazione Alla Feltrinelli del libro della Casali, la Signora Valentina che, con orgoglio, mi ha parlato della Azienda che, dal Veneto è emigrata proprio qui in Friuli, ottenendo riconoscimenti in campo mondiale.

Per chi abitasse in zona i sacchetti sono in vendita all’UNIEURO e al MERCATONE1

Non dimentichiamo che le cotture sottovuoto a base temperature sono le preferite dai nostri Chef stellati e non, da quelli che hanno capito che la cottura a basse temperature mantiene sapore, valore nutrizionale e, cosa non da poco, il colore originale dell’alimento, ma qui ci ritornerò, l’argomento vale un post a parte.

Ma guardate il colore di queste barbabietole dopo la cottura in lavastoviglie:

barbabietole cotte in lavastovigliesottovuoto-001

Ho adoperato il succo per colorare la pasta, una parte di polpa l’ho grattugiata e cotta assieme all’aglio vestito per una parte di farcitura e l’altra per una ricetta insegnatami in Piemonte da un caro amico ma credo sia arrivato il momento di andare al dunque.

Scrivo fedelmente la ricetta come l’ha interpretata lo Chef, tra parentesi le mie sostituzioni, considerate che ho dimezzato le dosi.

Ingredienti per l’impasto:

  • 200 g. di farina 00 (100 g.),
  • 100 g. di farina di segale (50 g.),
  • 20 g. di zucchero (10 g.),
  • 20 g. di strutto (10 g.),
  • n.6 tuorli d’uovo (3),
  • 50 g. i spinaci saltati in padella con poco olio extravergine di oliva e tritati (35 g. di sclopit lessato),
  • 2 cucchiai di acqua di rose (1),
  • sale.

Ingredienti per il ripieno:

  • 100 g. di formaggio di pecora a media stagionatura, grattugiato a scaglie (50 g.),
  • 100 g. di guanciale (50 g. di lonzino di maiale),
  • 100 g. di spinaci (50 di Parietaria),
  • 4 uova (2 albumi),
  • n.1 piccola cipolla (1/2 + 1 spicchio d’aglio),
  • 20 g. di zucchero (10g.),
  • 1/2 cucchiaino di cannella in polvere (omessa).

collage

Preparazione:

mescolare le farine e farne la classica fontana, unire tutti gli ingredienti e impastare (io ho amalgamato tutti gli ingredienti meno il succo di barbabietola e lo sclopit che li ho aggiunti dopo aver diviso in 2 parti l’impasto), far riposare per un’ora al fresco.

Unire la cannella allo zucchero (questo passaggio mi sfugge, nella ricetta originale si parla di “zucaro e acqua rosa” da pennellare sulla preparazione cotta).

Stendere la pasta molto sottile e dividerla in 8 parti di cui 2 un pò più grandi, per il primo e l’ultimo strato.

In una teglia unta con pochissimo strutto, comporre a strati:

primo strato di pasta (marmorizzata), guanciale, spinaci, uova e formaggio (lonzino, parietaria, albume, formaggio),

(secondo pasta verde, terzo pasta rossa, quarto pasta verde, quinto pasta rossa, sesto pasta verde, settimo pasta rossa, ottavo pasta marmorizzata  che uniremo al primo pizzicando la pasta).

Ungere pennellando lo strutto fuso , coprire con carta forno ed infornare a 180°C. per 15 minuti, scoprire  e continuare la cottura per altri 15 minuti.

Io ho seguito la ricetta originale ed ho spennellato la superficie cotta con “zucaro e acqua rosa” ma voi non fatelo, non siamo abituati a questi sapori.

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Alla prossima.


Una Crostata all’improvviso, ed è subito Casa.

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Crostata con marmellata di ciliegie.

Collegandomi al post precedente, nella scatola che ci viene data, ci sono anche delle tessere jolly, le tessere “salva-puzzle”, sono quelle con le quali riempiamo i vuoti momentanei, quelle che possiamo spostare dove vogliamo per dare armonia al disegno, quelle che ci accompagneranno fino alla fine.

Tra le mie c’è anche il caffè, col suo profumo che esce dalla caffettiera che borbotta, quel profumo che al mattino si espande per tutta la casa e poi, ad uno ad uno, arriva anche il profumo del caffè dei vicini

Il caffè non bussa, entra, dalle fessure, dai buchi delle serrature, a volte spinto dal vento, lui va di casa in casa a svegliare chi dorme, a dare energia a chi sta per affrontare un’altra giornata.

Al caffè piace la compagnia, lui ama socializzare e gli piace che le persone si incontrino: andiamo a bere un caffè? Le andrebbe un caffè? Posso offrirLe un caffè? É il protagonista indiscusso nei primi timidi approci del corteggiamento.

Pausa caffè, Coffee break, il caffè è quel raggio di sole che scioglie il ghiaccio, è un momento di relax, è lo staccare la spina per qualche minuto per poi ricominciare.

Poi viene la Crostata, la Torta, per eccellenza, quella che, in assoluto (per me), sa di casa.

La pasta frolla, un involucro friabile che  può contenere marmellate, frutta, ricotta, cioccolato;  durante la preparazione si possono coinvolgere i bambini, dando loro un pò di impasto e qualche formina ed ecco fatti anche i biscotti, meravigliosi frollini da inzuppare nel latte.

Non ho mai avuto un buon rapporto con la pasta frolla, mi ha sempre frenato la quantità di burro;  avevo provato la variante con l’olio ma non mi aveva soddisfatta, in fondo non mangio crostate tutti i giorni, non ho particolari patologie, non sono intollerante a nulla e se dev’essere crostata, crostata sia, con burro, zucchero e uova come questa.

crostata susine-001

Crostata con marmellata di susine e cannella.

La ricetta di questa crostata, in particolare di questa pasta frolla, arriva da un libro: I dolci di Sonja da San Floriano del Collio, sottotitolato: Un libro scritto da madre e figlia legate dalla passione per la cucina. (Io l’ho pagato 5 €uro alla libreria Mondadori del Città Fiera).

Racchiude le ricette dolci della Tradizione del Collio che comprende anche il Collio Sloveno con i miei amati Kuhani štruklji (Struccoli bolliti) e molto altro ancora, vi consiglio, se amate i dolci di casa,  di comperarlo.

Un pomeriggio tardo, quando ormai l’arrivo di ello era imminente, mi sono ricordata che la mattina gli avevo promesso una crostata, per utilizzare un vaso di *marmellata di prugne e cannella* che avevo fatto l’anno scorso e che rischiava di essere mangiata soltanto a suon di cucchiaiate.

Una sfogliata veloce e, a pagina 81, ecco l’illuminazione, mezz’ora soltanto di cottura,  l’ora di riposo la tralascio (non c’è tempo), fatta!!!

Ho messo gli ingredienti nel mio nuovo robot Kenwood, pochi secondi per ottenere l’impasto e via sulla tavola assieme al mattarello.

Ho rivestito la teglia da crostata ma avrei dovuto mettere troppa marmellata per riempire la frolla così, idea: ho grattugiato una mela, l’ho coperta con uno strato di biscotti secchi che ho prima macinato ed ho messo un altro strato di marmellata, ho coperto con le solite strisce di pasta e via in forno.

Da allora l’ho già fatta altre 2 volte, con della marmellata di ciliegie e con quella di albicocche.

Questa crostata e questa frolla, sono ormai entrate di diritto in casa ello: poca spesa molta resa…

crostata retro2-001

Crostata con marmellata di albicocche.

Ingredienti per la frolla:

  • 400 g. di farina 00,
  • 100 g. di zucchero (ne metto 50 g., sono sufficienti),
  • 170 g. di burro,
  • 2 uova,
  • la buccia di un limone non trattato,
  • 1bustina di zucchero vanigliato (1 pizzico di vaniglia bourbon),
  • 1 bustina di lievito in polvere (1/2 bustina di cremortartaro, sono più grandi).

Ingredienti per il ripieno:

  • 1 mela grattugiata (grattugia a fori larghi),
  • biscotti secchi, anche avanzi misti, macinati,
  • marmellata a piacere.

Come fare:

io, adoperando il robot, setaccio la farina col lievito e la inserisco nel contenitore, aggiungo lo zucchero, la vaniglia bourbon, la buccia di limone grattugiata ed aziono il robot per amalgamare gli ingredienti secchi, unisco il burro spezzettato e le uova leggermente sbattute a parte (faccio questo per evitare di azionare troppo il robot e non scaldare l’ impasto).

Aziono il robot per pochi secondi, il tempo di agglomerare il burro, se avete tempo lasciatelo riposare coperto da una terrina come consigliato nel libro, sennò, stendetelo sopra un foglio di carta forno, vi aiuterà a farlo senza aggiungere altra farina e agevolerà il suo inserimento  nella teglia.

Farcite la crostata a vostro piacimento o, se vi va di provare, a strati: marmellata, mela, biscotti, marmellata come ho fatto io (i biscotti li ho messi perchè la mela rilascia liquido e non volevo rovinare tutto).

Ricavare dall’impasto avanzato le solite striscioline o giocate come vi va (in quest’ultima, quella di albicocche ho creato delle onde irregolari, anche se aumenta lo spessore della pasta poco importa, la frolla è deliziosa).

Infornare a 200°C. per 30 minuti (forno statico).

*La marmellata di susine e cannella l’ho fatta semplicemente facendo bollire una stecca di cannella assieme alle susine, ormai le marmellate si possono fare con le spezie che ci piacciono, ogni anno un gusto nuovo, provate.

Crostata retro credenza-002

Per oggi è tutto, buon inizio di settimana, vi lascio con un’altra preziosa tessera jolly del mio puzzle: la voce di Lucio Dalla.

Immaginate come sarà la mia giornata se la inizio sorseggiando un caffè, gustando una fetta di crostata ed ascoltando in sottofondo la Sua incantevole musica ♥


Strucoleti de Spinaze con le patate alla Raffaello: Val più la pratica de la gramatica.

strucolo de spinaze lato-001

Questa è una ricetta tipica della tradizione Triestina, diciamo che, è, assieme ai gnochi de pan, il mio cibo preferito, se facessi uno strucolo di 1 metro, lo mangerei tutto senza batter ciglio.

Ed a proposito di gnochi de pan, ricordo ancora, tanti anni fa, una mia collega che abitava tra Villa Opicina e Trebiciano, mi invitò: “mia mama ga fato i gnochi de pan, te vien a pranzo?”, beh, non me lo sono fatto chiedere 2 volte…

Andammo, io ne mangiai a volontà: te vol ancora, mi chiese più volte la mamma di V., si grazie, risposi tutte le volte io e poi pasciutelle e felici tornammo al lavoro, io per niente appesantita dalla grande abbuffata.

Non me lo disse subito ma dopo qualche mese: ma te se ricordi quanti gnochi de pan te gavevi magnà? No, no li gavevo contai, risposi.

22, mi disse… non me ne vergognai nemmeno un pò e pensandoci bene non me ne vergogno neanche adesso :-D

Se vi dovesse capitare di andare in qualche trattoria su par le alte (Carso Triestino), lo troverete certamente nel menù, condito col sugo d’arrosto, a richiesta anche con burro fuso e pangratà (come si fa per i gnochi de susini).

Lo so, non vi sto raccontando nulla di nuovo, le tradizioni si raccontano da sole… Però di nuovo c’è che non ho voluto farlo con il solito impasto, o con l’impasto degli gnocchi, ma ho voluto sperimentare il metodo Raffaello come descritto nel post precedente.

spinaci Milva pp-001

L’iea ha preso corpo dopo aver visto, da Milva, questi splendidi spinaci, in fondo tutta questa pioggia non è stata negativa e gli spinai che Milva aveva seminato come seconda produzione, invece di andar subito in semenza sono cresciuti belli rigogliosi, carnosi e gustosi.

Lei li consegna come li vedete nella foto, già puliti e lavati, a casa dovete fare solo un lavaggio pro-forma e togliere il culetto (spesso mi racconta di clienti che pretendono sempre di più ma questo è normale, provino ad andare al supermercato e chiedere alle commesse di sceglier loro le patate o le cipolle tutte di una grandezza o di andare nel campo a raccogliere l’ultimo radicchio col Poc e lavarglielo e curarglielo… )

trattore davanti casa di Milva fronte-001

Di Milva avevo ancora una riserva di patate, le ultime della sua produzione, erano piccoline e le ho tenute in forno (sempre col metodo Raffaello) per 3/4 d’ora, un tempo risultato sufficiente.

Non so dirvi il peso, ho riempito la placca del forno (il sale l’ho conservato per la prossima volta), le ho adoperate tutte ma, se dovessero avanzare, come consigliato da Raffaello, prima del riutilizzo le infornate a 80°C. per 20 minuti.

Ho estratto la polpa col cucchiaio, l’ho schiacciata con lo schiacciapatate, l’ ho allargata sulla tavola di legno, ho salato leggermente ed aggiunto (nel frattempo era diventata tiepida) 1 cucchiaio di albume pastorizzato (alla Despar brick da 1/2 litro), ho mescolato bene ed ho aggiunto poca alla volta 2 cucchiai rasi di farina ed ho amalgamato bene l’impasto.

Ho steso sulla tavola un foglio di pellicola (rigorosamente quella adatta a rimanere in contatto con gli alimenti),  ho infarinato il matterello/mattarello ed ho ridotto lo spessore dell’impasto a poco più di 1/2 cm.

L’ ho diviso a metà (tagliando anche la pellicola), ho steso sopra degli spinaci cotti con la sola acqua (salata) residua dell’ultimo risciacquo, passati in padella con aglio e olio Evo, tritati e mescolati  a del Parmigiano Reggiano grattugiato e ancora un pò di albume pastorizzato (per legare meglio dal momento che l’impasto contiene pochissima farina).

collage

Aiutandomi con la pellicola ho arrotolato gli strucoleti ed avvolti in un tovagliolo a mo’ di caramella, li ho messi in una pentola che li contenesse comodamente, con acqua bollente, ho coperto e lasciato cuocere per c.ca 40 minuti; se voleste fare uno strucolo unico la cottura va prolungata fino ad 1 ora.

Ho scolato gli strucoleti e li ho appoggiati su un raffredda-torte e li ho riposti, freddi, in frigorifero fino all’indomani.

Al momento della cena ho ricavato delle fettine che ho messo a scaldare in padella assieme al sughetto, ottenuto, anche quello, con il metodo Raffaello che trovate sempre nel post precedente.

L’unica mia variante è l’omissione della maizena come addensante e l’uso del minipimer che ha reso il sughetto cremoso e vellutato, beh, vi dirò, è stato apprezzato, molto apprezzato, provate, se vi va.

Per chi fosse celiaco è sufficiente sostituire la farina con una come da prontuario, per chi fosse intollerante al lattosio, omettere il parmigiano.

strucolo de spinaze forchetta1-001

Buon proseguimento di giornata.


Polpettine al sugo: perle di sapore si sciolgono in bocca ed evocano ricordi… e piccoli segreti dello Chef.

polpettina di carne sugo in piatto-001

Faccio parte di quella generazione cresciuta nel periodo in cui era impensabile avvicinare un cuoco (allora non li chiamavamo chef), fargli domande sulle sue ricette, sulle cotture, ingredienti e quant’altro, se, chiedevi alla cameriera/re cosa c’è qui dentro? Lei/lui rispondeva: è il segreto del cuoco.

Ed entrare in cucina? Giammai, venivo raggiunta da sguardi di rimprovero che mi ricacciavano indietro in un battibaleno, mi sembrava di essere una protagonista dell libro di Harper Lee “Il buio oltre la siepe” (dove alla fine chi sembrava il più cattivo, si rivelò il più buono ;-) )

Quand’ero piccola, soltanto la Signora Palmi (Palmira) la cuoca del ristorante alla stazione alle porte di Muggia, mi lasciava entrare perchè mi piaceva guardare mentre tirava, aiutata da altre Signore, la pasta matta per “el strucolo de pomi”.

Sfoglie grandi come lenzuola che erano pronte soltanto quando potevi distinguere in trasparenza il colore degli occhi di chi ti stava di fronte, spesso me ne regalava un pezzetto perchè, come facevo con la mamma per gli gnocchi, volevo farmi da sola “el mio strucoleto”.

In fondo anche se la mia è stata un’infanzia breve, mi porto dietro ricordi piacevoli che, questa mia passione per il “cibo vero” e la cucina, spesso fa riaffiorare, accendendo ogni volta nuove scintille che danno luce al presente ed illuminano il mio futuro.

Un futuro che, se fossi davvero giovanissima, in età di formazione, saprei quale sarebbe.

In questo periodo, intriso di cibo, di ricette, di specchietti per le allodole, di luridi imbrogli e discutibili speculazioni, entrare nella cucina di uno Chef stellato ed incontrare sorrisi e sapere che la Signora Ivonne non c’è perchè è andata a raccogliere ortiche o lo Chef è uscito a raccogliere fiori per decorare i piatti, è una ventata di freschezza.

Il ricordo di musi lunghi, male parole e maniere sgarbate di un tempo, si, perchè ho lavorato in un Buffet a Trieste e qualche volta aiutavo in cucina (allora c’era una cuoca e non rammento sia mai uscita dalla sua bocca una sola parola gentile), rimane soltanto un ricordo.

Quando Raffaello (l’uomo che sussurrava ai Cjarsons) racconta le sue ricette ti coinvolge, ti trascina nel suo mondo e ti fa rivivere le sue esperienze; riesci a percepire i profumi della cucina di sua nonna e non sei più “una che sta seguendo un corso di cucina” ma sei parte della sua famiglia.

Il ricordo della cucina di casa lo ha rievocato e sottolineato Crippa alle ultime Identità Golose, anche lui, per rinnovare il suo menù, inizia dalla cucina di casa, parte da un profumo ed attorno a quel profumo disegna la sua ricetta.

Anche dallo sguardo imperturbabile del “Craco” (lo chiamo rispettosamente così), parte una scintilla, quando parla di Amore, Passione, Semplicità in cucina.

Trovo sia meraviglioso questo cucinare attorno ai ricodi, troppe cose sono andate perdute ed è confortante vedere che molti chef  si voltano indietro e si incamminano per andarle a recuperare.

Il cibo è la nostra storia, racconta di noi, ci conforta, ci mette in guardia, ci aiuta e stimola la nostra fantasia, nel cibo ci rifugiamo spesso per dimenticare le frustrazioni, facciamo in modo che sia cibo buono che, mentre lo portiamo alla bocca, nutra corpo, cuore e anima…

Ma ora “Vonde Monadis”!!!

Inizio proprio dall’ultima ricetta che ha preparato ieri al corso: Piovono polpette e, vi assicuro,una pioggia che non ci ha fatto aprire l’ombrello ma spalancare la bocca.

Prima di passare alla ricetta premetto che negli ingredienti contemplo anche le varianti per i celici e gli intolleranti.

A parte che lo faccio sempre, ma voglio sottolineare che nel Ristorante Agli Amici di Godia viene prestata particolare cura nella preparazione dei cibi per chi è celiaco e/o intollerante al lattosio.

Non vi capiterà mai, se siete celiaci, di leggere il menù e dover ordinare: bistecca e insalata…

Questo è segno di rispetto, quel rispetto che era anche il tema di Identità Golose di quest’anno, perchè il rispetto è rispetto e basta; chi rispetta il cibo, la natura, l’ambiente, rispetta anche le persone, le loro scelte, le loro necessità e, secondo me, chi gestisce un ristorante DEVE avere rispetto.

Impasto polpette-001

Ingredienti (comprese le varianti per i celiaci):

  • 200 g. di carne macinata (Raffaello adopera carne di Pezzata Rossa),
  • 100 g. di mollica di pane ammollata in acqua o latte (di soia per gli intolleranti o di riso per chi è intollerante alla soia), in alternativa: un pane senza glutine, una patata alla Raffaello* o polpa di melanzana alla Raffaello*,
  • 3 uova intere (sempre sbattute prima d’inserirle),
  • 50 g. di formaggio Grana o Montasio stagionato, Sbrinz ecc,
  • 50 g. di pecorino,
  • maggiorana,
  • santoreggia (o erbe a voi gradite),
  • sale,
  • pepe.

Patate alla Raffaello cotte-002

*Come fare le patate alla Raffaello:

questo metodo di cottura viene sempre utilizzato da Raffaello, per tutte le preparazioni nelle quali noi, solitamente,  inseriamo le “patate lesse”: gnocchi, gatò, crocchette ecc., per evitare che le patate, con la bollitura, assorbano troppa acqua richiedendo alla fine molta farina che renderebbe le nostre preaparazioni a base di “patate”, delle preparazioni a base di “farina”.

Con le bucce potrete fare le chips di cartufule citate qui.

Mettere la quantità di patate desiderata con la buccia (per questo devono essere patate di qualità e provenienza garantita) su una teglia dove avrete messo uno strato di sale grosso.

Patate alla Raffaello da cuocere-001

Cuocere in forno a 190°C. per 1 ora e 1/2, tagliarle a metà, scavare la polpa ed allargarla sulla spianatoia, inserire le uova quando le patae saranno tiepide.

Se non le utilizzate subito, metterle in frigorifero, così allargate, al momento di procedere con la preparazione scelta infornare  a 80°C. per 20 minuti.

melanzana alla Raffaello-001

*Come ricavare la polpa di melanzane alla Raffaello da utilizzare come addensante al posto di farina e/o pangrattato:

Raffaello adopera questa polpa di melanzane che, come potete vedere, non è scura come risulta solitamente dopo la cottura al forno.

Per questa preparazione si adopera il microonde, si avvolge la melanzana nella pellicola e si cuoce, alla massima potenza, per 10 minuti, è un ottimo legante, insapore, incolore (vedi foto), frullandola ed aggiungendo del basilico, menta o erbe gradite, un filo di olio extravergine, sale, pepe,voilà, pronto uno splendido primo piatto, sano, leggero e gustoso, provate!

Come fare le polpettine peso 20 grammi:

preriscaldare il forno a 250°C.

Amalgamare bene gli ingredienti (Raffaello consiglia di tagliare la carne a coltello),  formare delle palline di 20 grammi (è il peso standard per le sue polpette), tenetevi da parte un pò d’impasto, formare delle palline grandi poco più di una nocciola e metterle in congelatore, potrete utilizzarle per “dare un cuore” a degli arancini di riso o crocchette (seguirà post) e il congelamento agevolerà la lavorazione.

Ungere una teglia da forno e disporvi le polpettine, cuocerle per 8/9 minuti.

polpettine di carne sfornate-001

Ingredienti per il sughetto che ha rievocato i ricordi di Raffaello e non solo:

  • tanto scalogno tritato,
  • pancetta (facoltativa),
  • olio evo,
  • alloro,
  • salvia tritata,
  • verdure che avete nel frigo e che non utilizzerete (questo è il sugo della nonna e ci va tutto ciò che si ha),
  • acqua a coprire o vino bianco,
  • maizena o la polpa di melanzana,
  • sale,
  • pepe.

Come fare il sughetto che ha rievocato i ricordi di Raffaello e non solo:

partire a freddo con olio, scalogno, salvia alloro e acqua, lo scalogno deve diventare trasparente e non bruciacchiarsi come un soffritto, unire il resto degli ingredienti che avete scelto e proseguire la cottura per 20 minuti.

Se alla fine il sugo dovesse risultare toppo liquido legarlo con la maizena o con la polpa di melanzana.

polpettina carne sugo interno-001

Vi anticipo che, se siete appassionati di cucina, quella con la C maiuscola a breve uscirà un libro sui Fritti al quale hanno collaborato Emanuele Scarello, Raffaello e altri Chef appassionati che la sanno lunga e che hanno sperimentato tutte le possibili, immaginabili varianti di pastelle, tipologie di olii.

Rafaello pensoso.-001

Raffaello che sta pensando se è diventato papà o deve aspettare ancora… Intanto il corso è stato completato ;-)

Appena esce vi faccio un fischio, potrebbe essere una splendida idea regalo per le feste e non solo (lo Chef non percepisce compenso n.d.r.) ed ora, assieme a Raffaello ascoltiamo un pò di musica e facciamoci quattro sane risate, infatti, qui è ricominciato a piovere…

P.S.: mi scuso per il post doppio ma ho avuto problemi di aggiornamenti, grazie per la comprensione.

Commenti e risposte sono nel post/doppione sotto…


Polpettine al sugo: perle di sapore si sciolgono in bocca ed evocano ricordi… e piccoli segreti dello Chef.

polpettina di carne sugo in piatto-001

Faccio parte di quella generazione cresciuta nel periodo in cui era impensabile avvicinare un cuoco (allora non li chiamavamo chef), fargli domande sulle sue ricette, sulle cotture, ingredienti e quant’altro, se, chiedevi alla cameriera/re cosa c’è qui dentro? Lei/lui rispondeva: è il segreto del cuoco.

Ed entrare in cucina? Giammai, venivo raggiunta da sguardi di rimprovero che mi ricacciavano indietro in un battibaleno, mi sembrava di essere una protagonista dell libro di Harper Lee “Il buio oltre la siepe” (dove alla fine chi sembrava il più cattivo, si rivelò il più buono ;-) )

Quand’ero piccola, soltanto la Signora Palmi (Palmira) la cuoca del ristorante alla stazione alle porte di Muggia, mi lasciava entrare perchè mi piaceva guardare mentre tirava, aiutata da altre Signore, la pasta matta per “el strucolo de pomi”.

Sfoglie grandi come lenzuola che erano pronte soltanto quando potevi distinguere in trasparenza il colore degli occhi di chi ti stava di fronte, spesso me ne regalava un pezzetto perchè, come facevo con la mamma per gli gnocchi, volevo farmi da sola “el mio strucoleto”.

In fondo anche se la mia è stata un’infanzia breve, mi porto dietro ricordi piacevoli che, questa mia passione per il “cibo vero” e la cucina, spesso fa riaffiorare, accendendo ogni volta nuove scintille che danno luce al presente ed illuminano il mio futuro.

Un futuro che, se fossi davvero giovanissima, in età di formazione, saprei quale sarebbe.

In questo periodo, intriso di cibo, di ricette, di specchietti per le allodole, di luridi imbrogli e discutibili speculazioni, entrare nella cucina di uno Chef stellato ed incontrare sorrisi e sapere che la Signora Ivonne non c’è perchè è andata a raccogliere ortiche o lo Chef è uscito a raccogliere fiori per decorare i piatti, è una ventata di freschezza.

Il ricordo di musi lunghi, male parole e maniere sgarbate di un tempo, si, perchè ho lavorato in un Buffet a Trieste e qualche volta aiutavo in cucina (allora c’era una cuoca e non rammento sia mai uscita dalla sua bocca una sola parola gentile), rimane soltanto un ricordo.

Quando Raffaello (l’uomo che sussurrava ai Cjarsons) racconta le sue ricette ti coinvolge, ti trascina nel suo mondo e ti fa rivivere le sue esperienze; riesci a percepire i profumi della cucina di sua nonna e non sei più “una che sta seguendo un corso di cucina” ma sei parte della sua famiglia.

Il ricordo della cucina di casa lo ha rievocato e sottolineato Crippa alle ultime Identità Golose, anche lui, per rinnovare il suo menù, inizia dalla cucina di casa, parte da un profumo ed attorno a quel profumo disegna la sua ricetta.

Anche dallo sguardo imperturbabile del “Craco” (lo chiamo rispettosamente così), parte una scintilla, quando parla di Amore, Passione, Semplicità in cucina.

Trovo sia meraviglioso questo cucinare attorno ai ricodi, troppe cose sono andate perdute ed è confortante vedere che molti chef  si voltano indietro e si incamminano per andarle a recuperare.

Il cibo è la nostra storia, racconta di noi, ci conforta, ci mette in guardia, ci aiuta e stimola la nostra fantasia, nel cibo ci rifugiamo spesso per dimenticare le frustrazioni, facciamo in modo che sia cibo buono che, mentre lo portiamo alla bocca, nutra corpo, cuore e anima…

Ma ora “Vonde Monadis”!!!

Inizio proprio dall’ultima ricetta che ha preparato ieri al corso: Piovono polpette e, vi assicuro,una pioggia che non ci ha fatto aprire l’ombrello ma spalancare la bocca.

Prima di passare alla ricetta premetto che negli ingredienti contemplo anche le varianti per i celici e gli intolleranti.

A parte che lo faccio sempre, ma voglio sottolineare che nel Ristorante Agli Amici di Godia viene prestata particolare cura nella preparazione dei cibi per chi è celiaco e/o intollerante al lattosio.

Non vi capiterà mai, se siete celiaci, di leggere il menù e dover ordinare: bistecca e insalata…

Questo è segno di rispetto, quel rispetto che era anche il tema di Identità Golose di quest’anno, perchè il rispetto è rispetto e basta; chi rispetta il cibo, la natura, l’ambiente, rispetta anche le persone, le loro scelte, le loro necessità e, secondo me, chi gestisce un ristorante DEVE avere rispetto.

Impasto polpette-001

Ingredienti (comprese le varianti per i celiaci):

  • 200 g. di carne macinata (Raffaello adopera carne di Pezzata Rossa),
  • 100 g. di mollica di pane ammollata in acqua o latte (di soia per gli intolleranti o di riso per chi è intollerante alla soia), in alternativa: un pane senza glutine, una patata alla Raffaello* o polpa di melanzana alla Raffaello*,
  • 3 uova intere (sempre sbattute prima d’inserirle),
  • 50 g. di formaggio Grana o Montasio stagionato, Sbrinz ecc,
  • 50 g. di pecorino,
  • maggiorana,
  • santoreggia (o erbe a voi gradite),
  • sale,
  • pepe.

Patate alla Raffaello cotte-002

*Come fare le patate alla Raffaello:

questo metodo di cottura viene sempre utilizzato da Raffaello, per tutte le preparazioni nelle quali noi, solitamente,  inseriamo le “patate lesse”: gnocchi, gatò, crocchette ecc., per evitare che le patate, con la bollitura, assorbano troppa acqua richiedendo alla fine molta farina che renderebbe le nostre preaparazioni a base di “patate”, delle preparazioni a base di “farina”.

Con le bucce potrete fare le chips di cartufule citate qui.

Mettere la quantità di patate desiderata con la buccia (per questo devono essere patate di qualità e provenienza garantita) su una teglia dove avrete messo uno strato di sale grosso.

Patate alla Raffaello da cuocere-001

Cuocere in forno a 190°C. per 1 ora e 1/2, tagliarle a metà, scavare la polpa ed allargarla sulla spianatoia, inserire le uova quando le patae saranno tiepide.

Se non le utilizzate subito, metterle in frigorifero, così allargate, al momento di procedere con la preparazione scelta infornare  a 80°C. per 20 minuti.

melanzana alla Raffaello-001

*Come ricavare la polpa di melanzane alla Raffaello da utilizzare come addensante al posto di farina e/o pangrattato:

Raffaello adopera questa polpa di melanzane che, come potete vedere, non è scura come risulta solitamente dopo la cottura al forno.

Per questa preparazione si adopera il microonde, si avvolge la melanzana nella pellicola e si cuoce, alla massima potenza, per 10 minuti, è un ottimo legante, insapore, incolore (vedi foto), frullandola ed aggiungendo del basilico, menta o erbe gradite, un filo di olio extravergine, sale, pepe,voilà, pronto unùo splendido primo piatto, sano, leggero e gustoso, provate!

Come fare le polpettine peso 20 grammi:

preriscaldare il forno a 250°C.

Amalgamare bene gli ingredienti (Raffaello consiglia di tagliare la carne a coltello),  formare delle palline di 20 grammi (è il peso standard per le sue polpette), tenetevi da parte un pò d’impasto, formare delle palline grandi poco più di una nocciola e metterle in congelatore, potrete utilizzarle per “dare un cuore” a degli arancini di riso o crocchette (seguirà post) e il congelamento agevolerà la lavorazione.

Ungere una teglia da forno e disporvi le polpettine, cuocerle per 8/9 minuti.

polpettine di carne sfornate-001

Ingredienti per il sughetto che ha rievocato i ricordi di Raffaello e non solo:

  • tanto scalogno tritato,
  • pancetta (facoltativa),
  • olio evo,
  • alloro,
  • salvia tritata,
  • verdure che avete nel frigo e che non utilizzerete (questo è il sugo della nonna e ci va tutto ciò che si ha),
  • acqua a coprire o vino bianco,
  • maizena o la polpa di melanzana,
  • sale,
  • pepe.

Come fare il sughetto che ha rievocato i ricordi di Raffaello e non solo:

partire a freddo con olio, scalogno, salvia alloro e acqua, lo scalogno deve diventare trasparente e non bruciacchiarsi come un soffritto, unire il resto degli ingredienti che avete scelto e proseguire la cottura per 20 minuti.

Se alla fine il sugo dovesse risultare toppo liquido legarlo con la maizena o con la polpa di melanzana.

polpettina carne sugo interno-001

Vi anticipo che, se siete appassionati di cucina, quella con la C maiuscola a breve uscirà un libro sui Fritti al quale hanno collaborato Emanuele Scarello, Raffaello e altri Chef appassionati che la sanno lunga e che hanno sperimentato tutte le possibili, immaginabili varianti di pastelle, tipologie di olii.

Rafaello pensoso.-001

Raffaello che sta pensando se è diventato papà o deve aspettare ancora… Intanto il corso è stato completato ;-)

Appena esce vi faccio un fischio, potrebbe essere una splendida idea regalo per le feste e non solo (lo Chef non percepisce compenso n.d.r.) ed ora, assieme a Raffaello ascoltiamo un pò di musica e facciamoci quattro sane risate, infatti, qui è ricominciato a piovere…


Ferratelle verdi allo sclopit, crema di ricotta, trota affumicata e aglio orsino, finalmente.

Ferratelle slopit crema ricotta trota affumicaa aglio ursino2-002

Finalmente l’aglio orsino, erano 3 primavere che desideravo trovarlo, nei campi qua intorno non l’ho mai visto, o meglio, ho visto un fiore simile ma non è lui.

Ci voleva lo Chef stellato per realizzare questo mio piccolo/grande sogno, sabato, dopo il corso di cucina tenuto da Raffaello, l’uomo che sussurrava ai Cjarsôns, lo Chef stellato, in ciabatte, e accantoalcamino, in ballerine scamosciate, si sono diretti lungo una stradina costellata di pozzanghere verso il posticino segreto.

Aglio orsino-001

Dopo aver scorribandato per i campi alla scoperta di nuove erbe delle quali parlerò più in là, inzaccherati ma felici siamo ritornati, lo Chef nella Sua meravigliosa cucina ed io, prima a lavare la macchina e poi a casa a sistemare il raccolto.

Le ferratelle erano in programma da tempo, da quando 2 blogger mi avevano spedito i ferri, il ferratell-pensiero ricorreva con scadenza settimanale, ci voleva il contest di Ambra per farmi rompere gli indugi.

La ricetta me l’ha spedita Emanuela e la riporto paro paro compresa la mail di accompagnamento (in grassetto-corsivo verde le mie scelte).

Mi dispiace di non avere un passo-passo completo di inserimento “pizzetta” sul ferro ma, da sola, è complicato gestire macchina fotografica e ferro assieme.

Per quanto riguarda  le ferratelle… la ricetta base, che puoi moltiplicare all’infinito, è :

  • 1  uovo,
  • 50 ml. di olio (d’oliva o di semi…), ho messo l’extravergine,
  • farina qb (circa 80 g), ho messo 80 g. di Farina di Grano Saraceno (senza glutine),
  • 1/2 cucchiaino di sale,
  • 1 pizzichino- ino -ino di bicarbonato,
  • 30 g. di sclopit cotto e ben strizzato,
  • qualche piccolo bulbo di aglio orsino.
collage Ferratelle-001
Come fare (da mail):
(io ho frullato lo sclopit con un pò di olio e poi ho unito il resto)
mescoli tutto, scaldi bene il ferro e lo ungi con olio, ricavi delle “pizzette di pasta!” schiacciate e le poni al centro del ferro.

Ci puoi aggiungere, un paio di cucchiai di formaggio grattugiato, il rosmarino tritato, puoi utilizzare la farina che preferisci… insomma, spazio alla tua fantasia!

E’ preferibile secondo me, per le ferratelle salate, utilizzare il ferro che ti ha mandato Ileana, per ottenere delle ferratelle croccanti!

E questo è il mio risultato:

Ferratelle vassoio-001

Ferratelle cestino1-001

Ora l’accompagnamento, nelle mie ricette amo unire tradizioni e prodotti delle varie regioni d’Italia e non solo; questo, con la speranza di non offendere nessuno,  “intrufolarsi” nelle tradizioni trovo sia  segno di profondo rispetto e considerazione.

Ultimamente con internet e i vari libri, ci si può rendere conto dell’infinità di ricette esistenti al mondo, una interminabile carellata di fantasia, creatività, passione, amore per il cibo, ed ogni ricetta è conseguente ad un’altra, da idea nasce idea.

Come dice Raffaello un tempo non c’erano dosi e quantità, la cucina era assemblare ciò che si aveva a disposizione, esempio che calza a penello sono i Cjarsòns.

Amare il cibo e rispettarlo è sintomo di civiltà, siamo in un’epoca dove si tende a tralasciare il dettaglio, ma, se vogliamo rimanere “vivi”, è nella cura dei dettagli che dobbiamo concentrarci, rendere straordinaria la semplicità.

Ferratelle trota affumicata e fiore-001

Ed in questo mio viaggio per l’Italia (mi sento un pò la Bottura de noartri), mi sono fermata a Porcia, dove da anni la Famiglia Del Tedesco alleva la Trota Verace  ed è proprio la loro trota affumicata che entra nella crema di accompagnamento, assieme alla ricotta e l’aglio orsino.

L’ho chiamata crema perchè non saprei come definirla, mousse no, patè neanche, ho voluto lasciare “a vista” sia la trota che l’aglio orsino che la colorano e le regalano un pò di consistenza.

Era la mia prima volta con l’aglio orsino e non volevo fare errori, per questo ho chiesto consiglio a Raffaello che l’aglio orsino lo manipola quasi ogni giorno Agli Amici di Godia, quando è la stagione.

aglio ursino ad asciugare-001

Mi ha detto che, per le preparazioni a freddo, patè, creme, come in questo caso, salse, è sempre meglio dare al prodotto uno shock termico.

Dal momento che avrei adoperato la ricotta mi ha consigliato di riscaldare la panna fino ad una temperatura di 80°C., immergere una buona quantità di foglie di aglio orsino, mescolare velocemente, spegnere il fuoco e frullare.

Nel caso del pesto e/o salsa, scottare le foglie velocemente in acqua, scolare e frullarle con gli altri ingredienti.

Questo composto è perfetto, con una aggiunta di sale e buccia di limone, anche per condire una pasta o mantecare un risotto (n.d.r.), l’importante è dosare l’aglio orsino con cautela per non annullare il sapore degli altri ingredienti.

Ingredienti per la crema di ricotta, trota affumicata e aglio orsino (dosi a piacere):

  • ricotta,
  • trota affumicata tagliata a pezzetti,
  • composto di panna e aglio orsino,
  • sale se necessario (la trota dà sapidità).
  • Lo Chef consiglia una piccola aggiunta di buccia di limone BIOLOGICO grattugiata.

Ferratelle slopit crema ricotta trota affumicaa aglio ursino pp-001

Come fare:

semplicemente frullare gli ingredienti.

Per oggi è tutto, con l’inaugurazione dei ferri e il ritrovamento dell’aglio orsino mi si è spalancata una porta su uno spazio infinito, ora non mi resta altro che attraversarla e lasciarmi andare…

Ferratelle piatto pesce cestino n

Con questa ricetta partecipo al  contest  di Ambra.

Il premio? Un week end da sogno al Rifugio Meira Garneri in Valle Varaita gestito da Juri Chiotti dove rilassarsi, riempirsi gli occhi di paesaggi incantevoli e ritornare a casa con un piccolo bagaglio di esperienza in più, perchè avrete l’onore di entrare in cucina ed imparare qualche segreto, non tutti però…

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Torta Salata con Acetosa e Cipolla.

torta salata acetosa pronta n-002

Il mio approccio con le erbe è lo stesso che ho con i funghi, non avendo fatto corsi né per le une né per gli altri, preferisco andar per gradi ed aggiungere ogni anno un’erba o un fungo diversi.

L’acetosa l’ho conosciuta l’anno scorso e da quel giorno la curiosità di saperne di più mi è rimasta appiccicata addosso, ora, l’averla trovata nei campi vicino casa mi ha rinnovato la voglia di iniziare a sperimentare ricette con lei.

Questa ricetta, l’ho trovata su uno dei due piccoli libricini che mi erano stati regalati: l’erbario in tavola. Li ho trovati anche in rete,la prima parte ad un prezzo irrisorio mentre la seconda, a mio parere, ad un prezzo ingiustificato.

C’è anche in rete, un copia-incolla  ma a me piace provarle le ricette, specie quelle con le erbe che solitamente vedo nei campi ma che non immaginerei mai di poter portare in tavola per mangiarle.

In cucina mi piace essere affidabile, provare, modificare a piacere mio, condividere e spiegare, mi è già capitato che mi domandassero: che sapore ha? E voglio poter rispondere.

In questo caso rispondo prima, questa è una tortina dal sapore particolare, l’erba acetosa, lo dice anche il nome, è aspra e richiede la vicinanza di ingredienti che l’addolciscano un pò, quindi, non fatevi spaventare dalla presenza dello zucchero di canna è, per questa torta, il marito perfetto.

Acetosa foglia-001n

Il suo nome latino è Rumex acetosa, Rumex significa Lancia ed è proprio ad una lancia che assomigliano le foglie; questo vi aiuterà a riconoscerla e non confonderla, nel dubbio assaggiatela ed il suo sapore di aceto vi confermerà che state raccogliendo l’erba giusta.

In Lombardia la chiamano Erba Brusca e nel Milanese le fu dedicata anche una canzone..

L’Acetosa vanta una lunga storia, dal libricino: gli Egizi la raccoglievano in abbondanza e la servivano a fine pasto, come digestivo, persino alla mensa dei Faraoni; anche i Romani ne fecero molto uso, sia in cucina che come medicinale e la si ritrova menzionata da molti autori, fra i quali non manca Virgilio.

Nel Medioevo la si coglieva tenera per farne minestre e salse e per aggiungerla alle insalate, sottolineandone anche il valore medicinale, come in questo passo dei Consulti medici del Cocchi:

“Sia il pranzo consistente in minestra brodosa molto, di carne con pane e paste, e bollitura di lattuga o d’acetosa”

In alcune Regioni dell’Inghilterra veniva usata per sostituire le mele in torte e pasticcini nel periodo «vacante», quando cioè le ultime mele conservate durante l’inverno erano finite ma non era ancora spuntata l’uva spina.

Sul libricino ho trovato anche questa chicca:

Il Cuoco Piemontese, pubblicazione del 1766, riporta questa  Salsa verde all’Acetosa:

“Pestate un pugillo di acetosa in un mortaio, spremetene il sugo, indi passatelo allo staccio; mettetevi dentro del buon butirro maneggiato con farina, sale e pepe grosso, fate legare la salsa sul fuoco e servitene tanto di grasso come di magro”

Assai simile a questa preparazione è un’antica salsa lombarda: quella detta all’ erba brusca.

Ora andiamo in cucina, è da pochissimo che mi sono avvicinata alla pasta brisè ed ho notato che l’aggiunta di farina di tapioca rende l’impasto vellutato e setoso, quindi continuo così.

torta salata acetosa alto n-001

Ingredienti per una teglia da 24 cm.:

Per la Pasta Brisè, mia versione:

  • 150 g. di  farina 00,
  • 70 g. di farina di tapioca,
  • 100 g. di burro freddo tagliato a cubetti (per gli intolleranti al lattosio usare il burro di soia),
  • 1 tuorlo,
  • brodo vegetale freddissimo (al posto dell’acqua),
  • 1 pizzico di sale affumicato.

Ingredienti per il ripieno:

  • 500 g. di foglie di acetosa (io non l’ho pesata ma ne avevo un bel cesto pieno),
  • 2 grandi cipolle (rosse),
  • 2 cucchiai di zucchero di canna,
  • olio EVO,
  • 1 dl di panna liquida (per gli intoleranti al lattosio adoperare quella di soia o riso),
  • sale affumicato,
  • spalla cotta a pezzetti (facoltativa).

Collage torta acetosa-001n

Come ho fatto la brisè:

ho messo nel robot da cucina (con le lame da impasto in plastica) le 2 farine ed il sale, ho miscelato ed ho aggiunto il burro freddo tagliato a cubetti piccoli.

Ho azionato il robot ad intermittenza fino ad ottenere un composto sbriciolato, ho unito il tuorlo, ho riazionato ed ho aggiunto man mano il brodo vegetale necessario ad ottenere un bel composto vellutato ed omogeneo.

Ho formato una palla e l’ho avvolta nella pellicola, ho riposto in frigorifero per alcune ore.

cipolle affettate n -001

Come ho preparato il ripieno:

ho affettato sottilmente le cipolle, le ho messe in una padella con l’olio e lo zucchero, ho mescolato bene e le ho coperte, a filo, con dell’ acqua e le ho cotte fino a farle diventare trasparenti, se necessario aggiungere acqua bollente.

Appena pronte le ho scolate ed ho messo nella stessa padella l’acetosa ed il sale affumicato, ho coperto e l’ho fatta cuocere nella sua acqua di vegetazione.

Ho scoperto, alzato la fiamma e fatto asciugare il composto, ho tritato finemente ed aggiunto la spalla cotta.

Ho preriscaldato il forno a 180° C.

Ho steso la pasta ed ho foderato la teglia, ne ho bucherellato il fondo ed ho infornato fino a doratura.

Ho sfornato, ho fatto un primo strato con le cipolle, un secondo con l’acetosa, ho versato la panna, ho coperto con la stagnola ed ho infornato abbassando la temperatura a 180° C., per 20 minuti, ho tolto la stagnola ed ho continuato la cottura per altri 15 minuti

la ricetta originale prevede una gratatina di noce moscata sulla panna ma non la ritengo necessaria.

Varianti: si può aggiungere del formaggio a scelta nel composto di acetosa o mettere un tuorlo e parmigiano nel composto di panna, per attenuare il sapore dell’acetosa si possono aggiungere delle patate bollite schiacciate ecc. fate come vi piace.

Torta salata acetosa fetta-002n

Buona domenica, alla prossima ricetta.


Leggende della Carnia: l’Orco Dispettoso e la Minestra di Rape (dedicato a Rosetta).

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Bucaneve dello zio.

Un’altra leggenda della Carnia, presa dal libro di Raffaella Cargnelutti, lo stesso libro dell’altro post .

Mi va di dedicarlo a Rosetta che vive per molti mesi all’anno ad Ampezzo, paese della Carnia nel quale sono ambientate molte delle leggende contenute nel libro, è una persona gioiosa, semplice, senza tanti fronzoli e che va dritta all’essenza delle cose, è proprio la persona giusta, senza contare che ha dei nipotini ai quali raccontarle poi queste leggende, e così la storia si ripete, va avanti con lo sguardo all’indietro che va a posarsi sulle ginocchia di una nonna o di un nonno che, davanti al Fogolar raccontano di maruf, salvans, aganas, mazzarots, e l’omenut di Cjanal.

Lorco dispettoso.

 Nel paese di Ampezzo si faceva un gran parlare di un orco dispettoso che si divertiva a spaventare le donne. Compariva all’improvviso con la sua mole possente, il petto villoso, un grande cappellaccio in testa. Ne combinava di cotte e di crude, poi scappava via veloce come un fulmine, senza lasciar traccia.

 I montanari si erano riuniti più volte nella casa del capo villaggio per decidere il da farsi e alla fine si erano risolti ad organizzare alcune ronde notturne per vigilare il paese. Nonostante ciò, non erano ancora riusciti a scovarlo e tantomeno a catturarlo. Così nel borgo la paura era tanta. E tutti stavano in grande apprensione.

 Tutti, eccetto Gisella. Era una donna di mezza età che, nella vita, ne aveva viste di tutti i colori e all’orco… be’, più di tanto non ci credeva. Affrontava l’esistenza giorno dopo giorno, con semplicità e sicurezza,  ma soprattutto a quelle chiacchiere faceva spallucce e di cambiare le sue abitudini non ci pensava proprio. Figuriamoci se avrebbe rinunciato la sera ad andare qualche ora in file a casa della sua comare Orsolina.

Era quanto ci voleva per concludere la giornata in felice compagnia, assaporando quella minestra di rape, che la sua amica sapeva cucinare a regola d’arte e poi filare insieme e spettegolare in libertà.

 Così una sera d’inverno, nonostante attorno serpeggiasse tra i montanari di Ampezzo la paura per l’orco e ci fosse un freddo polare, reso ancora più insopportabile da un vento gelido e pungente, Gisella si era avvolta ben bene in un pesante scialle di lana ed era uscita con passetti brevi e rapidi dalla sua casa.

 La donna camminava guardinga, quando la luce della luna sparì all’improvviso. Cosa poteva essere successo? Alzò lo sguardo al cielo e… cosa vide? Una figura enorme copriva l’intero firmamento tenendo un piede sul tetto della canonica e l’altro dal’altra parte della via, mentre con le mani reggeva un grande fuso.

 Il volto dell’energumeno aveva un’espressione burlona e guardava proprio Gisella che, pur colta di sorpresa, non diede a vedere il suo sconcerto e tirò dritta per la sua strada.

 La donna lo aveva da poco superato quando sentì alle spalle un forte rumore. S i voltò di scatto e vide che il grande fuso era caduto a terra.

 “Ben ti sta, disse lei pronta. E lui di rimando, con voce gentile: “Gisella, per favore, raccoglilo. Ah… te l’ho fatta!” e scoppiò a ridere.

 La donna, comprendendo al volo che lui voleva burlarsi di lei – visto che era impossibile sollevare quel gran peso – rispose secca: “Ed io non mi muovo da qui se non mi dai tutto il filo che sta sul fuso”. Era una matassa enorme!

 L’orco, dopo aver compreso che Gisella era stata più furba di lui e che lo stava prendendo per i fondelli, se ne scappò via veloce verso la Cleva, lanciando un urlo spaventoso che fece tremare tutte le case del paese.

 “Sono io che l’ho fatta a te, stupido di un orco!” rispose lei soddisfatta. E così dal borgo di Ampezzo l’orco non si fece più vedere.

Ed ora, senza foto, la ricetta della minestra di rape, per rimanere fedele al mio blog che s’intitola: le ricette di ogni giorno con qualche storia intorno. 

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Minestra con le rape acide (jote e broade)

Ingredienti per 4 persone:

  • 300 g. di rape acide affettate (brovada), 1 bicchiere di latte,
  • 1 cucchiaio di burro,
  • 1 pezzetto di lardo (io metterei quello di Sauris, leggermente affumicato),
  • 60 g. di farina di mais (io metterei quella Socchievina),
  • 60 g. di farina di grano,
  • 200 g. di fagioli lessi,
  • sale e pepe.

 Come fare:

gettare le rape acide in una pentola in cui sta bollendo il latte con il doppio dell’acqua, aggiungere un pizzico di sale e un cucchiaio di burro e far cuocere il tutto per una ventina di minuti.

A questo punto gettare nella pentola le due farine, spargendole a manciate, mescolare e continuare la cottura sempre mescolando per 40 minuti.

A questo punto, aggiungere alla zuppa i fagioli cotti e il lardo, tritato e rosolato a parte, amalgamare e servire caldo.

Note: questa zuppa in genere prende il nome di jota friulana e va distinta in  mesta laura, se contiene brovada da esserne quasi rassodata,  mesta pesta, se ha una quantità normale di brovada, mesta scot, senza pesto di brovada.

In alcune zone dell’alta Carnia (Forni Avoltri, Collina ecc.), al posto della brovada si usa mettere talvolta i crauti, fatti di cavoli cappucci fermentati.

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Non so se è questa la minestra di rape della “comare” di Gisella ma a me piace pensare di si e poi questa leggenda m’insegna che non bisogna credere nell’orco e non averne paura, si vive meglio…


Pastesùte cu’ la cjâr di purcìt e la leggenda di Amariana e l’Orcolat.

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Pastesùte cu’ la cjâr di purcìt (pasta con ragù di maiale)

Era bella come una rosa di maggio. E, nonostante fosse vestita di poveri stracci, la bellezza di Amariana risplendeva ugualmente.

Viveva in una casupola di sassi col tetto in paglia accanto al Fiume e lì spesso Amariana si recava a lavare i panni. Lavava ed intanto cantava, con una voce melodiosa e cristallina, che un giorno giunse alle orecchie dell’ Orcolat.

L’ Orcolat era un essere truce e dall’aspetto pauroso, che viveva in una forra profonda, dove nessuno osava andare. In paese tutti lo temevano.

 L’energumeno a volte compariva all’improvviso nel villaggio e la sua camminata pesante faceva tremare e rotolare a terra ogni cosa. Un vero flagello!

Quella mattina l’Orcolat si era svegliato prima del solito e mentre si stava stiracchiando nel suo giaciglio di pietra gli era giunta all’orecchio quella musica da usignolo, che saliva lenta e lieve dalle rive del fiume.

L’omone era rimasto un pò interdetto, si era stropicciato gli occhi sporgenti e cisposi, poi aveva deciso di andare a scoprire da che parte venisse quel dolce suono, mai udito prima e che aveva fatto vibrare le corde più profonde del suo cuore.

 All’ Orcolat gli si erano inumiditi gli occhi, tanto quel canto misterioso aveva commosso il suo animo, solitamente rude e feroce.

 Per quanto cercasse di resistere, non potè fare a meno di seguire quella voce di miele che lo portò sino alla riva del fiume.

 Per non farsi scorgere, contrariamente al suo solito, cercò di camminare con passi leggeri e, quando arrivò dove Amariana stava lavando i panni, si acquattò dietro un grande sasso e si mise ad osservare.

 L’Orcolat era estasiato, non aveva mai visto una creatura più dolce e delicata. Divenne tutto rosso in viso, il cuore cominciò a battergli a martello, mentre il suo sguardo non si staccava da quella visione celestiale.

 Alla fine era capitato pure a lui: l’ Orcolat si era perdutamente innamorato della fanciulla sconosciuta. Che fare?, cosa non fare?

Il bestione rimase pensieroso, si grattò il capo, poi cercò di farsi coraggio. Riassettò alla meglio i suoi abiti da selvaggio e raccolse una rosa selvatica da un cespuglio lì accanto, che sembrava non aspettasse altro. Infine si presentò alla bella Amariana timido e mansueto come un fanciullo.

“Ah… misericordia! L’ Orcolat…” urlò la fanciulla in preda al panico, appena lo vide. Raccolse in fretta e furia i suoi panni e si mise a correre, scappando più veloce di un fulmine. Quando arrivò a casa, richiuse con due mandate il portone e tenne il fiato sospeso con la speranza che l’energumeno fosse sparito.

L’ Orcolat rimase immobile, come inebetito, mentre la rosa che teneva in mano d’improvviso sfiorì.

“Povero me e ora che faccio?” Si domandò sconsolato. “Non puoi cambiare la natura delle cose. Il tuo cuore non è fatto per amare una creatura umana. Perciò, rassegnati e dimenticala!”. A parlare era stato il Genio el Fiume, ma l’ Orcolat non gli prestò ascolto, abituato com’era a fare ogni cosa di testa sua.

“No, io non mi rassegno. Quella fanciulla dev’essere mia e basta!” Urlò con rabbia al Fiume e al Cielo e se ne tornò con l’umore più cupo del mondo nella sua caverna a studiare un piano per rapire la giovane di cui si era perdutamente innamorato.

Nel frattempo Amariana aveva raccontato ai suoi genitori quanto le era successo al fiume. E loro avevano compreso che c’era sotto qualcosa di strano nel comportamento dell’ Orcolat.

 “Tutti sanno che l’Orcolat non è amico degli uomini. Questa mansuetudine è sospetta! Chissà cosa va cercando quell’energumeno!” osservò la madre di Amariana, che era una donna scaltra e dall’intuito perspicace.

 “Bambina mia, devi andare a chiedere consiglio alla Regina dei Ghiacci. Noi non possiamo aiutarti. Credi a me: non c’è altra scelta!” concluse la donna con espressione assai preoccupata.

Fu così che il mattino seguente, alle prime luci dell’alba, Amariana s’incamminò con passo rapido verso la cima del monte che sovrastava il paese.

Cammina, cammina, ormai il sole era alto nel cielo, ma sula croda dove la giovane si fermò il tepore dei raggi non arrivava mai. E il paesaggio attorno era trasparente, luminoso, nel suo paesaggio di ghiaccio.

 Seppure un pò infreddolita, Amariana si mise fiduciosa ad aspettare, finchè comparve prima una luce intensa, abbagliante, poi una nuvola di neve e alla fine si fece avanti lei: la Regina dei Ghiacci!

“Conosco la pena che pesa che pesa sul tuo cuore, mia cara fanciulla. Quel bestione dell’Orcolat si è innamorato di te e non c’è verso di fargli cambiare idea.

Questa è una sciagura, una vera sciagura, mia dolce Amariana” sentenziò la Regina con la sua voce di neve, raggelando ulteriormente l’animo della povera ragazza.

 “Oh… mia Regina, ti prego, liberami da questo triste destino. Preferisco morire piuttosto che essere la sposa dell’Orcolat” disse la ragazza con un fil di voce, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

 La Regina rimase silenziosa, poi chiese ad Amariana di avvicinarsi e le sussurrò all’orecchio il suo rimedio.

 “Mi spiace, dolce Amariana, non c’è altra via da seguire” concluse infine rammaricata scomparendo all’ improvviso. Tutt’intorno si fece più freddo ed inospitale che mai. E sul bel volto della fanciulla si spense ogni sorriso.

 Passarono ancora alcuni istanti, dopo di che Amariana cacciò via le lacrime e, con la morte nel cuore, urlò verso le cime: “Regina dei Ghiacci, accetto il mio triste destino. Fai quello che devi. Così sia!” . L’eco di quelle parole risuonò cupa nella valle.

D’improvviso si sollevò un vento di tempesta, che ululò selvaggio tra le gole delle vette. Il viso di Amariana si fece all’istante di pietra, le sue spalle si trasformarono in cime aguzze, i suoi abiti si colorarono col verde dei boschi ed i suoi capelli si sciolsero in torrenti impetuosi.

La bella Amariana aveva accettato l’incantesimo. Pur di non sposare l’Orcolat, si era trasformata nella montagna che da allora porta il suo nome.

amariana

Monte Amariana

 Ma la Regina dei Ghiacci pensò bene di punire anche l’Orcolat, lo richiuse per l’eternità nel vicino monte San Simeone, da dove a volte cerca di fuggire, per raggiungere la sua bella Amariana, e quando si muove sono dolori… La terra 

trema e gli uomini dicono: “Ah… ci risiamo, si è svegliato l’Orcolat!” .

Monte San Simeone

Monte San Simeone e Pioverno dove abita lo Zio che menziono spesso.

Ancora oggi se le nuvole coprono la bella cima dell’Amariana un antico proverbio suggerisce: Quando l’Amariana ha il cappello lascia la falce e prendi il rastrello. E cioè è buona regola interrompere di falciare l’erba e in fretta iniziare a raccoglierla, perché la pioggia è vicina!

Da: Fiabe e leggende della Carnia  di Raffaella Cargnelutti pagine 19/20/21/22.

Un tempo le favole distraevano grandi e piccini dall’appetito, dal freddo dei rigidi inverni, a volte venivano inventate per esorcizzare le paure causate da terremoti, alluvioni ecc.

Le favole e le leggende davano un senso all’ineluttabile ed intanto, mentre qualcuno raccontava le sue storie la cena si cuoceva lentamente sullo spolert, sparghert o sulla stufa, come questo ragù, profumato con cannella,  chiodi di garofano e pepe.

Alla fine, fuori da fuoco va aggiunto l’uovo che rende questo un piatto unico.

Ho riprodotto fedelmente la ricetta originale cedendo al burro che, in questa epoca fatta di case riscaldate e cibo in abbondanz a (non per tutti), viene sostituito dall’olio extravergine di oliva.

Ho scelto come pasta le mezze penne rigate n° 60 della Garofalo che mi ricordano il primo formato che mangiavo da bambina, di allora ricordo rigatoni, spaghetti e pennette, tutti gli altri formati sono arrivati con gli anni.

Ho modernizzato questa ricetta presentando la pasta in un cestino di formaggio Montasio stagionato oltre i 10 mesi, il formaggio, ingrediente principe nelle cucine Friulane e della Carnia.

Ingredienti per 4 persone:

  • 350 g. di pasta (mez z e penne rigate 60 Garofalo), 250 g. di polpa mista di maiale,
  • 30 g. di burro, 2 uova,
  • 2 cucchiai di formaggio grattugiato (Montasio), 1/2 bicchiere di vino bianco,
  • 1/2 cipolla,
  • 1 maz z etto di erbe aromatiche (maggiorana, rosmarino,timo, salvia, alloro),
  • chiodo di garofano in polvere, cannella in polvere,
  • pepe, sale.

Come fare:

tritare finemente la carne e rosolarla nel burro fuso in un tegame di coccio. Rimestare con cura poi, abbassare la fiamma, aggiungere il sale, pepe, chiodo di garofano e cannella, bagnare con il vino e proseguire la cottura.

Far evaporare parte del liquido di fondo a calore moderato quindi aggiungere la cipolla tritata finemente e il maz z etto di erbe aromatiche, coprire e far cuocere, piano e a lungo.

Lessare la pasta, scolarla e buttarla nel tegame assieme al ragù, fuori dal fuoco mescolare ed aggiungere un pò alla volta, le uova sbattute con un pizzico di sale.

Impiattare ed aggiungere il formaggio grattugiato.

Ingredienti per il cestino:

  • formaggio Montasio stagionato grattugiato.

Come fare:

riscaldare una padella di ghisa, toglierla dal fuoco e spargere uno strato di formaggio a coprirne il fondo.

Rimettere sulla fiamma e, a fuoco dolce, far compattare e dorare la cialda, sollevarla con una spatola e modellarla su una ciotola rovesciata, aspettare qualche minuto, sformarla e servire la pasta all’interno.

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Prekmurska Gibanica STG (Specialità Tradizionale Garantita), cucina senza frontiere, prima prova.

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Sarebbe buona regola documentasi prima di approciarsi ad una ricetta che appartiene ad un altro Paese e che ha una sua storia, ma era troppa la voglia di preparare la Gibanica, erano anni che attendevo la ricetta giusta, quella che mi avrebbe riportato alla memoria, mia e del mio palato, il gusto di quel dolce che era diventato il mio lasciapassare per la Slovenia, eppoi, diciamolo, anche in cucina *vale più la pratica che la grammatica* e qui di pratica ne dovrò fare ancora molta, per buona pace dei palati mio e di ello…

Non mancavo mai di fermarmi, appena dopo il confine, nella Gostilna, e prenderne un pezzo, ricordo enormi teglie, sia di strudel che di gibanica, un anno me ne feci preparare una di strudel per il mio compleanno.

Gli Sloveni sono imbattibili, sia per i dolci che per le minestre, amo la loro cucina, amo meno quando vogliono “italianizzarsi” per accontentare il turista…

Assieme alle Fritole Istriane, la gibanica (pronuncia Ghibanizza) è stata la prima parola che ho digitato su Google nel 2008, per le fritole mi ritenni pienamente soddisfatta da subito, per la gibanica ho dovuto attendere.

gibanica teglia-001

Faccio copia-incolla dal sito, tra parentesi le mie varianti.

Ingredienti per una teglia rettangolare da 45 x 35: Impasto per il fondo dello stampo:

  • 300 g di farina,
  • 1,5 dl di latte,
  • 1 tuorlo,
  • 2-3 cucchiai di burro fuso,
  • un pizzico di sale.

Impasto per la pasta degli strati intermedi e finale:

  • 500 g di farina (350 00, 150 integrale, avevo finito la farina),
  • 1 uovo,
  • acqua tiepida,
  • 2/3 cucchiai di burro fuso,
  • il succo di un limone,
  • un pizzico di sale.

Primo ripieno (questo preparato ai semi di papavero è perfetto per preparare altri dolci tipo lo strudel ai semi di papavero):

  • 150 g di semi di papavero tritati,
  • 50 g di zucchero o 80 di miele (ho messo miele di acacia),
  • una bustina di zucchero vanillinato (omesso, ho aggiunto una puntina di vaniglia bourbon in polvere),
  • 1dl di latte,
  • 3 cucchiai di burro fuso.

Secondo strato:

  • 500 g di ricotta fresca (ho adoperato la Skuta che è una ricotta più acida e più consistente della nostra, per chi non trovasse una ricotta simile consiglio un tipo asciutto con l’aggiunta di panna acida),
  • 1dl di panna liquida (se adoperate la ricotta sostituitela con la panna acida),
  • 100 g di zucchero,
  • 2 tuorli,
  • una manciata di uvetta.

Terzo strato:

  • 250 g di noci tritate fini,
  • 50 g di zucchero o 80 di miele (ho adoperato miele di acacia),
  • una bustina di zucchero vanillinato (omesso, ho aggiunto una puntina di vaniglia bourbon in polvere),
  • un cucchiaino di cannella,
  • un dl di latte.

Quarto strato:

  • 500 g di mele (renette),
  • 30 g di zucchero,
  • la scorza grattuggiata di un limone,
  • un cucchiaino di cannella,
  • mezza tazza di burro fuso per ungere le sfoglie.

Preparazione:impastate tutti gli ingredienti del primo impasto, lasciarlo riposare per un’ora, dopodichè tirarlo bene col mattarello e foderate il fondo di uno stampo imburrato con questa base.

Amalgamate bene gli ingredienti del secondo impasto e farne un panetto di consistenza abbastanza soda, dividerlo in 5 parti e lasciar riposare un’ora, nel frattempo preparare i ripieni.

collage ripieni gibanica-001

(il ripieno e lo strato di mele non l’ho fotografato)

Primo strato:

versate sui semi di papavero abbastanza latte bollente da ottenere una massa di consistenza cremosa, lo zucchero e lo zucchero vanillinato, mescolare bene e lasciar riposare, quando si sarà intiepidito, aggiungere i tre cucchiai di burro fuso.

Secondo strato:

mescolare le noci, lo zucchero, la cannella e lo zucchero vanillinato finchè il composto non risulterà abbastanza morbido da poter essere spalmato.

Terzo strato:

pelare e grattuggiare le mele, aggiungere gli altri ingredienti e mescolare bene.

Quarto strato:

con una frusta ammorbidire bene la ricotta, aggiungere i tuorli, la panna, lo zucchero ed infine l’uvetta.

collage strati gibanica-001

A questo punto tirare col mattarello i 5 panetti fino a farli diventare piuttosto sottili e larghi abbastanza per coprire lo stampo.

Sul primo strato (che abbiamo già sistemato sulla base della teglia) spalmare il composto di semi di papavero, coprirlo con una sfoglia e spennellarla di burro fuso.

Versare sopra questo strato il ripieno di ricotta e livellarlo, continuare alternando una sfoglia spennellata di burro, l’impasto di noci, di nuovo una sfoglia, il ripieno di mele e concludere con due sfoglie ben spennellate di burro.

Infornare a 180°C. per un’ora abbondante, tagliare il dolce a quadroni, spolverarlo di zucchero e servire tiepido.

Gibanica libro aperto cannella-001

La sequenza degli ingredienti non rispetta poi la sequenza di esecuzione, questa versione  va perfezionata, sia per le dosi della pasta che sono sproporzionate rispetto alle quantità di ripieno.

La pasta, che oggi è spesso sostituita dalla pasta fillo per velocizzare una preparazione che, se fatta con tutti i crismi, richiede un’intera giornata di lavoro (me l’ha detto una signora conosciuta ieri al corso di cucina (non vedo l’ora di raccontarvelo) è quella originale e da il meglio di se se tirata sottilissima, cosa che io non sono riuscita a fare.

Navigando un pò, alla ricerca di informazioni storiche, ho trovato anche una variante con albicocche secche e lamponi in conserva, no, quella non passerebbe l’”esame” perchè,  la Premurska gibanica STG, per poter essere definita così, deve rispettare queste regole:

*può avere forma tonda o rettangolare.

Il ripieno, che non deve fuoriuscire, deve essere chiaramente separato dagli altri.

Una fetta, dunque, deve mostrare distintamente *otto strati d’identico spessore e deve avere una struttura tenera, soavemente liscia e morbida*.

PrekmurskaGibanica1

Foto dal web (8 strati).

Sempre la signora conosciuta al corso mi ha detto che anche 4 strati vanno bene, io ne ho fatti 4 ma, sempre per le dosi che ho seguito, gli strati non sono regolari e, alla vista risulta asciutta ma, per fortuna non al palato.

Modifiche future:

  1. mantenere le dosi di pasta ma aumentare quelle del ripieno, soprattutto delle mele che servono anche a dare la giusta umidità al dolce;
  2. tirare di più la pasta per renderla il più sottile possibile;
  3. frullare la skuta (quella che adopero io e che è molto granulosa) per renderla più cremosa e, quindi, più facile da spalmare (se notate il mio strato di skuta (ricotta) risulta molto irregolare;
  4. lasciare i ripieni più liquidi in maniera che in cottura non si asciughino troppo;
  5. tentare gli 8 strati, proverò ad adoperare una pirofila in pirex per vedere la preparazione in corso d’opera;

*(fonte testo: Prekmurska Gibanica)-

Riporto il testo dal sito per facilitare la lettura di chi fosse interessato a fare questo straordinario dolce:

La Prekmurska Gibanica STG è un dolce composto da una base di pasta frolla con ripieno a strati di semi di papavero, formaggio bianco, noci e mele, disposti secondo un ordine preciso e separati da pasta filo.

Questo ripieno va poi ripetuto una seconda volta.

L’ultimo strato di pasta filo viene ricoperto da panna acida o dolce con l’aggiunta finale di un tuorlo d’uovo o di un rivestimento di grasso.

Metodo di lavorazione:

La base di pasta frolla deve essere preparata fresca amalgamando gli ingredienti specifici fino ad ottenere una pasta liscia alla quale si darà forma rettangolare o tonda che non superi i 5 mm di altezza.

La pasta filo, scarsa di grassi, una volta pronta, va suddivisa in 10 o 11 parti, che andranno poi utilizzati per separare i vari ripieni.

Il nappage di uova e panna acida o dolce utilizzato sarà maggiore per i ripieni di semi di papavero e di noci, inferiore per il ripieno di ricotta e minore o nullo per il ripieno di mele.

Vanno utilizzate quantità uguali se il nappage da versare su ciascuno strato è a base di grasso vegetale o burro.

Terminati i suddetti processi di elaborazione, la Prekmurska Gibanica STG, fresca o congelata e precedentemente bucherellata da cima a fondo, viene infornata inizialmente a 200°C per un’ora ed in seguito, per un’altra ora, ad una temperatura che oscilla tra i 170 e i 180°C.

Se precedentemente si è rivestita solo di nappage di grasso deve essere spruzzata con panna acida.

Una volta cotta, può essere lasciata raffreddare a temperatura ambiente per qualche ora e solo dopo potrà essere tagliata a fette che verranno spolverizzate con zucchero a velo.

Aspetto e Sapore

La Prekmurska Gibanica STG può avere forma tonda o rettangolare. Il ripieno, che non deve fuoriuscire, deve essere chiaramente separato dagli altri.

Una fetta, dunque, deve mostrare distintamente otto strati d’identico spessore e deve avere una struttura tenera, soavemente liscia e morbida.

Il suo aroma riflette il tipico gusto e fragranza dei semi di papavero freschi, della ricotta, delle noci e delle mele lievemente acidule.

La Prekmurska Gibanica STG si presenta perciò molto succulenta, ma non troppo grassa e dolce al punto giusto.

Zona di Produzione

Il territorio della tradizione della Prekmurska Gibanica STG ha origine nella regione del Prekmurje. La fama del prodotto si è via via estesa su tutto il territorio sloveno.

Storia

Tra le numerose fonti scritte che attestano l’origine della Prekmurska Gibanica STG nella regione del Prekmurje, la più antica risale al 1828 ad opera di Jozef Koziè, nella quale troviamo l’elenco dei prodotti più utilizzati cento anni prima proprio nei villaggi di questa regione e, tra questi, la gibanica spiccava come dolce immancabile nei matrimoni.

Ma fu solo in due opere culinarie, una a cura del Prof. Vilko Novak del 1947 e una del 1964 di Andreja Grum ed Ivan Vozelj che se ne descrisse in maniera dettagliata la ricetta.

Troviamo citazioni sulla gibanica anche in Povest o dobrih ljudeh Storia di brava gente del più importante scrittore del Prekmurje e in numerosi scritti degli ultimi quindici anni.

Gastronomia

Come ogni dolce a base d’uova ed ingredienti facilmente degradabili, la Prekmurska Gibanica STG si conserva in frigo.

Si consuma fresca come dessert, già dopo qualche ora dalla cottura.

Il Riesling renano di vendemmia tardiva, un vino bianco fruttato dal sapore secco e gradevolmente fresco, talvolta vivace o frizzante, accompagna bene questo tipo di dolce.

Commercializzazione

Il prodotto è immesso in commercio nella tipologia Prekmurska Gibanica STG, accompagnato dalla menzione Proizvedeno na tradicionalen slovenski nacin (prodotto in base al metodo tradizionale sloveno) tradotta nella lingua del paese nel quale il prodotto viene preparato e commercializzato.

È commercializzato intero o a fette triangolari o rettangolari di spessore compreso tra i 5 e i 7 cm e con peso non superiore ai 250 gr.

Per quanto riguarda la produzione industriale, lo spessore rimane invariato ma il peso non deve superare i 200 gr.

Nota distintiva

La Prekmurska Gibanica STG ha un sapore e una consistenza del tutto caratteristiche che le vengono conferite dalla combinazione fra la pasta frolla e la pasta filo, insieme ai quattro ripieni dosati in maniera scrupolosa e disposti in base ad un ordine ben preciso ripetuto due volte.

gibanica1-002

L’ho spolverizzata con zucchero a velo e cannella.

La Prekmurska gibanica è stata scelta per rappresentare la Slovenia al Café Europa, iniziativa della presidenza austriaca dell’Unione europea  sulla Giornata dell’Europa 2006.

Nel marzo 2010, la Prekmurska gibanica ha ricevuto dall’ Unione europea la denominazione STG (Specialità Tradizionali Garantite).

(Fonte Wikipedia).


Pinza Friulana dell’Epifania, della Nonna di Pietro: l’amore per la tradizione non è soltanto una moda…

Pinza Epifania fetta-002

Voi  sapete che, nonostante mi descriva come una specie di orso asociale e grezzo, io amo parlare con le persone, specialmente se condividono uno spazio o qualcosa con me o se percepisco un qualcosa che mi spinge verso di loro, ed è così che il signor Pietro ed io siamo diventati amici.

Mi piaceva, quando aveva terminato il suo lavoro, invitarlo a bere un caffè o un the, lo sapevo solo e mi faceva piacere parlare con lui, di sua figlia che amava andare a cavallo e lo faceva un pò tribolare con la scuola e del ballo liscio, la sua passione.

Così, forse per sdebitarsi, un giorno mi portò  questo dolce da assaggiare col the, me ne innamorai e, ovviamente, gli chiesi la ricetta.

Per un pò resistette: è una ricetta di mia nonna, ne era gelosa, rispondeva ogni qualvolta  gliela chiedevo… ma poi cedette, la mia sincera passione lo convinse.

Ora il signor Pietro è molto ammalato, ricordo che l’ultima volta che venne a lavorare non si reggeva in piedi, lo rimandai a casa e le scale, finchè non trovammo chi lo sostituisse, le pulii io.

Ultimamente, più che una moda, il desiderio di conservare le tradizioni, credo sia diventata una necessità, sia per non staccarsi da un passato che, in fondo in fondo, non era poi male, sia per prendere le distanze da un futuro che non promette bene e ci rende così preoccupati e arrabbiati che non siamo più capaci di cogliere ed apprezzare le piccole cose.

Come ho già scritto, questo tipo di ricette, nasce dalla necessità di mettere assieme poche cose e, mi ripeto, la frutta secca, un tempo era alla portata di tutti mentre oggi, una torta di noci, anche fatta in casa, viene a costare un occhio dalla testa.

Basta leggere gli ingredienti di questi dolci poveri, sempre gli stessi, noci, fichi secchi, uvetta, qui ci sono anche i pinoli ma il signor Pietro mi disse: la nonna li metteva raramente, quando poteva permetterseli.

Mi scuso per le fotografie, non sono recenti, fotografavo ancora con il telefonino, sono foto sfocate, con esposizioni errate, per fortuna che ora ne capisco un pò di più del 2008 e ho cercato di sistemarle meglio che potevo (purtroppo non ho photoshop).

Era il tempo che fotografavo gli ingredienti, avevo ancora così tanto entusiasmo…

Ingredienti pinza epifania Pietro1-001

Ingredienti per una teglia rettangolare da 45 x 35:

  • 300 g. di farina gialla di mais (anche istantanea),
  • 700 g. di farina 00,
  • 1 litro di latte,
  • 2 uova,
  • 100 g. di zucchero,
  • 150 g. di lievito di birra fresco (o 2 fustine liofilizzato + 1 lievito in polvere,
  • 400 g fichi secchi tagliati a pezzetti,
  • 250 g. di uvetta,
  • 1 bustina di pinoli tostati,
  • 200 g. di noci tritate grossolanamente,
  • 2 cucchiai di strutto (o burro),
  • buccia di limone gratuggiata,
  • sale.
collage pinza epifania-002

Come fare:

portare il latte a bollore con il sale, tagliare i fichi a pezzetti, tostare i pinoli, tritare le noci grossolanamente e sciogliere a bagno maria lo strutto o il burro.

Lavare l’uvetta e farla gonfiare nell’acqua calda,  scolarla e metterla nel rum o grappa, versare il latte sopra la farina di mais e lasciare  che lo assorba.

Sbattere leggermente le uova e aggiungerle all’impasto assieme allo strutto o burro, unire anche la frutta, compresa l’uvetta scolata, lo zucchero e la buccia di limone.

Sciogliere il lievito in un po’ d’acqua tiepida, versarlo nell’impasto ed unire, un po’ alla volta, la farina ( io la setaccio).

Versare nella teglia foderata con la carta da forno (o imburrata) ed infornare nel forno preriscaldato a 180° C. x 40 minuti.

Controllare che la preparazione non asciughi troppo, sfornare la pinza e, quando è intiepidita voltarla sottosopra affinchè l’umidità non rimanga nel fondo.

Cospargere di zucchero a velo decorando a piacere,  la potete anche porzionare e mettere in congelatore per le emergenze della colazione e merende.

Pinza Epifania pronta-001

Per oggi è tutto, grazie signor Piero e grazie a voi di avermi letta fin qui…

Il Signor Pietro è venuto a mancare in ottobre…


Calgionetti Fritti, Bolliti, Al Forno: prove tecniche di Calgionetto perchè… Un Calgionetto è per sempre…

Cagionetti fritti piatton-001
Non paga di emozionarmi al cospetto delle tradizioni del mio Friuli Venezia Giulia, ho anche il coraggio di intromettermi nelle tradizioni altrui… Chiedo venia se, ignorando tempi e modi, oso giocare con le vostre ricette, se mi permetto di aggiungere, togliere, modificare.

É lo stesso che accade quando rotoliamo un tartufino di cioccolato in qualche ingrediente, mentre rotola si ricopre di cocco, cacao, zucchero ecc.

Questa ricetta, che mi ha inviato l’amica Anna (quella dei bisottini al mosto cotto), la facevano sua nonna e le sue zie (ultranovantenni) che vivono nella Sabina.

É originaria dell’ Abruzzo ed io, proprio come un tartufino l’ho fatta rotolare un pò qua e un pò là ed è arrivata sul piatto arricchita di variegati sapori, c’è un pò di sud, un pò di nord, c’è un pò di impero austro ungarico,  è avvolta di ingredienti preziosi:  l’amicizia, di Anna, di Maria.

Ferri per ferratelle-001

Ho voluto inaugurarli assieme, il primo giorno dell’anno e… Se vale il proverbio «quello che fai il primo dell’anno lo fai tutto l’anno» io ho già messo una bella ipoteca sul futuro: cagionetti e ferratelle fino a dicembre e, come ho scritto l’anno scorso: io speriamo che me la cavo.

collage Cagionetti bolliti-001

Avevo preparato il ripieno, che si conserva perfettamente in congelatore, tempo fa, la ricetta risale invece a molti mesi prima ma, per questo tipo di ricette sono il tempo e la pazienza gli ingredienti indispensabili e quindi, ho dovuto attendere di avere a disposizione tutti e 2.

La pasta l’ho preparata il giorno prima ed è proprio la pasta, che per altro non conoscevo ad essere una piacevole scoperta, forse è l’ averla fatta riposare ma l’ho trovata particolarmente malleabile, elastica, Anna mi aveva detto essere una pasta soggetta a rompersi, a me non è successo.

Ho voluto provare a fere le 3 versioni, fritti perchè la ricetta nasce così, al forno perchè Anna, per la famiglia, vorrebbe evitare le fritture ed infine bolliti perchè mi piacciono molto gli Strucchi bolliti.

Ho adoperato, per tutte 3 le versioni la pasta con uguale spessore, sottile (penultima tacca della nonna papera).

Ho fatto metà dose e non l’ho adoperata tutta quindi, se volete mangiare qualcosa di sublime (alla Bigazzi), prendetevi, magari a carnevale, un intero pomeriggio, coinvolgete parenti e amici e datevi alla sfrenata produzione di calgionetti (Anna li chiama così).

La ricetta, come quella per i biscottini al mosto cotto di giorni fa è copia-incollata dalla mail di Anna, con lo stesso stile gajardo che perdurerà anche per tutto il 2013, contempla la versione originale, cioè calgionetti fritti.

collage pasta cagionetti-001

Ingredienti per la pasta:

  • gr. 250 olio evo finissimo,
  • gr. 250 vino bianco secco,
  • farina bianca quanta ne occorre per un impasto sodo.

Ripieno cagionetti-001

Ingredienti per il ripieno:

  • un litro di mosto cotto,
  • gr. 300 mandorle,
  • gr. 100 zucchero semolato,
  • gr.100 cedro candito,
  • gr. 100 gherigli di noce,
  • cannella in polvere,
  • castagne (o ceci)  lessate.

Ingredienti vari:  

  • olio d’oliva x friggere (olio semi di arachide),
  • zucchero semolato o vanigliato,
  • cannella in polvere.

collage cagionetti forme-001

Come fare:

scottare in acqua bollente le mandorle e le noci, pelarle e farle tostare nel forno, poi tritarle finemente.

Versare in una casseruola il mosto cotto e porla sul fuoco: quando il liquido sarà ben caldo aggiungere le mandorle, le noci e un pizzico di cannella.

Mescolare bene, poi unire tante castagne lessate e schiacciate (o ceci), quante ne occorrono per ottenere una crema densa; levarla allora
dal fuoco, unire lo zucchero ed il cedro tagliuzzato.

Mescolare accuratamente e porre il recipiente in frigorifero x qlche ora, affinchè il composto indurisca bene.

Versare in una capace ciotola l’olio e il vino aggiungere la farina bianca tanta quanta ne occorre per ottenere un impasto sodo.

Mettere il composto sulla spianatoia e lavorare a lungo la pasta senza più aggiungere farina (io ho adoperato il robot da cucina) stendere quindi con il matterello un sfoglia sottile (ho adoperato la nonna papera manuale).

Sistemare sulla sfoglia tanti mucchietti di ripieno e fare i calgionetti, cioè a forma di tortelli rettangolari (qui io ho giocato con le forme e con i ferri da ferratelle).

Cagionetto bollito piatto-001

Calgionetto bollito condito con burro chiarificato, semi di papavero, zucchero a velo e cannella.

Friggerli in buon olio d’oliva (di arachide) nn troppo bollente senza farli colorire. Scolarli ed adagiarli su carta assorbente. Quando saranno tutti pronti collocarli su di 1 piatto di portata e cospargerli di zucchero e canellla in polvere.

Si servono sia caldi, tiepidi o freddi.

collage cagionetto al forno-001

Versione al forno: 180°C. per 20/25 minuti, spolverizzato zucchero a velo e cannella..

Variante: si preparano anche con ripieno di cioccolato usando gr 200 di cioccolato sciolto in acqua – gr. 150 di mandorle tostate e tritate finemente, scorza d’arancia a pezzetti , marmellata di uva, mossto cotto e cannella in polvere.

Far gelare il ripieno prima di usarlo, proseguendo cm indicato nella ricetta.

(Che ne dici? Laboriosa ma …. mmmhhh!!! Pregusto mentalmente …) Anna sono FAVOLOSI!!

A Viterbo si fa il Pan del Vescovo e questa già te la inviai x ora vado che è tardi.

Tornero con il Pan Giallo …

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Non so se è esatto chiamarli calgionetti ma Anna scrive così e io posso modificare qualcosina ma non stravolgere il nome.

Vi saluto, tra poco partiamo per qualche giorno, l’Austria ci attende, Perla avrà un’adorabile Cat-Sitter che la accudirà amorevolmente, a presto.

Piscina Bad Bleiberg-001


Biscottini al mosto cotto, senza uova, senza lattosio, senza glutine ma con tanto tanto sapore… Un pensiero per Maria ♥

biscottini al mosto cotto cotticorn-001

Non so se è merito dei Maya che, con le loro profezie hanno comunque mosso qualcosa in ognuno di noi, non so se è perchè dai e dai le cose cambiano, non so se, finalmente, mi sono incamminata sulla strada giusta… Fatto sta che ho trascorso uno splendido Natale, direi sereno, si, sereno è la parola giusta.

La venuta della suocera&Co. non mi ha agitata, sono riuscita ad organizzare tutto per benino e nei tempi giusti, voi direte: cosa sarà mai organizzare un pranzo di Natale per 5.. Beh, per me, che non ho mai ospiti a casa, è un bel impegno, quando manca la pratica non basta la grammatica no?

Come già sapete il mio menù di Natale non è stupefacente ma è il solito: lasagne portate dalla suocera, zampone, lenticchie a volontà, brovada.

Quest’anno l’ho arricchito con 2 stinchi di maiale al forno, Lambrusco, coca cola per il cognato (ORRORE!!!) comperata da ello che, dopo aver notato il mio disappunto ha detto saggiamente: bisogna adeguarsi agli ospiti, panettone ai marron glacè gentilmente offerti da Loison, spumante per il brindisi, caffè, ammazzacaffè per lo zio: una grappa che gli ha fatto strabuzzare gli occhi per quanto era forte…

Tutto qui, qualche chiacchera, una breve comparsa di Perla che è venuta a salutare “la nonna” e dopo aver sberlato per qualche minuto è tornata a dormire e poi, tutti a casa, ello ad accompagnare lo zio (che mi ha regalato del buonissimo miele di acacia che ho adoperato per i biscottini) e così, rimasta sola mi sono messa a fare questi biscottini.

Ci tenevo a farli per Natale, un omaggio a Maria, è lei che mi aveva mandato il mosto cotto: adoperalo, mi diceva, ma non voglio finirlo, rispondevo, dai che te ne mando ancora… invece non c’è stato più tempo, purtroppo…

Questa ricettina mi è arrivata via mail da Nannarè, una delle Amiche di forum di un tempo, è una delle tante ricette che mi ha mandato, sono di sua nonna o di “nonnine”, come le chiama lei e per me sono perfette.

Appena la sento le chiedo delucidazioni sulla provenienza di questi “Biscottini al mosto cotto”, se hanno un nome definito o si chiamano soltanto così.

Io ho preferito lasciarli naturali, senza spezie, un pò perchè a ello non piacciono un pò perchè coprirebbero il sapore della frutta secca, rimane comunque il fatto che sono molto versatili e, da questa base, se ne possono elaborare un’infinità, mi sono limitata a modificare il tipo di farina perchè, essendo questi biscotti, già senza lattosio e senza uova, volevo farli anche senza glutine.

Copio incollo la ricetta così come è arrivata, con lo stile gajardo de Anna (si chiama così), le sue abbreviazioni da sms, credo assimilate dalle 2 figlie adolescenti, qualche doppia di troppo, ma è perfetta così, la adoro ♥

Per facilitare la lettura ho evidenziato gli ingredienti, mentre le mie varianti e il mio procedimento sono inseriti tra gli asterischi.

collage biscottini mosto cotto-001

Si lavorano degli ingredienti sullla spianatoia mettendone  ad occhio

circa 300 grammi fra nocciole, noci, pinoli, (xchè no, qualche mandorla) spezzettati grossolanamente
(Se vuoi anche tostati ma nn è necessario)
500 grammi di farina (da nn usare tutta insieme, che so iniziare con 250/300 gr. ed aggiungere quella che occorre man mano) *farina di grano saraceno e tapioca*
1 bicchiere circa di ottimo olio evo o strutto *olio evo (Pugliese)*
un pò di zucchero e miele * solo miele*
mosto cotto (o vino) q.b.
poco + della metà di una bustina di lievito x dolci
( Eventualmente Vanillina o spezie facoltative ed a piacere del proprio gusto) *estratto di vaniglia*
Non ci vanno le uova ma c’è anche chi ne mette *omesse*.
Zucchero a velo x spolverizzare , facoltativo *omesso*.

Mettere, la farina a fontana con tutti gli ingredienti dentro (la mi mama talvolta mette anche un po’ di buon cacao in polvere, ma ciò è una cosa del tutto personale), lavorare raggruppando per bene tutti gli ingredienti fino ad ottenere una “massa” omogenea, formare un filoncino
un “pò piatto” e tagliare a forma di losanga (qsta è la tradizione) oppure stendere e dare la forma ai biscotti che andranno su una teglia con
carta forno.

*Io ho mescolato la frutta secca con 250 g. di farina (proporzione 350 farina di grano saraceno, 150 farina di tapioca), ho aggiunto il bicchiere d’olio, 3 cucchiai abbondanti di miele, ho amalgamato, ho unito il resto della farina e poi ho aggiunto a poco a poco il mosto cotto fino al raggiungimento della “massa” omogenea (come scrive Anna), ho formato il filoncino un “pò piatto” e, come da tradizione, ho formato le losanghe*

Naturalmente infornare con forno già caldo a ca. 180 gradi finchè nn saranno coloriti e cotti (forse 20 min. o poco+)
Si possono servire ed intingere con buon bicchiere di vino bianco, marsala o …

Semplici, ma “fanno famiglia” e Natale magari apprezzati accanto al camino acceso …??! (A Perla falli assaggiare senza inzuppo nel vino mi raccomando …!!! Alle gattine di buona famiglia si bagna soltanto dietro l’orecchio con una goccia di Champagne, la notte di Capodanno, cm fossse Chanel N° 5 – insieme ad un assaggio di Pandoro).
Cuore

biscottini al mosto cotto cotti1nuovo-001

Buongiorno mondo.


Chips di Bucce di Cartufule (Patate) da sgranocchiare durante la Tombola di Natale e ♥ BUONE FESTE ♥

Mamma Scarello con le chips di buccia di patate sovrappos-001
Beh, io la ricordo bene, era una festa, a partire dal veder tirar fuori l’occorrente, scegliere le cartelle preferite, assaltare la dispensa per accappararsi  i fagioli della misura giusta oppure i chicchi di mais, o altro ancora, ogni fonte da atingere era buona per procurarsi le pedine personali.

Era una festa davvero, io vincevo poco perchè ero mooooolto fortunata in amore (i miei gatti mi adoravano ♥) e facevo sempre pressione affinchè mi dessero il sacchetto coi numeri: mescola, mescola, gridavano quelli che si vedevano ancora la cartellina vuota… Ma sto mescolando!!!

Durante la serata in tavola c’era sempre qualcosa da sgranocchiare,  le giocatrici (solitamente eravamo tutte donne/bambine) dovevano tenersi in forze… con tutte le energie che sprecavan.

Solitamente c’erano noci, nocciole, pistacci (arachidi), fichi secchi, datteri, spesso gli avanzi di San Nicolò.

Se avete una bella famiglia o anche solamente una famiglia perchè non provare, quest’anno, a rispolverare questa vecchia usanza?

Tutto CATEGORICAMENTE a TV spenta, PC spento, TELEFONINI spenti, semplicemente voi, la vostra famiglia, i vostri cari, le persone che amate di più e, magari, invitate la/il vicina/o che è solo, che ne dite?

Questo post l’avevo in mente da giorni ed è puramente casuale che riporti tristemente alla proposta di aprire le sale da gioco, io lo trovo VERGOGNOSO e mi modero perchè oggi c’è il sole, respiro l’atmosfera natalizia, mi sento serena e felice e non mi va di pensare al mondo “storto” (come dice Mauro Corona)

A proposito di mondo, è andata anche questa volta, niente fine del mondo, niente apocalisse, abbiamo un’altra possibilità, sfruttiamola al meglio

Ieri, in macchina, alla radio ne ho sentite di tutti i colori, di gente che ha comperato delle Arche, Bunker, Rifugi antiatomici, mah…

Non amo la fantascienza, non mi piace proprio, credo di essere l’unica persona al mondo (assieme a Perla) a non aver visto Guerre Stellari, però mi sono fatta un’idea di come possa essere la fine del mondo, finisce e basta, ce ne andiamo tutti perchè il mondo esplode, si disperde nello spazio, si sparpaglia  fra le stelle…

La fine del mondo non è: muoiono tutti meno 1, o muoiono tutti meno 2, sennò ricominciamo: Adamo ed Eva, e la mela e il serpente che ti invita a mangiarla e tu la mangi e poi sono cavolacci tuoi/nostri e hai peccato e devi essere punito e via di seguito… No, grazie, abbiamo già dat.

Per cui per me oggi inizia un’altra vita e la faccio ricominciare proprio dalla Tombola di Natale, un ricordo di bambina, pefetto per ripartire con l’atmosfera giusta.

chips di buccia di patate1-001

La Signora Ivonne mi ha gentilmente svelato i suoi segreti da Chef per fare gli gnocchi: i segreti riguardano la cottura delle patate che mette, contrariamente a come si fa di solito, nell’acqua bollente e ne controlla con uno stecchino  la consistenza, raccomanda di non bucarle prima (non so se qualcuno lo fa, io no).

L’altro segeto è di cuocerle al forno, si parla di patate medie, di provenienza certa e biologiche perchè le bucce verranno poi adoperate per fare proprio queste chips da sgranocchiare durante la Tombola/serata.

In ristorante (parlo sempre di Agli Amici di Godia) hanno il forno misto-vapore, se avete la fortuna di possederne uno fate cuocere le patate nel forno misto vapore per 15 minuti a 70°C., se avete la vaporiera cuocerle a vapore per 20 minuti e poi 30 minuti a 180°C., controllarne comunque la consistenza.

Tagliare le patate a metà per la lunghezza e togliere la polpa aiutandovi con un cucchiaio,  adoperarla per fare gli gnocchi o qualche altra preparazione.

Le bucce vanno rimesse in forno (ventilato) a 140° C. per 45 minuti, i forni di casa sono differenti, la Signora Ivonne consiglia di controllarne sempre e comunque la croccantezza.

Ecco, tutto qui, è anche un modo, in tempo di crisi, per non buttare nulla.

perla Auguri n-001

Pasticcini al cocco: un pezzetto di eredità…

cocchetti mamma Franco agenda-001
É una parola che, in qualsiasi caso, ti grava di enormi responsabilità, ti ritrovi all’improvviso “proprietaio” di qualcosa che non hai scelto, al quale non hai mai pensato, qualcosa che rimette in discussione le tue convinzioni, che apre di fronte a te un orrizzonte nuovo, da esplorare.

Un eredità non ti abbandonerà mai, sarà sempre accanto a te e tu, dovrai essere capace di trarne il buono ma questo non è facile, basta guardarsi attorno quando si passeggia per le vie delle città, case splendide avvolte dall’edera, lasciate morire così soltanto perchè qualcuno, per beghe e beghette non è stato capace di condividere un’eredità, esempio recente è l’eredità di Lucio Dalla…

Di fronte ad un’eredità spesso manca il rispetto, il rispetto nei confronti di chi ha costruito quell’ eredità nel corso dell’ intera vita, spesso con enormi sacrifici.

Non entro nel merito e non approfondisco l’argomento riguardante le gravose tasse di successione che renderebbero prosaico questo mio, invece, dolcissimo, post…

Ci sarebbe davvero da scrivere volumi interi sulle varie sfaccettature di questa importante parola, ma io oggi voglio parlarvi della mia eredità, della mia meravigliosa, dolce eredità si, dopo il famoso tavolino con specchio che ho avuto in eredità dalla mia adorata Signora Gisella, sabato ho avuto in eredità le ricette dei dolci della Signora Maria, ricordate la mamma di Franco, il mio amico di gare in MTB, ne ho parlato tempo fa perchè è mancata da pochi mesi.

In fondo troverete i link di 2 ricette che sono riuscita a carpirle in vita, per le altre la risposta era sempre la stessa: quando sarò morta potrete guardare la mia agenda…

Beh, Franco mi ha spedito le foto di tutte le pagine di quell’agenda, tutte le ricette che lei scriveva in bella e leggibile calligrafia e per me è stata un’enorme emozione leggerle, perchè leggendo ho ritrovato i sapori, i gesti di quelle mani, ho rivissuto la tanto attesa apertura del forno dal quale uscivano, avvolgendomi, gli indimenticati profumi, se non è EREDITÁ questa…

Per chi non riuscisse a leggere bene la ricetta la riscrivo e, alla fine vi do alcuni consigli per una perfetta esecuzione.

collage cocchini da infornare-003
  • 500 g. di cocco grattugiato o farina di cocco,
  • 300 g. di zucchero,
  • 4 uova,
  • scorza grattugiata di 1 limone e 1 arancia.

Come fare:

mescolare il cocco, lo zucchero, la scorza grattugiata dell’arancia e del limone, i tuorli e per ultimi gli albumi montati a neve ben ferma.

Ricavare dal composto delle palline delle dimensioni di una noce, disporle su uno stampo coperto con la carta da forno e cuocere a 200°C. per 15 minuti.

Suggerimenti: Tiziana, che si fida delle ricette che pubblico e le testa volentieri, ha fatto questi biscotti ieri ma, mi ha detto, le sono venuti un pò asciutti, già dall’impasto aveva visto che non era morbido.

Come ho riscontrato tutte le volte che ho replicato i biscottini di Nigella e le Favette, le uova non sono più le stesse e, anche se sulle confezioni c’è scritto medie/grandi ecc., le dimensioni cambiano anche da uovo a uovo (le galline di Milva hanno indetto uno sciopero ad oltranza, quindi ) quindi consiglio sempre di mettere gli albumi in una ciotolina e di dosarli un pò alla volta fino ad ottenere la consistenza desiderata.

In questo caso è importante che  la farina di cocco sia il più fresca possibile perchè se adoperate la farina di un pacco già aperto è probabile che sia troppo secca e questo comprometterebbe la perfetta riuscita sia di questi biscotti che di qualsiasi altra preparazione, anche perchè a volte la farina vecchia sa di rancido.

Ho assaggiato gli originali, spesso, la Signora Maria, doveva nasconderli perchè  in un battibaleno, io ripulivo il vassoio, questi sono proprio i cocchetti (da bambina li chiamavo così), forse non ho pubblicato nulla di nuovo ma, pe me, questi sono unici perchè sono i: Pasticcini al cocco della Signora Maria.

Grazie Franco, mi hai fatto proprio un bel regalo di Natale e non solo

biscottini al cocco2 stelle-001

Buona settimana mondo, dopo le mie riflessioni domenicali, inizio la settimana con tanta dolcezza, e non è soltanto la dolcezza di questi biscotti ma è la dolcezza che ci regala ogni giorno la vita, quasi quasi mi dispiace che il 21 finisca tutto.

Le 2 ricette della Signora Maria:

Internet point ed il tacchino col tappo

Torta di pane/ttone e mele profumata al macis, cucina povera?


Cartufula ripiena Affumicata, ancora cucina di Carnia… E che Carnia!

cartufula pronta 4-001

In questo periodo che precede il Santo Natale sarebbe più utile pubblicare biscotti, decorazioni, glasse, idee regalo ecc. ma c’è già chi lo fa e lo fa meglio di me, con dovizia di spiegazioni, passi-passi, fotografie ecc. io però, continuo sull’onda della Cucina di Carnia con le altre ricette del corso.

le mie note-001

Lo faccio per non dimenticare, pur avendo preso appunti ed essendo stata attenta, la mia memoria non può fidarsi del tempo che passa, in questo periodo poi, tra addobbi, pulizie di Natale, tanti progetti, tante idee, è meglio scrivere.

Non è stato semplicemente un Corso di cucina, è stato qualcosa di più ed io sono così, quando una cosa mi entusiasma e mi appassiona mi sento come presa in un vortice, mi sento felice come un cagnolino liberato dal guinzaglio e lasciato correre in uno spazio infinito.

Un corso sulla cucina di Carnia, splendido… e l’affumicatura poi, per me che amo tutto il cibo che sa di fumo è come per chi ama i dolci andare ad un corso di Montersino.

Se passate per il Friuli andate a Sauris ed assaggiate in loco il Prosciutto affumicato e se volete raggiungere l’estasi bevete la birra affumicata del Birrificio Zahre.

Mi dispiace che esista ancora questo luogo comune che vuole Triestini e Friulani acerrimi nemici, per quel che mi riguarda io ho un grande rispetto per il Popolo Friulano ma, lo devo dire, ancor di più per il Popolo Carnico, specialmente per le Donne di Carnia e così, mentre, durante il giorno, pensavo a come scrivere questo post, mi sono ricordata di  Maria Plozner Mentil, la portatrice Carnica Donna simbolo.

Se non ne avete mai sentito parlare vi consiglio di andare a leggere un pò della sua storia, per sentirvi ancora più orgogliose di essere Donne.

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Donna con la Gerla (quadro di Tiziana Millo)

 La tempra e la fatica delle Portatrici

Queste donne avevano ereditato dal loro passato la fatica. Abituate da secoli per l’estrema povertà di queste zone, ad indossare la “gerla” di casa  – che mai come in questo caso può rappresentare il simbolo della donna carnica – , ora la mettevano sulle spalle al servizio del Paese in guerra.
Fino ad allora l’avevano a caricata di granturco, fieno, legna, patate e tutto ciò che poteva servire alla casa e alla stalla. In questa situazione invece la gerla era carica di granate, cartucce, viveri e altro materiale.

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Queste cartufule, le Donne di Carnia le avrebbero cotte nella cenere accantoalcamino dove avrebbero acquisito quel buon profumino di fumo, il Maestro invece ci ha insegnato a farlo anche senza stufa, spolert, sparghert ecc.

Nelle cucine dei ristoranti ci sono gli affumicatori, abbattitori e quant’altro però a casa diventa problematico avere tutto questo e un corso di cucina, secondo me, deve insegnare ad ottenere un simile risultato senza dover spendere un patrimonio in attrezzature.

Collage cartufule-001

Oggi la lezione inizia con un metodo di cottura per le patate, che non conoscevo e che permette di mantenere le patate sode, croccanti ma non crude, il metodo perfetto per questo tipo di preparazioni.

Ingredienti:

  • 8 patate medio/piccole,
  • fonduta*,
  • tuorlo,
  • Montasio o Ricotta Affumicata*,
  • 320 g. di pasta di salame all’aceto (balsamico)
  • fondo bruno q.b. per condire.

Come fare:

sbucciare le patate e, con uno scavino, formare un foro, immergerle in acqua bollente e farle bollire 7/8 minuti, spegnere e lasciarle nell’acqua calda fino a raffeddamento.

Quando sono pronte, scolarle a foro in giù per eliminare l’acqua e disporle (vedi collage) su un cestello per il vapore o, se l’avete, un contenitore come quello della foto; importante che si possa sigillare con un coperchio e che rimanga sollevato dal fondo per non soffocare il fumo.

Per poter procedere con una affumicatura casalinga è necessario avere a disposizione una stanza, una terrazza, un posto aperto o da poter arieggiare comodamente.

trucioli e erbe aromatiche per affumicatura-002

In una vecchia padella disporre dei trucioli di nocciolo e faggio (naturali e senza vernici),  rametti di rosmarino, foglie di alloro, timo, bacche di ginepro, mentre la padella e i trucioli prendono calore mescolare con le mani e, quando inizia a far fumo, chiudere la padella e scuoterla più volte tenendo il coperchio sigillato.

Collage padella affumicatura-001

Al corso il Maestro ha adoperato questi aromi ma voi potete farlo con ciò che vi piace o avete a disposizione, anche un misto tra coriandolo, cardamomo, lemon grass ecc. per profumare dei gamberoni o tranci di pesce (è un mio pensiero, chiederò al Maestro se si può fare).

Quando si è sviluppata una buona quantità di fumo, velocemente versare i trucioli nel contenitore, sigillarlo velocemente e lasciar insaporire.

Al corso, per ovvie questioni di tempo, non è stato possibile rispettare i tempi ma a casa decidete voi il punto di fumo che vorrete raggiungere.

Condire le patate per insaporirle con olio e sale e versare all’interno di ogni foro un pò di fonduta, e qui il Maestro ci ha insegnato come fare sia la classica fonduta lucida, che richiede attenzione in cottura affinchè non impazzisca, sia la veloce che prevede l’aggiunta di una besciamella leggera.

Cartufule ripiene di fonduta-002

Fonduta classica lucida: la panna dev’essere la metà della quantità di formaggio che adoperate, la fonduta va preparata a Bagno Maria a 60°C., se non avete un termometro da cucina (che vi consiglio di farvi portare da Babbo Natale perchè è davvero utile anche per le fritture n.d.r.) appoggiare il dito, quando scotta è arrivata a c.ca 60°C., i formaggi vanno grattugiati finemente.

Le dosi adoperate dal Maestro al corso:

  • 200 g. Montasio Stravecchio,
  • 100 g. Montasio fresco,
  • 60 g. di ricotta,
  • 30 g. di caprino,
  • panna fresca la metà del peso dei formaggi.

Fonduta-001

Fonduta lucida

Fonduta veloce con besciamella: al posto della panna adoperare un besciamella, io vi do le proporzioni per 1 litro di besciamella, voi regolatevi secondo necessità: per ogni litro di latte preparare un roux con 50 g. di burro e 50 g. di farina, aggiungere 8 g. di sale.

A volte io, al posto della panna metto un pò di maizena che faccio sciogliere nel latte freddo ed aggiungo alla fine e mi regolo per la densità.

Fare la fonduta è più semplice di quanto sia scriverla, riprenderò questo argomento al prossimo post nel quale  sarà una dei protagonisti principali in un piatto da sogno.

Collage cartufule tuorlo-001

Dopo aver inserito la fonduta in ogni foro versare un pò di tuorlo.

Collage cartufule da infornare-001

Cospargerle con della ricotta affumicata (o Montasio stravecchio), disporle su una teglia con carta forno, una macinatina di pepe ed infornare con funzione grill per qualche minuto fino a doratura.

Il Maestro consiglia, visto che le ricotte affumicate che si trovano in negozio sono tropo fresche, di asciugarle a 30/40°C. per qualche ora.

Ha ribadito l’utilità di avere a casa un piccolo essicatore, tenere acceso il forno per molte ore, visti i tempi, è dispendioso, con l’essicatore si risparmia e si ottengono ottimi risultati, in commercio se ne trovano anche di piccole dimensioni non “invadenti” (altra letterina a Babbo natale).

pasta di salame da accompagnare alla cartufula-002

Le Cartufule vanno servite su un letto  di pasta di salame messa in padella senza aggiunta di condimenti, va sgranata bene con le mani, rosolata e, alla fine si aggiunge l’aceto balsamico e un pò di fondo bruno (in un post a parte la spiegazione assieme ad altre chicche).

cartufula pronta1-001

Per oggi è tutto, la prossima ricetta sarà questa:

Toc in braide1-001

Buongiorno mondo ♥


Frico in bicchiere, un antipasto originale, facile da preparare e perchè no, per stupire gli ospiti.

frico in bicchiere con chips-001

 

Durante il corso di cui al post precedente, l’uomo che sussurrava ai cjarsòns ha condiviso con le sue adorate allieve questo originale maniera per presentare il frico.

Oggi mi sento trendy e lo definisco: Frico Destrutturato, Frico Scomposto, Frico Rivisitato ma sempre Frico è, con il suo bel Montasio stagionato, le sue belle patate, in questo caso non sono accompagnate dalla cipolla ma dal porro.

Le patate in un moto di superbia e voglia di prevaricazione si sono messe in bella mostra trasformandosi in elegantissime chips.

Per agevolarvi e per sentirmi ancora più trandy, aggiungerò anche il Passo passo -Tutorial.

Tutorial, una parola che ho scoperto qui, nel web ed esattamente nel blog di Ely, le commentai il post chiedendole con grande ingenuità cosa fosse il tutorial (e andare da papà google no eh? ), non mi rispose e fino a pochi minuti fa sono rimasta nell’ignoranza più sconcertante.

É una di quelle parole … che suonano alle mie orecchie come ronzio di mosche… come dice Sinuhe l’Egiziano nel famoso romanzo, ce ne sono molte altre e quando posso le salto a piè pari.

Sarà che appartengo alla generazione appena dopo l’ asta e filetto o della Tivù in bianco e nero ma tutti questi termini  non appartengono alla mia cultura e confondono chi, sciagurato e fuori dal tempo come me, capita in un blog di cucina semplicemente per trovare una ricetta, uno spunto, un’idea e non conosce le lingue, i neologismi, che non sa mandare un sms del tipo nn 6 +nnt (per dire non sei più niente), insomma a volte noi foodblogger dovremmo volare un pò più basso ed agevolare i più ignoranti.

Detto questo, persi gli ultimi 3 follower, passo alla ricettina, quelle di una volta, quelle che riempivano il pancino dei nostri nonni/bisnonni: il frico fatto, in quei tempi con le croste dei formaggi avanzati, le immancabili patate e la pancetta (il Maestro ha detto che ci va, si, la pancetta), qui è in versione secondo millennio.

Preparazione frico in bicchiere-002

Mini Brigata al lavoro.

Montasio stravecchio-002

Il taglio del Montasio.

frico in bicchiere preparazione-001

5 cubetti di Montasio in ogni  bicchiere.

crema di patate e porro per frico in bicchiere-002

Crema di patate e porro, ricetta a vostra discrezione, obbligatorio che sia abbastanza liquida e bollente.

frico crema di patate porro imbuto1-002

Imbuto dosatore per porzionare la crema di porro, possiamo adoperare un imbuto normale con la dose predefinita in un mestolo).

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Frico in bicchiere da completare con chips.

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Chips per Frico.

Se non avete tempo le chips potete comperarle, ce ne sono di buone, cotte anche al forno se non vi va il fritto, pure con la buccia ma se volete farle il Maestro insegna così:

le patate vano pulite e lavate bene, tagliate con una mandolina e messe in acqua fredda, lasciarle sotto un filo d’acqua corrente ancora meglio, il segreto sta anche nell’ eliminare il più possibile l’amido.

Dopo averle scolate le fette di patata vanno asciugate ed immerse, pochissime alla volta affinchè la temperatura (150/160°C.) non si abbassi, in olio di arachidi profondo; il Maestro dice di NON adoperare l’olio extravergine di oliva e nemmeno l’olio di oliva (che non esiste), cuocere pochi secondi da una parte e pochi secondi dall’altra, scolare e far asciugare su carta assorbente.

La “lezione” per oggi è terminata, la prossima ricetta sarà questa, sempre di antipasto si parla e di un altro metodo di cottura per le patate:

cartufula pronta 4-001Buona domenica mondo ♥


Semplicemente Frico, un po’ di Friuli per la “Svizzera nel piatto”…

Semplicemente Frico, un po’ di Friuli per la “Svizzera nel piatto”…

“Creare una o due ricette inedite, ispirate alla tradizione gastronomica italiana ma reinterpretate con i nostri formaggi”…

Questa una delle regole per partecipare al contest ideato da www.formaggisvizzeri.it ed è per questo che nulla è casuale in questo post.

A monte la scelta del formaggio che avevo assaggiato,  innamorandomene, tanti anni fa, la scelta della ricetta con la quale sposarlo, la semplicità delle foto e delle ambientazioni, il cuore, comune denominatore dei contest ai quali partecipo.

La semplicità, mi hanno insegnato che, quando si hanno a disposizione prodotti eccellenti di qualità, non c’è bisogno di fare grandi cose e dal momento che ho appena finito di “leccarmi i baffi” vi assicuro che, pur non avendone mangiati molti di “frichi”, questo lo rifarò, farò in modo di far avanzare un po’ di Sbrinz per replicarlo.

 Sbrinz: il formaggio più antico d’Europa è particolarmente ricco di tutti gli elementi nutritivi, ma anche e soprattutto digeribili, quindi consigliabile nell’alimentazione di ogni età.

Frico: tipico piatto friulano della provincia di Udine, è di antichissima origine.

Le più antiche ricette di Frico risalgono al 1450 circa, ad opera di Maestro Martino, cuoco del Camerlengo del Patriarca di Aquileia.

Semplicemente Frico, un po’ di Friuli per la “Svizzera nel piatto”…

Questa ricetta l’ho trovata in un vecchio libro di ricette della Carnia/Friuli che scrive così:

oggi il piatto viene ancora preparato, con frequenza, anche con “formaggio di malga” stagionato e grattugiato.

A questo intingolo si usa, talvolta, ggiungere, oltre alle patate, anche le cipolle, le erbe selvatiche o delle mele renette locali, grattugiate a scaglie.

La pietanza va consumata da sola o accompagnata con uova strappazzate.

Io ho scelto la versione con patate, arricchita dal porro che, essendo meno “forte” della cipolla, non interferisce e addolcisce la preparazione conferendole dolcezza e profumo.

Semplicemente Frico, un po’ di Friuli per la “Svizzera nel piatto”…

Ingredienti per 1 padella in ghisa del Ø di 22 cm.:

  • 250 g. di patate lesse,
  • 200 g. di formaggio Svizzero Sbrinz grattugiato,
  • 30 g. di porro (il bianco) tagliato a rondelle sottili,
  • 1 cucchiaino di burro chiarificato.
  • polenta per comporre gli spiedini.

Come fare:

far rosolare (senza colorirle troppo) nel burro chiarificato le rondelle di porro, aggiungere le patate precedentemente lessate (io le ho cotte a vapore con la buccia), sbucciate e grattugiate e, mescolandole, fatele colorire leggermente.

Aggiungere il formaggio Sbrinz grattugiato e continuare a mescolare per 5/7 minuti, dipende se desiderate un frico morbido o croccante.

Io ho optato per una cottura media, asciutta ma non troppo in modo da poterne ricavarne dei cuoricini con la formina.

Il Frico si può servire come secondo piatto o piatto unico, io ho scelto una moderna versione Finger Food alternando a mo’ di spiedino cuoricini di frico e di polenta (un avanzo che vevo precedentemente steso e livellato)

Alla prossima ricetta, questo è “soltanto” l’ antipasto, vi auguro un sereno fine settimana.


POMÌ: stregata dagli Strozzapreti.

Solo pochi secondi di video (possiamo chiamarlo così?) per darvi l’idea della velocità che la Signora Nuccia ha nel preparare Tortelli, Anolini, Strozzapreti e quant’altro.

Ero riluttante a scrivere questo post perchè ho l’orgoglio ferito, vedere la mia prova di tortello venire accartocciata e messa in un angolo, è stato umiliante.

Ero emozionata come una bimba che vuole far vedere alla mamma com’è brava, ma la mamma scuote il capo sconsolata…

A scuola di tortello-002

A scuola i tortello.

Durante la lavorazione ci sono stati svelati i segreti e noi, diligentemente, abbiamo preso nota.

Ingredienti per la sfoglia:

  • 1 kilo di farina 0,
  • 8 uova intere,
  • acqua per raggiungere la consistenza.

la prova dito della consistenza-002

Consistenza impasto.

Ingredienti per il ripieno ricotta spinaci:

  • 1 kilo ricotta vaccina,
  • 200 g. di spinaci lessati, strizzati, tritati,
  • 1 uovo intero,
  • 300 g. di Parmigiano Reggiano 24 mesi,
  • sale q.b.

ParmigianoReggiano 24 mesi per ripieno e condimento-001

Ingredienti ripieno con la zucca:

  • 1 kilo di polpa di una zucca messa intera in forno a 180°C.,
  • 400 g. di amaretti,
  • 200 g. di Parmigiano Reggiano 24 mesi.

pomì stampini, rotelle-001

Mi astengo dallo spiegarvi il procedimento in toto, dico soltanto che dopo aver posizionato il ripieno, la sfoglia va ripiegata sullo stesso dal basso verso l’alto (io lo facevo a contrario), una mano va appoggiata di taglio tra le porzioni e con il mignolo dell’altra si elimina l’aria.

Se li cuocete subito bastano 3 minuti dal bollore, in frigorifero si conservano per 3 giorni, è possibile congelarli su un vassoio vassoio e poi raccoglierli in sacchetti, non scongelarli prima di cuocerli perchè in cottura si rovinerebbero.

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Strozzapreti

Ed ecco gli Strozzapreti, semplicemente farina, acqua, olio e sale, perfetti per coinvolgere i bambini nella preparazione, si divertiranno un mondo ad arrotolare la pasta tra le dita, i loro saranno più piccoli e li riconosceranno perchè lo Strozzaprete va spezzato alla larghezza di 4 dita.

Ingredienti:

  • 1 kilo di farina 0,
  • 500 acqua,
  • 1 filo d’olio,
  • sale.

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Nuccia, la Maestra.

Come fare:

dopo aver amalgamato gli ingredienti si stende la sfoglia sottile e si ritagliano delle strisce di c.ca 3/4 cm., si pizzicano in cima e si rotola velocemente la pasta tra le dita, si spezzano quando lo strozzaprete (l’ho scritto prima) arriva al quarto dito, si continua così fino ad esaurimento strisce.

Abbiamo preparato anche gli gnocchi, non ho “testimonianza” fotografica ma voi fidatevi, per tagliarli ho FINAMENTE capito dove sta il segreto per manovrare il coltelo alla maniera dei cuochi, ora mi manca solo tanta pratica perchè la grammatica c’è.

Ingredienti:

  • 1 kilo di patate lessate con la buccia,
  • 200 g. di farina 00,
  • 1 uovo,
  • sale,
  • farina per la spianatoia.

Come fare:

non mi direte mica che non sapete fare gli gnocchi vero? L’importante è schiacciare le patate calde (io lo faccio con la buccia per fare prima, tranquille/i, la buccia rimane nello schiacciapatate) per il resto fate come fate sempre, anche in questo caso si possono congelare ed utilizzare al bisogno.

Queste ed altre ricette sono quelle della nonna, ed arrivano da questo splendido quaderno che Massimo, gentilmente ha sfogliato per noi.

il prezioso quaderno della nonna di Massimo1-001

Il prezioso quaderno della nonna di Massimo

Abbiamo fatto anche gli anolini con la stessa sfoglia dei tortelli, abbiamo mangiato tutto la sera stessa, gli anolini sono stati cotti in un brodo celestiale che non dmentcherò mai, se siete da quelle parti andate a trovare Massimo ed il suo staff, Le Tre Ville usa ancora in cucina ed in sala l’ingrediente segreto, la passione.

Ora vi lascio col sorriso di Linda, Nuccia ed il nostro Luca, er mejo!!! Mancava Simone che stremato era con la mamma a fare il pisolotto.

relax in cucina e il ripieno per gli anolini-001

Linda, Luca e Nuccia

Vi lascio con la maestosa opera del Correggio, la Cupola di San Giovanni che ho fotografato distesa sul pavimento, ditemi voi se non ne è valsa la pena:

Cupola di San Giovanni1-001

A presto.


Confettura di anguria al basilico, Anguria alla vaniglia e qualche altra idea: prima o poi arriverà l’estate…

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Una bella anguria in mezzo alla tavola, al papà il compito di eliminare il verde dalla buccia, ai bambini quello di togliere i semi  e alla mamma quello di tagliare la buccia e la polpa, poi, alla fine, tutti assieme per l’assaggio, magari spalmato su una bella fetta di pane appena sfornato ed una tazza di the.

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Confettura di anguria e basilico.
Ingredienti:
  • 2 kg. di scorza di anguria,
  • succo e buccia di 1 limone bio,
  • 500 g. di zucchero di canna,
  • foglioline di basilico fresco.

Come fare:

eliminare la parte verde esterna dell’anguria (consiglio di farlo prima di tagliarla), se avete tempo tagliatela a cubetti, io ho preferito farla a julienne grossa col robot da cucina.

Mettere scorza, zucchero, buccia grattugiata ed il succo di limone in una pentola preferibilmente dal fondo spesso.

Portare a bollore e cuocere a fuoco moderato schiumando di tanto in tanto, poco prima che la marmellata raggiunga la sua giusta consistenza aggiungere le foglioline di basilico (lavate ed asciugate), mescolare e, dopo 5 minuti, invasare il tutto lasciando il basilico… Buonissima!!!

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Marmellata anguria e vaniglia.

Ingredienti:

  • 1 kg. di polpa di anguria,
  • 200 g. di zucchero di canna,
  • la buccia di 1 limone bio,
  • l baccello di vaniglia.

Come fare:

ottenuto il kg. di polpa e messi da parte i semi (dopo le precedenti ricette  sarà facile utilizzare il tutto) tagliarla a pezzetti e metterla in una terrina assieme allo zucchero, mescolare e far riposare una notte.

Il giorno dopo scolare la polpa dal sugo e mettere quest’ultimo a bollire per addensarlo, unire la polpa di anguria, la buccia di limone grattugiata (io adopero il rigalimoni per un effetto estetico) e il bacello di vaniglia.

Raggiunta la solita consistenza invasare a caldo, io lascio anche il baccello, conservare al fresco e al buio.

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Succo di anguria e ghiacciolo.

Ecco un’altra proposta datata 2009, l’anno di esordio in un blog.

Mi divertivo a sperimentare, proprio come ora, in fondo non è cambiato nulla in questo senso.

Questa “ricetta” nasce dallo scarto del succo d’anguria, conseguente al kanten, quindi, basta versarlo in una brocca, riporla in frigorifero, e metterne una quantità nella formina per ghiaccioli ed è fatto.

Grazie.

Altre idee con l’anguria:

 Anguria e feta si1 Collage macedonia

Vellutata di malva e un rinnovato GRAZIE ad Animal Care di Martignacco…

Cliccando sulla foto conoscerete l’adorabile staff della Clinica.

Prima di passare alla ricetta mi soffermo per ringraziare ancora una volta la clinica Animal Care di Martignacco che, senza avere contributi dallo stato né dal comune, mi ha sempre aiutata quando ho avuto bisogno di curare qualche gatto abbandonato, senza dimenticare che sono i medici della mia adorata Perla.

Approfondirò domenica, in uno speciale (come in tv ;-) ) post gli ultimi accadimenti ed aggiornamenti su Celeste che ora, per merito dell’interesse e dell’amore dello staff della clinica è invilleggiatura, infatti, così c’è scritto sulla tabella davanti al suo alloggio: sana, in villeggiatura.

Vi dirò che oggi, per la prima volta, l’ho sentita fare le fusa, le vogliono tutti bene e ci sono molte persone che si stanno muovendo per trovarle una casa.

Io ringrazio tutti, davvero, col cuore…è proprio vero il detto triestino: Non xe mai un mal sensa un ben…ma ora qualche notizia sulla malva, regina indiscussa di questa ricetta ricca di colore e di amore per la natura:

Malva deriva dal greco, con significato di molle, emolliente; sylvestris perchè cresce nei luoghi selvatici.

Questa pianta, di origine mediterranea, è stata decantata già nel VIII secolo a.C. quando i germogli venivano presentati sulle mense dei dignitari ed era ben nota anche ai Romani perchè le cronache ricordano che Catone ne era ghiottissimo, che Cicerone ne faceva addirittura indigestione e che Marziale, oltre a usarla come antidoto alle sue notti brave, la consigliava a un certo Febo che aveva problemi di stitichezza.

Orazio la accompagna alla cicoria nei suoi Carmina e Apicio, dal canto suo, la consacra nella cucina ricca, pur essendo cibo contadino e popolano, dedicandole due ricette: Malva minore: in salsa acida di vino con salsa di pesce, olio e aceto e Malva maggiore: in salsa acida di vino, pepe, salsa di pesce, vino dolce cotto o passito.

La ritroviamo nei secoli successivi, la Scuola Salernitana la lodava perchè risana e scioglie il corpo e durante il Medioevo era comunemente coltivata negli orti.

Nel 1614 il Castelvetro, naturalista, accennando ai prodotti primaverili, scriveva: “Abbiamo ancora in questo medesimo tempo le cime della malva, anzi che comincino a fiorire.

Si tagliano adunque lunghe un palmo, tagliando tutte le foglie eccetto una o due piccole, che cingono i bottoncini su l’ultima parte di quelle; co’ predetti bottoncini suon buone.

Si cuocono poi e si acconciano come i lupuli (luppolo) e senza noia veruna lubricano il corpo e non poco contro i dolori dell’orina giovano”.

Nella nostra tradizione popolare la malva rappresenta l’amore materno sempre sollecito, pronto e disponibile ad aiutare in ogni momento in modo deciso ma al tempo stesso delicato.

Ingredienti per una persona:

  • 100 g. di foglie e fiori di malva,
  • 1 cucchiaino di burro,
  • 1 piccolo cipollotto,
  • 1 cucchiaino di farina di grano saraceno,
  • 1 cucchiaino di farina di riso,
  • maggiorana,
  • 300 ml di brodo vegetale,
  • panna acida,
  • sale.

Come fare:

rosolare il cipollotto tritato finemente nel burro, unire la farina di grano saraceno e far insaporire, allungare col brodo vegetale bollente ed aggiungere la farina di riso e la malva tritata, mescolare con una frusta per eliminare eventuali grumi e continuare la cottura per 20 minuti.

Aggiustare di sale e frullare col minipimer, profumare con maggiorana e decorare con panna acida.


Risotto con Sclopit e Salamella (Risòt cul sclupit e lujànie).

Ho avuto una settimana Celeste, con qualche pennellata di Rosso, c’è stata anche qualche spruzzata di Grigio ed anche molte secchiate di Nero viste le notizie e le tragedie di un’Italia allo sfascio.

Voglio chiuderla con una nota di Verde, colore della speranza, da non perdere mai anche se un detto Triestino recita: chi vive sperando muore… ma noi speriamo ancora.

É il verde dell’ultimo Sclopit che ha raggiunto la fioritura, quelle che vedete nella foto sono le capsule che contengono i semi, se le stringete tra le dita scoppiano ed è per questo che qui la Silene Vulgaris/Bubbolini/Carletti/Crepaterra/Cuïn/Erba del cucco/Minuto/Schioppettini/Stridoli/Strigoli/Stringoli/Tagliatelle della Madonna/Verzuli/Grisol, prende il nome di Sclopit.

Ho raccolto i germogli che, complice la pioggia che fatto crescere l’erba alta, hanno potuto nascere indisturbati, li ho adoperati per farne un risotto, si lo so, ora direte: ma non c’era bisogno di un altro risotto con lo sclopit, lo conosciamo già, ma io vi sfido: questo non lo conoscete.

Per dirla tutta non avrei avuto neanche bisogno di consultare il libro della cucina di Carnia ma ormai lo sfoglio sempre quando devo mettermi ai fornelli con prodotti regalati dalla natura, al posto della Lujànie ho adoperato la salamella, non la conoscevo, una pasta di salame macinata molto fine che in cottura si divide e si amalgama perfettamente alla preparazione, magra da non aver bisogno di previa sgrassatura, lo sapete, non sono vegetariana e quindi, nel caso lo foste, evitate la salamella e regalatevi pure un leggero scalogno o cipollotto tritati soffritti leggermente, nel burro di soia magari, come faccio sempre anch’io.

Ingredienti per 4 persone (2):

  • 160 g. di riso superfino (100 g. riso Vialone Nano Friulano Domenico Fraccaroli),
  • 400 g. di sclopit (silene) (non l’ho pesato ma era un bel mazzetto),
  • 200 g. di salamella (pasta di salame),
  • 1 l. di brodo (ho adoperato l’acqua leggermente salata dove ho fatto bollire altro sclopit),
  • 1 cucchiaio di burro (burro di soia q.b.),
  • 1 spicchio d’aglio (vestito, messo e tolto),
  • formaggio grattugiato (parmigiano reggiano per ello),
  • sale,
  • pepe (peperoncino di Calabria Garofalo,che è davvero buono).

Come fare:

mondare lo sclopit, spezzettarlo e saltarlo nel burro e l’aglio vestito), farlo appassire e toglierlo e metterlo da parte, sbriciolare la salamella ed unirla al condimento, scottarla leggermente ed aggiungere il riso,. tostarlo e portarlo a cottura come al solito aggiungendo l’acqua di cottura dell’altro sclopit, poco prima di aver raggiunto la cottura unire lo sclopit tenuto da parte, amalgamare e mantecare, fuori dal fuoco, con il parmigiano (questo per ello).

Io ho tolto la mia parte, non ho mantecato e non ho messo il formaggio perchè volevo sentire i sapori in purezza, la mia parte di sclopit, compreso quello cotto per il brodo l’ho frullata con poca acqua di cottura ed olio EVO e l’ho adoperata per la mantecatura che ha insaporito ulteriormente di Verde il mio risotto rendendolo cremoso, provate se vi va.


Cronaca di una torta annunciata: Torta di Cannella…

Eccola qui la torta alla cannella, quella del post in Lingua Friulana, avevo percepito in voi una certa perplessità, d’altronde nemmeno io avrei capito cosa c’era scritto se non avessi avuto sottomano la traduzione :-)

Alla traduzione italiana aggiungerò dei dettagli per la comprensione della ricetta in quanto: farina e uova quante ne bastano è davvero difficile da interpretare, d’altronde, come scrivo sempre ora siamo diventati “fiscali” e crediamo che 1 grammo in più o in meno faccia la differenza e, a parte questo, le donne un tempo cucinavano così ;-)

La precisione farmaceutica sarà indispensabile per un altro tipo di “pasticceria” ma in questo caso l’approssimazione è concessa.

Io ho fatto metà dose, ello, è noto, non ama la cannella nè i chiodi di garofano, non ho ancora capito, dopo anni, se è per partito preso o se è davvero così…so soltanto che preparazioni con cannella e chiodi di garofano ne ha ingurgitati un pò ;-)

Per metà dose ho adoperato 2 cucchiai di farina (di castagne) e 2 uova + il tuorlo avanzato dall’impasto, ho diminuito la dose di zucchero usando il Muscovado che profuma ulteriormente sia l’impasto che il ripieno.

Ho lavorato tutto con il robot da cucina, l’impasto è davvero “pluitost durute” però si lavora bene  col mattarello “aggiustando” i bordi con le dita..

Ho scelto di adoperare una tortiera apribile da 15 cm.

Decidendo per la dose intera  e componendo la torta direttamente sulla teglia da forno,  si otterrà  un bellissimo effetto rustico, anche  la miniporzione potrebbe essere un’idea carina, lasciamo spazio alla fantasia.

Questa volta non ho decorato né con lo zucchero a velo né con la glassa, la rifarò senz’altro e la spolverizzerò con zucchero a velo mescolato con cannella oppure con una glassa alla cannella o chissà, vedrò al momento ed ora… per non farmi/vi mancare niente ho anche la versione in inglese :-)

Ho dei “premi da postare, lo so, ma oggi vado di fretta, preparerò prestissimo un post con 7+7 cose da raccontarvi… di me sapete molto ma…non tutto ;-)

Un saluto speciale a Daniele che mi ha fatto davvero una bella sorpresa commentando il rotolo ai topinambur.

Luppola ritornaaaaaa!!!!  Mettiamo fine alla FUGA DI CERVELLI dal Web :-D


Crostoli e Fritole: Ciacole no fa fritole, ovvero: Chiacchiere non fanno frittelle.

Crostolo/chiacchiera Carnevale 2010

Anche questo è un modo di dire triestino (lo ammetto, ho nostalgia della mia città).

In questi giorni ne ho viste molte di chiacchiere, d’altronde è carnevale ed i dolci sono sempre gli stessi, quelli della tradizione, quelli che facevano le nonne, le zie, le mamme.

Io non amo molto friggere, non tanto per l’odore ma perchè volente o nolente si sporca  sempre il fornello e l’area circostante.

A niente vale proteggere, la goccia d’olio inevitabilmente scivola via e devi stare attenta a non bagnare nulla sennò gli schizzi partono inesorabili.

Non mi piace anche perchè devo stare sempre là impalata, a girare, a controlare il termometro, alla colorazione, guai ad allontanarsi …insomma friggere è impegnativo però.. però…a carnevale si fa.

D’altronde a quale bambino non piacciono le frittelle? Basta andare alle fiere dove l ‘ olezzo di quell’improbabile olio dove friggono le frittelle non impedisce alle mamme di comperarne una alla loro creatura.

Allora mamme giovani e moderne, a carnevale fate un sacrificio, friggete, lo fate con un olio buono, vi circondate di un’aria festosa, sopportate i fischietti, le serpentine ed i coriandoli in giro per casa.

I coriandoli, che meraviglia, io  li preparavo da sola con la macchinetta che si adopera per bucare i fogli di carta, li mettevo via di volta in volta e li conservavo gelosamente, vuoi mettere la soddisfazione dei coriandoli hand made?

Come sempre mi sono persa in chiacchiere e cocretizzo il mio ciarlare con questa foto che (se volete) potete cliccare ed arrivare alla ricetta dei crostoli che ho pubblicato 2 anni fa, ho dedicato un pomeriggio a crostoli e frittelle di castagne:

Ora, come promesso ieri le Fritole della foto di ieri, anche questa ricetta arriva da Trieste, una mia vicina di casa che ogni tanto (anche se non era carnevale) le faceva e me le portava, un giorno, di corsa ho scritto la ricetta e da quel momento sono diventata “autonoma”.

Queste frittelle sono così semplici da fare che potete farle ogni volta che vi va, l’unica raccomandazione è quella di non farle troppo grandi e di controllare la temperatura dell’olio, il rischio di colorarle troppo e di lasciarle crude all’interno è alto (esperienza personale).

Io tengo l’olio a 170°C. , qualche volta aggiungevo i pinoli ma rimanendo all’esterno alla fine si bruciacchiano, insomma se volete provarle fatele così,  questa volta al posto della buccia di limone ho messo quella d’arancia.

Ingredienti:

  • 1 yogurt compatto (quello nei vasetti di vetro, a Trieste trovavo i San Giusto), questa volta ho messo lo yogurt greco 150 g.
  • 1 uovo,
  • 3 cucchiai di zucchero,
  • 7 cucchiai di farina,
  • 1 bustina zucchero vanigliato per spolverizzare (io macino quello semolato con bacello di vaniglia),
  • 1 e 1/2 cucchiaino di lievito,
  • la buccia grattugiata di 1 limone o arancia,
  • uvetta (quantità a piacere),
  • rum (per ammollare l’uvetta),
  • pizzico sale,
  • olio arachidi per friggere.

Come fare:

montare il tuorlo con lo zucchero, aggiungere lo yogurt e via via gli altri ingredienti (l’uvetta strizzata).

Incorporare delicatamente l’albume montato a neve e friggere a cucchiaiate (siate veloci!) nell’olio caldo
cospargerle con lo zucchero a velo e…buon appetito!!

Fritole Istriane

Ieri ho messo le mani avanti riguardo la qualità delle foto (che ho cercato di aggiustare …senza successo però ;-) ), ma vale comunque la pena condividere la ricetta, il link di provenienza è lo stesso di ieri (lo metterò alla fine).

Dimenticavo,avevo tutto il passo passo ma non me la sono sentita…davvero :-(

Trascrivo gli ingredienti originali, dalle quantità vi renderete conto che quando le donne Istriane “decideva de far le fritole” facevano sul serio ;-)

Impasto fritole.

Ingredienti:

  •  1 kg e ½ di mele,
  • ½ kg di uva passa,
  • 1 etto e ½ di pinoli,
  • 1 etto e ½ di cedrini,
  • 2 etti di cioccolato,
  • ¾ di kg di zucchero* (750 g.),
  • farina (il necessario per fare “polenta”),
  • 1 litro di acqua,
  • 2 pizzichi di sale,
  • la scorza grattugiata di 2 arance e 2 limoni,
  • 1 bicchiere da 1 ottavo* di rum,
  • vino o marsala per mettere in ammollo l’uvetta,
  • olio per friggere.

Come fare:

mettere in ammollo l’uva; far bollire l’acqua e versarvi dentro tutti gli ingredienti e poi la farina q.b. per fare tipo polenta (mescolare per 15 minuti).

Stendere il tutto su una tavola e lasciare raffreddare e rapprendere, prendere un po’ di pasta con un cucchiaio, fare una pallina e passarla nella farina e poi friggerla.

Impasto fritole in cottura.

Io avevo fatto 1/4 di dose per prova, non ho messo né la cioccolata né i cedrini, la prossima volta taglierò le mele a pezzetti + piccoli.

Con 1/4 di dose vengono 19 frittelle, la proporzione di farina è proprio 500 g. x 1 litro, io ho messo 125 g. x 1/4 di litro.

*in Istria, Trieste e dintorni è usuale l’unità di misura in quarti e deca, la me daghi 10 deca de coto misto= mi dia un etto di prosciutto cotto misto.

Ecco il link per le fritole e non solo.

E se dopo aver letto tutto questo avete ancora voglia di friggere vi lascio i krapfen del Sacher Hotel, anche loro datati 2010, per me l’ Anno del fritto.


Xe un dolce de casa…

La ricetta di queste (che non è nel link) domani!

Inizia così una filastrocca istriana riferita alle “Fritole”.

Nel 2008 appena avuta la connessione ad internet (prima credevo ancora a Babbo Natale ;-) ), per prima cosa  andai alla ricerca di 2 ricette a me care il cui ricordo mi accompagnava dall’infanzia: le fritole istriane e la Gibanica (Ghibaniza).

Le fritole istriane erano quelle che hanno deliziato i miei carnevali da bambina, la consistenza delle mele nell’impasto, il loro sapore le rendevano uniche.

A quei tempi ero troppo piccola per chiedere la ricetta, poi, più grandicella le mie richieste ottennero soltanto parziali ed incomplete risposte per cui rimasi con il mio punto di domanda..fino, appunto al 2008 alla veneranda età di 54 anni.

Si sa che l’uomo, oltre ad avere una memoria da elefante ha anche tanta pazienza e finalmente con la tecnologia ho potuto esaudire il mio desiderio, lo so, sono frittelle però per me non sono soltanto frittelle sono qualcosa di più…

Io oggi vi lascio un link, link dal quale avevo copiato la filastrocca che allora era ancora “sconosciuta” alle food-blogger.

La potrete leggere anche lì ma io la voglio riproporre, quando la pubblicai nel 2009 nel “forum” lasciò tutti indifferenti…io rimasi perplessa perchè trovo questa filastrocca molto tenera e leggendola si riesce a “vedere” la scena della madre/nonna che prepara le fritole mentre i bambini gioiosi non aspettano altro che “rubarle” appena appoggiate sulla carta-paglia (a quei tempi non c’era ancora la “scottex” ;-) )

Xe un dolce de casa, più vecio del cuco
   nissun mamaluco pol dirme de no.
Non ocori risele, non ocori programa
qualunque sia mama, le sa preparar.
Ua passa e farina, pignoi e sedrini,
e veci e bambini le brama de ver.
Ne l’oio ben caldo rotonde sgionfete
par tante balele che nuda sul mar.

Traduzione:

É un dolce di casa, più vecchio del cuco (sembra riferirsi alla longevità del cuculo)

nessun mammalucco può dirmi di no.

Non occorrono ricette, non occorre un programma

chiunque sia mamma le sa preparare.

Uvetta e farina, pinoli e cedrini,

e vecchi e bambini bramano di averle.

Nell’olio ben caldo, rotonde e cicciottelle

sembrano tante balene che nuotano nel mare.

Domani arriveranno anche le mie ricette, comprese le fritole istriane che feci nel gennaio del 2009, allora fotografavo ancora col Samsung che volò dalla finestra assieme alle briciole nella tovaglia :-(

Buona domenica a tutti voi :-)

Il video che segue non ha nulla a vedere col carnevale però con l’Istria si, molti Triestini hanno origini Istriane, mia madre è/era (?) di Rovigno (chi l’ha visitata sa di che meraviglia parlo), quindi anch’io ho origini Istriane.

A volte anche una “festa” aiuta a non dimenticare, a me hanno raccontato “qualcosa”, in questa occasione questi ricordi sono ricomparsi più nitidi che mai, li condividerò se vi farà piacere, ciao e divertitevi..e fate divertire i bambini, in fondo è la loro festa :-D

 


Strucul di cavoce (Rotolo di zucca)…

Ieri era giovedì grasso, l’ho saputo per caso parlando con Annina la vicina nel pomeriggio, per dir la verità non ci penso per niente al carnevale, feste che mi passano accanto senza che me ne accorga.

Quando vivevo a Trieste era un pò diverso, lì, anche non volendo, sentivo l’atmosfera nell’aria, vuoi per il Carnevale di Servola, vuoi per quello di Muggia e poi, diciamolo, il triestino è gioioso, compagnone e non è strano incontrare per strada più adulti mascherati e coppie di anziani che bambini.

I friulani, nemici giuratidei Triestini, hanno persino pasticciato la scritta Trieste dai cartelli stradali adiacenti lo Stadio… dicono che siamo chiassosi e superficiali, sarà anche così, ma mai come in questo momento è perfetta la strofa di una canzone triestina: “Sempre alegri, mai passion, viva là e po’ bon!”.

Nell’attesa che mi arrivi l’ispirazione per le fritole, per questo fine settimana vi lascio una ricetta Friulana, il rotolo di zucca, praticamente è simile allo  strucolo de spinaze, una pasta di patate farcita, arrotolata in un tovagliolo e cotta nell’acqua, si taglia a fette e si condisce con burro fuso e pangrattato, nelle trattorie del Carso quello con gli spinaci viene spesso condito con del sugo d’arrosto.

Prima di presentarvi la ricetta volevo parlarvi del Montasio, formaggio che compare quasi sempre nelle ricette Friulane di un tempo.

Il Montasio, prodotto in una zona che comprende il Friuli oltre alle province di Belluno, Treviso, Padova e Venezia, è un formaggio nato nel Medioevo dalle abili mani dei casari dell’Abbazia di Moggio, in Carnia.

(Ora nell’Abbazia ci sono le Clarisse, monache di clausura, se doveste passare da quelle parti vi auguro di riuscire ad ascoltarle mentre fanno le prove di canto, un’emozione indescrivibile per me poi che adoro la musica per organo.)

La sua produzione, pian piano, si allargò a tutto il territorio delle Tre Venezie, fino ad arrivare, ai giorni nostri, a oltre 100.000 quintali.

La preparazione di questo formaggio, che ancora oggi nell’uso regionale comune è più noto con il vecchio nome di Latteria, è una delle vecchie istituzioni friulane.

Si tratta di un formaggio a pasta soda, prodotto con latte di vacca, la cui preparazione è stata tramandata di padre in figlio, fino a quando le nuove generazioni lo hanno trasformato in un prodotto dalle caratteristiche organolettiche ben stabilite e distinte.

Il Montasio è apprezzabile per la presenza di fermenti lattici vivi in numero ancora elevato anche al momento del consumo: una flora lattica che riesce altamente benefica alla digestione e apportatrice di alti valori nutrizionali e di minerali.

Confezionato in forme cilindriche, piatte, di circa 5/9 kg. viemne messo in vendita nei diversi tempi di stagionatura:

  • fresco, stagionato da due a cinque mesi, di gusto delicato (da tavola);
  • mezzano, dopo una stagionatura di 5-12 mesi, a pasta più gustosa e sapida;
  • stravecchio, dopo oltre un anno di stagionatura, ormai a pasta dal gusto piccante (da grattugia)**

**Vi assicuro che quest’ultimo non vi farà rimpiangere il parmigiano!

Ingredienti per 6 persone (ricetta originale):

  • 1/2 kilo di patate,
  • 200 g. di farina,
  • 2 uova,
  • 120 g. di burro (1 cucchiaio è per la pasta di patate) (io ho usato quello di soia),
  • (ricotta affumicata per condire).

Per il ripieno:

  • 750 g. di zucca (io quella della foto),
  • 250 g. di ricotta fresca,
  • 80 g. di Montasio grattugiato,
  • 60 g. di pangrattato,
  • sale e pepe ( omesso il pepe).

Come fare la pasta di patate:

lessare le patate, sbucciarle, schiacciarle e mescolare il cucchiaio di burro morbido, 1 uovo, un pizzico di sale e la farina.

Preparare un panetto che  stenderete su un tovagliolo infarinato (usatene uno che avete lavato senza l’ammorbidente e risciacquato bene).

Come preparare la farcia (la ricetta originale dice di lessare la zucca in acqua salata):

io ho cotto la zucca in forno a 180°C., tagliata a fette che ho avvolto nella stagnola, sono cotte quando cedono alla forchetta.

Raccogliere la polpa in una terrina e mescolarla alla ricotta, al formaggio grattugiatoed il restante uovo sbattuto leggermente con il sale (assaggiate).

Stendere la farcia sulla pasta di patate, arrotolare, legare le estremità ed immergere in una pentola capiente con acqua a bollore per 20 minuti, sgocciolare, far raffreddare e togliere il tovagliolo.

Tagliare il rotolo a fette e condirlo con burro e pangrattato, io ho aggiunto la ricotta affumicata che, ripeto, con la zucca ci sta d’incanto.

Questa è una di quelle preparazioni dalle mille varianti, usando le patate viola l’effetto sarà scenografico, colorando la pasta con lo zafferano e usando per la farcia le quasi-introvabili carote nere si otterrà un giallo/nero elegantissimo, insomma c’è da sbizzarrirsi, considerando che è davvero di semplice esecuzione, provate se vi va.

Qui troverete altre informazioni, più dettagliate sul Montasio ed anche qualche ricetta.


Sope di fenoli (zuppa di finocchi)…omaggio alle donne Friulane…

donna con gerla di Tiziana Millo1-1

Quadro di Tiziana Millo.

…All’inizio del XIX secolo, dopo la cacciata di Napoleone, il Friuli viene annesso al Lombardo- Veneto e rimane sottomesso all’Austria fino al 1866.

La situazione alimentare non è ancora confortante, l’annessione della regione all’Italia viene seguita dal contadino friulano con occhio distratto, a causa dell’indigenza che lo lega alla sua povera terra.

Così, mentre nel  resto della penisola si va facendo strada la rivoluzione industriale, il friulano rimane legato alla sua agricoltura specifica, familiare e non competitiva, cui egli si dedica addirittura con strumenti primitivi: aratro di legno (uarzenon), trebbia preistorica ecc.

La sua alimentazione rimane scarsa e poco variata: polenta per il 65%, verdure per il 27%, legumi 0,10%, grassi 0,015%, formaggi 0,015% ed erbaggi per quanto rimane.

Scarse le sostanze proteiche, il pasto, in genere, comprende polenta al mattino, polenta e latte a pranzo e polenta ed erbaggi a cena.

Uno dei rimedi con cui si tentò in questo periodo di combattere il problema della fame fu l’emigrazione, un esperimento certamente dettato dalla disperazione.

In questo modo il Friuli rimase in mano alle donne: donne scure, invecchiate dalla fatica della casa, dalla cura dei campi e dalle bestie.

Donne che si inerpicavano sui sentieri sparsi tra i campi, la gerla sulla schiena, mentre con le mani, instancabili, lavoravano a maglia la lana per preparare l’ultimo paio di calze da spedire al marito emigrato.

In questo modo, in ogni caso, il Friuli inizia a fiorire ma, naturalmente a stento, su uno sfondo di storia antica e arte, tra castelli e antichi palazzi, chiese e abbazie, cantine ed enoteche….(Emilia Valli-La cucina del Friuli).

Forse ho trovato la mia strada, in quel lungo corridoio, che chiamo vita, reso meno noioso da tante porte aperte, richiuse, aperte, richiuse per aprirne altre e richiuderle, ecco che forse ho trovato una porta da lasciare aperta, è quella che mi porta nelle cucine di un tempo, quelle con la stufa, lo sparghert, quella stanza che  riuniva la famiglia, dove la vita veniva vissuta, al caldo, perchè era l’unica stanza riscaldata, ecco, ho trovato un luogo dove tornare, una porta da aprire per confortarmi, nutrirmi, dove stare in solitudine o in compagnia…sempre con Perla però ;-)

Si racconta che in tempi di crisi (!!!) l’aringa pendeva dalla trave ed ognuno ci strofinava la sua fetta di polenta per darle sapore, questa usanza  accomunava molte regioni d’Italia, quelle che non possedevano il mais facevano la polenta con la farina di castagne ed ugualmente il pasto diventava “da re”.

Per iniziare questo mio cammino propongo la Sope di fenoli  (zuppa di finocchi), ricetta che rispecchia perfettamente l’esigenza di quei tempi di riempire lo stomaco.

Cosa sfama di più del pane inzuppato? Nulla, solo altro pane inzuppato e ve lo confermo perchè questa zuppa è stata il mio pranzo l’altro ieri e fino a sera mi sono sentita bella pasciuta.

Sope di fenoli

Ingredienti per 4 persone, io l’ho divisa per 4, tra parentesi le varianti fatte o consigliate:

  • 4 finocchi,
  • 1 tazza di salsa di pelati (passata profumata con l’aglio e peperoncino),
  • 400 g. di pane raffermo (io pane tedesco alla birra),
  • 300 g. di formaggio tenero (io Montasio fresco, se preferite va benissimo parmigiano a scaglie),
  • sale e pepe q.b. (io peperoncino)

Cemût si fas (come si fa):

lessare i finocchi e scolarli conservando l’acqua di cottura e tritarli, mescolarli alla salsa di pelati e riscaldare il tutto.

Nel frattempo affettare il pane e tostarlo.

Disporre in 4 cocottine uno strato di pane, uno di fette di formaggio, ed uno di finocchi con la salsa.

Continuare così finendo con il pane, versare l’acqua di cottura dei finocchi, lasciare che il pane assorba, anche gli strati più sotto ed infornare fino a doratura (io ho aggiunto delle scaglie di formaggio gli ultimi minuti).

Mangià e murì :-D

Ora vi lascio questo video, è in friulano, la nuova immagine della famiglia (famee) friulana, buona visione, noi ci rileggiamo il 31 per i consueti auguri di fine d’anno, vi bacio e abbraccio tutte/i ;-)



Panettone di castagne: quando la festa era festa davvero, anche con poco.

“Questo semplice panettone sostituiva il panettone di Natale quando ancora questo non esisteva o quando i contadini non potevano permetterselo”

Chi ha avuto l’”ardire” e la pazienza di seguirmi fin qui saprà quanto io mi emozioni a leggere queste presentazioni nelle ricette.

La mia mente inizia a fantasticare ed immagina e crea gli scenari, vedo mamme che mandano i bambini in cantina a prendere la frutta secca che hanno messo da parte dopo il raccolto, vedo il papà che prende dalla credenza “della festa” la preziosissima bottiglia di rum e ne versa oculatamente la dose necessaria per il dolce (ma vedo anche che ne aprofitta per farsi un “cichettino” ;-) ), vedo la figlia più grande andare nel pollaio a prendere le uova ed il burro ottenuto con la zangola e poi conservato al fresco immerso nell’acqua.

Già che sei là, prendi anche la farina e lo zucchero…

si mamma, quanto ne prendo?

Porta qui i sacchi interi, poi ci penso io…

Scriverei tutto il giorno quello che “vedo” ma lo so che voi, forse, siete curiosi di leggere questa semplice ricetta piena di storia, di semplicità, di amore e di rispetto per i preziosi doni della terra, ed io sono bramosa di scriverla per voi.

La ricetta aveva delle lacune, il burro era tra gli ingredienti ma non nel procedimento, ho improvvisato e, dal momento che lo rifarò per il giorno di Natale (ordine tassativo di “ello”) apporterò alcune modifiche, per esempio monterò a neve ferma gli albumi e l’inserirò all’ultimo (come per la caprese) anche se, essendo l’impasto “pesante” l’albume non avrà la forza per sostenerlo…ma vedremo ;-)

Ingredienti:

  • 250 g. di castagne secche,
  • 100 g. di nocciole sgusciate,
  • 100 g. di gherigli di noci,
  • 100 g. di fichi secchi,
  • 50 g. di una passa (80 amollata nel rum),
  • 250 g. di farina bianca,
  • 250 g. di zucchero (meglio se di canna), io ne ho messi 150 g.
  • 150 g. di burro (io di soia),
  • 4 uova,
  • un bicchiere di rum.

Come fare (la lavorazione l’ho modificata inserendo il burro che mancava nella descrizione):

lessare le castagne ammollate per una notte, passarle al passaverdure (io schiacciapatate).

Lavorare il burro con lo zucchero, aggiungere un uovo alla volta ed amalgamare, unire la purea di castagne, le nocciole, le noci e i fichi secchi tritati, l’uva passa (lavata mi raccomando!!!), che ho ammollato nel rum, il rum stesso ed infine poca alla volta la farina.

Nel libro dicono che l’impasto sarà “molto consistente”, tanto da consigliare di dargli la forma di un salame.

Io ho ottenuto un impasto consistente ma non tanto da poterlo fare ed ho scelto di inaugurare lo stampo a stella regalatomi da Solema.

Infornare “a calore moderato” (io ho messo 165°C.) per 30/40 minuti (io quasi un’ora, per via della forma,credo), dicono di fare la prova stecchino però essendo all’ interno la purea di castagne non uscirà mai asciutto, quindi regolatevi.

Dopo sformato l’ho decorato appoggiando un vecchio centrino e spolverizzato con lo zucchero a velo, ci starebbe bene anche una glassa con all’interno frammenti di marron glacè..ma fate voi.

Consiglio la quantità di zucchero che ho usato io perchè altrimenti il “panettone” sarebbe tropo dolce.

Fetta lunga

Fetta corta, d’altronde come si fa a tagliare una stella? Certo, prima si tagliano le punte poi rimane il cerchio e si tagliano le fette, ma come ho fatto a non capirlo prima? 

Vi consiglio, a proposito di burro di visitare questo sito, è davvero interessante

Vi auguro un bel fine settimana.


Cappuccio viola in agrodolce di Tiziana: il viola in cucina porta fortuna ♣

Sto proprio poltrendo, è così comodo avere una collaboratrice esterna che testa e prepara ricettine sfiziose da inserire nel mio blogghino lasciato così solo.

Questa è la ricetta perfetta da fare accantoalcamino, fa parte di quelle preparazioni che un tempo venivano fatte sullo sparghert (stufa), come i capuzzi garbi (crauti), più si riscaldavano e più diventavano buoni.

Io li faccio spesso soltanto con olio evo ed uno spicchio d’aglio vestito, d’altronde hanno un sapore che o piace o non piace.

Frullando il cavolo cotto si ottiene un composto per fare degli ottimi gnocchi (sotto il link), un bicchiere di succo di cavolo è un toccasana, insomma, non mi dilungo ma se fate una ricerca nel web troverete molte informazioni su questo ortaggio che sta, finalmente, vivendo il suo meritato momento di gloria…

Tiziana ha aggiunto della pancetta affumicata (volendo si può usare lo speck), il ginepro e l’alloro che non coprono il sapore del cappuccio che rimane sempre il principe del piatto, la farina lega e rende il tutto vellutato.

Ingredienti:

  • 1 cappuccio viola tagliato a striscioline sottili,
  • 1 mela Golden grattugiata,
  • 6 cucchiai di aceto di mele,
  • 2 foglie di alloro,
  • 3 bacche di ginepro,
  • 1 cucchiaio di zucchero di canna,
  • pepe nero in grani.

**********************

  • 1 cipolla di Tropea tagliata sottile,
  • 50 g. di burro (oppure olio evo),
  • 100 g. di pancetta affumicata a dadini,
  • 1 cucchiaio di farina (o farina di riso o maizena).

Come fare:

mettere  gli ingredienti della prima parte in una padella e far andare finchè il cappuccio sarà cotto.

Nel frattempo in un’altro tegame far appassire la cipolla nel burro (o l’olio se preferite), unire la pancetta e far andare finchè sarà croccante, aggiungere quindi il cucchiaio di farina mescolando bene affinchè non si formino grumi.

Unire i due composti, aggiustare di sale salare e terminare la cottura a fuoco basso ancora per 10-15 minuti.

Ringrazio Tiziana per la ricetta e a voi auguro uno splendido fine settimana, sotto ancora una proposta.


Straccetti al Pomodoro e Basilico e ai Funghi porcini, caprino e dragoncello.

A volte basta davvero uno straccetto di pasta per far tornare alla mente i ricordi, per aver voglia di riassaporare un piatto di pasta, il più amato, quello che fa tanto famiglia, quello che sa di casa, per me tutto questo è la pasta al pomodoro.

La Signora Gisella non era una gran cuoca, diciamo che la cucina non era proprio il suo habitat naturale, cucinava certo, viveva con uno dei figli (l’altro tornava nel fine settimana) e con una piccola ribelle capitata lì all’improvviso (io) e doveva farlo per forza.

Lei viveva di caffè, era magrissima, aveva delle gambe meravigliose, quelle gambe che appartengono ad un’epoca che non c’è più.

Aveva anche delle bellissime mani che curava particolarmente ed io non l’ho mai vista con lo smalto scheggiato (un rosa antico opaco) o con i capelli con la ricrescita o spettinati.

Faceva parte di quelle persone che mai uscire in disordine, mai farsi vedere trascurate.

Quante volte mi ha ripresa perchè non avevo le mani ordinate, ma la forma infelice delle mie unghie non mi ha mai stimolata a tenerle curate.

Riesco a tagliarmi solo quelle della mano sinistra, la destra non riesco proprio, le dicevo.

E lei, per indurmi a farlo mi diceva, chi non riesce a tagliarsi le unghie della mano destra è ladro e bugiardo.

Giammai! Allora facendo enormi contorsioni con la forbicina e con improbabili ritocchi con la lima ce la facevo.

Brava, te vedi che bela che te son desso?

Ritornando in cucina, il menù settimanale doposcuola era pasta al pomodoro o burro/bistecca /insalata/ovi in fonghet/formaggio latteria/frutta di stagione ovviamente non tutto assieme e non nello stesso ordine.

Ed arrivava la domenica, allora la domenica era ancor il dì di festa: vestitino bello, rigoroamente con sotto la sottoveste , scarpe lucide, Santa Messa (che dopo 3 anni di orfanotrofio con le suore era una tortura), sosta obbligata da Mario Pogacini (un pasticcere straordinario) a comprar la guantiera de paste e via a casa (allora vivevo a Ronchi dei Legionari).

Apparecchiavo la tavola in sala,  era domenica: la tovaglia bella, piatti e posate del servizio buono, lo stomaco gorgogliava stimolato dal profumo che arrivava dalla cucina.

Cossa la ga (le ho sempre dato del lei) cusinà oggi? (tanto lo sapevo già)

Go fato la pastasuta, el pollo rosto cole patate, un due bisi e el strucolo de pomi.

Il sugo di cui parlerò tra poco in inverno veniva cotto sullo sparghert ed io vivevo in diretta tutto il procedimento in quanto, essendo la cucina l’unica stanza riscaldata, era lì che facevo i compiti, che guardavo Non è mai troppo tardi ed imitavo il Maestro Manzi cercando di disegnare velocemente come lui e stargli dietro (mai riuscita).

Ingredienti per la pasta al pomodoro della Signora Gisella:

  • pasta corta (ho usato 5 straccetti del pacco della Schiscetta),
  • pomodori pelati,
  • cipolla abbondante,
  • olio di oliva (non ricordo se extravergine o no),
  • basilico,
  • sale,
  • 1 puntina di zucchero (per togliere l’acidità del pomodoro),
  • una noce di burro alla fine,
  • una bela gratada de parmigiano.

Come la vedevo fare a lei:

metteva a scaldare l’olio dove aggiungeva la cipolla tagliata grossolanamente e la faceva diventare trasparente senza colorirla o bruciacchiarla.

A questo punto aggiungeva i pomodori pelati senza romperli, il sale, lo zucchero.

Quando risaliva il bollore, metteva il coperchio, abbassava la fiamma (se usava il fornello a gas) o spostava il tegame lontano dalla fiamma forte (se usava lo sparghert) e lasciava cuocere a lungo, alla fine aggiungeva il basilico fresco o secco a seconda della stagione.

Il suo sugo rimaneva abbastanza acquoso, lei non amava molto le preparazioni unte.

Ora, sempre della serie  Uno straccetto di pasta un’altra ricetta.

Straccetti pacco schiscetta.

Ingredienti:

  • pasta corta a piacere (io straccetti/premio),
  • funghi porcini freschi,
  • burro (di soia) o olio evo,
  • formaggio di capra fresco e tenero,
  • latte di capra q.b. (facoltativo, sostituibile con latte vaccino o di soia),
  • dragoncello fresco,
  • sale,
  • pepe verde macinato.

Come fare:

dopo aver mondato i funghi, tagliarli non troppo sottili e scottarli nel burro o olio per qualche minuto (devono rimanere croccanti), salare e pepare a gusto personale.

In una pentola capiente (dove salteremo la pasta) far scioglier il burro col latte di capra (o vedere ingredienti), spegnere il fuoco ed aggiungere il formaggio fresco di capra, il dragoncello tritato,  versare la pasta e, saltandola,  amalgamare il tutto.

Io non aggiungo il parmigiano.

Straccetti con porcini, caprino e dragoncello.


Gnochi de susini e di albicocche, con zucca e patate viola: dove osano i tordi.

Gnoco di zucca con susine e rosmarino.

Avendo già confezionato il modello base, questa volta ho dato qualche pennellata di colore per rallegrare questo anticipo di autunno che da giorni vela l’atmosfera.

E, dopo aver saputo la triste notizia della morte della cagnona adorata di Dauly, sua compagna fedele per 13 anni la mia storia intorno parlerà di animali, di un tordo.

Per una giusta e naturale legge di compensazione la mia intrinseca difficoltà a relazionarmi con le persone ha fatto si che avessi, al suo posto, un rapporto speciale con gli animali.

Tanti anni fa, abitavo ancora a Trieste, stavo facendo la mia solita corsetta sulla Napoleonica, quando volli deviare verso un sentiero interno ed è lì che lo vidi: era senza piume, gli occhi chiusi, mi tolsi la maglietta, lo avvolsi e via di corsa dal mio amico per sapere cosa fare per farlo vivere.

Mah, mi disse, el xe tropo picio (è troppo piccolo), difficile ch’el vivi (difficile che viva).

Ma che specie sarà? Non si può sapere, potrebbe essere un merlo, un tordo, una ghiandaia.

Dopo aver avuto le informazioni su come nutrirlo lo portai a casa (nb, a quel tempo avevo anche Lorenzo, il mio gatto rosso).

Lo chiamai Amore e per un pò di tempo  lo portai di nascosto al lavoro, davo qualche colpo alla scatola,  lui spalancava il becco tutto agitato e col contagocce lo “imbeccavo”.

Pian piano gli crebbero le prime piume, aprì gli occhietti ed incominciammo ad amoreggiare, mi dava bacini col becco mentre Lorenzo guardava immobile e rassegnato.

Lo lasciai a casa, ormai il gatto lo considerava un suo parente e lo osservava un pò indispettito quando Amore andava a farsi il bagnetto nella sua ciotola dell’acqua.

Crebbe bene e sano, 2 volte volò dalla finestra lasciata innavertitamente aperta, ma ormai mi conosceva e se lo chiamavo arrivava anche attratto dal boccone di carne macinata che stringevo tra le dita.

Quando tornavo a casa mi volava direttamente tra i capelli e se ne stava lì tranquillo mentre io facevo le cose.

Arrivò il momento che dovetti metterlo in gabbia, una grande gabbia, una voliera, ormai non potevo più lasciarlo libero, la mattina dovevo coprire con un enorme nylon la “sua” stanza e la cosa diventava impegnativa anche per una come me che mette sempre gli animali al primo posto.

Quando lo misi in gabbia mi guardò in un modo che ricordo ancora, oserei dire con odio e da quel momento non mi venne più sulla testa, non mi dette più “bacini” e si limitò a mangiare e a starsene per conto suo.

Ed è allora che presi la decisione di liberarlo.

Una domenica lo misi in una gabbia più piccola e lo portai nel campeggio in Istria (Medulin) dove una mia amica aveva la roulotte e rimaneva lì tutta l’estate.

Arrivati a destinazione, aprii la gabbia e lui volò via, ce n’erano molti di merli e tordi nel campeggio ma lui si riconosceva perchè era un pò più piccolo degli altri ed anche perchè, quando lo chiamavano Amoreee, lui chinava il capino verso il basso e buttava l’occhio.

Non si avvicinò mai a nessuno di loro ed io non lo rividi mai più, là ho avuto la conferma che a volte, anche se è doloroso, devi lasciar andare chi ami.

Ingredienti per gli gnocchi (io ho fatto metà dose):

  • 1 kilo di polpa caldissima di zucca,
  • 250 g. di farina (c.ca),
  • 1 tuorlo,
  • 1 cucchiaino di rosmarino secco in polvere (aggiunta personale).

Ingredienti per il ripieno:

  • susine mature snocciolate e tagliate a metà,
  • zucchero quantità a piacere (ho usato il fruttosio),
  • aghi di rosmarino fresco leggermente schiacciati ma lasciati interi.

Ingredienti per il condimento:

  • burro chiarificato o burro (io uso il burro di soia),
  • pane grattugiato,
  • aghi di rosmarino,
  • lo sciroppo della maceratura delle susine.

Prepariamo il ripieno:

mettere tutti gli ingredienti in una terrina e lasciar macerare per qualche ora mescolando di tanto in tanto, nel frattempo prepariamo gli gnocchi.

Come fare gli gnocchi:

Togliere semi e filamenti alla zucca, tagliarla a fette senza sbucciarla, avvolgerle nella stagnola ed infornarle a 180° C. per c.ca 30 minuti (controllare con una forchetta la consistenza della polpa).

Togliere la polpa con un cucchiaio ed aggiungere la proporzione di farina e tuorlo, unire la polvere di rosmarino.

Il composto sarà  molle ma non aggiungere troppa farina, cercare piuttosto di infarinare bene il tavolo e la superficie dell’impasto (nel frattempo l’acqua salata sarà  sul fuoco).

Con un coppapasta o un bicchiere ritagliare dei cerchi che assottiglierete aiutandovi con le mani infarinate, al centro mettere mezza susina, riempire l’incavo del nocciolo con un pò di sciroppo e richiudere, formare delicatamente lo gnocco ed appoggiandolo sulla schiumarola metterlo a bollire e intanto prepariamo il condimento.

Come fare il condimento:

far sciogliere in un padellino il tipo di burro scelto assieme agli aghi di rosmarino “stropicciati” (che poi toglieremo) e far tostare il pane grattugiato, la colorazione è a vostra discrezione, questa volta ho scelto di lasciare il condimento più liquido e chiaro.

Prepariamo il piatto:

scolare lo/gli gnocchi ed irrorarli con il burro e pangrattato, aggiungere a piacere lo sciroppo di maceratura delle susine.

Zucca/Rosmarino, Susina/Rosmarino, 2 abbinamenti sperimentati con successo in altre preparazioni ed apprezzate, provate!!

Ecco la seconda versione:

Gnocchi di patate viola con albicocche e cardamomo.

Come potete immaginare questi li avevo preparati quando avevo ancora le albicocche fresche dello “zio”, avevo anche le patate viola (sotto, anche se è già stato divulgato, vi darò l’indirizzo mail di una ragazza che le coltiva  e vende in piccole quantità) ed è stata folgorazione.

Ingredienti per gli gnocchi (metto le proporzioni della mia ricetta originale), ho fatto metà dose:

  • 1 Kg di patate kennebek (qui viola),
  • 250 g di farina 00,
  • 1 uovo + 1 tuorlo,
  • sale q.b.

Ingredienti per il ripieno:

  • albicocche fresche dolci,
  • cardamomo in polvere,
  • zucchero (fruttosio).

Ingredienti per il condimento:

  • burro a scelta (vedi ricetta sopra),
  • pane grattugiato (facoltativo, io non l’ho messo),
  • semi di papavero leggermente tostati.
  • sciroppo della maceratura albicocche.

Come fare il ripieno:

snocciolare le albicocche e tagliarle in quarti, zuccherarle ed aggiungere la polvere di cardamomo, lasciar macerare alcune ore mescolando di tanto in tanto.

Come fare gli gnocchi:

in questo caso il procedimento è il solito , essendo un impasto più consistente del primo, per stenderlo, ho usato il mattarello.

Nel frattempo far bolire l’acqua salata per la cottura.

Ritagliare i cerchi,allargarli, appoggiare al centro le albicocche, richiudere e procedere come sopra.

Come fare il condimento:

nello stesso pentolino dove sono stati tostati i semi di papavero, far sciogliere il burro scelto.

Prepariamo il piatto:

Scolare gli gnocchi, irrorarli col burro fuso e semi di papavero, aggiungere lo sciroppo di macerazione e gustare :-)


The 7 – links project…

Voglio bene a tutti i miei post e mi piacciono tutti indistintamente ma dopo aver “scartabellato” ho scelto questi:

Il mio più bel post:

Fatto col cuore il mio piatto dautore

Il perchè lo dice il titolo: fatto col cuore :-)

Il mio post più popolare:

Torta con farina di castagne pere e cioccolato

Il perchè non lo so, forse perchè digitando il nome su google si arriva dritti qui senza dover lasciare link, però ho anche ricevuto mail da persone che non hanno un blog dicendomi di averla fatta ed essere rimaste soddisfatte o che magari avendola sformata calda si era un pò rotta.

Il mio post più controverso (ma forse lo sono tutti e questo in particolare ;-) ):

Penetration is not isn’t introduction

Il perchè? Perchè tocco un argomento che molti vorrebbero “toccare” ma sono bloccati dalla paura di perdere la popolarità (cosa che io ho già perso da tempo :-D )

Un post il cui successo mi ha sorpresa:

Bocconcini di pollo al pepe rosa

Il perchè si sa, con questa ricetta ho vinto il concorso Amadori.

Ho mandato la ricetta l’ultimo giorno dopo una repentina folgorazione: ho bloccato ello perchè dovevo fare le foto, era sera e tutto giocava a mio sfavore..invece? Invece è andata benissimo :-D

Un mio post che penso non abbia ricevuto l’attenzione che meritava:

Polpo ubriaco e pasta di mais risottata

Perchè probabilmente era uno dei miei primi post e non ero ufficialmente entrata nel “giro”, però è una ricetta che mi piace molto, amando i piatti unici e completi entra spesso nel menù, piace anche a ello che (udite udite) goloso come sempre, non sapendo che i polipetti erano crudi, ne ha mangiato uno direttamente dal frigorifero mentre erano tutti a marinare :-(

Il post che sono orgogliosa di aver fatto:

pane fichi alloro1-001

Pane fichi e alloro

Questo post significa ed ha significato per me l’”inizio”, sia l’inizio della fine, la fine dell’inizio e l’INIZIO e basta.


Budino con Bacche e sciroppo di Biancospino.

La stagione ha da venire e quindi potrò ritornare alla ricerca di questo arbusto spinoso e generoso che ho scoperto soltanto l’anno scorso.

Arrivata a casa cercai subito sui miei libri la maniera per conservarle e  feci una marmellata aggiungendo il Macis (l’involucro della noce moscata) perchè il sapore delle bacche è neutro e, secondo me,  si sposano con tutte le spezie.

Ingredienti per la confettura:

le dosi sono controverse perchè dipendono dalla quantità di bacche che trovate, io non amo le confetture troppo dolci e le proporzioni contemplano anche la “zuccherinità” della frutta o, come in questo caso, delle bacche.

  • 1 kilo di polpa di bacche di biancospino,
  • 500 g. di fruttosio,
  • il succo di mezzo limone (per conservare un pò il colore),
  • qualche pezzetto di Macis,
  • acqua.

Come fare:

lavare le bacche e metterle in una pentola (io uso quella di rame) coperte d’acqua a filo.

Farle ammorbidire, coperte, per qualche minuto e passarle al passaverdura poche alla volta per evitare di “schiacciare i noccioli che potrebbero rilasciare l’effetto “legante”.

Pesare la polpa ottenuta e regolarsi con la proporzione di zucchero (io ho usato il fruttosio che dolcifica di più).

Rimettere al fuoco con il succo di limone e le cortecce di macis e raggiungere la densità desiderata.

Invasare bollente nei vasi (io piccoli) precedentemente sterilizzati in forno a 100/120°C. per 20 muinuti o più.

Capovolgerli e lasciarli rasffreddare per ottenere l’effetto sottovuoto.

Alcune bacche le conservai sotto sciroppo aggiungendo una stecca di cannella in cottura.

Ho controllato nel web e c’è la stessa ricetta nel sito di gennarino.org, è esattamente “paro paro” quella che ho nel mio libro: “Sotto vetro” di Gianna Montecucco Rogledi (1973) a pagina 185, d’altronde non credo che, a parte l’aggiunta di qualche profumo si possa fare molto di più, quando si ha lo sciroppo allora ci si può divertire a sperimentarne l’utilizzo.

La bacca di biancospino, per poter essere conservata, deve essere colta dopo i primi freddi, perché é una bacca invernale (noi le abbiamo raccolte al finire dell’autunno ed erano già mature).

Ingredienti:

  • 500 gr di bacche di biancospino,
  •  250 gr di zucchero,
  • 200 gr d’acqua,
  • 1 stecca di cannella

Come fare (così è scritto):

si prendono le bacche migliori, si lavano, si fanno sgocciolare, si mettono al fuoco coperte di acqua tiepida e si fanno bollire per pochi minuti.

Mentre si lasciano scolare, si mette al fuoco l’acqua e lo zucchero (e la stecca di cannella), quando lo sciroppo inizia a bollire si uniscono le bacche, si fanno cuocere, mescolando spesso, finché lo sciroppo sarà ben penetrato.

Si invasa caldo, si copre con un disco di carta imbevuta di rum e, quando il tutto sarà raffreddato, si chiudono ermeticamente i vasi.

 

Dopo averle conservate al fresco e al buio in cantina le ho tirate fuori per l’occasione, devo dire anche con un pò di perplessità..invece quest’anno farò altri vasi e qualcuno andrà a finire nei cesti Natalizi :-) .

Per fare questa coppa ho usato la ricetta del Ferni che avevo visto fare da Laura Ravaioli (alla fine link con variante).

Ingredienti:

  • 750 cl di latte di soia (latte intero),
  • 150 g. di fruttosio (250 g. di zucchero semolato),
  • 50 g. di amido di mais “maizena”,
  • sciroppo e bacche di biancospino a piacere.

Come fare:

prelevare dalla quantità di latte una piccola parte per stemperare la maizena , il resto portarlo ad ebollizione,  appena il latte inizierà a scaldarsi aggiungere il fruttosio (zucchero) farlo sciogliere e aggiungere la maizena stemperata nel latte e, mescolando continuamente, raggiungere la densità desiderata.

Versare il composto nelle coppe, far raffereddare un pò, versare lo sciroppo e spingerlo all’interno con uno stecchino, volendo si può anche “marmorizzare” a caldo.

Questi li ho addensati con l’agar agar.

Le bacche del biancospino di cui parlo qui hanno Proprietà antidiarroiche ed astringenti, mentre i fiori  sono utili per l’insonnia, l’ipertensione e le palpitazioni, in poche parole un infuso bevuto la sera prima di coricarsi fatto con:

1 g. di fiori in 100 ml d’acqua

vi aiuterà a riposare bene e svegliarvi rasserenati.

Per gli altri link:

Ricetta Ferni

Ricetta per budini latte soia agar agar


Le polpette col nasino si trasformano in fiore :-D

Lo sappiamo bene noi “grandi” quanto importanti siano le coccole e la presenza di qualcuno accanto che ci distragga quando siamo ammalati.

Ma quanto siamo noiosi noi “grandi”?

Basta un piccolo raffreddore, una linea di febbre, una distorsione, un callo, un graffio, una piccola scottatura e siamo perduti, iniziamo a piagnucolare, chiediamo questo e quello e subito sennò diventiamo anche  maleducati: non vedi che sono ammalata/o, non hai pietà per me che sto male….e così via…

Eppoi ci sono i bambini, quei bambini ammalati davvero che però non lo sanno, perchè non hanno il raffereddore, non hanno la febbre alta, riescono a correre, giocare, parlare, cantare..ma sono ammalati, molto ammalati e si chiedono come mai siano chiusi lì, in quel posto e si chiedono come mai non possano dormire nel loro lettino e mangiare a tavola con mamma e papà e i fratellini e le sorelline.

Ma nessuno glielo dice, nessuno vuol dir loro che forse da quel posto non usciranno più, come si fa? Come si fa a dire ad un bambino che tempo prima, alla tua domanda cosa farai da grande ti aveva risposto: un campione olimpico, un dottore, un avvocato, un ingegnere..ecc. ecc. ecc., che non diventerà nulla di tutto questo perchè la vita, il destino, la malattia hanno scelto per lui una strada diversa, una strada che percorreranno loro malgrado e che non li porterà a realizzare i loro sogni?

Ma per fortuna questa è soltanto una piccola parte, perchè molti di questi bambini guariranno e ritorneranno a casa e potranno raccontare agli amichetti che sono stati in un posto fantastico con tante persone fantastiche che li hanno fatti tanto ridere, con quei vestiti ridicoli, i nomi buffi e quei nasi rossi, grandi come palline da ping pong :-D

Sai, racconteranno un domani anche ai loro figli:

c’era il dottor Baciccia, era cicciottello e per questo lo chiamavano così, lui si arrabbiava molto :-D ,per non parlare del dottor Clüney, si sentiva così bello e si dava un sacco di arie, camminava con quel buffo naso rosso  voltato all’insù e noi gli facevamo sempre tanti complimenti, ma per finta ;-).

Poi c’era la  dottoressa Bonsai, portava con se piccoli alberi, certi avevano anche la frutta, piccola piccola e ce la faceva assaggiare, lei diceva sempre al dottor Nasello di non avvicinarsi troppo perchè l’odore di pesce rovinava il profumodelle sue piante…(valle a capire queste dottore :-D )

Ma lui non si perdeva d’animo ed andava a giocare con il dottor Otto che gli raccontava sempre la storia della sua Anna (Otto era il papà di Anna Franck) e lui non si stancava mai di ascoltarlo, un giorno dottor Otto raccontò anche a noi la storia della sua Anna e della sua famiglia, era una storia molto triste però a noi sarebbe piaciuto conoscere Anna, era una bambina così sensibile e non è stata fortunata come noi :-(

Ma la tristezza svaniva appena entrava il dottor Pelosone, lui aveva molti cani e gatti ma, anche se noi lo tormentavamo affinchè li portasse con se, lui non poteva perchè il pelo avrebbe potuto darci allergia,  però ci raccontava tante storie e ci ha insegnato il rispetto per gli animali che sono come noi bambini, indifesi e bisognosi di affetto, protezione e cure.

Nel frattempo si era fatto tardi, era ora di pranzo ed arrivava portando con se un grande pentolone di pasta il dottor Ragù, e per noi bambini era una festa, anche quelli che mangiavano poco alla fine avevano sempre i baffoni sporchi di sugo.

Dopo il riposino arrivava lui, il dottor Strettoscopio, era pieno di fili, aggeggi, macchinari strani e ci misurava questo e quello e noi facevamo tante domande: a cosa serve questo? A cosa serve quello? ma lui era “geloso” del suo sapere e ci raccontava sempre un sacco di storie :-D

Dopo tutta questa tecnologia avevamo bisogno di essere rimessi un pò in ordine e così arrivava il dottor Stropiccio che ci sistemava i vestitini che, dopo il suo passagio non erano più “stropicciati” ma arrivava, scettico come sempre il dottor Supergiù che aveva sempre qualcosa da dire, supergiù di qua, supergiù di là, noi ormai lo conoscevamo e non lo badavamo più di tanto perchè, subito dopo, arrivava la dottoressa Flora che ci portava a giocare in giardino, in mezzo ai fiori che conosceva per nome, erano nomi difficili e noi bambini non sapevamo ripetere i nomi in latino ma lei ce li lasciava raccogliere e noi preparavamo un bel mazzo per la dottoressa Irina Pirina che era sempre allegra e ci voleva tanto bene, lei veniva dalla Russia dove aveva lasciato la sua famiglia e noi sapevamo che ogni tanto aveva nostalgia di casa e le regalavamo dei fiori e lei dopo era felice.

Le piaceva dividere i fiori e fare altri 2 mazzetti che regalava alla dottoressa Peppa e alla dottoressa Piperita.

Sono guarito, sono guarito, strepitava il dottor Garibaldi, ma era ammalato? Chiedevamo noi, si sono stato ferito ad una gamba, mentre comandavo il “battaglion” e cominciava a cantare:

Garibaldi fu ferito, fu ferito a una gamba, Garibaldi che comanda che comanda il battaglion… e poi incominciava a ridere  a crepapelle  e noi capivamo che ci aveva presi in giro e lo rincorrevamo per tutto il corridoio…riuscivamo sempre a prenderlo ma ora penso che era lui che si lasciava prendere :-D

Questi “personaggi” sono reali, fanno parte dell’equipe di ARTISTI PROFESSIONISTI che dedicano la loro vita a rendere piacevole  la permanenza de bambini negli ospedali e se volete vedere le loro “buffe” facce cliccate, cliccate, cliccate :-D

Oh mondo zucchino, come si è fatto tardi, dovevo fare le polpette, vorrà dire che le faccio per merenda, vi va bambini?

Ingredienti per 15 polpettine:

  • 1/2 kilo di piccole zucchine,
  • 1 uovo intero,
  • 2 cucchiai di pane grattugiato,
  • 1 cucchiaio di farina integrale,
  • 2 cucchiai di parmigiano grattugiato,
  • 1 spicchio d’aglio (io lo schiaccio con lo schiaccia aglio),
  • prezzemolo,
  • sale e pepe (solo per i grandi),
  • farina per infarinare le polpette,
  • semi di zucca tritati per impanare (mia variante facoltativa).

Come fare:

grattugiare le zucchine con la grattugia grossa, salarle e farle perdere l’acqua di vegetazione per  c.ca 40 minuti.

Strizzrle bene e metterle poche alla volta nello schiacciapatate per far perder loro tutta l’acqua.

In una terrina unire tutti gli ngredienti, comprese le zucchine, amalgamare e lasciar riposare per c.ca mezz’ora.

Formare le polpettine con le mani bagnate, infarinarle e farle cuocere in una larga padella con pochissimo olio, girandole prima da una parte poi dall’altra.

Io ho fatto l’impanatura con i semi di zucca tritati e al osto del prezzemolo ho usato il coriandolo fresco però ha un sapore particolare quindi per i vostri bambini consiglio il “solito” prezzemolo :-)

É dificile dare le dosi esatte degli ingredienti, perchè dipende dalla qualità delle zucchine utilizzate. per verificare la consistenza, prima di formare le polpette, mettere un pò d’impasto nel palmo della mano, chiudere il pugno con forza e tornare a riaprirlo; l’impasto dovrà risultare compatto, non sbriciolato e neanche troppo bagnato.

Se si sbriciola, unire ancora un pò di uovo, se troppo umido altra farina o pangrattato.

Una nota gastronomico-culturale del Friuli Venezia Giulia: queste polpette in alcune zone del Friuli vengono chiamate: “Bistechis di ort” (bistecche dell’orto).

Ettepareva che Perla non volesse mettersi in mezzo :-D , mentre scrivevo lei era accanto a me, ad un certo punto mi sussurra all’orecchio: “posso fare anch’io una cosina per quei bambini? Ed ecco il risultato, anche lei col nasino rosso, però a forma di cuore, l’ho sempre detto che è una gattina vanitosa :-D

Queste polpettine, questo post, il contributo di Perla, tutto ciò, spero riesca a far sorridere tutti i bambini che si trovano negli ospedali e che per merito della FONDAZIONE THEODORA  dimenticano di essere dei bambini ammalati.

Dopo aver chiesto a Tania ho il piacere di aggiungere queste polpettine al libro di ricette di Alice Ginevra, fra un pò di tempo gliele preparerà la mamma (ed anche il papà), poi le prepareranno assieme e spero sia ogni volta un divertimento cucinare assieme.


Risotto al trifoglio dei prati e qualche biso.

Ogni volta che mi accingo a preparare una ricetta con fiori o erbe che raccolgo direttamente nei campi penso che quei gesti, che per me sono estasi, divertimento, emozione e desiderio di ritornare al passato, per le nostre nonne sono stati i normali gesti quotidiani dettati dalla necessità parola che racchiude molte cose, non soltanto quella materiale.

Non si accontentavano di nutrire e nutrirsi, ma volevano dare un tocco in più al piatto ed è così che  un risotto con gli spinaci in estate diventava risotto allo sclopit, al tarassaco e, come in questo caso al trifoglio.

In fondo era sempre la solita minestra ma lo sapevano solo loro, mentre chi mangiava era convinto  fosse una nuova prelibatezza.

Rispondo già ora, come ho fatto nei commenti per la crostatina  a chi mi chiederà di raccontare che sapore abbia il trifoglio dei prati:

non è un sapore definito, i petali (mi riferivo al papavero) sanno di erba, come dire, di campagna, il sapore che ti lascia al palato l’assaggio di una foglia o di un fiore mentre sei a spasso.
A volte quando si ha davanti un piatto se ne apprezzano il colore, la presentazione, il significato, la storia..ecco, per me questa crostatina racconta di una passeggiata nei campi in una splendida e luminosa mattina di maggio……

Trifoglio dei prati

Aggiungo qualche notizia: è denominato anche rosso, è solo una delle circa 300 specie di trifolium.

Oltre che importante pianta foraggera, è anche in agraria per l’arricchimento del suolo e, in alcune località, quale unica fonte di nettare e polline per le api nei mesi estivi.

Ingredienti per 4 persone (io metà dose):

  • 300 g. di riso Vialone nano,
  • 50 g. di burro di soia con un filo d’olio evo,
  • 1 cipolla (cipollotto fresco),
  • 1 litro di acqua bollente,
  • 2 manciate di trifoglio dei prati,
  • qualche pisello,
  • salvia,
  • parmigiano reggiano grattugiato.

Come fare:

tritare il trifoglio e farlo soffriggere in pentola di rame (facoltativa) con cipolla e burro e la manciatina di piselli.

Aggiungere il riso e portare a cottura come un normale risotto come siete solite/i fare.

Nel frattempo sciogliete il burro e fatelo insaporire con la salvia.

Quando il riso sarà cotto, mantecarlo a fuoco spento con il burro profumato ed il parmigiano grattugiato, decorare a piacere.

Domani mattina si parte per l’Austria, terme, passeggiate, sole (se ci sarà), l’ultimo giorno farò il pieno di fiori ed erbette che qui ormai stanno per finire e così potrò rivivere ancora l’emozione/estasi di ripetere i gesti antichi di chi ci ha lasciato in eredità questo meraviglioso, profumato e salutare patrimonio

Altra idea col trifoglio:


Risi e bisi col Piron, che bon.

Il gesto dello sgranare i piselli, creare disegni nel piatto, infilare quelle perle verdi per farne collane o  venderli improvvisando una bottega durante un pomeriggio di gioco con le amichette, ecco, questo mi fa ritornar fanciulla.

Questa ricetta è classica della Bisiacaria , me l’ha spedita Tiziana.

La frase del titolo è la stessa che la sua maestra d’asilo usava a mò di filastrocca per far mangiare la minestra ai bambini che, quando vedevano arrivare quel piatto, mettevano su un’espressione imbronciata (sapete quella col labbro inferiore all’infuori?), altra strategia era renderla risotto da mangiare, appunto, col piron (forchetta).

É presa dal libro   MAGNARI BISIACHI di Luisella Paoli

Ingredienti per  4/6 persone (io metà dose):

  • 300 gr. di piselli freschi già puliti,
  • 4 cucchiai di olio extravergie oliva,
  • 1 cipolla (cipollotto),
  • 3 patate,
  • 150 gr. di riso (Vialone nano),
  • prezzemolo,
  • sale pepe,
  • formaggio grana (omesso),
  • 2 litri d’acqua.

Baccello con piselli

Come fare:

imbiondire la cipolla tritata nell’olio a fuoco basso, aggiungere i piselli e 4 cucchiai d’acqua, coprire e cuocere lentamente per 10 minuti finchè l’acqua sarà evaporata.

Aggiungere le patate tagliate a dadini, sale e pepe, l’acqua bollente e  far bollire per 30 minuti.

Quando i piselli saranno cotti  aggiungere il riso.

Dopo 15 minuti circa, prima di spegnere il fuoco,  aggiungere il prezzemolo tritato e una manciata di formaggio grana.

E se avanza? Tortina salata.

Ingredienti (teglia da 11 cm.):

  • avanzi di risi e bisi,
  • formaggio di capra a pasta molle,
  • prosciutto cotto tagliato a dadini,
  • creme fraiche (o panna),
  • pasta sfoglia pronta.

Come fare:

in una terrina unire gli ingredienti e versarli in una teglia foderata con la pasta sfoglia bucherellata, coprire con fiocchetti di formaggio di capra e la creme fraiche (questi 2 ingredienti vanno anche nel ripieno), formare delle striscioline di pasta ed infornare a 200°C. per 25/30 minuti fino a doratura.


Risi e bisi: una passeggiata nel passato.

Per la ricetta, come sempre, scendere dalla “soffitta”.

Questa ricetta mi ha catapultata in una vecchia soffitta di fronte alla cassapanca della nonna, quella piena di ricordi, ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata trasportare.

Mi sono rivista nell’orto con papà a raccogliere i bisi (piselli) e, di corsa, dalla mamma ad aiutarla a sgranarli, una buona parte finivano nella mia boccuccia incurante del pericolo del grande mal de pansa, altri li adoperavo per fare  collane, per me e per la bambola.

Dopo anni mi sono limitata al portatovagliolo:

Risi e bisi è stata per me anche una pozione magica quando in collegio, in primavera e autunno, prima di pranzo le suore minacciose mi costringevano a ingurgitare l’odiato cucchiaio di olio di fegato di merluzzo (che fa diventare grandi e forti) .

Quella minestrina mi aiutava a togliere quel saporaccio, il boccone sostava a lungo tra le mie papille offese, e poi ne seguiva un altro ed un altro ancora, fino alla fine del piatto, spesso chiedevo il bis.

Anche la signora Gisella me la faceva spesso, d’altronde anche a Trieste e in Bisiacaria risi e bisi come risi e fasoi o pasta e fasoi erano/sono piatti della tradizione, per cui non me la sono sentita di stravolgerla molto, ho aspettato i bisi della mia fornitrice di fiducia, la carenza di pioggia degli ultimi tempi ne aveva ritardato la maturazione e soltanto ieri mattina sono andata direttamente nel campo a prendermeli.

Tanto lavoro mi ha detto la signora che li stava raccogliendo, per fortuna no mal di schiena, sono straniera e mi piace lavoro, io tanto lavoro.

L’ho fotografata dopo averle promesso che avrei nascosto il viso :-)

     

La pancetta è usata come decorazione rendendola croccante in una padella antiaderente e con una mantecatura alla crema di finocchietto selvatico (mio) sbollentato e tritato con olio evo e parmigiano reggiano.

  

Ingredienti (4 persone) (io metà dose):

  • 800 gr di piselli teneri e dolci con bacello mangiatutto, in modo da ottenere 250-300 gr di piselli sgranati,
  • 250 gr di vialone nano (io ho usato Crespi),
  • 60 gr di burro chiarificato (burro di soia),
  • 50 gr di pancetta (io affumicata),
  • 1 cipolla bianca piccola novella,
  • 1 ciuffo di prezzemolo (finocchietto),
  • Parmigiano Reggiano,
  • sale e pepe nero macinato al momento.

Un segreto: i piselli sgranati devono essere della medesima quantità del riso (o il triplo se con baccello).

Procedimento:

sgranare i piselli separando i semi dai bacelli, conservare entrami e lavarli.

Versare i bacelli in 2 litri di acqua leggermente salata e farli bollire per circa un’ora. Passare quindi brodo e bacelli al passaverdura oppure al mixer e poi al setaccio. Si otterrà un liquido un po’ verde e un po’ denso che sarà il brodo per preparare il risotto, da tenere al caldo con un fuoco basso.

Tritare la cipolla e la pancetta e rosolarli insieme con 30 gr di burro in una casseruola di rame (il risotto viene meglio, non c’è storia!) per qualche minuto, unire i piselli, versare un paio di mestoli di brodo e cucinare per 5′ per pisellini fini e almeno 15′ per quelli un po’ più grossi.

Aggiungere il riso, mescolare con un cucchiaio di legno, unire il brodo bollente e mescolare per circa 14′.

Unire il prezzemolo e cucinare per altri 2′, togliere dal fuoco, regolare di sale, unire il pepe macinato fresco, il burro rimasto e il parmigiano a gusto.

Mantecare, far riposare coperto per 2 ‘ e servire.

Io ho scelto di fare una risi e bisi più fissa (densa) perchè a ello non piacciono le minestre con il riso: fresco, buono, mi ha detto e non si è lamentato della presenza del finocchietto che solitamente non gradisce, va a capirli gli uomini.

Pur facendo metà dose è avanzata un pò di risi e bisi ed ho pensato di fare delle crocchette come spezza-fame nell’attesa della cena l’ho servite a temperatura ambiente.

Ho aggiunto la quantità di uovo sbattuto sufficiente a legare, ho aggiunto un pò di parmigiano e, usando un coppapasta, ho fatto delle polpettine che ho passato nei semi di zucca tritati.

Ho fritto a 160° C. in olio profondo (di arachide) ed ecco il risultato:


La “Torta di nonna Aurora”……..

…………………no, non ho tirato fuori dal cilindro nessuna Nonna, quella l’ho prenotata (assieme ad un nonno) per la prossima vita, in lista ho messo anche una mamma ed un papà “normali”, un’infanzia “normale” però ho precisato che io voglio essere assolutamente uguale a come sono, perchè certamente con una buona base “la torta” non crolla e tutti possono ammirarla e complimentarsi (non ho scritto “gustarla” perchè “Google” non si sa mai cosa possa capire ;-) ).

Questa è la torta di nonna Aurora, la nonna di Tiziana, l’altro giorno mentre parlavamo ho sentito uno strano “rumore di fruste”, cosa stai facendo?

Faccio la torta di nonna Aurora, con la ricotta…..sai “ello” (il suo ;-) ) si è lamentato che non gli faccio mai un dolcetto ….(mannaggia..sapeste invece la verità :-D ) …mandami la ricetta..ma non te l’ho già mandata? None :-D

Così il giorno dopo, sempre via mail, mi sono arrivate foto e ricetta di questa torta che,  senza testare condivido con voi, Tiziana è una garanzia..fidatevi…n.b. l’orchidea è sua :-)

Torta di  nonna Aurora

Ingredienti per la pasta : 

  • 300 g. di farina 00,
  • 120 g.  di zucchero,
  • 200 gr. di burro,
  • 1 uovo  intero + 1 tuorlo,
  • 1/2 cucchiaino lievito,
  • buccia d’arancia o limone,
  • 1 pizzico sale,
  • vaniglia.

Per il ripieno : 

  • 350 g. di ricotta,
  • 2 cucchiai rasi  di zucchero,
  • 2 tuorli,
  • 1 manciata  di  pinoli,
  • 1 manciata uvetta,
  • zucchero  a  velo  per spolverizzare.

Come fare:

preriscaldare il forno a 200°C.

In una terrina amalgamare bene la ricotta con lo zucchero e le uova,aggiungere i pinoli e l’uvetta e tenere da parte.

Foderare uno stampo apribile da 24 cm. con carta forno inumidita, amalgamare bene e  velocemente gli ingredienti per la pasta ed inserirla sul fondo e bordi dello stampo, premendo un pochino  con i polpastrelli per formare delle piccole conche.

A questo punto aggiungere il ripieno di ricotta avendo cura di livellarlo e,  con una rotellina rifilare la pasta del bordo e ripiegarlo sopra la ricotta.

Infornare  per 30’.

Prima di servire la torta, spolverizzarla con lo zucchero a velo.

Ora voglio farvi vedere cosa fa Tiziana, 2 sabati fa sono stata all’inaugurazione della sua mostra di quadri “Donne con la pipa”……

Se volete vedere altre opere di Tiziana cliccate qui

Prossimamente Tiziana ed io  vi racconteremo la “storia” di alcuni soggetti dei quadri, io mi sono soffermata sui particolari  perchè ritengo che come “drappeggia” lei forse…..il Caravaggio? …dai…..non fate “booooooooooh” scherzavo….ma anche no :-D

E non ho ancora finito, non ho cucinato, ho scritto poco, praticamente ho brillato di luce riflessa devo fare almeno qualcosa..e vi racconterò della mia adorata Perla:

ieri l’ho portata a fare un prelievo di sangue per l’intervento di oggi (pulizia dentini ed estrazione :-( )

Io le sono stata vicina mentre il veterinario procedeva, beh, non un miagolio, non un sussulto, 2 siringhe riempite a stento (non aveva molta pressione), cosa vi devo dire? É digiuna da ieri sera, grida come un’aquilotto, mi fa tanta tenerezza…ah, nella lista per la prossima vita c’è anche un’isola dove accogliere animali abbandonati e “veterinari abbandonati” per vivere tutti assieme felici e contenti :-D ..ma “lei” questo non lo vuole sentire..sapete è un pò “gelosa” :-D


Macaróns di Polénte, Cultura Friulana.

Il tema “La polenta” è stato così interpretato da Polentarutti Luigi, classe terza unica, e riportato da Scuola modello 1947.

“A me mi garba molto la polenta. Io la polenta la mangio di  bonora, di mezzogiorno e di cena e anche alle quattro. La polenta se la fa con la farina de panoghie e con l’acqua e si mette anche il sale senò dicono che fa venire la pelagra.
Per fare la polenta si mette l’acqua nella calderia, poi si fa bollire sopra il fuoco e quando si vede le bolle si mette dirento una presa di farina e dopo tutto il  s’çiatulino. Poi si prende il mesculo e si la rompe e si la lascia sçialdare. Poi si mesceda…si mesceda cencia stufarsi fin quando la spussa di cotto. Poi la si giàva e la si buta sul taiere che la fuma.
Ai signori, a loro piace la polenta tenera perchè la mangiano con i luierini, ma a casa mia, la quale siamo poveri, la mangiamo dura senò lo stomaco si delibera subito.
La polenta più dura è quella dei boscadori, che la taiano con la manaria. Anche i pastori mangiano molta polenta nelle casere e prima di buttarla in bocca la stricciano e la folpeano fra le aine perchè diventi più mulisitta.
Io amo la polenta e mangio anche le croste. La polenta, se cade a terra, fa sbrisciare. Mia nonna l’altro ano ha pesçiato un poco di polenta e è colata e ha s’çiarnato un piede che abbiamo squegnuto portarla a Socchieve da quela donna che comedda gli ossi. Evviva la polenta! Anch’io mi chiamo Polentarutti.”

A pagina 106 del libro “Vecchia e Nuova Cucina di Carnia di Gianni Cosetti” è riportato questo tema, se vi va di scoprire altre storie e leggende di Carnia vi consiglio questo sito.

Come già sapete tengo particolarmente a questo libro, è stato un regalo di “ello”che ha anche avuto la fortuna ed il piacere di conoscere di persona il Signor Gianni e di mangiare nel suo ristorante (ello ha lavorato qualche anno a Tolmezzo)

Il sogno di fare questi “macarons di polente” (gnocchi di polenta) lo coltivavo da un pò ma, anche se la polenta compare spesso sulla mia tavola (mi inginocchio sul sale ma la faccio con la MDP, per sapere come Qui), non avanza, o viene “maltrattata” sul tagliere e quindi non riesco mai a recuperare delle fette intere da poter ritagliare ;-)

Riporto la ricetta originale (pagina 96).

Cosa serve (20 minuti):

  • 3 foglie alloro,
  • 800 g polenta fredda,
  • 100 g ricotta affumicata,
  • 150 g burro,
  • 100 g formaggio di malga fresco.

Come fare:

Tagliate la polenta a cubetti di 1 cm (io ho fatto piccoli cuori), versateli in acqua bollente salata e aromatizzata con alloro; lasciate cuocere per 3-4 minuti.

In una casseruola rosolate il burro fino a renderlo color nocciola, aggiungetevi la polenta ben scolata, cospargete con la ricotta affumicata e il formaggio di malga grattugiati.

Servite il tutto ben caldo.

Gianni Cosetti consiglia di bere un buon Tocai, ora  diventato “Friulano”, cambia il nome ma non la qualità del vino.

Avendo la sera prima fatto il goulash con il guanciale di manzo, una parte l’ho condita con il sugo e qualche pezzetto di carne.

Ve lo consiglio (l’ho già fatto) il guanciale per goulash e spezzatino, mangerete una carne gustosa fuori e dentro e ogni pezzo si scioglierà piacevolmente in bocca.

Il mestolo che vedete nelle foto è quello del nonno di ello..immaginate quanti anni ha, le prime volte l’ho usato anch’io (40 minuti a girare).

Ccon questa ricetta, anche lei “povera”, vi auguro un bel fine settimana.


Torta di pane-ttone e mele profumata al macis, cucina povera?

Questo dolce si fa solitamente con il pane raffermo, sembra banale e scontato però alla fine per me è “il dolce”.

La ricetta ho dovuto quasi strapparla con la forza alla signora  Maria, la mamma di un mio amico con il quale mi allenavo, ricordate “Il tacchino col tappo”? Ecco è lei.

Io l’ho fatta tante volte, è venuta sempre buonissima però..e c’è un però, a me sembra che nella mia manchi sempre qualcosa.

Ricordo  il mio amico che per farmi andare più forte, mentre facevamo le ripetute in salita mi diceva: dai, forza, pedala che la mamma ha fatto la torta che ti piace tanto…allora io pedalavo veloce come il vento pregustando già il sapore di quel dolce.

macis primo piano

Un panettone senza cupola (ricordate i miei vari esperimenti?) stazionava in congelatore, qualche mela grinzosa nel portafrutta, il desiderio di “ello” di avere qualcosa da sbocconcellare al ritorno dal lavoro e così, anche se i blog pullulano di ricette pandoro-panetton/riciclo una in più non guasta e poi l’idea di non sprecare il cibo e di riuscire a trasformarlo in qualcosa di buono mi piace e mi stimola.

Solitamente questa viene definita “cucina povera”..ed inevitabilmente mi viene in mente qul bambino che è morto di fame e freddo nel centro di Bologna ed arrossisco di vergogna :-(

Cambierò qualcosa in questa ricetta: la sostituzione pane/panettone si evince, ometterò lo zucchero e l’uvetta in quanto il panettone contiene già tutto, profumerò la torta col macis per rendere omaggio all’ amica che di ritorno da un viaggio esotico che mi ha portato la noce moscata completa del suo involucro, il macis appunto.

Ingredienti per una teglia da 24 cm. (3 strati):

  • pane raffermo (panettone),
  • 1 kg. mele,
  • 1/2 litro di latte (di soia),
  • 2 uova,
  • zucchero (omesso, solitamente uso il fruttosio),
  • 50 gr. burro (di soia),
  • uvetta (omessa),
  • pinoli a piacere,
  • buccia grattuggiata di 1 limone bio (io un limone di Max),
  • macis (facoltativo),
  • rhum (omesso),
  • estratto di vaniglia.

Collage Torta pane mele passo passo 2009

Come fare:

accendere il forno a 180°C.,  mettere l’uvetta in ammollo nel rhum. (nella versione pane), mettere in infusione il macis nel latte tiepido.

Tagliare il pane a fette di 1/2 cm. (io il panettone), sbucciare le mele, tagliarle a fettine sottili e metterle in una terrina con lo zucchero, i pinoli, la vaniglia, la buccia di limone e l’uvetta scolata e strizzata.

Foderare con le fette di pane  (panettone) una teglia imburrata o rivestita con carta forno (io faccio così), fare uno strato con il composto di mele, aggiungere dei fiocchi di burro e ripetere, finire con le mele.

Sbattere le uova ed unire il latte (dopo aver tolto il macis),  versare lentamente sulla torta in modo che il pane (panettone) s’inzuppi uniformemente, aggiungere qualche fioccho di burro ed infornare per 30 minuti coperto con la stagnola (evita la “bruciatura” della superficie), toglierla e continuare la cottura per un’altra mezz’ora  fino a doratura.

Torta pane mele versione 2010

Farla raffreddare o intiepidire prima di sformarla.


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