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Caponata, per Vincenzo Nibali che ha colorato di Giallo Tour de France la nostra Italia.

Riapro i battenti, in anticipo sulla tabella di marcia, ma non posso perdere l’occasione per celebrare la splendida vittoria di questo uomo che è riuscito a farci rinnamorare dell’Italia.

E pazienza se, dopo anni, ai francesi, come canta Paolo Conte, … le balle ancora gli girano…

E quale occasione migliore per presentare umilmente la caponata che faccio da anni e che non  ero mai riuscita a fotografare? Consideriamo che la caponata, come spezzatini, ragù ecc. non è proprio fotogenica e non è facile equiparare la bellezza alla bontà, perchè la caponata è davvero buona.

Amore al primo assaggio, tantissimi anni fa, ad uno dei soliti pranzi della domenica da Nonna Flora che, aveva vissuto a Lampedusa per seguire la carriera militare del marito.

caponata  sfondo cipolla rosa della Val Cosa-001

Già allora avevo chiesto la ricetta e nel corso della vita, quando era tempo di melanzane, la replicavo; Nonna Flora friggeva anche il sedano ma, anni fa, ad una puntata della prova del cuoco arrivò un signore siciliano che preparò questa ricetta, che contempla il sedano sbollentato ma, credetemi, non si sente la differenza anche perchè il sedano mantiene comunque sapore e croccantezza.

Anche oggi mi intrufolo nelle cucine altrui ma sempre col solito rispetto, l’attrazione fatale che provo nei confronti delle ricette della tradizione, quelle che hanno una storia, le ricette che fanno intravedere la passione di chi le ha accompagnate amorevolmente fino ai giorni nostri, lasciandole in eredità a chi ne avrà la stessa cura, è la molla che mi convince, giorno dopo giorno, a continuare a scrivere qui.

Ogni giorno imparo qualcosa, scopro qualcosa, dietro queste ricette c’è un mondo da scoprire, i popoli e le loro usanze, queste ricette ci aiutano ad imparare, a conoscere, queste ricette sono cultura vera.

Come faccio quando ne ho l’occasione, unisco le regioni, adoperando i prodotti di casa mia e delle case altrui: la ricetta contempla le cipolle rosse, quindi ognuno può personalizzare questa caponata, chi con le cipolle rosse di Tropea, io ho scelto le cipolle Rosa della Val Cosa, Presidio Slow Food del Friuli Venezia Giulia che ho acquistato al Mercato della terra di Gemona; la signora aveva portato le cipolle sciolte per fare la dimostrazione come intrecciarle e formare le Resti (trecce) ma quel venerdì c’era poca gente in giro, peccato, sarà per la prossima volta.

melanzane, pomodori, basilico-001

Le prime melanzane lunghe dello zio e i primi pomodori di Milva, stagionalità a kilometro zero.

Ingredienti, copio dal mio foglio vissuto, nel link sotto al post troverete la storia e la ricetta:

  • 1 kilo di melanzane lunghe,
  • 500 g. di gambi di sedano,
  • 250 g. di cipolle rosse (io la rosa della Val Cosa),
  • 250 g. di pomodori rossi, ramati, San Marzano ecc. oppure una salsa già preparata in precedenza, in questo caso si velocizza la preparazione,
  • 150 g. di concentrato di pomodoro,
  • 150 g. di capperi sotto sale,
  • 200 g. di olive verdi in salamoia, piccole se col nocciolo, grandi se snocciolate,
  • basilico fresco a piacere,
  • olio extra vergine di oliva,
  • olio di semi di arachide per una frittura più neutra,
  • 1 bicchiere di aceto di vino
  • 40 g. di zucchero.

cipolla di Cavasso e della ValCosa-001

Come fare:

lavare le melanzane, tagliarle a dadini, salarle e metterle in un scolapasta, con un peso sopra affinchè perdano l’acqua di vegetazione che potrebbe risultare amarognola; se le melanzane, come nel mio caso, sono freschissime basta 1 ora, sennò prolungare.

Dissalare i capperi sotto acqua fredda corrente e mettere da parte, sciacquare le olive (io lo faccio sempre) e, se scegliete quelle snocciolate, tagliarle a fette; io preferisco quelle col nocciolo, le trovo più saporite.

Sciogliere il concentrato di pomodoro in poca acqua calda; togliere i filamenti dai gambi di sedano e tagliarli a pezzetti, farli sbollentare in acqua bollente salata per qualche minuto e scolarli, mettere da parte.

Se adoperate i pomodori freschi, lavarli, fare una croce sulla buccia e sbollentarli per poter eliminare la pellicina con facilità, eliminare i semi e tritare la polpa.

Nel frattempo le melanzane saranno pronte, solitamente io le risciacquo e le asciugo, voi fate come al solito; friggerle in olio profondo e scolarle.

In un tegame capiente far rosolare in olio extravergine d’oliva, a fuoco lento, le cipolle tagliate a fette sottili fino a farle diventare trasparenti, unire la polpa di pomodoro ed asciugare, aggiungere le melanzane, il sedano, le olive, i capperi, il concentrato di pomodoro, le foglie di basilico, mescolare bene, aggiustare di sale e mescolare.

Unire l’aceto dove avrete fatto sciogliere lo zucchero, mescolare bene e continuare la cottura, scoperto e a fuoco dolce fintanto i sapori si saranno amalgamati perfettamente.

Ormai tutti sanno che la caponata è più buona dopo aver riposato un giorno; si può anche conservare (nel link che trovate sotto ci sono le indicazioni), io ho provato a farlo più volte ma i vasi venivano aperti nel giro di una settimana al massimo ;-)

Ottima anche per condire una pasta, provate a farla, se vi va, investite un pomeriggio, insieme con i vostri cari, sarà un pomeriggio indimenticabile per tutti.

caponata-001

Buona settimana

Link utili:

Cipolla di Cavasso e della Val Cosa

Caponata


Pinza Triestina, per chi non ha planetaria, farine griffate e pregiudizi.

pinze pronte uova1-001     

La Pasqua è alle spalle e questo post potrebbe risultare fuori tempo massimo ma, dal momento che è, come si evince dal titolo, una ricetta facile, si può fare in ogni momento dell’anno.

Per conservarla come fosse appena sfornata basta, dopo fredda, porzionarla a fette e metterla in congelatore; io ricordo fette di pinza quasi secche, buone da matti, pucciate nel caffellatte della colazione o merenda.

La pinza Triestina, dolce della tradizione Pasquale (a Trieste non si può immaginare la Pasqua senza pinze e titole), ha un sapore ed un profumo particolari,  di quelli che non si dimenticano e che io, evidentemente, non avevo dimenticato perchè, dopo essermi fidata della ricetta della PINZA che mi aveva mandato Tiziana (lei ne ha fatto una produzione industriale accontentando figli, amici e parenti), pur con una dose di lievito di birra da far torcere il naso ai puristi della panificazione, l’ho fatta e quando l’ho sfornata il profumo era quello, il sapore era quello e quindi, sono risalita sulla macchina del tempo verso il mondo della Pinza          .

Non l’avevo mai fatta prima perchè la frase che avevo sentito mille volte pronunciare: meno mal che xe pasqua solo una volta l’anno perchè far le pinse xe ssai lavor (per fortuna che Pasqua sia soltanto una volta all’anno perchè ci vuole tanto lavoro per fare le pinze ), mi aveva tenuta lontana.

La pinza NON è soffice, non dev’essere alveolata, la pinza ha un impasto compatto, non lo dico per saccenza ma per memoria, almeno, la pinza della mia infanzia era così: profumava delicatamente di rum, aveva un bel colore giallo ed una consistenza che non si disperdeva in bocca in pochi secondi, la pinza ama farsi coccolare dalle papille, è una romanticona <3

Per onor di informazione ho fotografato le due ricette che ci sono sul libro La cucina Triestina di Maria Stelvio che mi ha accompagnata in tutti i miei traslochi; l’autrice dice che La bravura è di saper fare belle pinze con poco lievito, beh, allora Tiziana, sua cognata, e tutti quanti si sono tramandati la ricetta ed io in ultimis, non siamo bravi.

    collage pinze uso pasticceria-001         

Nel libro si trova anche la sua versione, questa:

 Collage ricetta pinza triestina alla Stelvio-001         

Prima di passare alla ricetta premetto che io l’ho fatta e rifatta tre volte, due con metà dose e l’ultima con la dose intera, con gli avanzi delle farine adoperate anche per la colomba, senza planetaria, con la macchina del pane (LIDL) funzione pasta ripetuta fino al raggiungimento della consistenza desiderata ma Tiziana ha impastato tutte le volte a mano, con ottimi risultati (vox populi ;-) ).

Quando mi accorgo di rischiare la dipendenza da moda e tecnologia in cucina, faccio un passo indietro e mi metto nei panni delle donne che non avevano tutte le nostre comodità.

Oggi sembra che, senza lievito madre, bimby, planetarie, abbattitori di temperatura il mondo della cucina si fermi, invece la cucina va avanti ugualmente, basta mettere alla sua guida donne appassionate e volonterose.

collage pinze triestine-001         

Ingredienti per 2 pinze da 600 g. e 2 da 300 g.:

  • 1 Kg di farina (così scrive Tiziana, io ho adoperato avanzi),
  • 100 g. di lievito di birra fresco,
  • 2 uova + 5 tuorli (preferibili con bel colore giallo),
  • 200 g. di burro,
  • 250 g. di zucchero (300),
  • 2 bicchieri di latte (da 1/8),
  • 2 cucchiai di rhum,
  • 15 gr di sale(18/20),
  • buccia grattugiata di 1 limone e 1 arancia non trattati,
  • 1 uovo per finitura.

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Come ho fatto, la versione di Tiziana nel link in fondo:

setacciare la farina e preparare il lievitino sciogliendo il lievito in un po’ di latte tiepido con 50 gr di zucchero, aggiungendo la farina necessaria a formare una pastella semiliquida, lasciar lievitare in luogo caldo per circa 10 minuti (collage 1).

Nel frattempo lavorare a crema il burro ammorbidito a temperatura ambiente con lo zucchero, unire, uno alla volta i tuorli, le uova intere, la buccia degli agrumi.

Fare la fontana con la farina rimasta e versare al centro il lievitino, amalgamare ed unire il composto incorporando la farina ed aggiungendo il latte e il rhum tiepidi e, alla fine, il sale.

Se fate l’impasto a mano, impastare energicamente, come si lavora il pane, fino a quando la pasta non si staccherà dalle dita.

Se adoperate l’impastatrice saprete di sicuro come fare, con la macchina del pane, unire il composto di burro uova ecc. , poco alla volta, incorporandolo bene prima di aggiungerne altro e, dopo che avrete ottenuto un composto lucido ed elastico lasciarlo riposare nella macchina del pane o riporlo in una terrina coperta con la pellicola, lasciar lievitare per 30minuti.

Dividere il composto a metà o, se desiderate più pezzature, regolatevi a piacere e far lievitare finchè avrà raddoppiato il volume.

Lievitare per circa 3 ore, dopo ogni ora rilavorare l’impasto.

Disporre i panetti sulla placca del forno foderata con la cartaforno e con le forbici praticare un’incisione a forma di croce,tirando la pasta verso l’alto (io non sono ancora pratica e sono andata sbilenca), spennellare la superficie delle pinze con un uovo sbattuto e, se avete tempo, far lievitare ancora una volta prima, altrimenti infornare tranquillamente a 160° per 45 minuti.

pinze pronte uova-002         

Alla prossima, per qualsiasi dubbio sono qui, la ricetta originale, tramandata nel tempo è questa.        


Buchteln, con salsa al cardamomo, quando c’è il burro buono.

Buchtel ricetta libro Maria Stelvio-001

Ricetta Cucina Triestina Maria Stelvio (pag 338)

Sono ritornata dall’Austria, da qualche giorno ormai, col burro buono, il latte buono, una rinnovata energia, un ritrovato entusiasmo e una nuova consapevolezza.

Ma di questo parlerò un’altra volta, oggi voglio parlare di Buchtel, della mia prima volta con i Buchtel, una ricetta che mi ha fatto risalire sulla macchina del tempo, diventata ormai il mio mezzo di trasporto preferito.

Su questa macchina trasporto i miei sogni, i miei ricordi ed anche i miei rimpianti, è come vivere due volte, la seconda correggendo gli errori della prima, trasformando i brutti ricordi in bei ricordi e la vita ricomincia.

Nel post dei gnochi de spinaze vi ho raccontato della Signora Lia, ebbene, è proprio lei che me li ha fatti assaggiare la prima volta, li alternava alla torta di mele, avevo quasi vent’anni e da allora non li avevo mai più mangiati.

burro cardamomo alto n

Burro Austria, cardamomo.

La scintilla è stato il burro buono e bello, il burro dell’Austria; appena arrivati a casa ello ha voluto che facessi dùspaghi, io non faccio mai la pasta al burro, nella mia infanzia era il piatto must a casa della Signora Gisella, d’altronde, come va di moda dire: i piatti più semplici devono contenere prodotti di straordinaria qualità e questo burro è perfetto, ma volevo di più, volevo fare un dolce dove il burro buono, il latte buono e la farina buona potessero fare la differenza: i Buchteln.

Mentre li preparavo mi hanno ricordato il Danubio che feci tempo fa, già il nome è un indizio, infatti i buchteln altro non sono che i progenitori di quel dolce che a Napoli hanno chiamato Briochina dolce del Danubio, semplificato in Danubio e che poi è stato rivisitato anche in versione salata.

I Buchteln sono focaccine dolci di pasta lievitata, riempite di marmellata e cotte in una pirofila in modo che si attacchino l’una all’altra.

Sono originarie della Boemia, ma hanno un posto di primo piano nella cucina austriaca, nella cucina ungherese (in lingua ungherese bukta) e anche nella cucina ladina.

I Buchteln tradizionali sono riempiti con powidl (confettura di frutta preparata senza aggiungere zucchero) di prugne o coperti di salsa alla vaniglia.

I più famosi Buchteln austriaci vengono serviti nelCafé Hawelka a Vienna, dove sono la specialità della casa e vengono preparati secondo una ricetta di famiglia antichissima e segreta.(Fonte Wikipedia)

In Baviera i Buchteln vengono chiamati Rohrnudeln.

Trieste contempla la tradizione per questo dolce, avendo assorbito influenze Austroungariche per quanto riguarda la gastronomia; si mangiano anche in Alto Adige per la naturale e golosa conseguenza della sua posizione geografica.

Vengono serviti con una salsa alla vaniglia, ho voluto variare questa tradizione con una salsa al cardamomo che ben si sposa con il sapore della confettura di albicocche.

Altre varianti potebbero essere con una salsa alla cannella se la farcitura si fa con una confettura di prugne o di mele, per esempio.

Inizio con la ricetta del Sacher Hotel la quale, secondo me, manca dell’ultima lievitazione che li avrebbe resi più alti e soffici:

Collage Buchtel ricetta Sacher-001

Ricetta Buchteln Sacher Hotel.

collage buchteln Sacher-001

Note: impastare con la planetaria (per chi ce l’ha) sennò, come ho fatto io per la versione della Stelvio, nella macchina del pane (impasto per pasta 9 minuti), fare un’ulteriore lievitazione prima di infornare, curare di più l’esecuzione delle porzioni e la sistemazione in teglia.

Per fare la salsa al cardamomo ho fatto intiepidire il latte ed ho lasciato in infusione i semi di cardamomo leggermente schiacciati per un’ora, riscaldando il latte di tanto in tanto.

L’ho portato ad ebbollizione, ho passato al colino per eliminare i semi ed ho proceduto come da ricetta originale.

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Buchteln con salsa al cardamomo.

Non completamente soddisfatta, sono andata alla ricerca della ricetta sul libro della cucina Triestina di Maria Stelvio (1976), certa di trovarla, essendo, come ho scritto prima, una ricetta della nostra tradizione dolce.

Qui varia la quantità di lievito e, come potete leggere nella foto dell’inizio, variano anche le fasi di lavorazione, di lievitazione e la forma, segno che ognuno le ricette della tradizione le ha interpretate e le interpreta a modo suo senza, alla fine, stravolgere il risultato.

Ho cambiato anch’io la forma, rimamendo sulla forma circolare della ricetta del Sacher, ho solo aumentato il diametro di due cm. ed ho inaugurato la Farina Garofalo, faccio parte di Gente del Fud e spesso l’Azienda ci omaggia con qualche prodotto.

Inoltre ho immerso i buchteln nel burro fuso come nella versione del Sacher ed ho adoperato il latte di malga; per tutte 2 le preparazioni ho adoperato una marmellata di albicocche senza zucchero.

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Le farine sono di tre tipologie: W170 per lievitazioni fino a 8 ore (quella che ho adoperato);  W260 per lievitazioni fino a 24 ore e W350 fino a 48 ore di levitazione.

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Collage Buchteln Maria Stelvio.

Note: distanziare di più i saccottini e curarne di più la forma.

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Se decidete di prepararli, sappiate che potete staccarli e riporli nei sacchetti e congelarli, all’occorrenza una botta di forno e saranno come appena fatti.

Questa è la mia inconsapevole versione salata della ricetta:

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Lascio un link interessante per chi ama, come me, la storia del cibo, buona domenica a voi.

Snoopy e Linus


Torta Paciarèla (o Paesana o di Latte) e la Macchina del Tempo.

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Eccola, è una bomba energetica, la preparano le donne della bassa, ognuna con delle varianti.

Questa, da quanto ho capito ha più di un secolo, se la tramandano di madre in figlia e quando non ci sono figlie femmine tocca ai figli maschi tramandarla, a me l’ha data un conoscente.

Ciao e buon divertimento

Paolo

Così mi scriveva Popof  il 18 febbraio 2013, alle ore 22.07; Popof non scrive di cucina ma cucina lui, nel suo blog, racconta di viaggi, di politica, appassionato di montagna racconta le sue domeniche in alta quota.

Mandandomi questa ricetta ha portato in Friuli Venezia Giulia un pezzetto di Lombardia, Popof conosce la mia grande passione per le ricette del passato, è il passato, è la cucina delle nonne, delle mamme, che ha ispirato i nostri Chef.

L’anno scorso, a Identità di Pasta Luciano Monosilio ha detto: il passato non deve offuscare il presente, ma non succederà, il passato continuerà ad ispirarci, il compito è quello di alleggerire le ricette, adattandole ai nuovi stili di vita, più comodi e meno faticosi, almeno fisicamente, il passato schiarisce il presente, come il sole dell’estate schiarisce i capelli illuminando il volto.

Va di moda la tradizione, Cracco ha scritto un libro di cucina regionale, Mariola, sul gambero Rosso, conduce una rubrica di cucina regionale tradizionale, preparando per noi le ricette; ho visto la sua versione delle Patate in tecia triestine alla quale ha dato la forma a frittata, ma la forma a frittata appartiene alla Carnia, al Frico.

Le patate in tecia *le xe butade là, a la vecia*, ma non voglio fare la talebana della cucina ce ne sono già troppe/i.

Questo blog è diventato, per me, la macchina del tempo: salgo a bordo e, in un attimo, mi trovo proiettata in epoche remote e regioni diverse, ospite in cucine lontane, ma rimango in Italia, è l’Italia che ha bisogno di noi, della nostra memoria e del nostro rispetto.

La tradizione è come un fiume, nasce povero, poca acqua poi, man mano si arricchisce, prosegue ed accoglie l’acqua degli affluenti che sono le rivisitazioni e le tradizioni di altri.

Il fiume si arricchisce, metro dopo metro, fino a riversare in mare tutta l’ acqua, sarà poi dal mare che potremo attingere  storia, arte, affetto, ricordi, ricette, racconti.

Ecco, per me è questa la tradizione, è la generosità del passato, è la nostra eredità e di questa eredità fa parte anche la Paciarela, torta che, merito di questo fiume, ho conosciuto e potuto rifare.

Se volete assaggiarla e, il 9 febbraio siete dalle parti di Pessago con Bornago (MI), c’è una sagra a lei dedicata, altre informazioni su questa torta le trovate da Sara, amante della cultura e delle tradizioni culinarie Italiane.

Ora, salite con me sulla macchina del tempo e partiamo, si va in Lombardia, se vi perdete la sagra di febbraio, in ottobre, potrete gustare la Paciarela a Gessate dove viene arricchia di una elle, per chi potrà andarci, sarà motivo in più per scoprirne i segreti.

Torta Paciarela ing cornice

Ingredienti per una tortiera da 30 cm.:

  • 1 litro di latte fresco,
  • 1 pagnotta di pasta dura oppure 2 rosette milanesi,
  • 100 g. di biscotti secchi tipo O. S.,
  • 200 g. c.ca di pane all’anice (io l’ho sostituito con pane aggiungendo all’impasto semi di anice pestati nel mortaio),
  • 2 uova
  • 50 g. di burro,
  • 400 g. di amaretti,
  • 100 g. di cioccolato fondente a quadrotti,
  • 100 g. di cacao amaro,
  • 100 g. di cacao dolce
  • 150 g. di uvetta,
  • 100 g. di cedro candito (l’ho sostituito con arancia candita),
  • 100 g. di zucchero vanigliato,
  • 1 cucchiaio di liquore (brandy o cognac (omesso)).

Zucchero a gusto (aggiungere solo a fine impasto, primadella cottura, se serve; attenzione però: la torta è migliore se leggermente amara

niente sale e neppure lievito.

Particolari da ricordare:

Latte: bollire e lasciar riposare almeno mezz’ora;

Burro: lasciarlo sciogliere a temperatura ambiente o a bagnomaria;

Uova: rotte e sbattute al momento dell’utilizzo.

Uvetta: a bagno il giorno prima, poi asciugata con panno o scottex;

Amaretti, Biscotti, Pane: frantumarli bene prima di amalgamare.

Preparazione:

Paciarela ingredienti mercoledì n-001

Mercoledì:

in una pentola di buona capacità (meglio se alta) preparare tutti gli ingredienti principali: pane,biscotti e amaretti ridotti a pezzetti; il cioccolato fondente grattugiato o ridotto in scaglie sottili.

Mescolare bene.

  • Miscelare a parte il cacao amaro e dolce.
  • Far fondere li burro in una tazzina.
  • Mettere a bagno l’uvetta.

Paciarela impasto giovedì corn

Giovedì:

  • bollire il latte e lasciarlo riposare almeno mezz’ora.
  • Asciugare l’uvetta tamponandola.

Preparare l’impasto unendo a quanto già pronto in pentola: il latte, il cacao, il burro, buona parte del cedro (arancia), lo zucchero vanigliato, il liquore (omesso), ma non l’uvetta); mescolare sempre.

Mescolare, amalgamare molto bene e lasciar riposare fino al giorno dopo.

Paciarela da infornare venerdì corn.

Venerdì:

unire le uova sbattute e mescolare molto bene.

Passare l’impasto al passaverdura (passaverdura a mano, evitare frullatore e minipimer, se proprio si usa il minipimer, non ridurre a semolino ma lasciare a grana grossa) *Questo passaggio non l’ho fatto*.

(A  questo punto si può soddisfare la gola assaggiando se è dolce a suffìcienza: se poco, basta aggiungere un poco di zucchero, se troppo, unire altro cacao amaro o cioccolato fondente; normalmente va bene così) *io non ho aggiunto nulla*.

Unire l’uvetta e il poco cedro rimasto mescolando bene.

Lasciare riposare un pò e poi trasferire in una tortiera imburrata leggermente spolverata di pan grattato

Cuocere in forno già caldo a 200° C. per circa 105 minuti; versoi 90/95 minuti accertare il grado di cottura con la prova stuzzicadenti.

Naturalmente lasciar raffreddare prima di toglierla dalla tortiera, curando di staccarla dal bordo con l’aiuto del coltello.

Sarebbe opportuno resistere alla tentazione di gustarla fino a domenica: nei giorni successivi alla cottura, asciugando, acquista un leggero gusto amarognolo di cacao e cioccolato fondente che la rende migliore.

Paciarela sfornata corn


Tramonti di Sopra e il Calendario 2014 dedicato alla Pitina, ci sono anch’io.

collage calendario Pitina

Quando si arriva a Tramonti di Sopra si ha la sensazione che il mondo finisca lì, dopo qualche kilometro, dietro il Passo del Monte Rest, passo che rimane chiuso d’inverno per la neve, neve che, come dice Mauro Corona, non è la neve firmata del Veneto e del Trentino, in Friuli Venezia Giulia la neve non riempie le tasche delle amministrazioni e così, gli abitanti della montagna, per non abbandonarla, continuano ad esercitare, da sempre, l’arte dell’arrangiarsi.

Lago di redona

Foto dal web.

L’incanto inizia già mentre si percorre la strada che attraversa la Val Tramontina, l’emozione che regala la vista del lago di Redona, dal quale affiorano i ruderi del paese sacrificato per formare questo Lago artificiale è indescrivibile, il colore dell’acqua ed il candore della pietra portano il pensiero verso paesi lontani, mentre siamo qui, in Friuli Venezia Giulia, nella nostra bella Italia .

lago di redona1

Foto dal web.

Quando si è turisti non si pensa a come vivano queste persone, alla distanza tra loro ed i loro posti di lavoro; ciò che in città è semplice, nei paesi di montagna, diventa estremamente complicato.

É per questo che nutro profonda stima verso questa gente caparbia, tenace e forte; se certe Valli non sono ancora completamente abbandonate (vedi Val Resia) è soltanto perchè i loro abitanti si sono inventati una ragione di vita, hanno trovato degli appigli su cui aggrapparsi con forza, mi viene in mente la lavanda a Venzone o le farfalle a Bordano.

A Venzone c’era anche una festa della zucca che per anni ha riempito il Paese ma la “mancanza di fondi” l’ha cancellata dal calendario nel 2013 e così, un’altra tradizione  si è persa nel labirinto dell’insensibilità, soffocata dalla intricata maglia della burocrazia.

Ma è di Tramonti di Sopra e della Val Tramontina che voglio parlare; il legame tra questo Paese e me è nato più di vent’anni fa quando ho mangiato il risotto con la Pitina, ed è stato subito amore.

Poi c’è stato l’incontro, era agosto, c’era la sagra della Pitina, ne ho portata a casa qualcuna ma il desiderio di tornare lassù è diventato talmente forte da volerci ritornare almeno una volta all’anno.

cartina della Val Tramontina-001

É un legame strano il nostro, ma è il legame che mi unisce da sempre ai Luoghi; Tramonti di Sopra non fa parte dei miei ricordi di bambina, lì non conosco nessuno,  non ho campanelli da suonare o persone da incontrare; mi perdo per le vie, mi fermo ad ammirare gli affreschi degli antichi mestieri sui muri delle case, i suoi balconi fioriti ed immagino la vita dietro quelle finestre; mi tolgo gli occhiali da turista e guardo il Paese con gli occhi del cuore.

Non ricordo quando sia iniziata la mia collaborazione con la Pro loco di Tramonti di Sopra, non è proprio una collaborazione ma una specie di tacito accordo: ogni qualvolta preparo una ricetta con la Pitina  gliela mando.

Grande gioia per me cucinare con lei a Torino, al Salone del Gusto: la Pitina, protagonista assieme ad altri due prodotti straordinari, in una ricetta con la pasta Garofalo, un’altra occasione per unire l’Italia con le sue eccellenze, da nord a sud, non mi stancherò mai di farlo, di dirlo e di promuoverlo.

L’altro mese ho ricevuto una mail: la Pro Loco di Tramonti di Sopra ogni anno prepara un calendario da regalare ai Turisti, loro ospiti; quest’anno, invece dei soliti paesaggi ha pensato di mettere 12 ricette con la Pitina scegliendone 4 dal mio blog, 3 sono mie ed una di Emanuele Scarello, la crema di broccoli, amaranto e Pitina che aveva preparato ad un corso nella sua cucina.

Le altre ricette sono della Pro loco di Tramonti di Sopra, di Michele Crozzoli della Locanda al Lago (Redona PN), del Ristorante Mr. Gredy di Arba (PN), di Liana e Massimo Cozzi dell’ex Osteria dal Cjco,  e la ricetta Pitina con brodo di polenta fotografata da Ivana Rugo è della Trattoria La stella di Meduno (PN)

Beh, che dire, una come me, appassionata di cucina, di Pitina e di storia e tradizioni, non può che essere emozionata, in fondo è ciò che desidero, è questo che mi appaga e mi dà soddisfazione: il riconoscimento per una passione fine a se stessa, senza sogni di gloria, ambizioni o fame di denaro.

Rinnovo la stima alla Signora Elisa ed i suoi collaboratori per tutto ciò che fanno per il Paese e per la loro Valle, volli, volli, fortissimamente volli è il loro motto ed ho la certezza che dal lavoro che stanno facendo, otterranno grandi soddisfazioni e riconoscimenti, io glielo auguro di cuore.

Ma a Tramonti non c’è soltanto la Pitina, c’è il Formai dal Cit e le erbètines:

… In primavera, la natura offriva una varietà di erbe spontanee adatte a variare il menù quotidiano. In particolare le donne, andavano nei luoghi conosciuti a raccogliere piante erbacee non identificate con un nome, ma che chiamavano erbètines.

Raccoglievano solo vegetali perfettamente conosciuti, mescolandone vari tipi insieme, con i quali preparavano piatti molto semplici.

Un buon pistiç era fatto con piruc (buon Enrico), radic di prat (tarassaco), pivetis (foglie di primule), pestenal (pastinaca), trepu (farinaccio), orelis de centonervi (piantaggine minore), oreles o orelis di jeur (gittone), urties (ortiche), germogli di spin (rovi) e di vitalba, vincuç (silene).

Si è riscontrato che la stessa pianta viene denominata in modi diversi nelle località della vallata; lo stesso vale per le attrezzature usate in cucina … (dalla brochure per gentile autorizzazione di Elisa).

Brochure Tramonti-001

La prossima volta che andrò a Tramonti avrei un campanello da suonare e qualcuno da vedere ma probabilmente non lo farò, mi piace così, voglio mantenere quella magia, voglio continuare a preparare ricette per loro, nel rispetto del nostro tacito accordo… Ma voi entrate nell’Ufficio della Pro Loco, vi racconteranno di Tramonti di Sopra e della Val Tramontina, vi indicheranno i sentieri, i luoghi dove mangiare, cosa vedere, ne rimarrete incantati, proprio come me e vorrete tornarci.

Buona domenica a voi.

Vi presento Sua Maestà la Pitina

Al Salone del gusto, piccoli Produttori crescono


L’Epifanìa tutte le Feste porta(va) via…

befana

Immagine presa da qui

La befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte, col capel alla romana, viva viva la befana.

Questa è l’unica filastrocca che ricordo inerente a questa festa, nel web troverete un’infinità di varianti, io ho consultato una vecchia enciclopedia di ello datata 1960 ed ho trovato queste definizioni per l’Epifania (dal greco manifestazione):

solennità religiosa della Chiesa cattolica che ricorre il 6 gennaioper ricordare la visita dei re Magi a Betlemme.

L’origine di questa festa risale al II-III secolo d.C.; di provenienza orientale, essa si generalizzò in tutto il mondo cristiano solo nel IV sec., ma nel significato storico-culturale con epifanìa si indicava alle origini, il manifestarsi di una divinità tra gli uomini mediante un qualsiasi segno, oppure per mezzo di un sogno, di una visione, ecc.

Così si riferiscono epifanìe di varie divinità del mondo greco-romano (es. Zeus a Pergamo; Artemide ed Efeso, ecc.) e tra gli ebrei l’epifanìa di Jahvè.

Nel particolare significato del greco parousia (venuta), con epifanìa si indicò anche il ritorno di una divinità dopo un periodo di assenza.

Ed ora la definizione di Befana, che è quella che mi è più familiare:

personaggio fantastico (corruzione di Epifanìa) che sotto le spoglie di una vecchietta sdentata e sorridente, la notte del 6 gennaio, premia con regali i bambini buoni, arrivando dalla cappa del camino (io aggiungo: a quelli “cattivi” portava carbone che, per non deluderli del tutto era .

L’uso del regalo per la befana è antichissimo e rappresenta probabilmente la sopravvivenza di qualche rito magico pagano associatosi con la festa cristiana dell’Epifanìa e la tradizione dei regali portati dai re Magi a Gesù.

SprinkleBakes Sprinkle Bakes Coal Candy-2

Foto presa da questo sito, nel quale troverete anche la ricetta.

Io non ho gran memoria della festa della befana, a Trieste era San Nicolò a regalare la magia a grandi e piccini, l’atmosfera della festa iniziava con la fiera, il profumo dello zucchero filato, i vari San Nicolò  all’entrata dei negozi con i quali farsi la foto ricordo (ne ho parlato poco fa, io avevo un orribile cappottino rosso già usato da non so chi).

Per la befana si aggiungevano i re Magi nel presepe, le ultime statuette conservate tutto l’anno nell'”ovatta” (cotone idrofilo) ed avvolte nel giornale, allora erano di gesso e molto delicate.

Non rammento nessuna calza, il carbone era soltanto simbolico: la befana te porterà carbòn!

La befana significava l’addio alle vacanze, il ritorno ai banchi di scuola, si preparava la cartella, si controllavano i compiti e si andava a dormire un pò malinconici.

I doni, in questi giorni ho riflettuto sui doni, da quando bazzico il web i “doni” e gli “incontri”mi hanno portato sfortuna; quando ho spedito doni o ricevuto doni, inevitabilmente ed inspiegabilmente l'”amicizia”è andata lentamente scemando.

La stessa cosa è successa con gli “incontri”, puff, come bolle di sapone, più nulla, ed è per questo che, per conservare intatta l’affinità che ancora ho con qualcuno, niente materializzazione della conoscenza.

Il web ti porta ad idealizzare, a vedere spesso quello che non c’è o quello che vorresti vedere, in ambedue i casi.

Non ho propositi per il nuovo anno ma niente doni, né da fare né ricevere, nessun incontro e, soprattutto, non prendere a cuore nessuna situazione, mi è bastata l’ultima…

Augurarvi Buona Befana mi sembra irrispettoso, vi auguro una bella settimana, domani ritorno in cucina.


Doman xe Nadal: La Granda Cusina ♥ (Domani è Natale: La grande Cucina)

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Perla tra le mie braccia nella mia “Granda Cusina

LA GRANDA CUSINA (poesia di SILVIO DOMINI  )

La granda cusina la sà de sbrovada
de i stissi che fuma la xe luminada;
par la barconela che varda in contrada
se vede che casca ‘na roba
‘ngiazada.
 
Doman xe Nadal!
Da un sterp de zanevra pindula do
pomi,
e soto sta rama i putei, boni, boni
i varda so pare picar contentoni, tre datui, carobule e quattro
bomboni.
 
Doman xe Nadal!!
la bora de fora la suffia zidina,
ma al nono sfuriga cu’na bachetina
le bronze e domila falis’cie sbusina
più bele de stele in ‘sta vecia cusina
Doman xe Nadal!

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LA GRANDE CUCINA

La grande cucina odora di rape (la sbrovada è una verdura cotta che si mangia d’inverno)
è illuminata dagli stizzoni che bruciano nel caminetto;
per la piccola finestrella che guarda verso la via
si vedono cadere piccole gocce ghiacciate.
 
Domani è Natale!
Da un ramo di ginepro pendono due mele
e sotto questo ramo i bambini, buoni, buoni
guardano, contenti, il padre che appende tre datteri, carrube e quattro caramelle.
 
Domani è Natale!
la bora (tipico vento del Friuli venezia Giulia) fuori soffia pungente
ma il nonno con un rametto ravviva le braci nel caminetto e si formano duemila scintille
più belle di stelle in questa vecchia cucina.
Domani è Natale!
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Un tempo erano i profumi, gli odori che inondavano le vie, le case, ad anticipare la festa: frittelle a Carnevale, la Pinza per Pasqua (a Trieste), Presnitz, Putizze, Strucoli a Natale.

A Trieste era il profumo dei crauti ad annunciare l’inverno, e quello dello zucchero filato ad annunciare la Fiera di San Nicolò; ricordo ancora una mia foto con San Nicolò sulla porta di Orvisi, il più famoso negozio di giocattoli di Trieste fino a qualche anno fa.

Il progresso ha cancellato negozi, profumi, tradizioni, ma io non mi arrendo, non rinuncio al profumo del Kuguluf, dei Krapfen dei  Buchteln di Nonna Flora e quest’anno, il mio regalo per chi mi segue e mi vuole bene è un profumo.

Un profumo firmato, firmato da voi, dalla vostra passione per la cucina, dalla vostra voglia di stare insieme.

Voglio regalarvi un profumo che conserverete per sempre, che potrete raccontare ai vostri bambini, ai vostri nipoti, il profumo del Calore Familiare, quello che nessun telefonino, hi pad o quant’altro potrà mai sostituire, imitare o consolarvi nei momenti bui e tristi.

I profumi dell’infanzia, della cucina di casa hanno determinato i destini di molti di quegli Chef che oggi ammiriamo e seguiamo.

Il profumo dei bei ricordi, una goccia dietro ad ogni orecchio, per sentirsi le persone più felici e ricche del mondo ogni qualvolta lo si desideri…

Buone Feste a tutti voi che, pazientemente, mi avete seguita in questo lungo, a volte difficile 2013.

Panettone Scarello Albicocche Picolit nastro nuovo corn-001 

Come andò a finire…

Vi lascio con l’omaggio virtuale del panettone degli Amici di Godia il cui Staff è stato per me grande fonte d’ispirazione tant’è che, ispirandomi al loro stile ho vinto il contest dell’ISIT (Istituto Salumi Tutelati Italiani), il cui pacco-premio mi è arrivato proprio mentre stavo scrivendo.

Auguri: Accantoalcamino e Perla


Avent e Nadâl, Tradizions Furlanis (Avvento e Natale, Tradizioni Friulane).

corona dell'avvento di Rosetta

Foto di Rosetta.

Dicembar al è il mês dal Nadâl; Dai paÎs dal nord e plui o mancul pandût secont une conotazion moderne, al è il calendari dal Avent, che al segne il timp che al mancje ae nassite dal Gjesù Bambin.

In ciertis comunitâts, si fâs la corone dal Avent, le fasin i fruts in cjase cul jutori dai gjenitôrs e a doprin fÎl di fier par tignî adun e dâ le forme, la brene e lis pomulis rossis, lis pignis e altris decorazions.

Catri cjandelutis impiadis une par domenie a segnalin il svicinâsi dal Nadal. Une grande e en metude in glesie al puest des cjandelis dal altâr.

Sot di Nadâl tes cjasis nol mancje il peç, sfodrât di lusutis coloradis. La divignince di cheste tradizion e puarte ae Gjermanie, e ancjemò prime al Egjit (par vie deforme piramidâl).

Sot dal arbul, dispès, si fas il presepi. Ancje il peç al è stât tramundât a simbul dal cristianisim: al è furnît di lûs, come Gjesù al è lûs dal mont.

In passât une vore comun, e cumò presint massime in chês fameis che a tegnin un cjamin, e je la usance di impiâ un çoc, che al à di ardi vie pe gnot di Nadâl, gnot di spiete e di vilie.

Ancje chest al è un simbul, impuartât di une tradizion pagane. In chest câs, il fûc dal çoc che al bruse al sta a indicâ l’amôr dal Bambin a pene nassût e impiât di Diu su la tiere.

E che, come une flame, al scjaldarà il cûr di ogni om e di ogni famee; in cjase, si picje visc e rafacon, che a son plantis simpri verdis, segn di vite eterne.

Buine usance par un bon principi; spinis e samencis dal rafacon a àn un lôr simbolism: lis primis a ricuardin la corone puartade dal Crist, lis secondis, lis gotis di sanc, sacrifici de sô vite a pro de savece de umanitât. (Oscar Puntel)

corona dell'avvento di Rosetta1

Foto di Rosetta

Dicembre è il mese del Natale; nei paesi del nord e più o meno dappertutto secondo una connotazione moderna, è il calendario dell’Avvento a segnare il tempo che manca alla nascita di gesù bambino.

In alcune comunità si fa la corona dell’Avvento, la fanno a casa i bambini con l’aiuto dei genitori e adoperano fil di ferro per tenerla assieme e darle forma, la neve, le bacche rosse, le pigne ed altre decorazioni.

Quattro candele accese una ogni domenica indicano l’avvicinarsi del Natale; una grande viene messa in chiesa sull’altare.

Sotto Natale nelle case non manca l’abete, addobbato con luci colorate; questa tradizione parte dalla Germania ed ancora prima dall’ Egitto (per la forma piramidale).

Spesso, sotto l’albero, si fa il presepe. Anche l’Abete è stato tramandato a simbolo del cristianesimo, è illuminato, come Gesù è la luce del mondo.

In passato, molto comune ed ora presente nelle poche famiglie che possiedono un camino, c’è l’usanza di accendere un ciocco di legno da ardere durante la notte di Natale, notte di vigilia e di attesa.

Anche questo è un simpolo importato da una tradizione pagana; in questo caso, il fuoco del ceppo che brucia sta ad indicare l’amore del Bambino appena nato e mandato da Dio sulla terra.

Come ogni fiamma, riscalderà il cuore di ogni uomo e di ogni famiglia; in casa si appendono il vischio e l’agrifoglio, che sono piante sempre verdi, segno di vita eterna.

Buona usanza per un buon inizio; le spine e le bacche dell’agrifoglio hanno un loro simbolismo: le prime ricordano la corona portata da Cristo, le seconde, le gocce di sangue, sacrificio della sua vita per salvare l’umanità.

Buona domenica a tutti.

Ecco, la traduzione l’ho fatta io, triestina pattocca quindi, Rosetta, chiedi a orso tuo di correggermi, se può ;-)


A Rivisitar Sfoiada Verde, cucina Rinascimentale.

sfoiada verde interno-001

Sfoiada verde Rp:

Scudelle 2 di farina e impasta con torli di ovo et grasso più assai che non è ne l’altre et aggiungi del suco di bieta over di spinaci e uno gocio di acqua rosa et fane otto paneti et fane sfoie tanto sotile quanto è possibile, eccetto due che vanno grossette, poi metti sul suolo una de le grosse, poi del suco preditto in una scudella et ove sbatute in una scudella et grasso in una altra scudela disfatto et buta sopra ditta sfoia ove, grasso, suco et del zucaro con un poco di formazo, poi metti sopra una sfoia, et va increspando quanto tu puoi et metti poi opra questa seconda sfoia suco, ove, zucaro, grasso, formazo, poi metti una altra sfoia et increspa et così seguita fin che hai de le sfoie et l’ultima sia la grossa la qual va distesa, e cocila et poi cotta brufala di acqua rosa e zucaro pisto, et è fatta (carta 23v/24r).

Questa ricetta è stata reinterpretata dallo Chef Maurizio Corregioli, infatti grasso era da interpretare e lui ha scelto il guanciale che, assieme al lardo sarà stato il grasso in uso nella cucina Rinascimentale.

Deduco che, anche allora, il maiale (poverino) era la fonte dalla quale attingere proteine e grassi, il burro, all’epoca  raro e costosissimo, era riservato ai nobili ed ai ceti alti e l’uso, a parer mio, spesso improprio, di “zucaro, cannella e “acqua rosa”, voleva ostentarne l’appartenenza ma, noi foodblogger di tutto rispetto, sappiamo bene che sono sempre stati i  “poveri” a mangiar meglio e mangiar sano ;-)

Latte, panna, burro, farina= besciamella ed è questo insieme di cose che mi ha portata a pensare che  Sfoiada e Sfoiada verde siano le antenate delle famose Lasagne di oggi.

Non comprendo l’astio nei confronti di chi rivisita le ricette della tradizione, in fondo le tradizioni di ieri hanno avuto un’evoluzione nel tempo e sono diventate la tradizione di oggi che, con un’ ulteriore evoluzione, diventeranno le tradizioni di domani.

Secondo me tutte le ricette della tradizione sono salve e, proprio il fatto che vengano rivisitate con aggiunte e variazioni di ingredienti, dimostra che siano MOLTO rispettate e prese in considerazione.

La cucina è evoluzione, crescita, cultura, pensate a questo particolare momento storico, è proprio la cucina che ci “distrae”, che ci gratifica, appaga, è come se la cucina fosse l’unica ancora di salvezza: il troppo stroppia ma è proprio da questo “troppo” che si estrae l’essenza e da questa lo stimolo per ricominciare.

A confermare questo mio pensiero, nel libro, a pagina 34 c’è la seguente ricetta: A conciar pescie in frolla che contempla la frittura del pesce, l’uso, in questo caso del miele , dell’uva passa e l’aceto, non sembra anche a voi l’antenato del “Pesce in carpione o pesce in saor”?

Alla fine del post non scriverò: provate se vi va, questa ricetta è stata per me emozione, al solito, studio, riflessione e divertimento.

Mi sono divertita a pensare con che cosa sostituire la bieta e/o spinaci, mi sono divertita a pensare al colore da aggiungere e, mi sono divertita a fotografare.

Avevo raccolto la Parietaria scegliendola come ingrediente al posto delle biete/spinaci:

parietaria e ortiche-001

Parietaria.

 Avevo comperato dalla contadina un meraviglioso aglio rosso che ho voluto fortemente adoperare, è troppo bello, la ricetta invece, contempla la cipolla:

aglio e rosa1-001

Non ho saputo resistere e mi sono fatta dare dalla Milva anche le erbette rosse, con le foglie (che ho utilizzato in un’altra preparazione).

Dammi che te le lavo, mi ha detto Milva… nooo, sono bellissime così, ho risposto:

barbabietole fresche-001

E già che c’ero, perchè non modernizzare ulteriormente la ricetta cuocendo le barbabietole sottovuoto in LAVASTOVIGLIE? Non trasalite e non rabbrividite, si può fare ed io l’ho fatto, ho lavato bene le barbabietole, le ho private delle foglie e le ho messe in un sacchetto per sottovuoto resistente al calore e adatto per la cottura.

Avevo conosciuto, in occasione della presentazione Alla Feltrinelli del libro della Casali, la Signora Valentina che, con orgoglio, mi ha parlato della Azienda che, dal Veneto è emigrata proprio qui in Friuli, ottenendo riconoscimenti in campo mondiale.

Per chi abitasse in zona i sacchetti sono in vendita all’UNIEURO e al MERCATONE1

Non dimentichiamo che le cotture sottovuoto a base temperature sono le preferite dai nostri Chef stellati e non, da quelli che hanno capito che la cottura a basse temperature mantiene sapore, valore nutrizionale e, cosa non da poco, il colore originale dell’alimento, ma qui ci ritornerò, l’argomento vale un post a parte.

Ma guardate il colore di queste barbabietole dopo la cottura in lavastoviglie:

barbabietole cotte in lavastovigliesottovuoto-001

Ho adoperato il succo per colorare la pasta, una parte di polpa l’ho grattugiata e cotta assieme all’aglio vestito per una parte di farcitura e l’altra per una ricetta insegnatami in Piemonte da un caro amico ma credo sia arrivato il momento di andare al dunque.

Scrivo fedelmente la ricetta come l’ha interpretata lo Chef, tra parentesi le mie sostituzioni, considerate che ho dimezzato le dosi.

Ingredienti per l’impasto:

  • 200 g. di farina 00 (100 g.),
  • 100 g. di farina di segale (50 g.),
  • 20 g. di zucchero (10 g.),
  • 20 g. di strutto (10 g.),
  • n.6 tuorli d’uovo (3),
  • 50 g. i spinaci saltati in padella con poco olio extravergine di oliva e tritati (35 g. di sclopit lessato),
  • 2 cucchiai di acqua di rose (1),
  • sale.

Ingredienti per il ripieno:

  • 100 g. di formaggio di pecora a media stagionatura, grattugiato a scaglie (50 g.),
  • 100 g. di guanciale (50 g. di lonzino di maiale),
  • 100 g. di spinaci (50 di Parietaria),
  • 4 uova (2 albumi),
  • n.1 piccola cipolla (1/2 + 1 spicchio d’aglio),
  • 20 g. di zucchero (10g.),
  • 1/2 cucchiaino di cannella in polvere (omessa).

collage

Preparazione:

mescolare le farine e farne la classica fontana, unire tutti gli ingredienti e impastare (io ho amalgamato tutti gli ingredienti meno il succo di barbabietola e lo sclopit che li ho aggiunti dopo aver diviso in 2 parti l’impasto), far riposare per un’ora al fresco.

Unire la cannella allo zucchero (questo passaggio mi sfugge, nella ricetta originale si parla di “zucaro e acqua rosa” da pennellare sulla preparazione cotta).

Stendere la pasta molto sottile e dividerla in 8 parti di cui 2 un pò più grandi, per il primo e l’ultimo strato.

In una teglia unta con pochissimo strutto, comporre a strati:

primo strato di pasta (marmorizzata), guanciale, spinaci, uova e formaggio (lonzino, parietaria, albume, formaggio),

(secondo pasta verde, terzo pasta rossa, quarto pasta verde, quinto pasta rossa, sesto pasta verde, settimo pasta rossa, ottavo pasta marmorizzata  che uniremo al primo pizzicando la pasta).

Ungere pennellando lo strutto fuso , coprire con carta forno ed infornare a 180°C. per 15 minuti, scoprire  e continuare la cottura per altri 15 minuti.

Io ho seguito la ricetta originale ed ho spennellato la superficie cotta con “zucaro e acqua rosa” ma voi non fatelo, non siamo abituati a questi sapori.

sfoiada verde interno1-001

Alla prossima.


Strucoleti de Spinaze con le patate alla Raffaello: Val più la pratica de la gramatica.

strucolo de spinaze lato-001

Questa è una ricetta tipica della tradizione Triestina, diciamo che, è, assieme ai gnochi de pan, il mio cibo preferito, se facessi uno strucolo di 1 metro, lo mangerei tutto senza batter ciglio.

Ed a proposito di gnochi de pan, ricordo ancora, tanti anni fa, una mia collega che abitava tra Villa Opicina e Trebiciano, mi invitò: “mia mama ga fato i gnochi de pan, te vien a pranzo?”, beh, non me lo sono fatto chiedere 2 volte…

Andammo, io ne mangiai a volontà: te vol ancora, mi chiese più volte la mamma di V., si grazie, risposi tutte le volte io e poi pasciutelle e felici tornammo al lavoro, io per niente appesantita dalla grande abbuffata.

Non me lo disse subito ma dopo qualche mese: ma te se ricordi quanti gnochi de pan te gavevi magnà? No, no li gavevo contai, risposi.

22, mi disse… non me ne vergognai nemmeno un pò e pensandoci bene non me ne vergogno neanche adesso :-D

Se vi dovesse capitare di andare in qualche trattoria su par le alte (Carso Triestino), lo troverete certamente nel menù, condito col sugo d’arrosto, a richiesta anche con burro fuso e pangratà (come si fa per i gnochi de susini).

Lo so, non vi sto raccontando nulla di nuovo, le tradizioni si raccontano da sole… Però di nuovo c’è che non ho voluto farlo con il solito impasto, o con l’impasto degli gnocchi, ma ho voluto sperimentare il metodo Raffaello come descritto nel post precedente.

spinaci Milva pp-001

L’iea ha preso corpo dopo aver visto, da Milva, questi splendidi spinaci, in fondo tutta questa pioggia non è stata negativa e gli spinai che Milva aveva seminato come seconda produzione, invece di andar subito in semenza sono cresciuti belli rigogliosi, carnosi e gustosi.

Lei li consegna come li vedete nella foto, già puliti e lavati, a casa dovete fare solo un lavaggio pro-forma e togliere il culetto (spesso mi racconta di clienti che pretendono sempre di più ma questo è normale, provino ad andare al supermercato e chiedere alle commesse di sceglier loro le patate o le cipolle tutte di una grandezza o di andare nel campo a raccogliere l’ultimo radicchio col Poc e lavarglielo e curarglielo… )

trattore davanti casa di Milva fronte-001

Di Milva avevo ancora una riserva di patate, le ultime della sua produzione, erano piccoline e le ho tenute in forno (sempre col metodo Raffaello) per 3/4 d’ora, un tempo risultato sufficiente.

Non so dirvi il peso, ho riempito la placca del forno (il sale l’ho conservato per la prossima volta), le ho adoperate tutte ma, se dovessero avanzare, come consigliato da Raffaello, prima del riutilizzo le infornate a 80°C. per 20 minuti.

Ho estratto la polpa col cucchiaio, l’ho schiacciata con lo schiacciapatate, l’ ho allargata sulla tavola di legno, ho salato leggermente ed aggiunto (nel frattempo era diventata tiepida) 1 cucchiaio di albume pastorizzato (alla Despar brick da 1/2 litro), ho mescolato bene ed ho aggiunto poca alla volta 2 cucchiai rasi di farina ed ho amalgamato bene l’impasto.

Ho steso sulla tavola un foglio di pellicola (rigorosamente quella adatta a rimanere in contatto con gli alimenti),  ho infarinato il matterello/mattarello ed ho ridotto lo spessore dell’impasto a poco più di 1/2 cm.

L’ ho diviso a metà (tagliando anche la pellicola), ho steso sopra degli spinaci cotti con la sola acqua (salata) residua dell’ultimo risciacquo, passati in padella con aglio e olio Evo, tritati e mescolati  a del Parmigiano Reggiano grattugiato e ancora un pò di albume pastorizzato (per legare meglio dal momento che l’impasto contiene pochissima farina).

collage

Aiutandomi con la pellicola ho arrotolato gli strucoleti ed avvolti in un tovagliolo a mo’ di caramella, li ho messi in una pentola che li contenesse comodamente, con acqua bollente, ho coperto e lasciato cuocere per c.ca 40 minuti; se voleste fare uno strucolo unico la cottura va prolungata fino ad 1 ora.

Ho scolato gli strucoleti e li ho appoggiati su un raffredda-torte e li ho riposti, freddi, in frigorifero fino all’indomani.

Al momento della cena ho ricavato delle fettine che ho messo a scaldare in padella assieme al sughetto, ottenuto, anche quello, con il metodo Raffaello che trovate sempre nel post precedente.

L’unica mia variante è l’omissione della maizena come addensante e l’uso del minipimer che ha reso il sughetto cremoso e vellutato, beh, vi dirò, è stato apprezzato, molto apprezzato, provate, se vi va.

Per chi fosse celiaco è sufficiente sostituire la farina con una come da prontuario, per chi fosse intollerante al lattosio, omettere il parmigiano.

strucolo de spinaze forchetta1-001

Buon proseguimento di giornata.


Ferratelle verdi allo sclopit, crema di ricotta, trota affumicata e aglio orsino, finalmente.

Ferratelle slopit crema ricotta trota affumicaa aglio ursino2-002

Finalmente l’aglio orsino, erano 3 primavere che desideravo trovarlo, nei campi qua intorno non l’ho mai visto, o meglio, ho visto un fiore simile ma non è lui.

Ci voleva lo Chef stellato per realizzare questo mio piccolo/grande sogno, sabato, dopo il corso di cucina tenuto da Raffaello, l’uomo che sussurrava ai Cjarsôns, lo Chef stellato, in ciabatte, e accantoalcamino, in ballerine scamosciate, si sono diretti lungo una stradina costellata di pozzanghere verso il posticino segreto.

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Dopo aver scorribandato per i campi alla scoperta di nuove erbe delle quali parlerò più in là, inzaccherati ma felici siamo ritornati, lo Chef nella Sua meravigliosa cucina ed io, prima a lavare la macchina e poi a casa a sistemare il raccolto.

Le ferratelle erano in programma da tempo, da quando 2 blogger mi avevano spedito i ferri, il ferratell-pensiero ricorreva con scadenza settimanale, ci voleva il contest di Ambra per farmi rompere gli indugi.

La ricetta me l’ha spedita Emanuela e la riporto paro paro compresa la mail di accompagnamento (in grassetto-corsivo verde le mie scelte).

Mi dispiace di non avere un passo-passo completo di inserimento “pizzetta” sul ferro ma, da sola, è complicato gestire macchina fotografica e ferro assieme.

Per quanto riguarda  le ferratelle… la ricetta base, che puoi moltiplicare all’infinito, è :

  • 1  uovo,
  • 50 ml. di olio (d’oliva o di semi…), ho messo l’extravergine,
  • farina qb (circa 80 g), ho messo 80 g. di Farina di Grano Saraceno (senza glutine),
  • 1/2 cucchiaino di sale,
  • 1 pizzichino- ino -ino di bicarbonato,
  • 30 g. di sclopit cotto e ben strizzato,
  • qualche piccolo bulbo di aglio orsino.
collage Ferratelle-001
Come fare (da mail):
(io ho frullato lo sclopit con un pò di olio e poi ho unito il resto)
mescoli tutto, scaldi bene il ferro e lo ungi con olio, ricavi delle “pizzette di pasta!” schiacciate e le poni al centro del ferro.

Ci puoi aggiungere, un paio di cucchiai di formaggio grattugiato, il rosmarino tritato, puoi utilizzare la farina che preferisci… insomma, spazio alla tua fantasia!

E’ preferibile secondo me, per le ferratelle salate, utilizzare il ferro che ti ha mandato Ileana, per ottenere delle ferratelle croccanti!

E questo è il mio risultato:

Ferratelle vassoio-001

Ferratelle cestino1-001

Ora l’accompagnamento, nelle mie ricette amo unire tradizioni e prodotti delle varie regioni d’Italia e non solo; questo, con la speranza di non offendere nessuno,  “intrufolarsi” nelle tradizioni trovo sia  segno di profondo rispetto e considerazione.

Ultimamente con internet e i vari libri, ci si può rendere conto dell’infinità di ricette esistenti al mondo, una interminabile carellata di fantasia, creatività, passione, amore per il cibo, ed ogni ricetta è conseguente ad un’altra, da idea nasce idea.

Come dice Raffaello un tempo non c’erano dosi e quantità, la cucina era assemblare ciò che si aveva a disposizione, esempio che calza a penello sono i Cjarsòns.

Amare il cibo e rispettarlo è sintomo di civiltà, siamo in un’epoca dove si tende a tralasciare il dettaglio, ma, se vogliamo rimanere “vivi”, è nella cura dei dettagli che dobbiamo concentrarci, rendere straordinaria la semplicità.

Ferratelle trota affumicata e fiore-001

Ed in questo mio viaggio per l’Italia (mi sento un pò la Bottura de noartri), mi sono fermata a Porcia, dove da anni la Famiglia Del Tedesco alleva la Trota Verace  ed è proprio la loro trota affumicata che entra nella crema di accompagnamento, assieme alla ricotta e l’aglio orsino.

L’ho chiamata crema perchè non saprei come definirla, mousse no, patè neanche, ho voluto lasciare “a vista” sia la trota che l’aglio orsino che la colorano e le regalano un pò di consistenza.

Era la mia prima volta con l’aglio orsino e non volevo fare errori, per questo ho chiesto consiglio a Raffaello che l’aglio orsino lo manipola quasi ogni giorno Agli Amici di Godia, quando è la stagione.

aglio ursino ad asciugare-001

Mi ha detto che, per le preparazioni a freddo, patè, creme, come in questo caso, salse, è sempre meglio dare al prodotto uno shock termico.

Dal momento che avrei adoperato la ricotta mi ha consigliato di riscaldare la panna fino ad una temperatura di 80°C., immergere una buona quantità di foglie di aglio orsino, mescolare velocemente, spegnere il fuoco e frullare.

Nel caso del pesto e/o salsa, scottare le foglie velocemente in acqua, scolare e frullarle con gli altri ingredienti.

Questo composto è perfetto, con una aggiunta di sale e buccia di limone, anche per condire una pasta o mantecare un risotto (n.d.r.), l’importante è dosare l’aglio orsino con cautela per non annullare il sapore degli altri ingredienti.

Ingredienti per la crema di ricotta, trota affumicata e aglio orsino (dosi a piacere):

  • ricotta,
  • trota affumicata tagliata a pezzetti,
  • composto di panna e aglio orsino,
  • sale se necessario (la trota dà sapidità).
  • Lo Chef consiglia una piccola aggiunta di buccia di limone BIOLOGICO grattugiata.

Ferratelle slopit crema ricotta trota affumicaa aglio ursino pp-001

Come fare:

semplicemente frullare gli ingredienti.

Per oggi è tutto, con l’inaugurazione dei ferri e il ritrovamento dell’aglio orsino mi si è spalancata una porta su uno spazio infinito, ora non mi resta altro che attraversarla e lasciarmi andare…

Ferratelle piatto pesce cestino n

Con questa ricetta partecipo al  contest  di Ambra.

Il premio? Un week end da sogno al Rifugio Meira Garneri in Valle Varaita gestito da Juri Chiotti dove rilassarsi, riempirsi gli occhi di paesaggi incantevoli e ritornare a casa con un piccolo bagaglio di esperienza in più, perchè avrete l’onore di entrare in cucina ed imparare qualche segreto, non tutti però…

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Zucchero di Resia (Zukor rusuanske), Minestra di betulla con fagioli (Minjustro s trano ziz bobiče), Canna da zucchero: “Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato”

galline vicino che beccottano-001

In certi miei post la ricetta non è la partenza ma il punto d’arrivo, sembra *Unisci i Puntini* della Settimana Enigmistica.

Anche la vita è così, se ci pensate, quando nasciamo abbiamo di fronte un’infinità di puntini da unire, io li chiamo destino, perchè ogni puntino scelto cambierà di volta in volta la nostra vita e la figura finale.

Raggiungerò le 2 ricette che, probabilmente, noi non faremo mai (forse il Danese Renè Redzepi o il nostro italianissimo Alessandro Gilmozzi, quelli che considero gli chef folletti del bosco) con le foto che saranno i puntini che mi hanno fatto arrivare a questo post.

La partenza sono le galline del vicino, immortalate appena uscita da casa della foto sopra, proseguo con la scoperta della borragine nell’aiuola, rinasce ogni anno da quando avevo vuotato della terra che, certamente, conteneva dei semi.

La mia borragine-001

Dopo, sono partita per le solite commissioni, lavanderia, mangiare per Perla e tofu per me, nel solito negozietto etnico.

Curiosa come sempre, quando sono lì, tra manioche, platani, pomeli, cavoli cinesi, okra ecc. vedo qualcosa che non avevo mai visto prima:

cos’è Bambù? Chiedo, dolce, zucchero, mi risponde con italiano incerto la titolare, Canna da Zucchero, esclamo io, si mi risponde.

Per non metterla in difficoltà ho chiesto ad una cliente come potessi utilizzarla: taglia piccoli pezzi, toglie parte fuori e succhia, come una caramella chiedo io? Si, quanto costa? 1 €uro.

Pago e me ne esco col tofu, vermicelli di riso e canna da zucchero, sul sedile accanto a me ho un pò di mondo:

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Questa “strana cosa” ha attirato l’attenzione di ello, al quale ho concesso l’assaggio soltanto ieri sera, l’ho assaggiato anch’io, di cosa sa? Io ho percepito il sapore della melassa, del mosto cotto, il sapore del dolce fermentato, comunque è un ottimo sostitutivo del chewingum e, secondo me funziona anche come ammazzafame perchè ello, solito a fare raid mangerecci, ieri si è placato con 2 pezzetti di canna da zucchero…

Con il mondo sul sedile riparto e mi immetto in via Roma, dove vengo folgorata dalla vista degli alberi in fiore, qui ci vuole un’altra foto:

indizi di primavera a Udine1-001

Anzi 2:

indizi di primavera a Udine2-001

Il cielo che vedete si è liberato dal grigiore delle nuvole e ci ha regalato una bella giornata limpida e soleggiata e, prima di tornare a casa, mi ha invitata a deviare per i campi.

Appena parcheggiato vedo una ghiandaia che fa capolino tra nontiscordardime, tarassaco e violette:

ghiandaia nell'erba-001

Cerco di fare meno rumore possibile ma vola via, sull’albero dove l’attende il compagno/a e volano via assieme:

ghiandaia sull'albero-002

M’ incammino, respiro profondamente e, come spesso mi accade quando sono da sola nel verde mi accorgo che sto sorridendo, ecco le viole, quante sono…

Se penso alla prima viola, quella che ho visto dov’era Celeste… ora non è più sola, se guardate bene, sotto il bocciolo in alto c’è un’ape:

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Le api hanno da lavorare in primavera, eccone un’altra su un narciso:

ape su narciso1-001

Cammina, cammina… visione, i ciliegi in fiore:

Ciliegio in fiore tutto-001

E il particolare:

ciliegio in fiore-001

Torno indietro, devo mettere in frigo il tofu, ripasso davanti al prato coperto dai non-ti-scordar-di- me:

prato di nontiscordardime-001

Riguardo il tappeto di viole:

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Ritorno a casa, sistemo la spesa, accendo la TV, ascolto l’omelia del Papa, questo Papa straordinario che, come una benefica raffica di vento caldo, sta spazzando via pregiudizi, luoghi comuni, scetticismo e malafede, questa raffica che ha scompigliato e sradicato molti credo, questo straordinario UOMO che, finalmente, dopo tanto tempo, dà l’ESEMPIO.

Io non mi meraviglio più di tanto, per me è sempre così che ho immaginato un Papa.

Spesso, ingenua, ho chiesto a ello, meno ingenuo e più pratico: ma, come mai il Papa si fa pagare le trasferte nei paesi poveri? Lui che è ricco potrebbe aiutarli questi paesi vero? … La sua risposta? Sempre la stessa: non funziona così.. ed invece si, funziona così!!! Un Papa che mi dice: non abbiate paura della tenerezza, come posso non amarlo? Io che, da bambina non amata, avrei voluto tenerezza, l’ho chiesta, cercata, immaginata e non ho ancora smesso…

Poi le parole, quelle che hanno aggiunto il puntino a questo post: ♥Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato♥

Ecco, è stato un attimo, ho ricordato la ricetta dello zucchero di Resia visto sul libro sulla Slovenia che mi ha regalato ello, ello, burbero, pratico ma che è anche complice di questa mia passione.

Lo zucchero di Resia, leggendo l’ho capito, altro non è che il tanto decantato sciroppo d’acero che arriva dal Canada.

Vedete? La nostra Carnia, chiusa, riservata, apparentemente fuori dal mondo era già secoli fa all’avanguardia ma, la Carnia è da poco che si è aperta al mondo e timidamente ha chiesto ed ottenuto la denominazione di presidio slow food per il famoso aglio di Resia.

L’unica “cosa” che non amo di Resia è la mia vicina, la famosa svizzera, quella che mi ha ostacolata all’infinito con i gatti, chi mi legge da tempo se ne ricorderà di certo ;-)

Custodire la terra, ecco, se la terra va in malora noi le andiamo dietro in un attimo, mi viene in mente il libro di Mauro Corona:

Ed ora la ricetta, immagino che nessuna di noi prenderà un trapano ed andrà nel boso a forare gli aceri ma questa, più che una ricetta, è storia, la storia che deve rimanere nella memoria e deve tramandarsi ai più giovani, quelli che, per l’epoca in cui sono nati, non hanno avuto la possibilità di ereditare, nè dal babbo nè dal nonno, neanche lui se ne ricorderà, sicuramente.

Estrazione della linfa (ricetta base):

in primavera, con un trapano fare un buco nell’acero, inserire un pò di corteccia dell’albero a modo di grondaia, mettere sotto un contenitore e lasciare fuoriuscire la linfa.

In una giornata si raccolgono circa 3 litri, la quantità indicata per ottenere lo zucchero di Resia.

Come fare lo zucchero di Resia (sciroppo d’acero):

mettere la linfa in una pentola e portare ad ebollizione, cuocere a fuoco lento per circa 7 ore, ossia finchè della linfa rimangono circa 3 dl. di consistenza sciropposa: ritirare dal fuoco, mettere in un vasetto, chiudere ermeticamente e lasciare raffreddare.

Usare quando occorre.

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Ecco la seconda ricetta, sempre dal solito libro Slovenia un vicino da scoprire, qui entra in scena la betulla, con la sua linfa, ottenuta allo stesso modo dello zucchero di Resia.

Per fare la minestra di betulla con fagioli occorre:

  • 2 litri di linfa di betulla,
  • 300 g. di patate,
  • 200 g. di fagioli secchi,
  • aglio selvatico,
  • cipolla selvatica,
  • 200 g. di acetosa,
  • 200 g. di ortiche,
  • 5 dl. di acqua,
  • 10 foglie di menta selvatica,
  • 30 g. di burro,
  • sale.

Come fare:

mettere in ammollo i fagioli la sera precedente, pelare le patate e tagliarle a pezzi, tagliare finemente l’aglio, la cipolla, l’acetosa e le ortiche.

Mettere il tutto in una pentola, ricoprire con acqua e linfa di betulla e portare ad ebollizione, salare, condire con il burro, profumare con la menta, cuocere a fuoco lento per 2 ore.

Si evince l’età di queste ricette dai tempi di cottura, lo sparghert, lo spolert, il camino permettevano a queste preparazioni la lunga cottura senza la necessità di rimanere vicino al fuoco per controllare.

Mentre queste preparazioni rimanevano sul fuoco le donne di casa potevano dedicarsi agli altri lavori, duri lavori…

É tutto per oggi, forse mi sono lasciata prendere la… tastiera ma ormai mi conoscete, buon pomeriggio♥


Leggende della Carnia: l’Orco Dispettoso e la Minestra di Rape (dedicato a Rosetta).

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Bucaneve dello zio.

Un’altra leggenda della Carnia, presa dal libro di Raffaella Cargnelutti, lo stesso libro dell’altro post .

Mi va di dedicarlo a Rosetta che vive per molti mesi all’anno ad Ampezzo, paese della Carnia nel quale sono ambientate molte delle leggende contenute nel libro, è una persona gioiosa, semplice, senza tanti fronzoli e che va dritta all’essenza delle cose, è proprio la persona giusta, senza contare che ha dei nipotini ai quali raccontarle poi queste leggende, e così la storia si ripete, va avanti con lo sguardo all’indietro che va a posarsi sulle ginocchia di una nonna o di un nonno che, davanti al Fogolar raccontano di maruf, salvans, aganas, mazzarots, e l’omenut di Cjanal.

Lorco dispettoso.

 Nel paese di Ampezzo si faceva un gran parlare di un orco dispettoso che si divertiva a spaventare le donne. Compariva all’improvviso con la sua mole possente, il petto villoso, un grande cappellaccio in testa. Ne combinava di cotte e di crude, poi scappava via veloce come un fulmine, senza lasciar traccia.

 I montanari si erano riuniti più volte nella casa del capo villaggio per decidere il da farsi e alla fine si erano risolti ad organizzare alcune ronde notturne per vigilare il paese. Nonostante ciò, non erano ancora riusciti a scovarlo e tantomeno a catturarlo. Così nel borgo la paura era tanta. E tutti stavano in grande apprensione.

 Tutti, eccetto Gisella. Era una donna di mezza età che, nella vita, ne aveva viste di tutti i colori e all’orco… be’, più di tanto non ci credeva. Affrontava l’esistenza giorno dopo giorno, con semplicità e sicurezza,  ma soprattutto a quelle chiacchiere faceva spallucce e di cambiare le sue abitudini non ci pensava proprio. Figuriamoci se avrebbe rinunciato la sera ad andare qualche ora in file a casa della sua comare Orsolina.

Era quanto ci voleva per concludere la giornata in felice compagnia, assaporando quella minestra di rape, che la sua amica sapeva cucinare a regola d’arte e poi filare insieme e spettegolare in libertà.

 Così una sera d’inverno, nonostante attorno serpeggiasse tra i montanari di Ampezzo la paura per l’orco e ci fosse un freddo polare, reso ancora più insopportabile da un vento gelido e pungente, Gisella si era avvolta ben bene in un pesante scialle di lana ed era uscita con passetti brevi e rapidi dalla sua casa.

 La donna camminava guardinga, quando la luce della luna sparì all’improvviso. Cosa poteva essere successo? Alzò lo sguardo al cielo e… cosa vide? Una figura enorme copriva l’intero firmamento tenendo un piede sul tetto della canonica e l’altro dal’altra parte della via, mentre con le mani reggeva un grande fuso.

 Il volto dell’energumeno aveva un’espressione burlona e guardava proprio Gisella che, pur colta di sorpresa, non diede a vedere il suo sconcerto e tirò dritta per la sua strada.

 La donna lo aveva da poco superato quando sentì alle spalle un forte rumore. S i voltò di scatto e vide che il grande fuso era caduto a terra.

 “Ben ti sta, disse lei pronta. E lui di rimando, con voce gentile: “Gisella, per favore, raccoglilo. Ah… te l’ho fatta!” e scoppiò a ridere.

 La donna, comprendendo al volo che lui voleva burlarsi di lei – visto che era impossibile sollevare quel gran peso – rispose secca: “Ed io non mi muovo da qui se non mi dai tutto il filo che sta sul fuso”. Era una matassa enorme!

 L’orco, dopo aver compreso che Gisella era stata più furba di lui e che lo stava prendendo per i fondelli, se ne scappò via veloce verso la Cleva, lanciando un urlo spaventoso che fece tremare tutte le case del paese.

 “Sono io che l’ho fatta a te, stupido di un orco!” rispose lei soddisfatta. E così dal borgo di Ampezzo l’orco non si fece più vedere.

Ed ora, senza foto, la ricetta della minestra di rape, per rimanere fedele al mio blog che s’intitola: le ricette di ogni giorno con qualche storia intorno. 

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Minestra con le rape acide (jote e broade)

Ingredienti per 4 persone:

  • 300 g. di rape acide affettate (brovada), 1 bicchiere di latte,
  • 1 cucchiaio di burro,
  • 1 pezzetto di lardo (io metterei quello di Sauris, leggermente affumicato),
  • 60 g. di farina di mais (io metterei quella Socchievina),
  • 60 g. di farina di grano,
  • 200 g. di fagioli lessi,
  • sale e pepe.

 Come fare:

gettare le rape acide in una pentola in cui sta bollendo il latte con il doppio dell’acqua, aggiungere un pizzico di sale e un cucchiaio di burro e far cuocere il tutto per una ventina di minuti.

A questo punto gettare nella pentola le due farine, spargendole a manciate, mescolare e continuare la cottura sempre mescolando per 40 minuti.

A questo punto, aggiungere alla zuppa i fagioli cotti e il lardo, tritato e rosolato a parte, amalgamare e servire caldo.

Note: questa zuppa in genere prende il nome di jota friulana e va distinta in  mesta laura, se contiene brovada da esserne quasi rassodata,  mesta pesta, se ha una quantità normale di brovada, mesta scot, senza pesto di brovada.

In alcune zone dell’alta Carnia (Forni Avoltri, Collina ecc.), al posto della brovada si usa mettere talvolta i crauti, fatti di cavoli cappucci fermentati.

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Non so se è questa la minestra di rape della “comare” di Gisella ma a me piace pensare di si e poi questa leggenda m’insegna che non bisogna credere nell’orco e non averne paura, si vive meglio…


Cosa si nasconde dentro una Forma di Parmigiano Reggiano D.O.P.? Un pò della nostra storia.

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Mi sono fatta questa domanda mentre assistevo al rito dell’apertura della forma di Parmigiano Reggiano D.O.P., ieri, a Reggio Emilia, proprio al Consorzio del Parmigiano Reggiano, e la risposta è arrivata da quelle schegge color paglierino: profumavano di ricordi,  parlavano di famiglie riunite attorno ad una tavola, raccontavano di bambini che si contendevano la grattugia per poterne rubare un pezzetto prima di grattugiarlo.

Io facevo così, mi offrivo per grattugiarlo e, non vista, davo un morso allo spicchio che camuffavo immediatamente grattugiando energicamente… perchè un tempo, come anche oggi, il Parmigiano Reggiano, che noi triestini chiamiamo: el formagio de gratar, era un bene prezioso e si doveva usare con parsimonia, grattugiato durava di più, dava sapore ed arricchiva ogni piatto, metteva in tavola la festa e le croste finivano nella minestra.

Ma non è stata solamente mia questa sensazione, anche altre persone presenti sono tornate indietro nel tempo ed ognuno ha rivissuto momenti legati a questo straordinario prodotto.

Il Parmigiano Reggiano è unico, non ha bisogno di pubblicità perchè fa parte della vita di tutti noi, io lo sento come un amico che mi ha accompagnata sin dall’inizio, siamo cresciuti assieme e come me, la maggior parte degli Italiani.

Se in questo preciso istante tutti aprissimo il nostro frigorifero, non mi stupirei di trovare in ognuno un pezzetto di Parmigiano Reggiano e se si volessero raccogliere in un libro i racconti, gli aneddoti degli Italiani con protagonsta il Parnigiano reggiano, sono certa che non basterebbe un volume soltanto.

Noi Italiani diamo per scontato un prodotto che consideriamo parte della nostra storia e della nostra vita, della nostra famiglia, un prodotto che il mondo ci invidia, che vorrebbe rubarci, copiandolo, come hanno tentato di fare maldestramente con spaghetti, pizza e mandolino.

Ma il Parmigiano Reggiano non si tocca ed il Consorzio, per fare un regalo di San Valentino a tutti gli Italiani e per farlo RISPETTARE di più, ci insegna a riconoscerlo, nelle sue fasi di stagionatura, ci insegna a guardarlo per riconoscerlo dal colore e dall’aspetto della grana, ci insegna a toccarlo per riconoscerlo dalla consistenza, ce lo fa spezzare ed annusare immediatamente per riconoscerlo anche dal profumo e, alla fine ci permette di assaggiarlo.

Ecco, io vi ho accompagnati fin qui, ora vi lascio in mano a chi ne sa più di me, chi guarda, tocca, spezza, annusa, assaggia Parmigiano Reggiano ogni giorno, che ha trasformato questi gesti in mestiere, maturando esperienza: loro 

Sono convinta che, se mi avete letta, appena vi troverete in mano uno spicchio di Parmigiano Reggiano  , lo guarderete in un altro modo e magari, non visti, lo spezzerete e lo avvicinerete  al naso per cercare di indovinarne l’età, ditegliela, lui non si offenderà.

Mi sono resa conto che, col Parmigiano Reggiano, succede come con le persone, non ti accorgi del loro valore  fintanto le hai accanto poi, quando non le hai più a portata di mano ti mancano.

Per fortuna che, a differenza delle persone, il Parmigiano Reggiano comprende, ti perdona, ti aspetta ed è sempre disponibile.

Io stessa, quando mi allontanavo dall’Italia, ovunque fossi, andavo a cercarlo e come me anche amici e amiche.

Ieri, al Consorzio ci siamo emozionati e finchè  siamo capaci di emozionarci davanti ad una Forma di Parmigiano Reggiano allora siamo salvi.

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Giardino del Ristorante Caffè Arti e Mestieri di Reggio Emilia.

Ringrazio il Consorzio del Parmigiano Reggiano nella persona di Igino Morini per l’ospitalità e per avermi dato la grande opportunità di conoscere da vicino, in assoluto, il mio formaggio preferito e ringrazio Giulia Rampini dell’Ufficio Stampa e Relazioni Esterne del Consorzio per il suo importante contributo organizzativo.

Ringrazio l’irresistibile Damiano Crognali (Il bello del web)   che mi aveva contattata in occasione di Parmigiano Reggiano Night.

Ringrazio inoltre lo Chef stellato Gianni D’Amato, la moglie e lo staff, del Ristorante Caffè Arti e Mestieri   che ci hanno deliziato con un pranzo incantevole, protagonista dall’antipasto al dolce Sua Maestà il Parmigiano Reggiano.

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Sablè al Parmigiano Reggiano 22 mesi montagna, il suo Gelato e spuma di Erbazzone.

 A presto.


Pastesùte cu’ la cjâr di purcìt (Pasta con la carne di maiale) e la leggenda di Amariana e l’Orcolat.

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Pastesùte cu’ la cjâr di purcìt (pasta con ragù di maiale)

Era bella come una rosa di maggio. E, nonostante fosse vestita di poveri stracci, la bellezza di Amariana risplendeva ugualmente.

Viveva in una casupola di sassi col tetto in paglia accanto al Fiume e lì spesso Amariana si recava a lavare i panni. Lavava ed intanto cantava, con una voce melodiosa e cristallina, che un giorno giunse alle orecchie dell’ Orcolat.

L’ Orcolat era un essere truce e dall’aspetto pauroso, che viveva in una forra profonda, dove nessuno osava andare. In paese tutti lo temevano.

 L’energumeno a volte compariva all’improvviso nel villaggio e la sua camminata pesante faceva tremare e rotolare a terra ogni cosa. Un vero flagello!

Quella mattina l’Orcolat si era svegliato prima del solito e mentre si stava stiracchiando nel suo giaciglio di pietra gli era giunta all’orecchio quella musica da usignolo, che saliva lenta e lieve dalle rive del fiume.

L’omone era rimasto un pò interdetto, si era stropicciato gli occhi sporgenti e cisposi, poi aveva deciso di andare a scoprire da che parte venisse quel dolce suono, mai udito prima e che aveva fatto vibrare le corde più profonde del suo cuore.

 All’ Orcolat gli si erano inumiditi gli occhi, tanto quel canto misterioso aveva commosso il suo animo, solitamente rude e feroce.

 Per quanto cercasse di resistere, non potè fare a meno di seguire quella voce di miele che lo portò sino alla riva del fiume.

 Per non farsi scorgere, contrariamente al suo solito, cercò di camminare con passi leggeri e, quando arrivò dove Amariana stava lavando i panni, si acquattò dietro un grande sasso e si mise ad osservare.

 L’Orcolat era estasiato, non aveva mai visto una creatura più dolce e delicata. Divenne tutto rosso in viso, il cuore cominciò a battergli a martello, mentre il suo sguardo non si staccava da quella visione celestiale.

 Alla fine era capitato pure a lui: l’ Orcolat si era perdutamente innamorato della fanciulla sconosciuta. Che fare?, cosa non fare?

Il bestione rimase pensieroso, si grattò il capo, poi cercò di farsi coraggio. Riassettò alla meglio i suoi abiti da selvaggio e raccolse una rosa selvatica da un cespuglio lì accanto, che sembrava non aspettasse altro. Infine si presentò alla bella Amariana timido e mansueto come un fanciullo.

“Ah… misericordia! L’ Orcolat…” urlò la fanciulla in preda al panico, appena lo vide. Raccolse in fretta e furia i suoi panni e si mise a correre, scappando più veloce di un fulmine. Quando arrivò a casa, richiuse con due mandate il portone e tenne il fiato sospeso con la speranza che l’energumeno fosse sparito.

L’ Orcolat rimase immobile, come inebetito, mentre la rosa che teneva in mano d’improvviso sfiorì.

“Povero me e ora che faccio?” Si domandò sconsolato. “Non puoi cambiare la natura delle cose. Il tuo cuore non è fatto per amare una creatura umana. Perciò, rassegnati e dimenticala!”. A parlare era stato il Genio el Fiume, ma l’ Orcolat non gli prestò ascolto, abituato com’era a fare ogni cosa di testa sua.

“No, io non mi rassegno. Quella fanciulla dev’essere mia e basta!” Urlò con rabbia al Fiume e al Cielo e se ne tornò con l’umore più cupo del mondo nella sua caverna a studiare un piano per rapire la giovane di cui si era perdutamente innamorato.

Nel frattempo Amariana aveva raccontato ai suoi genitori quanto le era successo al fiume. E loro avevano compreso che c’era sotto qualcosa di strano nel comportamento dell’ Orcolat.

 “Tutti sanno che l’Orcolat non è amico degli uomini. Questa mansuetudine è sospetta! Chissà cosa va cercando quell’energumeno!” osservò la madre di Amariana, che era una donna scaltra e dall’intuito perspicace.

 “Bambina mia, devi andare a chiedere consiglio alla Regina dei Ghiacci. Noi non possiamo aiutarti. Credi a me: non c’è altra scelta!” concluse la donna con espressione assai preoccupata.

Fu così che il mattino seguente, alle prime luci dell’alba, Amariana s’incamminò con passo rapido verso la cima del monte che sovrastava il paese.

Cammina, cammina, ormai il sole era alto nel cielo, ma sula croda dove la giovane si fermò il tepore dei raggi non arrivava mai. E il paesaggio attorno era trasparente, luminoso, nel suo paesaggio di ghiaccio.

 Seppure un pò infreddolita, Amariana si mise fiduciosa ad aspettare, finchè comparve prima una luce intensa, abbagliante, poi una nuvola di neve e alla fine si fece avanti lei: la Regina dei Ghiacci!

“Conosco la pena che pesa che pesa sul tuo cuore, mia cara fanciulla. Quel bestione dell’Orcolat si è innamorato di te e non c’è verso di fargli cambiare idea.

Questa è una sciagura, una vera sciagura, mia dolce Amariana” sentenziò la Regina con la sua voce di neve, raggelando ulteriormente l’animo della povera ragazza.

 “Oh… mia Regina, ti prego, liberami da questo triste destino. Preferisco morire piuttosto che essere la sposa dell’Orcolat” disse la ragazza con un fil di voce, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

 La Regina rimase silenziosa, poi chiese ad Amariana di avvicinarsi e le sussurrò all’orecchio il suo rimedio.

 “Mi spiace, dolce Amariana, non c’è altra via da seguire” concluse infine rammaricata scomparendo all’ improvviso. Tutt’intorno si fece più freddo ed inospitale che mai. E sul bel volto della fanciulla si spense ogni sorriso.

 Passarono ancora alcuni istanti, dopo di che Amariana cacciò via le lacrime e, con la morte nel cuore, urlò verso le cime: “Regina dei Ghiacci, accetto il mio triste destino. Fai quello che devi. Così sia!” . L’eco di quelle parole risuonò cupa nella valle.

D’improvviso si sollevò un vento di tempesta, che ululò selvaggio tra le gole delle vette. Il viso di Amariana si fece all’istante di pietra, le sue spalle si trasformarono in cime aguzze, i suoi abiti si colorarono col verde dei boschi ed i suoi capelli si sciolsero in torrenti impetuosi.

La bella Amariana aveva accettato l’incantesimo. Pur di non sposare l’Orcolat, si era trasformata nella montagna che da allora porta il suo nome.

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Monte Amariana

 Ma la Regina dei Ghiacci pensò bene di punire anche l’Orcolat, lo richiuse per l’eternità nel vicino monte San Simeone, da dove a volte cerca di fuggire, per raggiungere la sua bella Amariana, e quando si muove sono dolori… La terra 

trema e gli uomini dicono: “Ah… ci risiamo, si è svegliato l’Orcolat!” .

Monte San Simeone

Monte San Simeone e Pioverno dove abita lo Zio che menziono spesso.

Ancora oggi se le nuvole coprono la bella cima dell’Amariana un antico proverbio suggerisce: Quando l’Amariana ha il cappello lascia la falce e prendi il rastrello. E cioè è buona regola interrompere di falciare l’erba e in fretta iniziare a raccoglierla, perché la pioggia è vicina!

Da: Fiabe e leggende della Carnia  di Raffaella Cargnelutti pagine 19/20/21/22.

Un tempo le favole distraevano grandi e piccini dall’appetito, dal freddo dei rigidi inverni, a volte venivano inventate per esorcizzare le paure causate da terremoti, alluvioni ecc.

Le favole e le leggende davano un senso all’ineluttabile ed intanto, mentre qualcuno raccontava le sue storie la cena si cuoceva lentamente sullo spolert, sparghert o sulla stufa, come questo ragù, profumato con cannella,  chiodi di garofano e pepe.

Alla fine, fuori da fuoco va aggiunto l’uovo che rende questo un piatto unico.

Ho riprodotto fedelmente la ricetta originale cedendo al burro che, in questa epoca fatta di case riscaldate e cibo in abbondanz a (non per tutti), viene sostituito dall’olio extravergine di oliva.

Ho scelto come pasta le mezze penne rigate n° 60 della Garofalo che mi ricordano il primo formato che mangiavo da bambina, di allora ricordo rigatoni, spaghetti e pennette, tutti gli altri formati sono arrivati con gli anni.

Ho modernizzato questa ricetta presentando la pasta in un cestino di formaggio Montasio stagionato oltre i 10 mesi, il formaggio, ingrediente principe nelle cucine Friulane e della Carnia.

Ingredienti per 4 persone:

  • 350 g. di pasta (mez z e penne rigate 60 Garofalo), 250 g. di polpa mista di maiale,
  • 30 g. di burro, 2 uova,
  • 2 cucchiai di formaggio grattugiato (Montasio), 1/2 bicchiere di vino bianco,
  • 1/2 cipolla,
  • 1 maz z etto di erbe aromatiche (maggiorana, rosmarino,timo, salvia, alloro),
  • chiodo di garofano in polvere, cannella in polvere,
  • pepe, sale.

Come fare:

tritare finemente la carne e rosolarla nel burro fuso in un tegame di coccio. Rimestare con cura poi, abbassare la fiamma, aggiungere il sale, pepe, chiodo di garofano e cannella, bagnare con il vino e proseguire la cottura.

Far evaporare parte del liquido di fondo a calore moderato quindi aggiungere la cipolla tritata finemente e il maz z etto di erbe aromatiche, coprire e far cuocere, piano e a lungo.

Lessare la pasta, scolarla e buttarla nel tegame assieme al ragù, fuori dal fuoco mescolare ed aggiungere un pò alla volta, le uova sbattute con un pizzico di sale.

Impiattare ed aggiungere il formaggio grattugiato.

Ingredienti per il cestino:

  • formaggio Montasio stagionato grattugiato.

Come fare:

riscaldare una padella di ghisa, toglierla dal fuoco e spargere uno strato di formaggio a coprirne il fondo.

Rimettere sulla fiamma e, a fuoco dolce, far compattare e dorare la cialda, sollevarla con una spatola e modellarla su una ciotola rovesciata, aspettare qualche minuto, sformarla e servire la pasta all’interno.

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Prekmurska Gibanica STG (Specialità Tradizionale Garantita), cucina senza frontiere, prima prova.

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Sarebbe buona regola documentasi prima di approciarsi ad una ricetta che appartiene ad un altro Paese e che ha una sua storia, ma era troppa la voglia di preparare la Gibanica, erano anni che attendevo la ricetta giusta, quella che mi avrebbe riportato alla memoria, mia e del mio palato, il gusto di quel dolce che era diventato il mio lasciapassare per la Slovenia, eppoi, diciamolo, anche in cucina *vale più la pratica che la grammatica* e qui di pratica ne dovrò fare ancora molta, per buona pace dei palati mio e di ello…

Non mancavo mai di fermarmi, appena dopo il confine, nella Gostilna, e prenderne un pezzo, ricordo enormi teglie, sia di strudel che di gibanica, un anno me ne feci preparare una di strudel per il mio compleanno.

Gli Sloveni sono imbattibili, sia per i dolci che per le minestre, amo la loro cucina, amo meno quando vogliono “italianizzarsi” per accontentare il turista…

Assieme alle Fritole Istriane, la gibanica (pronuncia Ghibanizza) è stata la prima parola che ho digitato su Google nel 2008, per le fritole mi ritenni pienamente soddisfatta da subito, per la gibanica ho dovuto attendere.

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Faccio copia-incolla dal sito, tra parentesi le mie varianti.

Ingredienti per una teglia rettangolare da 45 x 35: Impasto per il fondo dello stampo:

  • 300 g di farina,
  • 1,5 dl di latte,
  • 1 tuorlo,
  • 2-3 cucchiai di burro fuso,
  • un pizzico di sale.

Impasto per la pasta degli strati intermedi e finale:

  • 500 g di farina (350 00, 150 integrale, avevo finito la farina),
  • 1 uovo,
  • acqua tiepida,
  • 2/3 cucchiai di burro fuso,
  • il succo di un limone,
  • un pizzico di sale.

Primo ripieno (questo preparato ai semi di papavero è perfetto per preparare altri dolci tipo lo strudel ai semi di papavero):

  • 150 g di semi di papavero tritati,
  • 50 g di zucchero o 80 di miele (ho messo miele di acacia),
  • una bustina di zucchero vanillinato (omesso, ho aggiunto una puntina di vaniglia bourbon in polvere),
  • 1dl di latte,
  • 3 cucchiai di burro fuso.

Secondo strato:

  • 500 g di ricotta fresca (ho adoperato la Skuta che è una ricotta più acida e più consistente della nostra, per chi non trovasse una ricotta simile consiglio un tipo asciutto con l’aggiunta di panna acida),
  • 1dl di panna liquida (se adoperate la ricotta sostituitela con la panna acida),
  • 100 g di zucchero,
  • 2 tuorli,
  • una manciata di uvetta.

Terzo strato:

  • 250 g di noci tritate fini,
  • 50 g di zucchero o 80 di miele (ho adoperato miele di acacia),
  • una bustina di zucchero vanillinato (omesso, ho aggiunto una puntina di vaniglia bourbon in polvere),
  • un cucchiaino di cannella,
  • un dl di latte.

Quarto strato:

  • 500 g di mele (renette),
  • 30 g di zucchero,
  • la scorza grattuggiata di un limone,
  • un cucchiaino di cannella,
  • mezza tazza di burro fuso per ungere le sfoglie.

Preparazione:impastate tutti gli ingredienti del primo impasto, lasciarlo riposare per un’ora, dopodichè tirarlo bene col mattarello e foderate il fondo di uno stampo imburrato con questa base.

Amalgamate bene gli ingredienti del secondo impasto e farne un panetto di consistenza abbastanza soda, dividerlo in 5 parti e lasciar riposare un’ora, nel frattempo preparare i ripieni.

collage ripieni gibanica-001

(il ripieno e lo strato di mele non l’ho fotografato)

Primo strato:

versate sui semi di papavero abbastanza latte bollente da ottenere una massa di consistenza cremosa, lo zucchero e lo zucchero vanillinato, mescolare bene e lasciar riposare, quando si sarà intiepidito, aggiungere i tre cucchiai di burro fuso.

Secondo strato:

mescolare le noci, lo zucchero, la cannella e lo zucchero vanillinato finchè il composto non risulterà abbastanza morbido da poter essere spalmato.

Terzo strato:

pelare e grattuggiare le mele, aggiungere gli altri ingredienti e mescolare bene.

Quarto strato:

con una frusta ammorbidire bene la ricotta, aggiungere i tuorli, la panna, lo zucchero ed infine l’uvetta.

collage strati gibanica-001

A questo punto tirare col mattarello i 5 panetti fino a farli diventare piuttosto sottili e larghi abbastanza per coprire lo stampo.

Sul primo strato (che abbiamo già sistemato sulla base della teglia) spalmare il composto di semi di papavero, coprirlo con una sfoglia e spennellarla di burro fuso.

Versare sopra questo strato il ripieno di ricotta e livellarlo, continuare alternando una sfoglia spennellata di burro, l’impasto di noci, di nuovo una sfoglia, il ripieno di mele e concludere con due sfoglie ben spennellate di burro.

Infornare a 180°C. per un’ora abbondante, tagliare il dolce a quadroni, spolverarlo di zucchero e servire tiepido.

Gibanica libro aperto cannella-001

La sequenza degli ingredienti non rispetta poi la sequenza di esecuzione, questa versione  va perfezionata, sia per le dosi della pasta che sono sproporzionate rispetto alle quantità di ripieno.

La pasta, che oggi è spesso sostituita dalla pasta fillo per velocizzare una preparazione che, se fatta con tutti i crismi, richiede un’intera giornata di lavoro (me l’ha detto una signora conosciuta ieri al corso di cucina (non vedo l’ora di raccontarvelo) è quella originale e da il meglio di se se tirata sottilissima, cosa che io non sono riuscita a fare.

Navigando un pò, alla ricerca di informazioni storiche, ho trovato anche una variante con albicocche secche e lamponi in conserva, no, quella non passerebbe l’”esame” perchè,  la Premurska gibanica STG, per poter essere definita così, deve rispettare queste regole:

*può avere forma tonda o rettangolare.

Il ripieno, che non deve fuoriuscire, deve essere chiaramente separato dagli altri.

Una fetta, dunque, deve mostrare distintamente *otto strati d’identico spessore e deve avere una struttura tenera, soavemente liscia e morbida*.

PrekmurskaGibanica1

Foto dal web (8 strati).

Sempre la signora conosciuta al corso mi ha detto che anche 4 strati vanno bene, io ne ho fatti 4 ma, sempre per le dosi che ho seguito, gli strati non sono regolari e, alla vista risulta asciutta ma, per fortuna non al palato.

Modifiche future:

  1. mantenere le dosi di pasta ma aumentare quelle del ripieno, soprattutto delle mele che servono anche a dare la giusta umidità al dolce;
  2. tirare di più la pasta per renderla il più sottile possibile;
  3. frullare la skuta (quella che adopero io e che è molto granulosa) per renderla più cremosa e, quindi, più facile da spalmare (se notate il mio strato di skuta (ricotta) risulta molto irregolare;
  4. lasciare i ripieni più liquidi in maniera che in cottura non si asciughino troppo;
  5. tentare gli 8 strati, proverò ad adoperare una pirofila in pirex per vedere la preparazione in corso d’opera;

*(fonte testo: Prekmurska Gibanica)-

Riporto il testo dal sito per facilitare la lettura di chi fosse interessato a fare questo straordinario dolce:

La Prekmurska Gibanica STG è un dolce composto da una base di pasta frolla con ripieno a strati di semi di papavero, formaggio bianco, noci e mele, disposti secondo un ordine preciso e separati da pasta filo.

Questo ripieno va poi ripetuto una seconda volta.

L’ultimo strato di pasta filo viene ricoperto da panna acida o dolce con l’aggiunta finale di un tuorlo d’uovo o di un rivestimento di grasso.

Metodo di lavorazione:

La base di pasta frolla deve essere preparata fresca amalgamando gli ingredienti specifici fino ad ottenere una pasta liscia alla quale si darà forma rettangolare o tonda che non superi i 5 mm di altezza.

La pasta filo, scarsa di grassi, una volta pronta, va suddivisa in 10 o 11 parti, che andranno poi utilizzati per separare i vari ripieni.

Il nappage di uova e panna acida o dolce utilizzato sarà maggiore per i ripieni di semi di papavero e di noci, inferiore per il ripieno di ricotta e minore o nullo per il ripieno di mele.

Vanno utilizzate quantità uguali se il nappage da versare su ciascuno strato è a base di grasso vegetale o burro.

Terminati i suddetti processi di elaborazione, la Prekmurska Gibanica STG, fresca o congelata e precedentemente bucherellata da cima a fondo, viene infornata inizialmente a 200°C per un’ora ed in seguito, per un’altra ora, ad una temperatura che oscilla tra i 170 e i 180°C.

Se precedentemente si è rivestita solo di nappage di grasso deve essere spruzzata con panna acida.

Una volta cotta, può essere lasciata raffreddare a temperatura ambiente per qualche ora e solo dopo potrà essere tagliata a fette che verranno spolverizzate con zucchero a velo.

Aspetto e Sapore

La Prekmurska Gibanica STG può avere forma tonda o rettangolare. Il ripieno, che non deve fuoriuscire, deve essere chiaramente separato dagli altri.

Una fetta, dunque, deve mostrare distintamente otto strati d’identico spessore e deve avere una struttura tenera, soavemente liscia e morbida.

Il suo aroma riflette il tipico gusto e fragranza dei semi di papavero freschi, della ricotta, delle noci e delle mele lievemente acidule.

La Prekmurska Gibanica STG si presenta perciò molto succulenta, ma non troppo grassa e dolce al punto giusto.

Zona di Produzione

Il territorio della tradizione della Prekmurska Gibanica STG ha origine nella regione del Prekmurje. La fama del prodotto si è via via estesa su tutto il territorio sloveno.

Storia

Tra le numerose fonti scritte che attestano l’origine della Prekmurska Gibanica STG nella regione del Prekmurje, la più antica risale al 1828 ad opera di Jozef Koziè, nella quale troviamo l’elenco dei prodotti più utilizzati cento anni prima proprio nei villaggi di questa regione e, tra questi, la gibanica spiccava come dolce immancabile nei matrimoni.

Ma fu solo in due opere culinarie, una a cura del Prof. Vilko Novak del 1947 e una del 1964 di Andreja Grum ed Ivan Vozelj che se ne descrisse in maniera dettagliata la ricetta.

Troviamo citazioni sulla gibanica anche in Povest o dobrih ljudeh Storia di brava gente del più importante scrittore del Prekmurje e in numerosi scritti degli ultimi quindici anni.

Gastronomia

Come ogni dolce a base d’uova ed ingredienti facilmente degradabili, la Prekmurska Gibanica STG si conserva in frigo.

Si consuma fresca come dessert, già dopo qualche ora dalla cottura.

Il Riesling renano di vendemmia tardiva, un vino bianco fruttato dal sapore secco e gradevolmente fresco, talvolta vivace o frizzante, accompagna bene questo tipo di dolce.

Commercializzazione

Il prodotto è immesso in commercio nella tipologia Prekmurska Gibanica STG, accompagnato dalla menzione Proizvedeno na tradicionalen slovenski nacin (prodotto in base al metodo tradizionale sloveno) tradotta nella lingua del paese nel quale il prodotto viene preparato e commercializzato.

È commercializzato intero o a fette triangolari o rettangolari di spessore compreso tra i 5 e i 7 cm e con peso non superiore ai 250 gr.

Per quanto riguarda la produzione industriale, lo spessore rimane invariato ma il peso non deve superare i 200 gr.

Nota distintiva

La Prekmurska Gibanica STG ha un sapore e una consistenza del tutto caratteristiche che le vengono conferite dalla combinazione fra la pasta frolla e la pasta filo, insieme ai quattro ripieni dosati in maniera scrupolosa e disposti in base ad un ordine ben preciso ripetuto due volte.

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L’ho spolverizzata con zucchero a velo e cannella.

La Prekmurska gibanica è stata scelta per rappresentare la Slovenia al Café Europa, iniziativa della presidenza austriaca dell’Unione europea  sulla Giornata dell’Europa 2006.

Nel marzo 2010, la Prekmurska gibanica ha ricevuto dall’ Unione europea la denominazione STG (Specialità Tradizionali Garantite).

(Fonte Wikipedia).


Pinza Friulana dell’Epifania, della Nonna di Pietro: l’amore per la tradizione non è soltanto una moda…

Pinza Epifania fetta-002

Voi  sapete che, nonostante mi descriva come una specie di orso asociale e grezzo, io amo parlare con le persone, specialmente se condividono uno spazio o qualcosa con me o se percepisco un qualcosa che mi spinge verso di loro, ed è così che il signor Pietro ed io siamo diventati amici.

Mi piaceva, quando aveva terminato il suo lavoro, invitarlo a bere un caffè o un the, lo sapevo solo e mi faceva piacere parlare con lui, di sua figlia che amava andare a cavallo e lo faceva un pò tribolare con la scuola e del ballo liscio, la sua passione.

Così, forse per sdebitarsi, un giorno mi portò  questo dolce da assaggiare col the, me ne innamorai e, ovviamente, gli chiesi la ricetta.

Per un pò resistette: è una ricetta di mia nonna, ne era gelosa, rispondeva ogni qualvolta  gliela chiedevo… ma poi cedette, la mia sincera passione lo convinse.

Ora il signor Pietro è molto ammalato, ricordo che l’ultima volta che venne a lavorare non si reggeva in piedi, lo rimandai a casa e le scale, finchè non trovammo chi lo sostituisse, le pulii io.

Ultimamente, più che una moda, il desiderio di conservare le tradizioni, credo sia diventata una necessità, sia per non staccarsi da un passato che, in fondo in fondo, non era poi male, sia per prendere le distanze da un futuro che non promette bene e ci rende così preoccupati e arrabbiati che non siamo più capaci di cogliere ed apprezzare le piccole cose.

Come ho già scritto, questo tipo di ricette, nasce dalla necessità di mettere assieme poche cose e, mi ripeto, la frutta secca, un tempo era alla portata di tutti mentre oggi, una torta di noci, anche fatta in casa, viene a costare un occhio dalla testa.

Basta leggere gli ingredienti di questi dolci poveri, sempre gli stessi, noci, fichi secchi, uvetta, qui ci sono anche i pinoli ma il signor Pietro mi disse: la nonna li metteva raramente, quando poteva permetterseli.

Mi scuso per le fotografie, non sono recenti, fotografavo ancora con il telefonino, sono foto sfocate, con esposizioni errate, per fortuna che ora ne capisco un pò di più del 2008 e ho cercato di sistemarle meglio che potevo (purtroppo non ho photoshop).

Era il tempo che fotografavo gli ingredienti, avevo ancora così tanto entusiasmo…

Ingredienti pinza epifania Pietro1-001

Ingredienti per una teglia rettangolare da 45 x 35:

  • 300 g. di farina gialla di mais (anche istantanea),
  • 700 g. di farina 00,
  • 1 litro di latte,
  • 2 uova,
  • 100 g. di zucchero,
  • 150 g. di lievito di birra fresco (o 2 fustine liofilizzato + 1 lievito in polvere,
  • 400 g fichi secchi tagliati a pezzetti,
  • 250 g. di uvetta,
  • 1 bustina di pinoli tostati,
  • 200 g. di noci tritate grossolanamente,
  • 2 cucchiai di strutto (o burro),
  • buccia di limone gratuggiata,
  • sale.
collage pinza epifania-002

Come fare:

portare il latte a bollore con il sale, tagliare i fichi a pezzetti, tostare i pinoli, tritare le noci grossolanamente e sciogliere a bagno maria lo strutto o il burro.

Lavare l’uvetta e farla gonfiare nell’acqua calda,  scolarla e metterla nel rum o grappa, versare il latte sopra la farina di mais e lasciare  che lo assorba.

Sbattere leggermente le uova e aggiungerle all’impasto assieme allo strutto o burro, unire anche la frutta, compresa l’uvetta scolata, lo zucchero e la buccia di limone.

Sciogliere il lievito in un po’ d’acqua tiepida, versarlo nell’impasto ed unire, un po’ alla volta, la farina ( io la setaccio).

Versare nella teglia foderata con la carta da forno (o imburrata) ed infornare nel forno preriscaldato a 180° C. x 40 minuti.

Controllare che la preparazione non asciughi troppo, sfornare la pinza e, quando è intiepidita voltarla sottosopra affinchè l’umidità non rimanga nel fondo.

Cospargere di zucchero a velo decorando a piacere,  la potete anche porzionare e mettere in congelatore per le emergenze della colazione e merende.

Pinza Epifania pronta-001

Per oggi è tutto, grazie signor Piero e grazie a voi di avermi letta fin qui…

Il Signor Pietro è venuto a mancare in ottobre…


Il sop dal Prin dal an, Tradizions furlanis (Oscar Puntel)

Perla sulla porta1-001 

Buon 2013 mondo, a proposito di mondo vorrei conoscere tutte le tradizioni del mondo riguardo alla nascita di un nuovo anno ma devo accontentarmi (tra virgolette) di cercare, studiare, scoprire le tradizioni della Regione dove abito, oggi vi porto in Carnia.

Già conoscete la mia passione per la Carnia, la sua storia, le sue tradizioni e la sua cucina, così, in questa alba silenziosa ho frugato tra i libri di ello e ho trovato il testo che segue, io ho capito tutto ma per la traduzione fedele attendo il suo risveglio.

So che, goliardicamente, mi tradurrà frasi senza senso burlandosi di me e so anche che io non demorderò e riuscirò a spuntarla ed avere la traduzione, ma voi avrete la pazienza di attendere?

Google qui  può fare poco o niente, il Friulano è sfuggente, come leggerete più in basso i Friulani sono  «The Hard People»…

Il sop dal Prin dal an*.

Ducj i fruts a àn di visâsi che il prin dì di Zenâr a àn di lâ dal lôr santul, par fâsi dâ «la buine man».

 «Bundì la buine man a mi!», a an di dî i piçui. E il santul al à di dâur un regalut, par solit bêçs, che al è il lôr sop.

 In Friul, chest mês al è ricuardât par vie dai fûcs de Pasche Tafanie: di Comelians, cu lis sôs cidulis propiziatoriis, a Paulâr, là che si bruse la femenate, jù fintremai aes fogheris de Basse, passant pai pignarûi di Tarcint e frazions.

 Tradizions di divignince celtiche, che ducj za o cognossìn. Pôc, invezit, si sa de tradizion dai sopêrs, trop di int che e zire pal paîs dispès in costum, par fâ tornâ a vivi la rivade dai «Re magjos»; si clamin sopêrs par vie che po dopo a cjapin un sop.

 A Darte si vîf il rît de Stele di Nadâl: une stele di lene cjarte veline colorade, cun, al centri, un piçul lumin a vueli (te foto), e ven puartade di cjase in cjase par dâ l’anunci de nassite dal Gjesù Bambin.

Stele di Nadal 

Foto dal web

 Si fâs chest rît ancje a Sauris, intal dialet todesc, invezit, a Çurçuvint, si cjante il «Gjesù cjamin», laude dal Cuatricent, puartade di cjase in cjase de Onorande compagnie dai cjantôrs de plêf di Sant Martin.

 Cheste istituzion e à lidrîs ancjemò prime dai 24 di Març dal 1761, date dal prin verbâl dal regjistri storic dal grup e che al da lis regulis precisis su nomine e compuartament dai siei components.

 In tantis comunitâts, a zirà a son i zovins che a fasin part de Coscrizion, ven a stâi che a àn fat 18 agns. Ancje in chest câs, il test de cjançon puartade di cjase in cjase e conte de nassite di Gjesù.

 Pal antropolic inglês Patrick Heady – autôr dal libri «The Hard People», il popul dûr (il riferiment al è proprit ai cjargnei) – in chel dì si realizave la supremazie  dal gnûf sul vieli, di fat, dome in chel dì, i zovins a comandavin sui vecjos.

 Traduzione

 Tutti i bambini devono ricordarsi che il primo giorno di gennaio devono andare dal loro santolo (padrino) per farsi dare la “mancia”.

«Buongiorno, la mancia a me», debbono dire i piccoli. E il santolo gli dà un piccolo regalo, di solito, soldini. Questo è il loro “sop” (intraducibile).

 In Friuli, questo mese, è ricordato per via dei Fuochi dell’Epifania.

 Da Comeglians con le sue «Ruote infuocate» propiziatorie, a Paularo dove si  brucia la “strega”, fino ai fuochi della Bassa Friulana, passando per il «Pignarul» di Tarcento e dintorni.

 Tradizioni di provenienza Celtica che tutti conoscono. Poco, invece, si sa delle tradizioni dei «sopers», gente che gira per il paese spesso in costume per far rivivere la tradizione dell’arrivo dei Re Magi.

 Si chiamano «sopers» per il fatto che, dopo, ricevono un «sop».

 Ad Arta si celebra il rito della Stella di Natale, una stella di legno e carta colorata con al centro un piccolo lume ad olio che viene portato di casa in casa per annunciare la nascita di Gesù bambino.

 Si celebra questo rito anche a Sauris, nella parlata del locale dialetto tedesco.

 A Cercivento, invece, si canta il cammino di Gesù, preghiea del 400 portata di casa in casa dalla Onorata Compagnia dei Cantori della Pieve di San Martino.

 Questa istituzione affonda le proprie radici ancora prima del 24 marzo 1761, data del primo verbale sul Registro Storico del Gruppo che detta regole precise in tema di nomine e comportamento dei suoi componenti.

 In tante Comunità sono i giovani che fanno parte della Coscrizione, ossia che hanno compiuto i 18 anni, ad andare per i propri paesi.

 Anche in questo caso il testo delle canzoni celebra la nascita di Gesù.

 Per l’antropologo inglese Patrick Heady, autore del libro «The  Hard People», il popolo “duro” (ed il riferimento è proprio ai Carnici) in quel giorno sirealizza la supremazia del nuovo sul vecchio. Di fatto, solo in quel giorno, i giovani comandavano sui vecchi.

 *Riferimento della parola «sop»: dono di frutta o altro, da: Il Nuovo Pirona – Vocabolario Friulano.


Biscottini al mosto cotto, senza uova, senza lattosio, senza glutine ma con tanto tanto sapore… Un pensiero per Maria ♥

biscottini al mosto cotto cotticorn-001

Non so se è merito dei Maya che, con le loro profezie hanno comunque mosso qualcosa in ognuno di noi, non so se è perchè dai e dai le cose cambiano, non so se, finalmente, mi sono incamminata sulla strada giusta… Fatto sta che ho trascorso uno splendido Natale, direi sereno, si, sereno è la parola giusta.

La venuta della suocera&Co. non mi ha agitata, sono riuscita ad organizzare tutto per benino e nei tempi giusti, voi direte: cosa sarà mai organizzare un pranzo di Natale per 5.. Beh, per me, che non ho mai ospiti a casa, è un bel impegno, quando manca la pratica non basta la grammatica no?

Come già sapete il mio menù di Natale non è stupefacente ma è il solito: lasagne portate dalla suocera, zampone, lenticchie a volontà, brovada.

Quest’anno l’ho arricchito con 2 stinchi di maiale al forno, Lambrusco, coca cola per il cognato (ORRORE!!!) comperata da ello che, dopo aver notato il mio disappunto ha detto saggiamente: bisogna adeguarsi agli ospiti, panettone ai marron glacè gentilmente offerti da Loison, spumante per il brindisi, caffè, ammazzacaffè per lo zio: una grappa che gli ha fatto strabuzzare gli occhi per quanto era forte…

Tutto qui, qualche chiacchera, una breve comparsa di Perla che è venuta a salutare “la nonna” e dopo aver sberlato per qualche minuto è tornata a dormire e poi, tutti a casa, ello ad accompagnare lo zio (che mi ha regalato del buonissimo miele di acacia che ho adoperato per i biscottini) e così, rimasta sola mi sono messa a fare questi biscottini.

Ci tenevo a farli per Natale, un omaggio a Maria, è lei che mi aveva mandato il mosto cotto: adoperalo, mi diceva, ma non voglio finirlo, rispondevo, dai che te ne mando ancora… invece non c’è stato più tempo, purtroppo…

Questa ricettina mi è arrivata via mail da Nannarè, una delle Amiche di forum di un tempo, è una delle tante ricette che mi ha mandato, sono di sua nonna o di “nonnine”, come le chiama lei e per me sono perfette.

Appena la sento le chiedo delucidazioni sulla provenienza di questi “Biscottini al mosto cotto”, se hanno un nome definito o si chiamano soltanto così.

Io ho preferito lasciarli naturali, senza spezie, un pò perchè a ello non piacciono un pò perchè coprirebbero il sapore della frutta secca, rimane comunque il fatto che sono molto versatili e, da questa base, se ne possono elaborare un’infinità, mi sono limitata a modificare il tipo di farina perchè, essendo questi biscotti, già senza lattosio e senza uova, volevo farli anche senza glutine.

Copio incollo la ricetta così come è arrivata, con lo stile gajardo de Anna (si chiama così), le sue abbreviazioni da sms, credo assimilate dalle 2 figlie adolescenti, qualche doppia di troppo, ma è perfetta così, la adoro ♥

Per facilitare la lettura ho evidenziato gli ingredienti, mentre le mie varianti e il mio procedimento sono inseriti tra gli asterischi.

collage biscottini mosto cotto-001

Si lavorano degli ingredienti sullla spianatoia mettendone  ad occhio

circa 300 grammi fra nocciole, noci, pinoli, (xchè no, qualche mandorla) spezzettati grossolanamente
(Se vuoi anche tostati ma nn è necessario)
500 grammi di farina (da nn usare tutta insieme, che so iniziare con 250/300 gr. ed aggiungere quella che occorre man mano) *farina di grano saraceno e tapioca*
1 bicchiere circa di ottimo olio evo o strutto *olio evo (Pugliese)*
un pò di zucchero e miele * solo miele*
mosto cotto (o vino) q.b.
poco + della metà di una bustina di lievito x dolci
( Eventualmente Vanillina o spezie facoltative ed a piacere del proprio gusto) *estratto di vaniglia*
Non ci vanno le uova ma c’è anche chi ne mette *omesse*.
Zucchero a velo x spolverizzare , facoltativo *omesso*.

Mettere, la farina a fontana con tutti gli ingredienti dentro (la mi mama talvolta mette anche un po’ di buon cacao in polvere, ma ciò è una cosa del tutto personale), lavorare raggruppando per bene tutti gli ingredienti fino ad ottenere una “massa” omogenea, formare un filoncino
un “pò piatto” e tagliare a forma di losanga (qsta è la tradizione) oppure stendere e dare la forma ai biscotti che andranno su una teglia con
carta forno.

*Io ho mescolato la frutta secca con 250 g. di farina (proporzione 350 farina di grano saraceno, 150 farina di tapioca), ho aggiunto il bicchiere d’olio, 3 cucchiai abbondanti di miele, ho amalgamato, ho unito il resto della farina e poi ho aggiunto a poco a poco il mosto cotto fino al raggiungimento della “massa” omogenea (come scrive Anna), ho formato il filoncino un “pò piatto” e, come da tradizione, ho formato le losanghe*

Naturalmente infornare con forno già caldo a ca. 180 gradi finchè nn saranno coloriti e cotti (forse 20 min. o poco+)
Si possono servire ed intingere con buon bicchiere di vino bianco, marsala o …

Semplici, ma “fanno famiglia” e Natale magari apprezzati accanto al camino acceso …??! (A Perla falli assaggiare senza inzuppo nel vino mi raccomando …!!! Alle gattine di buona famiglia si bagna soltanto dietro l’orecchio con una goccia di Champagne, la notte di Capodanno, cm fossse Chanel N° 5 – insieme ad un assaggio di Pandoro).
Cuore

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Buongiorno mondo.


Cartufula ripiena Affumicata, ancora cucina di Carnia… E che Carnia!

cartufula pronta 4-001

In questo periodo che precede il Santo Natale sarebbe più utile pubblicare biscotti, decorazioni, glasse, idee regalo ecc. ma c’è già chi lo fa e lo fa meglio di me, con dovizia di spiegazioni, passi-passi, fotografie ecc. io però, continuo sull’onda della Cucina di Carnia con le altre ricette del corso.

le mie note-001

Lo faccio per non dimenticare, pur avendo preso appunti ed essendo stata attenta, la mia memoria non può fidarsi del tempo che passa, in questo periodo poi, tra addobbi, pulizie di Natale, tanti progetti, tante idee, è meglio scrivere.

Non è stato semplicemente un Corso di cucina, è stato qualcosa di più ed io sono così, quando una cosa mi entusiasma e mi appassiona mi sento come presa in un vortice, mi sento felice come un cagnolino liberato dal guinzaglio e lasciato correre in uno spazio infinito.

Un corso sulla cucina di Carnia, splendido… e l’affumicatura poi, per me che amo tutto il cibo che sa di fumo è come per chi ama i dolci andare ad un corso di Montersino.

Se passate per il Friuli andate a Sauris ed assaggiate in loco il Prosciutto affumicato e se volete raggiungere l’estasi bevete la birra affumicata del Birrificio Zahre.

Mi dispiace che esista ancora questo luogo comune che vuole Triestini e Friulani acerrimi nemici, per quel che mi riguarda io ho un grande rispetto per il Popolo Friulano ma, lo devo dire, ancor di più per il Popolo Carnico, specialmente per le Donne di Carnia e così, mentre, durante il giorno, pensavo a come scrivere questo post, mi sono ricordata di  Maria Plozner Mentil, la portatrice Carnica Donna simbolo.

Se non ne avete mai sentito parlare vi consiglio di andare a leggere un pò della sua storia, per sentirvi ancora più orgogliose di essere Donne.

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Donna con la Gerla (quadro di Tiziana Millo)

 La tempra e la fatica delle Portatrici

Queste donne avevano ereditato dal loro passato la fatica. Abituate da secoli per l’estrema povertà di queste zone, ad indossare la “gerla” di casa  – che mai come in questo caso può rappresentare il simbolo della donna carnica – , ora la mettevano sulle spalle al servizio del Paese in guerra.
Fino ad allora l’avevano a caricata di granturco, fieno, legna, patate e tutto ciò che poteva servire alla casa e alla stalla. In questa situazione invece la gerla era carica di granate, cartucce, viveri e altro materiale.

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Queste cartufule, le Donne di Carnia le avrebbero cotte nella cenere accantoalcamino dove avrebbero acquisito quel buon profumino di fumo, il Maestro invece ci ha insegnato a farlo anche senza stufa, spolert, sparghert ecc.

Nelle cucine dei ristoranti ci sono gli affumicatori, abbattitori e quant’altro però a casa diventa problematico avere tutto questo e un corso di cucina, secondo me, deve insegnare ad ottenere un simile risultato senza dover spendere un patrimonio in attrezzature.

Collage cartufule-001

Oggi la lezione inizia con un metodo di cottura per le patate, che non conoscevo e che permette di mantenere le patate sode, croccanti ma non crude, il metodo perfetto per questo tipo di preparazioni.

Ingredienti:

  • 8 patate medio/piccole,
  • fonduta*,
  • tuorlo,
  • Montasio o Ricotta Affumicata*,
  • 320 g. di pasta di salame all’aceto (balsamico)
  • fondo bruno q.b. per condire.

Come fare:

sbucciare le patate e, con uno scavino, formare un foro, immergerle in acqua bollente e farle bollire 7/8 minuti, spegnere e lasciarle nell’acqua calda fino a raffeddamento.

Quando sono pronte, scolarle a foro in giù per eliminare l’acqua e disporle (vedi collage) su un cestello per il vapore o, se l’avete, un contenitore come quello della foto; importante che si possa sigillare con un coperchio e che rimanga sollevato dal fondo per non soffocare il fumo.

Per poter procedere con una affumicatura casalinga è necessario avere a disposizione una stanza, una terrazza, un posto aperto o da poter arieggiare comodamente.

trucioli e erbe aromatiche per affumicatura-002

In una vecchia padella disporre dei trucioli di nocciolo e faggio (naturali e senza vernici),  rametti di rosmarino, foglie di alloro, timo, bacche di ginepro, mentre la padella e i trucioli prendono calore mescolare con le mani e, quando inizia a far fumo, chiudere la padella e scuoterla più volte tenendo il coperchio sigillato.

Collage padella affumicatura-001

Al corso il Maestro ha adoperato questi aromi ma voi potete farlo con ciò che vi piace o avete a disposizione, anche un misto tra coriandolo, cardamomo, lemon grass ecc. per profumare dei gamberoni o tranci di pesce (è un mio pensiero, chiederò al Maestro se si può fare).

Quando si è sviluppata una buona quantità di fumo, velocemente versare i trucioli nel contenitore, sigillarlo velocemente e lasciar insaporire.

Al corso, per ovvie questioni di tempo, non è stato possibile rispettare i tempi ma a casa decidete voi il punto di fumo che vorrete raggiungere.

Condire le patate per insaporirle con olio e sale e versare all’interno di ogni foro un pò di fonduta, e qui il Maestro ci ha insegnato come fare sia la classica fonduta lucida, che richiede attenzione in cottura affinchè non impazzisca, sia la veloce che prevede l’aggiunta di una besciamella leggera.

Cartufule ripiene di fonduta-002

Fonduta classica lucida: la panna dev’essere la metà della quantità di formaggio che adoperate, la fonduta va preparata a Bagno Maria a 60°C., se non avete un termometro da cucina (che vi consiglio di farvi portare da Babbo Natale perchè è davvero utile anche per le fritture n.d.r.) appoggiare il dito, quando scotta è arrivata a c.ca 60°C., i formaggi vanno grattugiati finemente.

Le dosi adoperate dal Maestro al corso:

  • 200 g. Montasio Stravecchio,
  • 100 g. Montasio fresco,
  • 60 g. di ricotta,
  • 30 g. di caprino,
  • panna fresca la metà del peso dei formaggi.

Fonduta-001

Fonduta lucida

Fonduta veloce con besciamella: al posto della panna adoperare un besciamella, io vi do le proporzioni per 1 litro di besciamella, voi regolatevi secondo necessità: per ogni litro di latte preparare un roux con 50 g. di burro e 50 g. di farina, aggiungere 8 g. di sale.

A volte io, al posto della panna metto un pò di maizena che faccio sciogliere nel latte freddo ed aggiungo alla fine e mi regolo per la densità.

Fare la fonduta è più semplice di quanto sia scriverla, riprenderò questo argomento al prossimo post nel quale  sarà una dei protagonisti principali in un piatto da sogno.

Collage cartufule tuorlo-001

Dopo aver inserito la fonduta in ogni foro versare un pò di tuorlo.

Collage cartufule da infornare-001

Cospargerle con della ricotta affumicata (o Montasio stravecchio), disporle su una teglia con carta forno, una macinatina di pepe ed infornare con funzione grill per qualche minuto fino a doratura.

Il Maestro consiglia, visto che le ricotte affumicate che si trovano in negozio sono tropo fresche, di asciugarle a 30/40°C. per qualche ora.

Ha ribadito l’utilità di avere a casa un piccolo essicatore, tenere acceso il forno per molte ore, visti i tempi, è dispendioso, con l’essicatore si risparmia e si ottengono ottimi risultati, in commercio se ne trovano anche di piccole dimensioni non “invadenti” (altra letterina a Babbo natale).

pasta di salame da accompagnare alla cartufula-002

Le Cartufule vanno servite su un letto  di pasta di salame messa in padella senza aggiunta di condimenti, va sgranata bene con le mani, rosolata e, alla fine si aggiunge l’aceto balsamico e un pò di fondo bruno (in un post a parte la spiegazione assieme ad altre chicche).

cartufula pronta1-001

Per oggi è tutto, la prossima ricetta sarà questa:

Toc in braide1-001

Buongiorno mondo ♥


Raffaello Mazzolini, l’uomo che sussurrava ai Cjarsòns.

Raffaello-002

Il Maestro

Torniamo per un attimo nella Carnia dei tempi passati…

«É la festa del S. Patrono: al suono delle campane del paese la piazza si spopola perchè tutti rientrano nelle case per pranzare; li aspetta il piatto tipico carnico: i cjalsòns, preparati con cura dalle mani esperte e pazienti delle donne carniche.

Un unica ricetta non esiste, perchè ogni vallata della Carnia ha la sua, e non solo: in una stessa vallata ci può essere una mamma che festeggia cucinando dei cjalsòns diversi da quelli che sta preparando la vicina, sia nella pasta che nel ripieno.

Ed è proprio questa varietà di preparazione che ha sempre suscitato la mia curiosità e mi ha spinto nel 1973 ad indire un concorso per tutte le donne carniche: tema: «I cjalsòns», risultato: 40 concorrenti con 40 ricette diverse. Questo rispecchia ancora una volta il carattere del carnico: «ognuno per proprio conto». (Tratto dal libro di Ginni Cosetti Cucina di Carnia pag. 72)

Il nostro Maestro non poteva che essere carnico, di Socchieve, e chiamarsi Mazzolini come Fiorindo, il produttore della Polenta Socchievina della quale trovate scheda su GDF, non siamo parenti precisa ma chi può dirlo?

*La cucina della Carnia: tutti i segreti di Cjalsòns salati e dolci, toc’ in braide, affumicatura*, ecco i temi del corso, oggi parlerò dei Cjarsòns, so che molti di voi li conosceranno perchè nel web se n’è parlato e se ne parla spesso, ci sono stati dei contest, sono stati protagonisti di quanti modi di fare e rifare ecc.

Non sempre incontrano i gusti di tutti perchè essendo una preparazione dolce/salata è inconsueta, è un gusto al quale il palato va educato, un pò come per i gnochi de susini Triestini.

E qua ti volevo, quando il Maestro ha saputo che sono di Trieste ha storto il naso dicendo che è stato 3 anni a Trieste e che noi triestini siamo razzisti perchè ce l’abbiamo con gli Sloveni…GIAMMAI!!!

A nulla sono servite le mie rimostranze e, se non bastasse, la mia vicina di banco mi ha raccontato che tanti anni fa era fidanzata con un triestino e che ogni volta che veniva a trovarla, suo padre usciva e tornava quando lui era andato via… Ma allora chi sono i razzisti, i triestini o i friulani?

Quindi capite com’ero messa , ma nulla ha scalfito la mia voglia di imparare, di domandare, di curiosare nelle pentole e di fotografare…

Cjarsons1-003

Cjalsòns o Cjarzòns

Ingredienti per la pasta, versione dolce:

  • 200 g. di patata cotta,
  • 200 g. di Manitoba,
  • 1 cucchiaio di burro sciolto,
  • 1 cucchiaio di olio EVO,
  • acqua q.b.
Collage impasto, ripieno cjarsòns

Ingredienti ripieno versione dolce (versione di Piedim):

  • 60 g. di marmellata di prugna,
  • 100 g. tra nocciole e arachidi,
  • 60 g. di cioccolato grattugiato,
  • 50 g. di noci,
  • 200 g. di ricotta fesca,
  • 100 g. di biscotti secchi,
  • la scorza grattugiata di 1 limone,
  • cannella,
  • 2 cucchiai di rum,
  • 1 cucchiaio di miele fluido,
  • 25 g. di cedri canditi (nella ricetta dal libro di Cosetti).
Collage cjarsòns prima parte

Come fare:

l’impasto è semplicissimo, si mette tutto nel mixer.

Per la pasta, schiacciare la patata a caldo e amalgamarla alla farina, il burro fuso, l’olio, lavorare l’impasto ed aggiungere quel tanto di acqua che lo stesso richiede, dipende dall’umidità che rilascia la patata.

Amalgamare bene la pasta, stenderla in una sfoglia sottile e ritagliare dei cerchi del diametro di 8 cm. , mettere al centro un pò di ripieno (vedi collage), ripiegare la pasta e, usando pollice, indice, medio di ambedue le mani richiuderli dando loro la tipica forma.

Immergerli in acqua bollente salata e portare a cottura, l’acqua deve mantenere un bollore lieve in modo che i cjarsons non si danneggino, controllare la consistenza che deve risultare elastica.

Nel frattempo, in una padella mettere burro, acqua (serve per rendere cremoso il condimento e a non bruciare lo stesso), cannella, se volete una preparazione più dolce aggiungere un pò di zucchero.

Appena sciolto il burro versare i cjarsòns e farli insaporire, servire caldi, volendo con una grattatina di ricotta affumicata.

Collage cjarsòns seconda parte-001

Essendo una preparazione lunga si può approfittare per farne di più e congelarli: si mettono su un vassoio di carta (no carta forno, no stagnola) e si mettono in congelatore, quando sono congelati si ripongono a porzioni nei sacchetti.

Toglierli dal congelatore soltanto un attimo prima di immergerli nell’acqua di cottura, se si scongelano prima si disfano.

Se li dovete consumare in giornata non lasciateli troppo tempo in frigorifero, il ripieno renderebbe umida la pasta e si potrebbero rompere in cottura.

Raffaello ha pensato anche a chi non ama il contrasto dolce/salato e ci ha presentato una versione salata ideata e testata da lui stesso, questa:

Ingredienti per la pasta:

  • 200 g. di Manitoba,
  • 50 g. di burro sciolto,
  • 50 g. di acqua,
  • 10 g. di sale.

Ingredienti per il ripieno:

  • 300 g. di patata bollita,
  • 150 g. di mela cotta (lui da intenditore adopera l’Annurca),
  • 100 g. di pane nero grattugiato,
  • 10/15 foglie di melissa,
  • buccia d’arancia*,
  • cardamomo,
  • anice,
  • ricotta.

*si raccomanda di adoperare arance e limoni biologici, la cera che mettono per “far belli” gli agrumi non va via nemmeno col sapone!!!

Come fare:

il procedimento è lo stesso della versione precedente con la differenza che nella padella, assieme a burro e acqua, ci va il sale.

Raffaello1-001

Andate e mangiatene tutti.

Se il “Maestro” o chi per lui mi legge e trova delle inesattezze è pregato di segnalarmele testè, ne va del mio onore, tengo cuore Triestino

frico in bicchiere con chips-001

Prossimamente un’ idea di antipasto per le feste.

Buon fine settimana ♥


San Nicolò, passata la festa gabbato lo santo…

Tavolino San Nicolò5
Nulla era/è più bello ed emozionante del trovare la mattina del 6 dicembre la tavola piena di tante cose, noci, mandarini, pistaci (arachidi), fichi secchi, mandorlati (torroni) ecc., del cercare tra i piatti chiusi dalla carta trasparente il proprio regalino.Ognuno aveva il proprio, personalizzato, io amavo molto disegnare e nel mio piatto c’erano sempre regali inerenti: colori, album, quaderni, pennelli, gomme.

San Nicolò era giorno di scuola e così, messi in borsa qualche mandarino e un pò di frutta secca, via di corsa, curiosi di sapere cosa avevano ricevuto gli altri bambini.

Cossa te gà portà San Nicolò? Già allora c’era una netta distinzione tra le classi sociali e i regali di San Nicolò che ogni bambino raccontava ne erano la conferma.

Da grande ho scoperto che molti baravano, non avevano ricevuto nulla ma non volevano sembrare da meno e raccontando il loro regalo sognavano un pò…

Tavolino San Nicolò altoLa mattina ello è partito presto così ho preparato tutto affinchè  trovasse al suo ritorno il  tavolino di San Nicolò vicino al divano addobbato e pieno di tante cose buone, una cravatta come regalo (che è stata graditissima) e non si è neanche accorto che non gli avevo fattoil dessert.

Tavolino San Nicolò3

Buona giornata mondo, a presto con il corso di cucina, ne imparerete delle belle.


POMÌ: stregata dagli Strozzapreti.

Solo pochi secondi di video (possiamo chiamarlo così?) per darvi l’idea della velocità che la Signora Nuccia ha nel preparare Tortelli, Anolini, Strozzapreti e quant’altro.

Ero riluttante a scrivere questo post perchè ho l’orgoglio ferito, vedere la mia prova di tortello venire accartocciata e messa in un angolo, è stato umiliante.

Ero emozionata come una bimba che vuole far vedere alla mamma com’è brava, ma la mamma scuote il capo sconsolata…

A scuola di tortello-002

A scuola i tortello.

Durante la lavorazione ci sono stati svelati i segreti e noi, diligentemente, abbiamo preso nota.

Ingredienti per la sfoglia:

  • 1 kilo di farina 0,
  • 8 uova intere,
  • acqua per raggiungere la consistenza.

la prova dito della consistenza-002

Consistenza impasto.

Ingredienti per il ripieno ricotta spinaci:

  • 1 kilo ricotta vaccina,
  • 200 g. di spinaci lessati, strizzati, tritati,
  • 1 uovo intero,
  • 300 g. di Parmigiano Reggiano 24 mesi,
  • sale q.b.

ParmigianoReggiano 24 mesi per ripieno e condimento-001

Ingredienti ripieno con la zucca:

  • 1 kilo di polpa di una zucca messa intera in forno a 180°C.,
  • 400 g. di amaretti,
  • 200 g. di Parmigiano Reggiano 24 mesi.

pomì stampini, rotelle-001

Mi astengo dallo spiegarvi il procedimento in toto, dico soltanto che dopo aver posizionato il ripieno, la sfoglia va ripiegata sullo stesso dal basso verso l’alto (io lo facevo a contrario), una mano va appoggiata di taglio tra le porzioni e con il mignolo dell’altra si elimina l’aria.

Se li cuocete subito bastano 3 minuti dal bollore, in frigorifero si conservano per 3 giorni, è possibile congelarli su un vassoio vassoio e poi raccoglierli in sacchetti, non scongelarli prima di cuocerli perchè in cottura si rovinerebbero.

strozzapreti-001

Strozzapreti

Ed ecco gli Strozzapreti, semplicemente farina, acqua, olio e sale, perfetti per coinvolgere i bambini nella preparazione, si divertiranno un mondo ad arrotolare la pasta tra le dita, i loro saranno più piccoli e li riconosceranno perchè lo Strozzaprete va spezzato alla larghezza di 4 dita.

Ingredienti:

  • 1 kilo di farina 0,
  • 500 acqua,
  • 1 filo d’olio,
  • sale.

Nuccia-001

Nuccia, la Maestra.

Come fare:

dopo aver amalgamato gli ingredienti si stende la sfoglia sottile e si ritagliano delle strisce di c.ca 3/4 cm., si pizzicano in cima e si rotola velocemente la pasta tra le dita, si spezzano quando lo strozzaprete (l’ho scritto prima) arriva al quarto dito, si continua così fino ad esaurimento strisce.

Abbiamo preparato anche gli gnocchi, non ho “testimonianza” fotografica ma voi fidatevi, per tagliarli ho FINAMENTE capito dove sta il segreto per manovrare il coltelo alla maniera dei cuochi, ora mi manca solo tanta pratica perchè la grammatica c’è.

Ingredienti:

  • 1 kilo di patate lessate con la buccia,
  • 200 g. di farina 00,
  • 1 uovo,
  • sale,
  • farina per la spianatoia.

Come fare:

non mi direte mica che non sapete fare gli gnocchi vero? L’importante è schiacciare le patate calde (io lo faccio con la buccia per fare prima, tranquille/i, la buccia rimane nello schiacciapatate) per il resto fate come fate sempre, anche in questo caso si possono congelare ed utilizzare al bisogno.

Queste ed altre ricette sono quelle della nonna, ed arrivano da questo splendido quaderno che Massimo, gentilmente ha sfogliato per noi.

il prezioso quaderno della nonna di Massimo1-001

Il prezioso quaderno della nonna di Massimo

Abbiamo fatto anche gli anolini con la stessa sfoglia dei tortelli, abbiamo mangiato tutto la sera stessa, gli anolini sono stati cotti in un brodo celestiale che non dmentcherò mai, se siete da quelle parti andate a trovare Massimo ed il suo staff, Le Tre Ville usa ancora in cucina ed in sala l’ingrediente segreto, la passione.

Ora vi lascio col sorriso di Linda, Nuccia ed il nostro Luca, er mejo!!! Mancava Simone che stremato era con la mamma a fare il pisolotto.

relax in cucina e il ripieno per gli anolini-001

Linda, Luca e Nuccia

Vi lascio con la maestosa opera del Correggio, la Cupola di San Giovanni che ho fotografato distesa sul pavimento, ditemi voi se non ne è valsa la pena:

Cupola di San Giovanni1-001

A presto.


La torta fritta di Parma.

 

Pur essendo accasata con il figlio di un emiliana che ha fatto l’università a Parma mai avevo fatto la torta fritta per cui è stata ben accolta la proposta e ben tollerato l’odore di fritto che permaneva nella stanza, malgrado l’ aspiratore a tutta, finestre e porte finestre spalancate.

Niente da fare, l’umidità non aiutava a diradare la nube, la frittura procedeva lenta, la sfoglia troppo sottile, facciamola più grossa, la pentola non va bene, cambiamo pentola e così, tra una cosa e l’altra è calato il buio della sera, i miei progetti fantasiosi scemavano e si limitavano ad un cestino di carnevale, con stelle filanti, farfalle e cuoricini guardato con sospetto dal nostalgico universitario.

L’ambizioso progetto di fare dei coriandoli colorati è soltanto rimandato ai momenti di solitudine e le foto insoddisfacenti offuscano la gioia di aver sperimentato per la prima volta questa ricetta.

Ho optato per il lievito di birra fresco, sia nella versione classica che quella con le patate nell’impasto.

Copio/incollo dal blog di Dauly 

 

Ingredienti:

  • 1 kg. di farina,
  • 20 g. di lievito di birra,
  • 20 g. di sale,
  • acqua,
  • latte quanto basta per impastare*,
  • olio di arachidi o strutto per friggere.

Come fare:

sciogliere il lievito in acqua leggermente tiepida, impastare e lasciare lievitare coperto per circa 1 ora.

Formare l’impasto e fatelo riposare dieci minuti, tagliate a pezzetti e tirare le strisce con la macchinetta o se volete col mattarello alte 2-3 millimetri, tagliare a losanghe e friggere in abbondante strutto o olio profondi.

*per impastare si possono usare indifferentemente sia acqua che latte, non cambia granchè, per cui se al momento si è sprovvisti di latte in casa non scendiamo a comprarlo, usiamo l’acqua.
*nella macchinetta la tiro alla terz’ultima tacca.*

Per la versione con le patate ho attinto alla fonte consigliata da lei: Trattoria cavallo  

Ho farcito qualche torta con lo stracchino, ello mi ha detto che la mamma faceva anche dei panzerotti ma l’esperimento lo rimando a quando ci sarà un pò di vento.

 

E per finire una riflessione che avrete fatto in molti, mentre preparavo la ricetta scorrevano in televisione le immagini dell’alluvione di Genova (senza dimenticare però  la gravità di quella recente in Lunigiana) beh, la natura ci sta presentando il conto, e mi sa che sarà salato, nessuno ci può aiutare, soltano noi con il nostro buonsenso, con il rispetto e la consapevolezza che se monti, fiumi, mari, laghi sono dove sono c’è un perchè, un perchè che l’uomo ha sempre ignorato e continua ad ignorare.


Anelletti al forno alla palermitana e un pensiero per il Friuli.

Timballo per Anna

Gli  Anelletti al forno alla palermitana , erano anni che ci giravo attorno e finalmente ci sono caduta dentro, in questo timballo c’è tutto, c’è la storia, la tradizione, la rivincita di un popolo.

E poi la trasgressione, le melanzane fritte, un godurioso ragù colorato dai piselli, il formaggio ed il prosciutto, tutto tenuto assieme dall’abbraccio della besciamella che avvolge anelletto per anelletto e nel mio caso, gli aneletti avvolgono anche il tovagliolo.

portatovagliolo anelletti1_picnik

Ello non ama le melanzane e prevedendo la mia grande abbuffata con indigestione ho optato per una mini-porzione ma non per questo meno buona.

Di seguito la ricetta originale, tra parentesi le mie sostituzioni/omissioni proporzionate alla misura del mio stampo.

Ingredienti per 6 persone:

  • 500 gr di anelletti,
  • 4 melanzane nere,
  • 1,5 lt circa di salsa tipo bolognese con piselli,
  • 500 gr di besciamella (latte di soia, farina, no burro),
  • 200 gr di prosciutto cotto,
  • 600 gr mi mozzarella (ricotta di kefir),
  • 4 uova sode ( versione catanese) (omesse),
  • pangrattato q.b.
  • pecorino grattugiato q.b. (parmigiano)

Come fare:

tagliare le melanzane per lungo immergerle in acqua e sale, strizzare e friggere, contemporaneamente in una teglia da forno spalmare dell’olio facendo attenzione che ogni sua parte sia ben unta (servirà a far aderire il pangrattato che andremo subito dopo a mettere).

Una volta fritte le melanzane asciugarle dall’olio superfluo e adagiarle sulla teglia.

Cuocere la pasta lasciandola quasi cruda perchè finirà di cuocere in forno, scolarla e mescolarla al ragù e besciamella.

Mettere un primo strato dentro la teglia,  mettiamo il prosciutto la mozzarella e per ultimo il pecorino, ricopriamo con il resto della pasta e inforniamo a 180° per circa 25 minuti,  sformare e decorare a piacere.

Io ho riempito il foro dello stampo con dei piselli, ho decorato con  fili ricavati dalla bucccia delle melanzane e foglie di basilico che ho fritto.

E come dicono in Friuli: mangià e murì.

E a proposito di Friuli, volevo ricordare l’anniversario del terrremoto,  sono trascorsi 35 anni da quella sera ed anche se oggi nel paesaggio si intravedono soltanto poche cicatrici, nelle persone che quella sera, oltre alla casa hanno perso i propri cari, la ferita è ancora aperta, il mio pensiero va a loro.

Foto presa dal web, cliccare sopra per un pò di notizie dell’epoca

Un sereno fine settimana a voi.


Buona Pasqua con le “Titole”

Mai come quest’anno percepisco tra le generose, fantasiose dispensatrici di ricette e idee (leggi foodblogger ;-) ) il desiderio di tenere vive le tradizioni, di voler ripetere i gesti antichi delle nonne e mamme che nel tempo hanno raccolto sul tavolo gli stessi ingredienti e li hanno riuniti in un simbolico abbbraccio.

Dolce o salato, unico comun denominatore festeggiare la “Resurrezione”, la certezza che dopo la sofferenza si  ritorna a vivere, che non è mai tutto perduto e trasmettere tutto questo ai bambini e coinvolgerli nel “forgiare” le forme caratteristiche.

Se penso alla mia Pasqua bambina sento ancora  il profumo delle “Pinze” che si espandeva tra le vie della città sospinto da leggere raffiche di bora anche negli angoli più remoti, allora capivo che era arrivato il momento, stava arrivando la Pasqua.

Oggi i simboli delle feste sono presenti tutto l’anno ed è normale mangiare il pandoro ed il panettone a ferragosto, la colomba a novembre e la strage di agnelli dura tutto l’anno e non contenti ne importiamo anche.

A me piaceva molto l’agnello ma da quando li ho visti nel gregge durante la transumanza che passa da queste parti e lo sguardo dei capretti di Danilo mentre mangiavano il pane dalle mie mani no, non ne mangio più.

Ma torniamo alle titole, vengono fatte con lo stesso impasto della pinza, si forma una treccia ed alla sommità si inserisce un uovo sodo (io l’ho cotto a metà) colorato di rosso, almeno io così le ricordo.

Ho deciso all’ultimo momento e, sbagliando, ho tradito il mio libro della cucina triestina e mi sono affidata a questa ricetta, scoprendo in corso d’opera che il burro citato nella lavorazione era assente dalla lista degli ingredienti (per fortuna che è il sito di una scuola alberghiera ;-).

Mi sono immaginata bambina, in ginocchio sulla sedia a tormentare la mamma affinchè mi regalasse un pò di pasta per fare la “mia” titola..e così, da grande ho realizzato questo piccolo sogno ed ho creato queste forme.

Questa colombina, appena cotta mi ha fatto capire di voler volare via……

..e così l’ho mangiata immediatamente, intingendola nel te dopo averla spalmata con la mia marmellata di pere e lavanda per non venir meno alla tradizione di “dispensatrice di ricette” (leggi foodblogger :-D )

Buona Pasqua a voi.


Vi presento: Sua Maestà la Pitina della Val Tramontina.

 

 Pacchetto di pasta al basilico ripieno di pitina e patate con fonduta di parmigiano.

Era da molto tempo che pensavo di riproporre un post che parlasse della Pitina, i filmati raccolgono immagini da me scattate nel 2009 e la ricetta che seguirà appartiene allo stesso anno.

Tramonti di Sopra l’ho scoperta con il mio amico di pedalate che mi  portò a fare una cinghialata indimenticabile, con l’improbabile illuminazione della pila che si applica alle bicicletta abbiamo attraversato una vecchia, interminabile galleria militare: buio, buio pesto, la luce del giorno non s’intravedeva mai ed ho temuto di rimanere lì, ma sono qui e vi racconto le mie solite storie che ruotano attorno alle mie ricette.

Il periodo in cui non riuscivo ad entrare nella mia bacheca è stato particolare, mi sono resa conto che il blog è il mio amico di penna, lo so, leggono tutti ma io non vedo nessuno e quando scrivo lo faccio per me e per coloro che sanno leggere le mie parole.

Forse un blog di cucina dovrebbe essere più leggero, più rilassante per chi legge ma il bello del web è che puoi scegliere di cambiare pagina senza che nessuno se ne accorga e si offenda.

Ma torniamo alla pitina e alla meravigliosa domenica che ho trascorso con ello.

L’intenzione era di andare alla Locanda Vittoria, dove ho mangiato la prima volta i gnocchi viola ma, come racconto nel post quel cuoco che mi ha svelato la ricetta non c’è più.

Allora ci siamo incamminati per il paese e ci siamo imbattuti in un cartello ed abbiamo deciso di andare a provare com’era quel posto.

Siamo stati accolti da due sorelle che gestiscono il ristorante e producono la pitina, nel video vedete l’affumicatore e le pitine già confezionate per la vendita (Le sorelle sono andate in pensionema ci sono delle belle novità ;-) ).

Dopo l’affumicatura vengono fatte stagionare stagionare per un mese su una griglia e girate più volte.

Dopo aver degustato la pitina, ci siamo incamminati senza meta per il paese, era da poco che avevo la mia Lumix ed ero desiderosa di fotografare ogni cosa.

Sulle facciate delle case ci sono gli affreschi che riproducono gli antichi mestieri di un tempo:

Gironzoliamo ancora un pò, con un ello stufo di camminare e desideroso di sedersi nella macchinina, ma stavolta vinco io, o vince il mio entusiasmo, fatto sta che riesco a farlo camminare ancora e posso godermi  lo spettacolo della natura, vecchie case abbandonate, una Chiesa Valdese, vicoli, balconi, montagne in lontananza.

Si è fatto tardi (anche se io sarei rimasta lassù tutta la vita :-) ) tornando indietro vedo una coppia che rastrella il fieno, faccio qualche foto, anche un video ma senza esperienza mi accorgo, quando arrivo a casa, che è capovolto (a nulla sono valsi i miei appelli per farmi aiutare a raddrizzarlo :-( ) ma le foto raccontano ugualmente di una coppia di anziani che, la domenica pomeriggio  rastrellano assieme il fieno e a me, che sono una sentimentalona/romanticona questa immagine è piaciuta e, vi dirò, mi ha anche commossa.

Con le pitine che comperai allora preparai questi pacchettini ripieni di Pitina della Val Tramontina, formaggio di capra, nell’impasto della pasta ho aggiunto delle foglie di basilico fresco tritate, per la pasta usate le vostre solite dosi edil solito metodo.

Ingredienti per il ripieno:

  • 1 pitina,
  • 1/2 patata lessata,
  • ricotta di pecora q.b.,
  • porro,
  • burro,
  • poco parmigiano grattugiato,
  • pepe (verde) q.b.

Ingredienti per la fonduta:

  • parmigiano grattugiato,
  • pepe (verde) pestato nel mortaio,
  • panna di soia.

 

Come fare:

dopo aver steso la pasta tagliarla a rettangoli e mettere al centro un composto fatto con la pitina sbriciolata, la patata lessata passata in padella col porro precedentemente stufato nel burro, la ricotta di pecora e parmigiano grattugiato aggiunti a composto freddo.

Chiudere il pacchettino, legarlo con la foglia di porro precedentemente sbollentata e cuocere in acqua bollente salata per qualche minuto.

Preparare la fonduta facendo sciogliere il parmigiano nella panna di soia, aggiustare di sale e pepe, rosolare in una padella antiaderente qualche briciola di pitina ed usarla come decorazione sulla fonduta.

 

Mi scuso per le foto ma sono le prime foto di anni fa.


Macaróns di Polénte, Cultura Friulana.

Il tema “La polenta” è stato così interpretato da Polentarutti Luigi, classe terza unica, e riportato da Scuola modello 1947.

“A me mi garba molto la polenta. Io la polenta la mangio di  bonora, di mezzogiorno e di cena e anche alle quattro. La polenta se la fa con la farina de panoghie e con l’acqua e si mette anche il sale senò dicono che fa venire la pelagra.
Per fare la polenta si mette l’acqua nella calderia, poi si fa bollire sopra il fuoco e quando si vede le bolle si mette dirento una presa di farina e dopo tutto il  s’çiatulino. Poi si prende il mesculo e si la rompe e si la lascia sçialdare. Poi si mesceda…si mesceda cencia stufarsi fin quando la spussa di cotto. Poi la si giàva e la si buta sul taiere che la fuma.
Ai signori, a loro piace la polenta tenera perchè la mangiano con i luierini, ma a casa mia, la quale siamo poveri, la mangiamo dura senò lo stomaco si delibera subito.
La polenta più dura è quella dei boscadori, che la taiano con la manaria. Anche i pastori mangiano molta polenta nelle casere e prima di buttarla in bocca la stricciano e la folpeano fra le aine perchè diventi più mulisitta.
Io amo la polenta e mangio anche le croste. La polenta, se cade a terra, fa sbrisciare. Mia nonna l’altro ano ha pesçiato un poco di polenta e è colata e ha s’çiarnato un piede che abbiamo squegnuto portarla a Socchieve da quela donna che comedda gli ossi. Evviva la polenta! Anch’io mi chiamo Polentarutti.”

A pagina 106 del libro “Vecchia e Nuova Cucina di Carnia di Gianni Cosetti” è riportato questo tema, se vi va di scoprire altre storie e leggende di Carnia vi consiglio questo sito.

Come già sapete tengo particolarmente a questo libro, è stato un regalo di “ello”che ha anche avuto la fortuna ed il piacere di conoscere di persona il Signor Gianni e di mangiare nel suo ristorante (ello ha lavorato qualche anno a Tolmezzo)

Il sogno di fare questi “macarons di polente” (gnocchi di polenta) lo coltivavo da un pò ma, anche se la polenta compare spesso sulla mia tavola (mi inginocchio sul sale ma la faccio con la MDP, per sapere come Qui), non avanza, o viene “maltrattata” sul tagliere e quindi non riesco mai a recuperare delle fette intere da poter ritagliare ;-)

Riporto la ricetta originale (pagina 96).

Cosa serve (20 minuti):

  • 3 foglie alloro,
  • 800 g polenta fredda,
  • 100 g ricotta affumicata,
  • 150 g burro,
  • 100 g formaggio di malga fresco.

Come fare:

Tagliate la polenta a cubetti di 1 cm (io ho fatto piccoli cuori), versateli in acqua bollente salata e aromatizzata con alloro; lasciate cuocere per 3-4 minuti.

In una casseruola rosolate il burro fino a renderlo color nocciola, aggiungetevi la polenta ben scolata, cospargete con la ricotta affumicata e il formaggio di malga grattugiati.

Servite il tutto ben caldo.

Gianni Cosetti consiglia di bere un buon Tocai, ora  diventato “Friulano”, cambia il nome ma non la qualità del vino.

Avendo la sera prima fatto il goulash con il guanciale di manzo, una parte l’ho condita con il sugo e qualche pezzetto di carne.

Ve lo consiglio (l’ho già fatto) il guanciale per goulash e spezzatino, mangerete una carne gustosa fuori e dentro e ogni pezzo si scioglierà piacevolmente in bocca.

Il mestolo che vedete nelle foto è quello del nonno di ello..immaginate quanti anni ha, le prime volte l’ho usato anch’io (40 minuti a girare).

Ccon questa ricetta, anche lei “povera”, vi auguro un bel fine settimana.


Minestra de Bobici, ricordando Trieste.

La minestra de bobici è tipica triestina con derivazione istriana, l’ Istria è stata territorio italiano ed ha influenzato ed influenza tutt’ora la nostra cucina, i bobici sono nient’altro che i chicchi del granturco.

Ieri sera ho rifatto questa minestra, la faccio spesso, per me è  ritornare indietro nel tempo e lasciarmi cullare dall’onda dei ricordi.

Ingredienti per 6 persone, tra parentesi metto le varianti che uso per renderla più leggera:

  • 300 g. fagioli freschi,
  • 1 pannocchia di mais da latte,
  • 200 g. patate,
  • 1 pomodoro maturo (non lo metto),
  • 50 g di lardo (uso l’olio evo a crudo alla fine),
  • 1 spicchio d’aglio,
  • 1 piccola cipolla,
  • 1 gambo di sedano,
  • osso di prosciutto o ritagli (metto una fetta spessa di crudo),
  • sale,
  • pepe (peperoncino),
  • olio evo.

mais fresco

Procedimento:

pulire e lavare gli ingredienti, tagliare le patate a cubetti, per chi usa il pomodoro pelarlo e privarlo dei semi, sgranare la pannocchia.

Far bollire a fiamma bassa per c.ca 40 minuti il granoturco, i fagioli, le patate, il pomodoro (se lo usate) ed il prosciutto (io aggiungo anche gli odori).

**Fare a parte un soffritto con aglio, cipolla, sedano e lardo tagliato a listarelle, far bollire ancora fino ad ottenere una buona densità.**

Aggiustare di sale e pepe e servire con olio evo.

**La parte evidenziata con gli asterischi la ometto.

Fare questa minestra è molto semplice, fatene pure grandi quantità (senza pomodoro) la porzionate e la mettete in congelatore, nelle giornate più fresche avrete una deliziosa zuppa da gustare.

Volendo farla fresca potete sgranare  le pannocchie e mettere i chicchi nei sacchetti in congelatore, avrete mais pronto tutto l’anno.

Una splendida giornata a voi.


Sciroppo di fiori di sambuco.

     

Tornando dal solito giro mattutino di commissioni, approfittando che non piove da 3 ore e gentili raffiche di vento hanno asciugato foglie e fiori, prendete la strada dei campi.

Incuranti di indossare gli stivaletti con tacco (neri!) e di esservi appena lisciate i capelli, con aria da furfante vi inoltrate nella macchia.

fiore sambuco1     

Raccogliete 25 bei grappoli di fiori di sambuco, li mettete nel cesto e ve ne tornate a casa dopo esservi pulite le scarpe con le foglie d’erba.

Prendete un bel contenitore capiente adatto agli alimenti, mettete dentro i fiori NON LAVATELI (perdono tutto il polline ed il profumo, tanto vale fare uno sciroppo di zucchero senza fiori ;-) ) versate sopra 4 litri d’acqua, 4 kili di zucchero, spremete 6 limoni (biologici!) e ne tagliate altri 4 a pezzi.

Fate macerare per 48 ore, mescolando di tanto in tanto.

fiori sambuco e limoni a macerare-001       

Trascorso questo tempo chiamate una persona di fiducia che vi tenga il colino e filtrate il tutto.

Aggiungete 100 g di acido citrico (in farmacia), mescolate ancora e, sempre con l’aiuto della persona di fiducia, imbottigliate.

In questi ultimi anni ho ridotto di molto la dose di acido citrico, tenendolo in frigorifero non ha problemi di fermentazione; considerate che, l’acido citrico non è nocivo alla salute, almeno non in queste dosi.

Se poi, come me, amate il cardamomo, pestatene qualche seme ed inseritelo in una bella bottiglia di cristallo, fate riposare, diluite e sorseggiate con voluttà.

Questa è la ricetta che faccio ogni anno, me l’ha data la nonna di una mia amica e me ne sono innamorata.

Ci sono molte versioni , ma io preferisco questa perchè è semplice, non richiede sterilizzazione ed attenzioni particolari, l’unico accorgimento: conservatela in frigorifero, l’ultimo goccetto l’ho bevuto dopo Pasqua ed era ancora buonissimo.

In un lampo di genio il mio aiutante ne ha versato un po’ nel te, mmmmmmmmmmmmm!!!

Buona giornata!!

Mi raccomando, non andate per i campi con i tacchi, specialmente se hanno appena seminato e la terra è soffice ed anche bagnata, l’ho fatto io, ma io sono una mattacchiona.


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