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Caponata, per Vincenzo Nibali che ha colorato di Giallo Tour de France la nostra Italia.

Riapro i battenti, in anticipo sulla tabella di marcia, ma non posso perdere l’occasione per celebrare la splendida vittoria di questo uomo che è riuscito a farci rinnamorare dell’Italia.

E pazienza se, dopo anni, ai francesi, come canta Paolo Conte, … le balle ancora gli girano…

E quale occasione migliore per presentare umilmente la caponata che faccio da anni e che non  ero mai riuscita a fotografare? Consideriamo che la caponata, come spezzatini, ragù ecc. non è proprio fotogenica e non è facile equiparare la bellezza alla bontà, perchè la caponata è davvero buona.

Amore al primo assaggio, tantissimi anni fa, ad uno dei soliti pranzi della domenica da Nonna Flora che, aveva vissuto a Lampedusa per seguire la carriera militare del marito.

caponata  sfondo cipolla rosa della Val Cosa-001

Già allora avevo chiesto la ricetta e nel corso della vita, quando era tempo di melanzane, la replicavo; Nonna Flora friggeva anche il sedano ma, anni fa, ad una puntata della prova del cuoco arrivò un signore siciliano che preparò questa ricetta, che contempla il sedano sbollentato ma, credetemi, non si sente la differenza anche perchè il sedano mantiene comunque sapore e croccantezza.

Anche oggi mi intrufolo nelle cucine altrui ma sempre col solito rispetto, l’attrazione fatale che provo nei confronti delle ricette della tradizione, quelle che hanno una storia, le ricette che fanno intravedere la passione di chi le ha accompagnate amorevolmente fino ai giorni nostri, lasciandole in eredità a chi ne avrà la stessa cura, è la molla che mi convince, giorno dopo giorno, a continuare a scrivere qui.

Ogni giorno imparo qualcosa, scopro qualcosa, dietro queste ricette c’è un mondo da scoprire, i popoli e le loro usanze, queste ricette ci aiutano ad imparare, a conoscere, queste ricette sono cultura vera.

Come faccio quando ne ho l’occasione, unisco le regioni, adoperando i prodotti di casa mia e delle case altrui: la ricetta contempla le cipolle rosse, quindi ognuno può personalizzare questa caponata, chi con le cipolle rosse di Tropea, io ho scelto le cipolle Rosa della Val Cosa, Presidio Slow Food del Friuli Venezia Giulia che ho acquistato al Mercato della terra di Gemona; la signora aveva portato le cipolle sciolte per fare la dimostrazione come intrecciarle e formare le Resti (trecce) ma quel venerdì c’era poca gente in giro, peccato, sarà per la prossima volta.

melanzane, pomodori, basilico-001

Le prime melanzane lunghe dello zio e i primi pomodori di Milva, stagionalità a kilometro zero.

Ingredienti, copio dal mio foglio vissuto, nel link sotto al post troverete la storia e la ricetta:

  • 1 kilo di melanzane lunghe,
  • 500 g. di gambi di sedano,
  • 250 g. di cipolle rosse (io la rosa della Val Cosa),
  • 250 g. di pomodori rossi, ramati, San Marzano ecc. oppure una salsa già preparata in precedenza, in questo caso si velocizza la preparazione,
  • 150 g. di concentrato di pomodoro,
  • 150 g. di capperi sotto sale,
  • 200 g. di olive verdi in salamoia, piccole se col nocciolo, grandi se snocciolate,
  • basilico fresco a piacere,
  • olio extra vergine di oliva,
  • olio di semi di arachide per una frittura più neutra,
  • 1 bicchiere di aceto di vino
  • 40 g. di zucchero.

cipolla di Cavasso e della ValCosa-001

Come fare:

lavare le melanzane, tagliarle a dadini, salarle e metterle in un scolapasta, con un peso sopra affinchè perdano l’acqua di vegetazione che potrebbe risultare amarognola; se le melanzane, come nel mio caso, sono freschissime basta 1 ora, sennò prolungare.

Dissalare i capperi sotto acqua fredda corrente e mettere da parte, sciacquare le olive (io lo faccio sempre) e, se scegliete quelle snocciolate, tagliarle a fette; io preferisco quelle col nocciolo, le trovo più saporite.

Sciogliere il concentrato di pomodoro in poca acqua calda; togliere i filamenti dai gambi di sedano e tagliarli a pezzetti, farli sbollentare in acqua bollente salata per qualche minuto e scolarli, mettere da parte.

Se adoperate i pomodori freschi, lavarli, fare una croce sulla buccia e sbollentarli per poter eliminare la pellicina con facilità, eliminare i semi e tritare la polpa.

Nel frattempo le melanzane saranno pronte, solitamente io le risciacquo e le asciugo, voi fate come al solito; friggerle in olio profondo e scolarle.

In un tegame capiente far rosolare in olio extravergine d’oliva, a fuoco lento, le cipolle tagliate a fette sottili fino a farle diventare trasparenti, unire la polpa di pomodoro ed asciugare, aggiungere le melanzane, il sedano, le olive, i capperi, il concentrato di pomodoro, le foglie di basilico, mescolare bene, aggiustare di sale e mescolare.

Unire l’aceto dove avrete fatto sciogliere lo zucchero, mescolare bene e continuare la cottura, scoperto e a fuoco dolce fintanto i sapori si saranno amalgamati perfettamente.

Ormai tutti sanno che la caponata è più buona dopo aver riposato un giorno; si può anche conservare (nel link che trovate sotto ci sono le indicazioni), io ho provato a farlo più volte ma i vasi venivano aperti nel giro di una settimana al massimo ;-)

Ottima anche per condire una pasta, provate a farla, se vi va, investite un pomeriggio, insieme con i vostri cari, sarà un pomeriggio indimenticabile per tutti.

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Buona settimana

Link utili:

Cipolla di Cavasso e della Val Cosa

Caponata


Vellutata ai Fiori d’Aglio, la Val Resia profuma di buono.

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Vellutata di fiori d’aglio con fiore portatovagliolo.

Le mie domeniche si fanno sempre più intense, sarà perchè da un po’ di tempo sono serena come poche volte nella vita, ma riesco a vivere tutti gli attimi a mia disposizione con emozione ed entusiasmo e se questi attimi sono vissuti in mezzo ad un campo di aglio, beh, cosa posso desiderare di più?

In occasione della gita con ello e lo zio a Oseacco per raccogliere il miele, ed avuto il permesso dalla proprietaria dei campi, sono andata nel campo a raccogliere gli ultimi fiori d’aglio.

fiori aglio Resia-001   

Cosa straordinaria, oserei definire eccezionale: anche ello e lo zio hanno partecipato alla raccolta e mi hanno consegnato il frutto del loro lavoro con un’espressione di orgoglio negli occhi, ah! Questi uomini -bambini

Per farli rifocillare dopo la fatica, li ho accompagnati nell’unico bar di Oseacco e  sono andata a fare un giretto per il paese, illuminato e scaldato da un sole limpido.

Ed ora la ricetta, oggi me la prendo comoda, la ricetta la potete leggere direttamente dalla pagina del libro L’Aglio di Resia e la sua Valle.

Io l’ho fatta esattamente così ma si può sostituire la farina di riso con la maizena o con le patate, in ogni caso la ricetta conserva la caratteristica di non contenere glutine ed è quindi adatta ai celiaci.

vellutata di fiori d'aglio di Resia ricetta-001   

Per ingrandire cliccare sulla foto.

I fiori d’aglio hanno un sapore particolare,  sempre d’ aglio ma contengono una nota dolce, non riesco a definirla ma è estremamente gradevole; l’unica raccomandazione: se il giorno dopo avete intenzione di andare a cercar marito/moglie, rimandate, nel senso che andate a cercare marito/moglie due giorni dopo ;-)

vellutata fiori aglio alto m-001   

Tornerò sull’argomento, sto sperimentando alcune ricette, buona settimana


Sorbetto all’Uva Spina e Fiori di Sambuco, nel ghiaccio, per un’estate da brivido!

sorbetto uva spina sciroppo sambuco coppa ghiaccio lato pp-002

 Dopo una notte da tregenda come quella appena trascorsa, sarebbe più adatta una bella polenta fumante: tuoni, fulmini e saette, vento e pioggia talmente forti da sembrare voler entrare in casa.

Mancavano solo l’orco e la strega cattiva, poi lo scenario era quello di certi racconti che un tempo gli adulti facevano ai bambini per spaventarli e farli stare buoni.

O forse è stato un Castigo Divino per la magra figura che l’Italia ha fatto ai mondiali? Chi può dirlo…

Io non m’intendo di calcio e, pur essendomi impegnata, non sono mai riuscita a farmelo piacere: gli schemi 4/7/8/11 mi sono sempre stati ostici però in occasioni speciali, per rimanere fedele al cuore Italiano che batte nel mio petto, guardo le partite iridate o olimpiche.

Forse, io che appartengo all’epoca in cui il calcio parlava Facchetti, Mazzola, Burgnich, Cappello, Rivera, non capisco o forse sono cambiate le regole, so solo che io ricordavo un calcio corso, si correva, si correva instancabilmente da un’area all’altra.

Oggi, parafrasando il detto triestino: figo caschime in boca (fico cadimi in bocca), vedo un calcio fatto di attese, lunghe attese, si attende la palla, si attende la decisione di altri, si attende, si osserva, si deambula per il campo.

Forse questa svogliatezza è causata dal misero stipendio che percepiscono calciatori ed allenatori? Anche loro, poverini, tra un Rolex ed una Ferrari, fanno fatica ad arrivare a fine mese, voi che siete su fb perchè non promuovete una colletta?

Bene, basta così, ora si volta pagina e magari l’attenzione si sposta su qualcosa di più importante, magari sulla Nazione; ieri sera, a Ballarò un intervistato, alla domanda: Nazione o Nazionale? Ha risposto: la Nazione, ovvio!!!

collage uva spina e pianta

Uva spina dello zio(notare le spine sulla pianta).

Domenica scorsa, dopo una giornata meravigliosa trascorsa a Oseacco di Resia a comperare il miele e raccogliere i fiori d’aglio (della raccolta scriverò più in là) siamo andati dallo zio di ello, era in cucina e stava curando l’uva spina che aveva raccolto dalla sua pianta.

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Io, con occhioni da fanciulla ingenua e dolce gli ho chiesto: me ne regala un po’? Ed è così che ho potuto realizzare il sogno di fare, finalmente, questo sorbetto.

Non ho la gelatiera e non ho intenzione di comperarla,  anni fa ho comperato un libro che ho iniziato a sfogliare solo adesso, è  sui gelati, le ricette sono tutte corredate dalle foto passo-passo ed ha le indicazioni per farli anche senza gelatiera, il libro perfetto per me.

Io ho adoperato lo sciroppo di sambuco che faccio ogni anno, ma scriverò la ricetta com’è per chi non l’avesse pronto ma avesse sotto mano qualche fiore di sambuco; ho sostituito il succo di mela con il succo centrifugato di mela fatto al momento.

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Ingredienti per il sorbetto:

  • 150 ml. di sciroppo di sambuco,
  • 100 ml. di succo di mela (o centrifugato),
  • 250 g. di uva spina,
  • 1 cucchiaio d’acqua ed 1 di zucchero per l’uva spina.

*Come fare il sorbetto:

dopo aver eliminato il picciolo e la parte terminale dell’uva spina, metterla in un tegame assieme all’acqua e lo zucchero e farla ammorbidire.

Schiacciare la polpa su un setaccio o colino in una ciotola, unire il succo di mela, e far raffreddare.

Aggiungere lo sciroppo di sambuco e riporre in frigorifero finchè non diventa molto freddo; versare in un contenitore basso e largo (così il sorbetto si raffreddera meglio) e riporre in freezer tutta la notte (non occorre mescolare).

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Come fare se non avete lo sciroppo di fiori di sambuco (dose intera):

  • 150 g. di zucchero semolato,
  • 175 ml. di acqua,
  • 10 ombrelle di fiori di sambuco,
  • 500 g. di uva spina,
  • 200 ml. di succo di mela.

Mettere da parte, in un pentolino, l’uva spina con 2 cucchiai d’acqua e 2 di zucchero.

In un tegame dal fondo spesso scaldare, a fuoco lento, l’acqua con lo zucchero rimasti e mesciolare di tanto in tanto per sciogliere lo zucchero.

Portare ad ebbollizione e bollire per 1 minuto, senza mescolare, per ottenere uno sciroppo; toglierlo dal fuoco ed aggiungere i fiori di sambuco, premendoli con un cucchiaio di legno; lasciare in infusione per 1 ora.

Filtrare lo sciroppo attraverso un setaccio e proseguire come sopra.*

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Per la presentazione ho optato per un contenitore di ghiaccio, solitamente occorrono 2 recipienti di uguale forma ma diversa misura, meglio se rotondo; io avevo solo queste due trapezioidali ma l’effetto è comunque suggestivo.

Potete creare composizioni a vostro gusto e a seconda di cosa volete presentare, io ho scelto fiori e foglie di sambuco per l’effetto tono su tono che mi piace molto e che trovo sempre molto elegante.

collage coppa ghiaccio

Contenitore di ghiaccio prima e dopo.

Come fare il contenitore di ghiaccio:

scegliere due contenitori trasparenti di vetro, pirex o plastica, resistenti alle basse temperature,  di uguale forma ma di misura differente.

Mettere sul fondo del contenitore più grande un po’ di ghiaccio, inserire i fiori e/o foglie scelte ed appoggiare sopra l’altro contenitore, creando così lo spessore della base.

Io ho fissato le ciotole con un grosso elastico ed ho versato l’acqua a riempire lo spazio; ho inserito i miei fiori e foglie di sambuco ed ho riposto in freezer.

Dopo un po’ ho controllato ed ho sistemato i fiori; il giorno dopo ho tolto dal freezer ed ho riempito la ciotola superiore con acqua bollente, ho aspettato qualche secondo (si sente in “crac” del ghiaccio) ed ho estratto senza dificoltà la ciotola.

Ho rimesso in freezer per 1/2 ora: ecco che, in questi casi, avere l’abbattitore, farebbe la differenza ;-)

Per completare il lavoro ho versato acqua bollente in una terrina ed ho immerso per qualche secondo il contenitore e l’ho sformato, capovolgendolo, ho rimesso in freezer.

collage coppa ghiaccio 1

Contenitore ghiaccio particolare.

Nel frattempo, il più velocemente possibile, porzionate il sorbetto; io ho scelto, per estetica, di ricavare le palline con lo scavino per le mele ma voi facilitatevi il compito con quello normale da gelati ;-)

Decorare con chicchi di uva spina e fiori di sambuco e buona estate

Ecco, come scrivo ogni volta, per oggi è tutto.

sorbetto uva spina sciroppo sambuco coppa ghiaccio alto e

P.S.: il sorbetto tende a sciogliersi abbastanza facilmente, voi capirete che, per esigenze fotografiche, di presentazione ecc. i miei tempi si allungano sempre ma per voi sarà una passeggiata.

Fonte: Il grande libro del gelato e dei dessert


Piselli Grigliati al profumo di Menta, dal campo alla padella.

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Ci sono ricette che posso fare soltanto pochi giorni all’anno e, per me, diventantano preziose; chi ha la fortuna di poter comperare frutta e verdura a kilometro zero sa di cosa parlo.

Questi piselli poche ore prima di essere su quella piastra di ardesia stavano nel campo a crogiolarsi al sole.

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L’idea è nata, ispirata da una foto su pinterest, lì c’erano le fave cotte sulla bistecchiera.

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Qui l’unico grasso è nella marinatura che, prima della cottura viene rimossa.

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Piselli nella marinatura.

Ingredienti per 1 persona:

piselli freschi con bacello, di sicura provenienza.

Ingredienti per la marinatura:

  • 2 cucchiai di olio extravergine di oliva,
  • 1 cucchiaio di salsa di soia,
  • ½ cucchiaino di sale affumicato,
  • ½ cucchiaino di peperoncino di calabria in polvere,
  • 1 cucchiaio di foglie di menta fresca tritate finemente.

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Come fare:

lavare ed asciugare i bacelli, metterli in una terrina assieme agli ingredienti per la marinatura, mescolare, coprire e lasciar riposare per 30 minuti (volendo si può prolungare fino ad un’ora).

Scolarli dalla marinatura e pulirli con carta da cucina eliminando i residui.

Sistemarli sul fondo della padella o della bistecchiera precedentemente riscaldata e, a fiamma forte, farli colorire (c.ca 6 minuti).

Girarli dall’altro lato e farli tostare sempre a fiamma forte per altri 6 minuti, coprire e spegnere il fuoco.

Far riposare per qualche minuto e servire: vanno mangiati succhiando i piselli dal bacello.

piselli bacello aperto pp-002

Ringrazio ancora amiche/amici e auguro a tutti una splendida domenica♥♥♥ la mia la passerò a stirare e dedicarmi, finalmente, al cambio di stagione.


Vellutata con Fiori di zucca, Piselli e Menta, indizi d’estate.

Crema di fiori di zucca e piselli alto multicolor

Vellutata effetto pois multicolor (non sono Smarties ;-) )

La primavera ha capito che l’estate è in viaggio ed è il momento di fare le valigie e lasciarle il Campo; giusto il tempo di sistemare gli ultimi fiori, le gemme e i boccioli, poi sarà l’estate a trasformarli in buon cibo sano.

A dir la verità, in questi ultimi anni è diventata più capricciosa e svogliata, è stanca di vedersi portare via il lavoro dall’autunno e dall’inverno, senza parlare delle primavere di tutto il mondo che arrivano tutto l’anno con brutte copie di fiori e frutti senza profumo e sapore.

Non si sente più la protagonista, sono lontani i tempi in cui tutti l’aspettavano impazienti, quanti desideri espressi mangiando la prima fragola, la prima ciliegia, quanti mazzi di fiori colorati, quanti sguardi meravigliati osservavano spuntare le prime viole, ma forse c’è ancora una speranza, è ottimista; l’uomo ha bisogno di lei e capirà.

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Fiore di pisello.

Ieri mattina sono andata da Milva, la mia adorata contadina di fiducia, per vedere cosa c’era di buono; stava ritornando dal campo con un secchio di piselli.

Sono i primi, hanno appena iniziato, mi ha detto, li ho raccolti per una signora ma se ne vuoi un po’ te li do; non me lo sono fatta ripetere, erano bellissimi, ancora caldi di sole, come non prenderli?

Nel suo stanzino c’ era anche una cassetta piena di fiori di zucchina: la gente non li vuole e così li tolgo e li do a chi li vuole,  io li voglio, ho esclamato, prendili, te li regalo!

Era da un pò che pensavo di utilizzarli in una vellutata, avevo già fatto un pesto per condire la pasta ed un cuore morbido per un tortino; ora avevo anche i piselli freschi, è fatta, ho pensato, non mi resta che andare in cucina, ma non prima di aver fatto una capatina nel campo a fare qualche fotografia e raccogliere un fiore.

piselli freschi Milva     

Le dosi sono a piacere, è una ricetta versatile che si presta a molte varianti.

Ingredienti per 2 :

  • piselli freschi,
  • fiori di zucchina,
  • 2 cucchiai di panna acida o yogurt greco,
  • menta fresca,
  • 1 grano di pepe della Jamaica (o pepe a piacere),
  • acqua di cottura dei piselli,
  • sale.

 collage piselli fiori zucchina     

  Come fare:

togliere il pistillo dai fiori di zucchina e lavarli sotto l’acqua corrente; cuocerli a vapore, io li cuocio in microonde nell’apposito contenitore a 600W per 4/5 minuti: in questo modo mantengono il colore e sapore.

Cuocere i piselli in acqua salata, la stessa acqua servirà per allungare la vellutata; scolarli e metterli in acqua fredda, sempre per mantenere il colore brillante; conservarne qualcuno per la decorazione.

Trasferire fiori e piselli nel bicchiere del minipimer, frullare ed aggiungere man mano l’acqua di cottura fino ad ottenere la consistenza desiderata.

Aggiungere la panna acida e le foglioline di menta, aggiustare di sale e versare nelle fondine.

Grattugiare il pepe, io ho adoperato quello della Jamaica che ha un profumo delizioso ma potete adoperare quello che avete, la mia scelta è un vezzo da foodblogger ;-)

Decorare con i piselli e le foglioline di menta, ottima, è piaciuta anche a ello, diciamo che l’ha mangiata quasi tutta lui ;-) , si può servire con crostini di pane all’aglio.

Crema di fiori di zucca e piselli basso     

Vellutata con fiori di zucchina, piselli feschi e menta.

Se siete vegani sostituite la panna acida con la stessa quantità di polpa di avocado maturo.

Se siete intolleranti al lattosio adoperate i prodotti consentiti, anche una ricotta di capra o yogurt di capra sono perfetti e regalano un sapore in più.

Se volete aumentare l’apporto proteico potete aggiungere polvere di prosciutto o striscioline di bresaola; insomma, fate voi, sbizzarritevi.

Crema di fiori di zucca e piselli metà1     

 


Crema di More di Gelso e Plum Cake: salviamo le More, le Rosse, le Bionde.

Crema di more 2 altoe                   

Il gelso ha una storia, un passato glorioso legato alla preziosa seta, che si ricavava sacrificando i bozzoli costruiti dai bachi da seta (Bombyx mori) che si nutrono esclusivamente con le loro foglie.

Alle medie la professoressa di scenze  aveva procurato ad ognuna di noi 1 baco da seta (allora si trovavano ancora allo stato naturale proprio tra le foglie di gelso) da tenere in una ampia scatola con numerosi fori per l’aereazione.

 Avevamo il compito di nutrirlo, con le foglie di gelso, unico cibo a lui gradito, di osservarlo durante la sua trasformazione e di annotare i vari passaggi e le nostre impressioni.

Ho avuto quindi la fortuna di assistere a tutta la sua metamorfosi, al lento costruire attorno a se il bozzolo con quel fil di seta che era la sua bava; ricordo il candore e la lucentezza di quel bozzolo che, poi, lentamente ingialliva ed era allora che aprivo la scatola e la finestra della mia cameretta perchè tra poco la farfalla che c’era all’interno sarebbe volata via.

Lo confesso, quando scoprivo che il bozzolo era vuoto mi rattristavo e mi stupivo allo stesso tempo per questo miracolo della Natura.

Le altre cose che avrei da raccontare le lascio per la prossima volta, intorno ai gelsi, alle more, ruotano tanti episodi, tanti ricordi; mi ha messo malinconia vedere tutte quelle more sulla strada sterrata e il silenzio non interrotto dalla voce di bambini che fanno a gara a chi ne raccoglie di più ma, si sa, i tempi cambiano, non esistono più le stagioni ed, aimeh, anche i bambini vengono indirizzati verso nuove strade, che li stanno allontanando sempre più dalla natura.

  gelso con more-001                 

Giorni fa sono andata a prendere per la coda gli ultimi fiori di sambuco, alcuni per fare lo sciroppo ed altri  seccarli per l’inverno; lungo la strada sterrata c’era un’infinità di more di gelso cadute dai rami e così, la mattina dopo, con uno scolapasta sono tornata sul posto.

Erano anni che non le raccoglievo più: ogni volta che mi decidevo, era già finita la loro breve stagione.

Da queste parti ci sono tanti gelsi (morari), i contadini solitamente, quando li potano, usano i polloni per legare le viti (ne ho parlato anche qui), avevo parlato anche dei bachi da seta, d’altronde è inevitabile, ma ora andiamo in cucina.

Crema di more ramettopp-001                 

Questa ricetta l’ho presa dal libro che ho già citato: 1000 ricette con la frutta (€. 3,90), niente foto patinate, ingredienti introvabili ma semplici ricette per poter utilizzare tutta la frutta, sia nel dolce che nel salato, nei liquori, nelle marmellate ecc., nel libro questa ricetta è intitolata: schiuma ghiacciata di more, ho omesso la vanillina adoperando lo zucchero vanigliato in casa con la bacca di vaniglia ed ho sostituito la farina con quella di riso.

Il colore ricorda più un budino alla liquirizia ma è dato dall’aggiunta del latte, e dei tuorli che smorzano, inevitabilmente, il colore naturale del frutto; preparerò la stessa con le more bianche così vedremo che colore assumerà.

more nel cesto-001         

Cesto Donna Avventura.

Ingredienti per 4 persone:

  • 500 g. di more rosse di gelso (600 g. ho abbondato),
  • 200 g. di zucchero vanigliato con la bacca,
  • 250 g. di panna montata,
  • 400 g. di latte,
  • 5 tuorli,
  • 2 cucchiai di farina di riso.

 more cotte per crema-001               

Come fare:

lavare le more e privarle del picciolo, un lavoraccio ma consigliato, scolarle e metterle in una pentola con un po’ d’acqua e farle cuocere finchè saranno sfatte (8/10 minuti), frullare e far raffreddare il composto nella stessa pentola.

Nel frattempo lavorare a crema i tuorli con lo zucchero ed aggiungere la farina, unire il latte e versare tutto nella pentola col frullato di more.

Cuocere a fiamma bassissima, mescolando con la frusta fino al raggiungimento della densità di una crema pasticcera; sarebbe già pronta da mangiare così, potete tenerla in frigorifero ed aggiungere all’occorrenza la panna montata.

Dopo aver aggiunto la panna, muovendodelicatamente la spatola dal basso verso l’alto, versare la crema in coppette o bicchierini decorando a piacere.

Si può alternare, come ho fatto io, la crema con strati di more; una delle due coppe le ho decorate con fiocchetti di panna acida così da contrastare con la dolcezza, perfetta anche della granella di frutta secca ma, fate voi.

plum cake sfornato-001     

Ora un’altra idea, velocissima, perfetta per chi ha il famoso vasetto della Torta di Padre Pio (alla fine un link esaustivo), solitamente questa torta ha la forma rotonda ma ho voluto variare ed aggiungere, al posto delle mele, le more di gelso, mantenendo le noci come da ricetta originale.

Chi non avesse il vasetto può fare il solito plum cake, sostituendo la tipologia di frutta: le more di gelso danno una bella consistenza umida, quella che io prediligo.

Premetto che io non seguo la catena, ho ricevuto il vasetto dalla moglie di un collega di ello e l’ho diviso solo con Annina la vicina che continua a sfornare la torta ogni settimana.

Io avevo il composto in stand by, non amo buttare il cibo; era fuori dal frigorifero, coperto, senza cure ma lo vedevo sempre vivace e così ho deciso di provare questo plum cake: nel link troverete anche le indicazioni per partire da zero (se non volete continuare la catena), provate, ve lo consiglio.

plum cake da infornare pp-001   

plum cake di Padre Pio interno-001   

Ed ecco i link:

Per la Torta di Padre Pio    

La musa ispiratrice per “Salviamo le more”

Ed un portafortuna, per chi mi segue sempre con affetto e per me:

coccinella su foglia gelso bianco-001           

P.S.: nelle categorie ho aggiunto “senza lattosio” perchè chi è intollerante può sostituire i latticini con i prodotti senza lattosio, la farina di riso è senza glutine ma i celiaci facciano attenzione alla spiga barrata sulla confezione.

Alla prossima, buon fine settimana.


Mini Mac e Patate Fritte in versione dolce, Amazing Food.

mini mac e patate fritte-cn 

Finalmente so cosa significa Amazing (sono ignorantella e non conosco l’inglese); su Pinterest molte cose sono Amazing ed oggi, cercando su google cibo sorprendente, ho scoperto che Amazing significa sorprendente, ecco, questo è cibo sorprendente perchè arriva nel piatto dopo illuminazioni, idee, elaborazioni e perfezionamenti dello Staff, devo dirvi che Staff? Ma quello degli Amici di Godia, no!

Questo autunno riprenderò a frequentarli, ho ancora troppe ricette da condividere e sperimentare e non voglio che se ne accavallino altre.

In questi corsi ho imparato molti trucchetti che sono ormai diventati protagonisti nella mia cucina di casa: la polpa di melanzana per ammorbidire, rendere cremosi i ripieni senza appesantirli che ho anche adoperato per il ripieno di quei due ravioli che ho anticipato.

Le patate alla Raffaello che adesso non posso fare a causa del forno k.o., senza parlare delle purea di frutta, straordinario metodo per conservare la frutta.

Se fossi giovane con l’intenzione di coltivare questa passione e farla diventare professione farei anche quei corsi base dove impari a fare il fondo bruno, il fondo chiaro ecc. ma, anche i vari fondi si trovano pronti alla Metro e quindi…

Anche questi panini, con l’impasto dei savarin, si possono fare e conservare in congelatore o, come potete vedere nella foto, si possono mettere sottovuoto.

All’occorrenza si scongelano o si tolgono dal sacchetto (in questo caso si fanno rigonfiare lasciandoli semplicemente a temperatura ambiente) e diventano una merenda sana per i vostri bambini, da portare all’asilo o a scuola: sapete cosa c’è dentro ed i vostri bambini fanno un figurone dicendo ai compagni di asilo/scuola: li ha fatti la mia mamma

Mini mac sottovuoto-001 

Menziono Sabrina di Colazioni a letto che, da mesi sta portando avanti una rubrica interessante ed utilissima per le mamme che è : Le Merende di Camilla, pubblica le merende che prepara in casa, per sua figlia, complete di bibita.

Ecco l’utilità ed il senso di un blog, lei è una persona molto discreta e riservata ma dovrebbe pubblicizzare di più questa sua intelligente iniziativa, merita di essere conosciuta, divulgata ed imitata; andate a vedere se vi va (non la linko perchè fa parte delle foodblogger regionali del grupo su fb e non voglio daneggiarla).

Ma ora andiamo in cucina: questo mini mac dolce è composto da un pane dolce (savarin), una ganache formata da polpa di pesche, cioccolato fondente che simula la carne.

Il finto formaggio è formato da una lastra di cioccolato bianco con l’aggiunta di panna e zafferano da dosare fino al raggiungimento del classico colore del formaggio.

Le finte patate fritte non sono nient’altro che dei bastoncini di mango ed il ketchup è una salsa al lampone.

Ingredienti per i panini:

  • 250 g. di farina 00,
  • 5 g. di sale,
  • 10 g. di lievito per dolci,
  • 15 g. di zucchero,
  • 50 g. di acqua tiepida (dove sciogliere il lievito con lo zucchero),
  • 100 g. di uova intere,
  • 100 g. di burro freddo a cubetti (da aggiungere alla seconda lievitazione).

mini mac teglia da infornare-001

Come fare i panini:

mettere la farina (setacciata) in una boule e mettere al centro il lievito sciolto, assieme allo zucchero nei 50 g. di acqua tiepida, mescolare ed unire, poco alla volta il composto di uova.

Amalgamare, coprire e far lievitare a 30°C. con umidità al 70% per 1 ora (per creare il vapore mettere una bacinella d’acqua nel vostro forno a meno che non abbiate quello a vapore).

Nella seconda lievitazione aggiungere il burro, amalgamarlo, formare dellle piccole palline un po’ più grandi delle noci e metterle nella teglia dei muffins, far lievitare ancora un’ora come per la prima lievitazione.

Prima di infornare cospargere la superficie con sesamo, volendo anche semi di papavero, sesamo nero ecc. (ndr).

Infornare, forno ventilato, a 190/200°C. per 4 minuti, si, avete letto bene, 4 minuti, questi panini sono piccolissimi, dei bottoncini, come dice Emanuele.

collage mini mac 

Ingredienti per l’acqua di ginger:

  • 25 g. di zenzero fresco,
  • 100 g. di acqua.

Come fare l’acqua di ginger:

far bollire per 5 minuti lo zenzero con l’acqua: questa acqua servirà nella preparazione della polpa di frutta da inserire nella ganache per il finto hamburger.

Ingredienti purea di pesche (da inserire nella ganache per finto hamburger):

  • 25 g. di acqua di ginger (vedi sopra),
  • 125 g. di polpa di pesca,
  • 100 g. di acqua,
  • 90 g. di zucchero.

Come fare la purea di pesche:

mettere gli ingredienti in un pentolino e sciogliere lo zucchero, ATTENZIONE NON DEVE BOLLIRE, far raffreddare in acqua e ghiacco, frullare.

Ingredienti per la ganache finto hamburger:

  • 60 g. di cioccolato fondente al 60/70%,
  • 1 cucchiaio di miele di girasole o acacia o millefiori,
  • 1 presa di sale,
  • 70 g. di purea di frutta.

Come fare la ganache:

sciogliere a bagno maria il cioccolato col miele, aggiungere il sale e la purea di frutta, mescolare a mano.

Ingredienti per il finto formaggio:

  • cioccolato bianco,
  • panna fresca,
  • zafferano (va bene anche quello in polvere).

Come fare il finto formaggio:

sciogliere a bagno maria il cioccolato, aggiungere la panna, poco alla volta, mescolare delicatamente ed unire lo zafferano (pochissimo) per ottenere la colorazione classica del formaggio per questo tipodi panino).

Stendere il composto tra due fogli di carta forno o di silpack e livellatelo, far raffreddare e ritagliare col copapasta della misura del panino.

Ingredienti per le finte patate fritte:

mango tagliato a bastoncini.

Ingredienti per il finto ketchup (le dosi decidetele voi, potete conservare il composto in frigorifero):

  • lamponi,
  • zucchero a velo.

Come fare il finto ketchup:

frullare i lamponi con lo zucchero a velo.

Come comporre il mini mac:

tagliare i paninetti, con la sac a poche mettere sulla base la ganache, appoggiare sopra il finto formaggio premendo leggermente finchè sotto comparirà il finto hamburger.

Impiattare mettendo a lato le finte patate fritte ed il finto ketchup, volendo (ndr) potete dare una nota di verde con delle foglioline di menta che stanno bene sia con i lamponi che col cioccolato bianco.

Ecco, è tutto, sembra articolato ma è semplicissimo, si può preparare tutto in anticipo per utilizzare all’occorrenza.

Emanuele Anna mini mac ma quanto mi diverto-001 

 Emanuele ed Anna: ma quanto mi diverto!!!

 Auguro a tutto lo staff degli Amici di Godia di avere grande successo con l’evento che stanno preparando ed al loro stagista Luca di guarire al più presto per ritornare a condividere insieme a loro la sua grande passione per la cucina: forza Luca, un passo alla volta ed arriverai al traguardo, mi parlano sempre di te, sei nel cuore di tutti

 


Finto Magnum alle Erbe: Maggio, il mese delle Rose e delle Frittate, nulla è come sembra.

Frittata erbe stile Magnum-001 c.

Magnum alle erbe.

É incredibile quanto aumenti il desiderio di qualcosa proporzionalmente alla impossibilità, anche momentanea di averla o farla, nel caso specifico una semplice frittata al forno che diventa mission impossible se hai il forno rotto.

Ieri il tecnico ha decretato la morte cerebrale del mio forno, il famoso fulmine di settimane fa ha colpito la scheda danneggiando il termostato e per questa frittata dovrò aspettare ancora.

Era stato amore a prima vista lo scorso autunno quando a Beivars, in occasione della chiusura stagionale dell’orto urbano, lo Staff degli Amici di Godia, rappresentato da Michela Scarello ed il mitico Raffaello Mazzolini, aveva preparato questa prelibatezza.

In questa variante c’era anche della ricotta per dare più consistenza mentre, per lo stecco Magnum gli ingredienti sono ridotti all’essenziale: uova, erbe, latte; nulla vieta di arricchire il tutto con formaggi a piacere e/o affettati, NO SALAME per favore!

Frittata erbe orti

Quadrotti di frittata e ricotta.

La frittata che presento oggi l’ho assaggiata al corso, a Godia: il corso che io ho intitolato: Nulla è come sembra, quello delle tagliatelle di seppia per intenderci ed altre leccornie sorprendenti:

Pizza nostrana scatola-001  pizza nostrana dolce morso-001

Pizza (dolce)

St Honorè-001

St. Honorè (salata)

mini mac e patate fritte-001

Mini Mac e patate fritte (dolce)

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Ovetto Kinder (salato)

Se avete il Bimby per voi sarà una passeggiata ottenere una crema di erbe dal verde brillante e dalla consistenza setosa sennò fate come farò io, sbianchendo le erbe, raffreddandole immediatamente con acqua gelata e frullandole col minipimer alla massima velocità.

Ingredienti:

  • 3 uova,
  • latte (se siete intolleranti va bene il latte di soia o di riso o quello senza lattosio),
  • erbe sbianchite e frullate,
  • sale,
  • pepe (facoltativo),
  • granella di nocciole o pistacchio, o mandorle o semi di zucca per la copertura, fate voi.

Come fare:

preriscaldare il forno a 90°C.

Scegliere le erbe spontanee preferite o adoperare, quando non è più stagione di passeggiate nei campi: spinaci, bieta, foglie di ravanello, di rapa, quello che avete a disposizione e che vi piace di più.

Sbianchirle in acqua bollente salata, raffreddarle immediatamente per conservarne il colore e frullarle.

Sbattere le uova col latte ed aggiungere il composto di erbe, amalgamare bene e versare in una teglia da forno ad un’altezza di 2/3 cm. c.ca.

Cuocere per 1 ora e mezza, sfornare, far raffreddare, tagliare con un coppapasta a vostra scelta; per questi simil-magnum va bene la forma rettangolare.

Inserire delicatamente lo stecco da gelato e rotolare il finto magnum nella granella da voi scelta.

Se avete bambini che fanno le boccacce di fronte alle verdure beh, questo sarà un modo per sentire l’agognata domanda: me ne dai ancora?

Frittata erbe stile Magnum1-001 c

Bene, spero di aver alleggerito l’atmosfera con questa frittata; ho colto l’occasione per sentirmi al 100% foodblogger del Friuli Venezia Giulia pur non comparendo nel gruppo omonimo su fb (rigorosamente chiuso e privato ;-) per evitare curiosi ed intrusi).

Questa ricetta non sarà certamente pubblicata sulla blasonata rivista ma potevo non condividere questa geniale idea dello staff degli Amici di Godia?

Conosco poche persone innamorate follemente di questa Regione, non basta scarabocchiare qualche parola in Friulano o in Triestino o in Bisiacco, l’amore per questa terra va oltre e si dimostra non emarginando i propri simili o pretendendo l’esclusiva di un prodotto o di un locale ma condividendo le proprie conoscenze, collaborando insieme, certamente non diffamando: I Nuovi Mostri lasciamoli a Striscia la Notizia ;-)


Raviolo Fiore ripieno di purea di Nespole condito con Burro al Sambuco e Pepe di Sechuan.

raviolo fiore interno cornice

Raviolo fiore ripieno con purea di nespole, pepe di Sichuan, fiori secchi di sambuco, condito con burro al sambuco.

Voi che mi conoscete sapete già che io sussurro ai fiori di sambuco, una magica alchimia ci avvicina e da quell’ incontro nascono idee, ricette, storie, sogni.

Ho lavorato su una base certa, garantita da Raffaello Mazzolini che è appassionato di pasta ripiena ed insieme allo staff del ristorante Agli Amici di Godia, sperimenta, studia, dosa con meticolosità ogni ingrediente perchè, quando un piatto arriva in tavola  dev’essere perfetto, lì non c’è spazio per l’approssimazione.

Questa è una pasta senza uova, si può fare al naturale o al cacao ma nulla vieta di colorarla con la curcuma o altro.

Essendo una pasta neutra può accogliere sia ripieni dolci che salati, con la pasta al cacao è indicato anche un ripieno di coda alla vaccinara o lingua o, per la cucina di casa, qualche avanzo di arrosto o bollito, ma non voglio dilungarmi oltre, passo alla ricetta comprese le varianti; altre potrete crearle voi, questa base è una miniera da dove estrarre un’infinità di varianti, provate se vi va.

Ingredienti per la pasta:

  • 250 g. di farina Manitoba setacciata (Raffaello consiglia di setacciare sempre le farine),
  • 150 g. di semola rimacinata (50 g. cacao e 100 g. di rimacinata),
  • 5 g. di sale,
  • 30 g. di olio EVO,
  • 200 g. di acqua tiepida (30°C.).

collage raviolo fiore Come fare la pasta:

 mettere in una boule le farine ed aggiungere, mescolando ed impastando come al solito, tutti gli ingredienti, formare un panetto, avvolgerlo nella pellicola e lasciarlo riposare in frigorifero 2 ore o più (io l’ho fatta il giorno prima).

Stendere la pasta con la macchinetta fino al n.6, disporre sopra  dei fiorellini di sambuco e coprire, eliminando l’aria, con un’altra sfoglia.

Ripassare alla macchinetta fino a raggiungere lo spessore che permetta la visione dei fiorellini in trasparenza.

Quando avete la pasta pronta potete dedicarvi alla purea di frutta per il ripieno; questo sistema per ottenere la purea di frutta è geniale per conservare la frutta, fare marmellate o guarnizioni.

Ingredienti per il ripieno:

  • 1 kg. di polpa di frutta a vostra scelta, in questo caso nespole,
  • 100 g. di zucchero (il 10% ).
  • 10 g. di pectina per kilo di polpa di frutta ottenuto (se non l’avete adoperare il fructapec, 1 cucchiaio va bene),
  • 5 g. di agar agar per kilo di polpa di frutta ottenuto.
  • pectina ed agar agar vanno sciolti a parte ed aggiunti alla purea.

Come fare il ripieno:

lavare la frutta, eliminare i noccioli e metterla in un tegame col 10% di zucchero, cuocere e frullare.

Pesare la polpa ottenuta e rimetterla al fuoco con le proporzioni di pectina e agar agar (vi assicuro che il grammo più o meno non sarà rilevante per la riuscita), cuocere per 15 minuti.

Versare il composto in una teglia e far raffreddare in frigorifero; frullare prima dell’uso; se volete ottenere una marmellata versare la purea calda in vasi sterilizzati chidendoli e capovolgendoli come si fa solitamente; otterrete una marmellata buona, non troppo dolce con la maggior parte delle vitamine ancora intatte.

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Per il ripieno alle Nespole del Giappone:

  • purea di Nespole del Giappone,
  • fiori secchi di sambuco macinati, a piacere,
  • pepe di Sechuan pestato nel mortaio, a piacere.

Come fare:

cuocere le nespole assieme al pepe di Sechuan ed unire i fiori secchi di sambuco solo alla fine, mescolare, durante il riposo l’aroma si amalgamerà alla purea ma non sarà alterato dalla cottura.

Come fare il burro ai fiori di sambuco, dose a piacere:

intiepidire la panna e mettere in fusione i fiori di sambuco, freschi in stagione o secchi, macinati nel macinacaffè durante l’anno, far riposare in frigorifero.

Montare la panna col minipimer finchè impazzirà diventando burro, continuare a frullare fino ad ottenere una massa separata dal siero, mettere in un colino.

Per questa ricetta fare subito delle quenelles che si scioglieranno a contatto con i ravioli (sapete che per esigenze di foodblogger certi passaggi non vengono rispettati).

Potete conservare il burro così ottenuto in formine decorate o formando un rotolo nella carta forno.

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Farinata con Cipolle novelle e Rosmarino, la cucina di casa.

farinata cipolla novella rosmarino1-001 

Vicino casa mia, da pochi anni, hanno aperto un piccolo Despar, io lo chiamo piccolo perchè è ridimensionato rispetto agli Interspar, Eurospar ecc.

Questo negozio ha dato un senso ad un obrobrio edilizio, un rettangolo di cemento brutto, anzi, bruttissimo, costruito così, tanto per togliere un po’ di verde.

La gestione è privata e quindi è possibile reperire prodotti locali, nel caso il Riso Vialone Nano di Domenico Fraccaroli, le farine del mulino Persello di Caporiacco che già da tempi non sospetti completa i suoi sacchetti con le informazioni sulla forza delle farine  .

All’avvicinarsi della scadenza dei prodotti, gli stessi vengono ribassati e messi in cesti appositi; stesso metodo per frutta e verdura e per le “croste di Parmigiano” che, purtroppo in altri supermercati vengono buttate.

Un giorno ho chiesto alla commessa come mai non facessero anche loro le confezioni come i colleghi, non abbiamo tempo, il direttore non vuole, ecco le risposte… Ed io mi continuo a fare la stessa domanda di sempre:  perchènontifaigliaffarituoi? Ma non ottengo risposta…

La signora che gestisce il supermercato arriva dalla scuola di anni di negozio e la politica del risparmio e del non sprecare/buttare il cibo si è ben radicata e per fortuna, nostra e loro.

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Un ampio parcheggio permette la sosta, il martedì e giovedì, ad un camioncino del pesce, arriva da Marano; una signora gentilissima, sempre sorridente, anche quando il termometro segna sotto zero, sfiletta, pulisce, consiglia, riceve ordinazioni.

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Questa ricetta l’ho trovata proprio su una rivista gratuita che si trova alle casse, si chiama DIVITA MAGAZINE e, credetemi, oltre a dare informazioni sui prodotti, sulle novità ecc. si possono trovare tante ricette corredate ognuna da Pillole di saggezza alimentare.

La Pillola di saggezza alimentare che correda questa ricetta parla dei ceci:

i ceci contengono ferro, magnesio, vitamine del gruppo B e proteine. Come tutti i legumi devono essere abbinati ai cereali integrali per completare l’apporto di aminoacidi (i costituenti delle proteine) essenziali.

Accompagnate la farinata con fettine di pane di farro o di segale leggermente tostate.

Su questa base potete applicare molte varianti, la signora del despar l’ha fatta con le zucchine ma si può preparare con molte altre verdure, l’importante è cuocerle senza rosolarle troppo ed asciugandole bene; inoltre la farina di ceci è, con la dovuta spiga sul pacco, senza glutine e quindi perfetta per gli intolleranti.

Io lo specifico sempre, non per fare audience ma perchè credo sia importante offrire suggerimenti ed alternative; questo, anche se tratta più temi e storie di vita personale, è nato e rimane un blog di cucina, ci tengo a sottolinearlo.

farinata, cipolla novella,rosmarino-002 

Ingredienti per 4 persone:

  • 150 g. di farina di ceci,
  • 3 cipolle novelle (e/0 verdure a scelta),
  • 250 g. di acqua fredda,
  • olio evo solo per ungere la padella e per far appassire le cipolle),
  • sale (nella rivista specificano marino integrale),
  • pepe,
  • aghi di rosmarino tritati (va bene anche la salvia o aromi a piacere).

collage farinata-001 

Come fare:

in una ciotola abbastanza ampia miscelare la farina di ceci, due prese di sale e l’acqua fredda; mescolare bene con una frusta da cucina per eliminare eventuali grumi, far riposare in frigorifero la pastella per almeno 2/3 ore (io l’ho preparata la sera prima).

Tagliare finemente le cipolle e farle appassire in padella con un filo d’olio evo, mezzo bicchiere d’acqua, sale e pepe nero macinato al momento.

Cuocere per 15 minuti a fuoco lento (io ho utilizzato il microonde) e far raffeddare prima di inserire nell’impasto di farina di ceci.

Amalgamare bene dopo aver aggiunto anche il rosmarino.

Io, avendo il forno rotto, ho optato per la cottura in padella (di ghisa); se voi preferite farla nel forno, mettere il composto in una teglia formando uno strato di 1 cm. e 1/2 e cuocere a 220°C. per 25 minuti.

Per la cottura in padella procedere ungendola con olio evo, eliminando l’eccesso con carta da cucina; ripetere l’operazione  per la cottura dall’altro lato della farinata.

Cuocere a fuoco basso e girarla quando la superficie si sarà rassodata, come per la frittata.

farinata cuori sovrapposti-001 

Io ho ottenuto dalla farinata dei cuori di varie misure, può essere un’idea per un buffet: alternando ciliegine di mozzarella, pomodori datterini o quant’altro, si possono ottenere degli spiedini.

Come scrivo sempre, non occorre essere chef per creare piatti sfiziosi, colorati e creativi, anche noi umili casalinghe ce la possiamo fare e ce la facciamo ;-)

Perla dorme-001 

Sssssst… É l’ora della pennichella… Alla prossima ♥

P.S.: visti i precedenti, chiarisco che il su-citato supermercato non sa di questa mia iniziativa e quindi non considerate questo post pubblicitario; grazie per la comprensione…


Crocchette con “Avanzi” di Risi e Bisi.

crocchette risi e bisi portatovagliolo1-001

Crocchette spezza-fame ell’attesa della cena, fatte sempre con avanzi di risi e bisi, mi capita spesso che rimanga un po’ di riso e le crocchette o simil arancini sono perfetti per riutilizzarlo.

Ho aggiunto la quantità di uovo sbattuto sufficiente a legare, ho aggiunto un pò di parmigiano e, usando un coppapasta, ho fatto delle polpettine che ho passato nei semi di zucca tritati.

crocchette risi e bisi composto-001

Ho fritto a 160° C. in olio profondo (di arachide) ed ecco il risultato:

crocchette risi e bisi portatovagliolo-001


Pomodoro di Pachino IGP: cosa aggiungere all’Eccellenza? Una Cornice e qualche Ricetta.

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Io vivrei di pomodori, in tutte le “salse” (per giocare con le parole), pasta al pomodoro,  crudo o cotto, panzanella, bruschetta, pane olio e pomodoro, con tofu (quello buono), feta,  mozzarella: pensate all’insalata Caprese, cosa sarebbe l’estate senza una Caprese?

Il pomodoro risolve un pasto, si aggiuge una proteina, anche vegetale ed è fatta.

I pomodori fuori stagione li evito ma non per “talebanismo” ma perchè non hanno profumo, sono acquosi e più acidi; mi concedo qualche datterino e Piccadilly che mangio come fossero frutta o caramelle.

Ricevere quella cassettina è stato per me gioia pura, chi mi conosce lo sa, non parlo mai di prodotti che non amo e non m’interessa nemmeno ricevere campionature, qui si tratta di Pomodoro di Pachino IGP, vi rendete conto?

Un prodotto ineguagliabile che tutto il mondo c’invidia, d’altronde chi oltre alla Sicilia ha il Sole della Sicilia? Eppoi, se guardate sulla carta geografica vedrete che Pachino è spaparanzata al sole, dal balcone i Pachinesi vedono l’Isola di Malta, la Tunisia, Libia ed Egitto, che meraviglia!

E da Pachino, come perle di corallo sono rotolati fino a Pasian di Prato (UD) tre varietà di Pomodoro di Pachino IGP: il Ciliegino, Il Costoluto, il Tondo liscio.

Inizio con i Ciliegini di Pachino IPG, sono dei grossi grissini che avevo già fatto col lievito madre anni fa, ho colto l’occasione per rifarli, col lievito di birra, più alla portata di tutti.

Nelle foto vedrete i piccioli, beh, ello ha mangiato anche i piccioli, non dico altro.

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Ingredienti per 8 pezzi (la ricetta dice 10 ma ho voluto farli più grandi):

  • 450 g. di farina 00,
  • 200 ml di latte,
  • 25 g. di lievito di birra,
  • 2 cucchiai di olio evo (ho adoperato quello delle olive taggiasche),
  • 1 cucchiaino da te di sale.

Ingredienti per la farcitura/finitura:

  • 1 tazza da te di olive taggiasche snocciolate,
  • pomodorini ciliegini Ciliegini di Pachino IGP tagliati a metà,
  • olio evo per spennellare.

Volendo potete aggiungere prima d’infornare origano, maggiorana, timo, a piacere, io ho voluto lasciarli così, in purezza.

 

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Come fare (io ho adoperato la MDP (macchina del pane):

mettere l’olio nello stampo della MDP, unire la farina setacciata col sale ed aggiungere il lievito sciolto nel latte tiepido.

Azionare la macchina (funzione impasto 15 minuti).

Modellare una sfera, spennellarla con l’olio e metterla in una ciotola, coprire con la pellicola e far lievitare in luogo tiepido per c.ca 1 ora fino al raddoppio.

Unire all’impasto le olive taggiasche spezzettate, amalgamare e formare un filone dal quale ricavare 8 (o 10) pezzi dello stesso peso.

Formare dei filoncini ed appiattirli col matterello allargandoli leggermente, disporli sulla teglia coperta con cartaforno, farcirli alternando olive e pomodorini, spennellarli con l’olio e lasciarli riposare per 40 minuti.

Dopo 30 minuti accendere il forno a 200°C. e, terminato il tempo di riposo, infornare i grissotti cuocendoli per 25 minuti fino a doratura.

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Volevo ringraziare il Consorzio per l’omaggio ed aggiungo il ringraziamento a chi ha aderito con entusiasmo al mio appello per salvare il Torrente Resia.

Versione con lievito madre (cliccare sulla foto per ricetta:

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Gnocchi di Baccelli di Fave e Foglie di Porro su Fonduta di Formaggio Asìno: Scarti d’Autore.

Gnocchi bacelli di fave forchetta tela

Che sia una moda del momento, o l’ effetto della crisi o il ritrovato rispetto per il cibo e per chi ne ha meno di noi, oppure un credo religioso o, come nel mio caso, la riminescenza di un educazione che m’imponeva di non sprecare e buttare il cibo; comunque sia ben venga la tendenza di utilizzare in cucina gli scarti di frutta e verdura.

Oggi, con la raccolta differenziata e la possibilità di produrre da soli il compost, molti scarti vengono utilizzati per la produzione sia di terriccio che concimi naturali, come si dice: nulla si crea, nulla si distrugge.

Pioniera dell’utilizzo degli scarti in cucina è stata Lisa Casali che, del rispetto per l’ambiente, ne ha fatta una professione; ha condiviso la sua esperienza scrivendo libri, testando ricette e presentando la sua trasmissione Zero Sprechi su gambero Rosso Sky.

Lei con gli scarti ha creato piatti elegantissimi e buonissimi, io ho provato a fare le barbe stufe, con le barbe di porro; si, io sono fortunata perchè ho la contadina a due passi che esaudisce ogni mio desiderio e capisco che per molti è difficile trovare in negozio le rape con le foglie o i porri con le radici ma con i G.A.S. dei quali ho parlatoqui, riuscirete ad avere non tutto ma quasi.

A proposito di baccelli, nel suo libro Ecocucina (pagina 99), Lisa Casali scrive che la percentuale di scarto commestibile nei legumi è del 68% circa, in pratica su ogni €uro che spendiamo per kilo ne buttiamo 68 centesimi nella differenziata e a me sembrano davvero troppi.

Scrive ancora Lisa che i baccelli sono ricchissimi di cellulosa, pectine e flavonoidi  che rallentano l’assorbimento degli zuccheri.

Sono un’arma efficace in alcuni casi specifici, particolarmente per chi è diabetico o soffre di fame nervosa la sera.

Sono indicati per il controllo del peso grazie alla loro azione diuretica e al contenimento di assorbimento degli zuccheri.

Consiglia di scegliere bacelli piccoli e dai colori brillanti; l’aspetto dev’essere integro e sodo e non devono essere ingialliti.

Per questa ricetta ho adoperato i baccelli delle fave e le foglie verdi del porro che acquisto dalla Milva, la mia fornitrice di fiducia; le fave che ho adoperato non sono quelle che vedete vicino al formaggio Asìno ma quelle acquistate al mercato di Mestre, erano perfette, integre e con ancora le foglie rigogliose attaccate su (Terry può testimoniare), peccato non averle fotografate.

Altro protagonista il Formaggio Asìno, del quale ho già parlato in altri post, in questo caso ho adoperato quello morbido che ben si presta per le fondute; unico accorgimento, dal momento che è, anche nella versione morbida, molto sapido, dosare la quantità di sale, sia nel composto che nell’acqua di cottura.

Ho legato l’impasto con la farina di riso che è senza glutine e non rilascia il sapore di farina che non a tutti piace, ho volutamente omesso l’uso delle patate che mi avrebbe facilitato il compito ma volevo un sapore decisamente verde.

Formaggio Asìno fave-001

(Non è un post pubblicitario, il formaggio l’ho comperato)

 Ingredienti per gli gnocchi (queste dosi sono variabili, dipende dall’umidità delle verdure):

  • 500 g. di baccelli freschi di fave,
  • foglie verdi di porro a piacere,
  • 2 cucchiai colmi di Parmigiano Reggiano grattugiato,
  • 1 uovo,
  • 3 cucchiai di farina di riso
  • olio all’aglio orsino (per decorare).

Gnocchi bacelli di fave impasto minipimer-001

Come fare gli gnocchi:

lessare i baccelli di fave e le foglie di porro, scolare e togliere i filamenti dai baccelli, io preferisco perdere un pò di tempo per farlo ma se volete potete lasciarli e passare il composto al passaverdure.

Mettere le verdure nel bicchiere del minipimer e ridurre a crema, aggiungere gli altri ingredienti lasciando per ultimo l’inserimento della farina; alla fine dovrà risultare un composto sufficientemente consistente per poter formare delle quenelle con i 2 cucchiai (i miei piccolissimi, da caffè).

Se vi va e siete capaci di usarla, potete mettere il composto nella sac a poche e buttarli nell’acqua tagliandoli man mano col coltello o, per velocizzare fare delle quenelles più grandi.

Sobbollire in acqua leggermente salata e scolare quando salgono a galla, man mano li mettete nello scolapasta ungerli per non farli attacare, maneggiare con cura!

gnocchi fave da cuocere-001

Quenelles di bacelli di fave da cuocere.

Ingredienti per la fonduta di Formaggio Asino:

Se risultasse troppo densa aggiungere un pò di latte, al contrario un pò di farina di riso o maizena (poca alla volta!).

  • 60 g. di formaggio Asìno,
  • 30 g. di panna fresca (la metà del peso del formaggio).

 Formaggio Asìno-001

 Come fare la Fonduta (ho messo il link del post dove spiegavo bene il procedimento):

come ho scritto sopra nel link troverete i due procedimenti imparati al corso di cucina, essendoci qui una dose minima mi sono limitata a sciogliere a fuoco bassissimo il formaggio nella panna aggiungendo un pò di latte, la volevo fluida anche per esigenze “fotografiche”.

Ho decorato la fonduta con un olio all’aglio orsino ottenuto frullando le foglie di aglio orsino, lavate ed asciugate bene, con il sale e coperte d’olio, lo conservo in frigorifero.

gnocchi bacelli fave fonduta pp-001

Per oggi è tutto, vi auguro anticipatamente un bel fine settimana, io sono ricaduta nella trappola del Lievito Madre e devo accudire la creatura: ho iniziato una produzione di dolci Pasquali, ve ne darò notizia, sia in caso di successo che di flop.

 


Patate al Forno con Parmigiano e Rosmarino, gustose e veloci ma che dico veloci, velocissime!!!

patate al forno parmigiano rosmarino cornice-001

Buona domenica a tutte/i, dopo una ricetta  che richiede un quadrimestre di attesa per essere verificata e gustata, oggi una ricetta da fare in 35/40 minuti, d’altronde questa ricetta arriva da qui e quindi non può che essere “Fast&Easy”.

Conosco ed apprezzo la praticità e la fantasia senza fronzoli delle donne americane; non hanno, come noi, una antica tradizione gastronomico-culinaria ed avendo la mente fresca e libera da orpelli storici, sanno entusiasmarsi di fronte a qualsiasi ingrediente e prodotto che ritengono sia commestibile e lo giravoltano all’infinito curiose di scoprire cosa può venirne fuori di buono.

Le americane sono coraggiose, a Trieste diremmo “nolegapelcul”, diciamo che non sono così “sofisteghe” come noi italiane ;-)

Quando sono stata in America per motivi sportivi ho avuto modo di conoscerne qualcuna, Kathy Sessler, che ha gareggiato con me ai mondiali mi ha insegnato a fare il Guacamole e mi ha sconvolto una sera a cena quando assieme ai suoi amici hanno fatto una gara di rutti, si, avete letto bene, io mi sono astenuta ma li ho visti molto divertiti dal “gioco”.

Inga Thompson, mi ha insegnato a fare il Margarita, il fratello faceva la birra in casa e, dopo le escursioni a Reno (Nevada) a cercare invano parmigiano e basilico (scrivo invano perchè era il 1993 e Bastianich non spopolava ancora… ) perchè volevo farle la pasta col pesto, ci consolavamo facendo il bagnetto al suo cane.

Mi ha insegnato a fare il pane integrale del quale possiedo ancora la ricetta in una agenda, prima o poi lo farò.

Avrei avuto l’occasione di andare a vivere lì, mi aveva proposto di andare ad abitare casa dei suoi genitori, in Texas, dove avevano una tenuta; avrei insegnato l’italiano alla sorellina ed avrei cucinato per la famiglia.

Non me la  sentii perchè avevo ancora Lorenzo, il mio adorato gatto e non ebbi il coraggio né di lasciarlo solo né di fargli subire lo stress di un viaggio così lungo, lui che,  se dovevo fare anche un kilometro in macchina per portarlo dal veterinario, impazziva letteralmente.

Chi xe mona qua xe mona anche in America, mi diceva sempre quel mio famoso saggio amico di Trieste che nomino spesso; chissà come sarebbe andata la mia vita se fossi partita, chissà.

La cultura gastronomica americana di cui fui testimone contemplava anche l’apertura di barattoli di chili con fagioli da mangiare direttamente da lì col cucchiaio, questo lo faceva Alison Sydor una biker canadese che andava fortissimo, lei faceva cross country e mi sono sempre chiesta come facesse ad andare così forte mangiando quelle porcherie… Che ci fosse dietro qualche integratore :-D ?

Beh, arriviamo al dunque, le patate arrivano dall’America e quindi questa ricetta è per me: Italo-Americana.

Ingredienti (per una teglia da forno):

  • 4 patate medie,
  • olio extravergine di oliva abbondante,
  • parmigiano reggiano grattugiato abbondante,
  • rosmarino fresco tritato,
  • paprica in polvere, facoltativa (idea personale),
  • sale q.b.

collage patate parmigiano rosmarino-001

Come fare:

preriscaldare il forno a 190°C., coprire la teglia con un foglio di carta forno per non sporcarla durante la cottura delle patate che avverrà direttamente sulla grata.

Pelare le patate, tagliarle a spicchi regolari, lavarle, asciugarle ed immergerle nell’olio mescolandole bene affinchè si ungano perfettamente.

Metterle nel piatto dove avrete miscelato abbondante parmigiano, rosmarino e sale a piacere, volendo anche un pò di paprica e rotolarle affinchè il composto aderisca bene.

Appoggiarle sulla grata regolarmente distanziate ed infornare mettendo la grata sopra la teglia, cuocere per 25/30 minuti.

Ve le consiglio e, anche se le mie foto non sono stratosferiche vista l’ora serale, il sapore lo è davvero, provatele ne vale la pena.

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 Buona domenica a voi, alla prossima.

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Fettucce Garofalo con Salsa di Aglio Orsino e Avocado: Coincidenze Fortuite.

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Molte delle mie ricette nascono da una serie di fortuite coincidenze, questa è una di quelle.

Un sabato piovoso, il repentino abbassamento della temperatura mi hanno costretta a rinunciare alla mia quotidiana passeggiata nel verde e così mi sono infilata in macchina con ello e siamo andati in Slovenia.

Il pieno di benzina, sempre conveniente, tanto conveniente che, facendo i dovuti calcoli, con la differenza, si riesce sempre a fare una ricca spesa: pane a volontà, pane che congelo e inforno prima dell’ultilizzo rendendolo croccante e fragrante come appena sfornato; non vale la pena farlo a casa, anche se preparare il pane ha sempre un suo fascino ed anche un effetto terapeutico.

Io sono piombata al reparto frutta e verdura; ho fatto scorta di mango a €. 0,99 l’uno (in Italia lo stesso peso €. 1,98), avocado  (in Italia fluttua da €. 1, 68 a 1, 98), taccole, da noi introvabili a meno che non si vada alla Metro a pagarle a peso d’oro.

Ho continuato con lo zenzero col 50% di sconto ed ho messo nel carrello anche 2 vaschette contenenti delle belle foglie a me sconosciute, la scritta in tedesco e sloveno (Bärlauch Divji česen) non mi dicevano nulla, ed arrivata a casa papà Google che mi ha illuminata: Aglio Orsino, si proprio lui.

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Aglio Orsino raccolto da me l’anno scorso.

Come dice Ennio Furlan, se voi non avete esperienza o non vivete vicino ai luoghi dove raccogliere le erbe, compratele pure; da un pò di tempo ci sono i G.A.S. (gruppi di acquisto solidale), la cui lista completa ed aggiornata è nei link in coda al post.

Di certo nell’elenco troverete qualche gruppo vicino casa vostra, potrete così permettervi di mangiare frutta e verdura di stagione a kilometri zero o quasi zero, prodotti dalla freschezza garantita, ci sono molte amiche blogger che lo fanno.

Può essere un primo passo per aiutare a salvare l’economia di casa nostra e di permettere ai caparbi e straordinari piccoli produttori  di continuare a coltivare i loro campi e le loro passioni e vivere con il proprio lavoro.

Mi piace l’utilizzo dell’avocado in cucina, quando seguivo la dieta zona era uno dei grassi favorevoli, l’ho sperimentato in un patè e in una brisè al posto del burro e ieri, finalmente, dopo aver visto girare per mesi su Pinterest piatti di pasta conditi con l’avocado, mi sono buttata anch’io nell’impresa… Chissà se Michelle ha l’aglio orsino nel suo orto ;-)

L’utilizzo della polpa di avocado limita di molto l’uso dell’olio; alla fine l’aggiunta di un pò di acqua di cottura della pasta rende la salsa più fluida senza destrutturarla.

Ho volutamente pesato gli ingredienti per dare un’idea a chi volesse provarla, comunque, prese le misure si può tranquillamente fare a occhio, l’unico consiglio, se si adopera l’aglio orsino, di mantenere le proporzioni 1 parte di foglie 2 parti di polpa di avocado.

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Ingredienti:

  • 500 g. di Fettucce Garofalo n.15 (o guaglione), io ho adoperato questa,
  • 40 g. di foglie di aglio orsino ben lavate ed asciugate,
  • 80 g. di polpa di avocado, il peso del mezzo avocado che ho adoperato,
  • 30 g. di pistacchi non salati,
  • 10 g. di pinoli,
  • 30 g. di Parmigiano Reggiano grattugiato,
  • 1 pizzico di sale,
  • 2 cucchiaio di olio extravergine di oliva,
  • acqua di cottura alla fine fino q.b. per la densità desiderata.

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Come fare:

introdurre nel bicchierone le foglie di aglio orsino spezzettate con le dita, la polpa dell’avocado (i foodblogger conservino il guscio per la presentazione) e tutti gli altri ingredienti.

Azionare il minipimer ad intermittenza fino ad ottenere una crema, se non potete rinunciare al mortaio, adoperatelo.

Se preparate la salsa per consumarla subito diluitela con l’acqua della pasta, se volete utilizzarla in seguito copritela con olio evo e conservatela in frigorifero.

Io ho preparato anche una salsa tritando grossolanamente le foglie rimaste assieme a sale e poco olio evo; l’ho messa in un vasetto sterilizzato ricoprendola bene con altro olio evo; all’occorrenza la potrete utilizzare per aromatizzare risotti, carne, minestre, tutto quello che vi pare e, se vi ho incuriosito, potrete aggiungere l’avocado e fare come ho fatto io, provate, ve lo consiglio vivamente.

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Non vi sembra una chiocciolina?

P.S.: qualcuno penserà che ho sbagliato la dose di pasta no, ve l’assicuro, io ho mangiato quella che vedete nella foto, ello il resto, in due manches però :-D Buona settimana a tutti/e.


Gnochi de Spinaze e Ricotta (Trieste), cucinare Buono in poco tempo.

Gnochi spinaze e ricota pronti n.-001

Sento continuamente parlare di crisi, e la crisi c’è, mancano i soldi e manca il tempo: qui parlo di cucina e delle sue innumerevoli sfaccettature e, per tempo, intendo il tempo per cucinare.

Anni addietro, la crisi si contrastava aguzzando l’ingegno, con la fantasia; ci si organizzava e si risparmiava facendo una spesa intelligente, si riciclava, ma non per una forma di snobbismo ma per necessità, basta sfogliare i vecchi libri e leggere le ricette delle nonne, nonne che lavoravano anche nei campi, nonne che non disponevano di tutta la tecnologia di cui disponiamo noi; a quei tempi la cucina povera non si faceva col bimby.

Ma è anche vero che non è facile regredire, lo spirito di adattamento dell’uomo è grande ma ha difficoltà a fare un passo indietro.

C’è la crisi ma, le rare volte che vado nei centri commerciali della zona, sbircio nei carrelli e vedo cibo inenarrabile, cibi confezionati, surgelati, pronti, basta scartarli, metterli in forno ed impiattarli, mi auguro non in piatti di carta…

Non c’è tempo ed ecco che arrivano in soccorso aziende che propongono risotti da cuocere nelle piramidi, senza possederne il fascino.

Ma non è finita, improbabili casalinghe chiedono aiuto, via Skype, ad un altrettanto improbabile cuoco che, dovendo vivere anche lui (ricordate Rugiati e la coca cola?), propone una splendida vellutata di funghi, in barattolo.

Non ho avuto occasione di controllarlo (non ho tempo), ma immagino il prezzo di questa vellutata, senza calcolare i costi di smaltimento della lattina, non tutti amano “differenziare” e siamo in crisi anche per questo…

Ma, si sa, il mondo è cambiato, oggi il calzino bucato si butta o, nei migliori casi, si riutilizza per dare la cera ai mobili di legno, no? Mi dite che non si fa più? Bene.

Oggi propongo questo piatto, uno di quelli che appartengono alla memoria, uno dei primi piatti che ho fatto appena raggiunta l’autonomia e l’indipendenza: i gnochi de spinaze e ricotta.

Li avevo visti preparare, nel 1974,  dalla mamma di un mio moroso, lei restaurava cornici antiche, lavorando la mattina fuori casa in una soffitta che aveva rimesso apposto quasi tutta da sola, lavorava a maglia, cuciva tutto il guardaroba per la famiglia (marito e figlio), compresi pantaloni, cappotti ecc., lavorava a maglia, è lei che aveva il fornetto per ceramica e mi ha iniziata a quell’arte, frequentandola avevo riportato a galla la mia vena artistica di bambina, avevo iniziato a dipingere anch’io, vendendo, seppur malvolentieri qualche quadro, ricordo il difficile distacco da un Sommaco che avevo dipinto ad olio dal vero.

Faceva anche bomboniere, su ordinazione, e quant’altro, non andava mai a letto senza struccarsi e mettersi la crema nutriente, la prima cosa al mattino un leggero trucco ed una sistemata ai capelli, era sempre perfetta, senza essere inavvicinabile.

Provvedeva da sola a rifare la tappezzeria di divano e poltrone, dipingeva e, d’estate, si metteva in terrazza 1 ora a prendere il sole, le piaceva l’abbronzatura, aveva un gattone, Biri che lei chiamava Birulito, non amava farsi toccare a causa del trauma della sterilizzazione fatta con un’anestesia approsimativa.

Faceva una pizza che non ho mai dimenticato e che non ho mai più rimangiata così buona, era alta, con i bordi croccanti, facevamo a gara a chi arrivava per primo, ma, aimeh, gli angoli erano 4 e noi in 4.

Un giorno si ed uno no, faceva la torta di mele, aveva sempre un’apparenza serena anche se soffriva di fortissime emicranie che la costringevano a letto al buio ed in silenzio per ore.

Non avevo programmato queste righe, sono arrivate così, sull’onda dei ricordi, probabilmente sono partite dal fattore tempo.

Allora non ne sapevo molto di cucina (ora ne so/capisco un pò di più) anche se s’intravedevano già una passione ed un talento da sviluppare; purtroppo, nella mia vita, il grande freno è stato quello, sempre quello: la difficoltà ed incapacità di amalgamarmi al gruppo sennò, credo che sarei riuscita a raggiungere altri traguardi ottenendo grandi soddisfazioni, come ho ottenuto nello sport.

Oggi, con la maggior informazione e conoscenza della cucina regionale italiana, questi potrebbero sembrare la copia degli gnudi toscani ma, allora non conoscevo gli Gnudi che si chiamano così perchè sono il ripieno dei ravioli senza la pasta, gnudi (nudi) appunto, che hanno un’altra forma, più allungata.

Questa è una ricetta senza dosi, come spesso succede nella cucina di casa, si prendono gli ingredienti, si mescolano tra loro ed ogni volta si ottiene un piatto diverso.

Io li faccio così, senza pangrattato e senza farina nell’impasto,  soltanto quella necessaria per avvolgerli prima della cottura; se siete celiaci potete adoperare la vostra.

Un tempo il pangrattato sostituiva la ricotta non sempre disponibile.

Non adopero l’uovo intero ma soltanto l’albume che mi aiuta a legare l’impasto, la totale assenza di farina richiede una perfetta strizzatura degli spinaci e la ricotta del tipo asciutto da scolare ulteriormente.

Se volete Friulanizzare la ricetta ulteriormente, vada per un Montasio stravecchio e una ricotta affumicata per rifinire.

collage gnochi spinaze e ricotta-001

Ingredienti a modo mio:

  • spinaci (io della Milva) lessati (anche un avanzo di spinaci saltati in padella), strizzati benissimo,
  • ricotta, preferibilmente asciutta,
  • Parmigiano Reggiano grattugiato o Padano se lo preferite o Montasio stravecchio o Sbrinz (io lo adoro),
  • sale se necessario (saliamo l’acqua ed aggiungiamo altro formaggio),
  • albume.

Per il Condimento:

  • burro chiarificato o lo chiarificate voi eliminando la caseina che si forma in superficie,
  • salvia fresca,
  • 1 spicchio d’aglio vestito (cava e meti),
  • scaglie di Parmigiano o dei formaggi citati sopra.

Come fare:

in una terrina amalgamare, meglio con le mani, tutti gli ingredienti, meno l’albume che aggiungeremo per ultimo.

Formare delle palline, io le peso, quelle della foto 40 g., quelle che ho fatto ieri sera 50 g., rotolarle nella farina ed immergerle in acqua bollente salata finchè vengono a galla; non contenendo farina all’interno la cottura è brevissima, giusto il tempo che l’albume leghi l’impasto.

Raccoglierli con la schiumarola e metterli nella padella dove avremo fatto rosolare nel burro la salvia e l’aglio vestito.

Senza toccarli, soltanto muovendo la padella, li facciamo insaporire e li impiattiamo servendoli con le scaglie del formaggio che abbiamo scelto.

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Per oggi è tutto.


Marmellate di Cachi con Cardamomo, Pepe di Sichuan, Vaniglia, Zenzero e Fiori di Sambuco: ♥Save the Persimmons♥

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La mia sindrome della crocerossina che ha sempre avuto effetti devastanti sui miei rapporti sociali e di amicizia, riscuote, al contrario, grande successo nei miei rapporti col mondo vegetale e “animale”, intendo animali pelosi, con squame, ali, pinne ecc., regalandomi belle soddisfazioni.

Nel corso della mia brillante carriera da food-blogger ( :-D ) mi sono dedicata al Topinambor, alla zucca, allo sclopit, ai fiori di sambuco, alle varie erbe sconosciute dai più.

Ho dato attenzione alle ricette di un tempo, alla loro storia che, non dimentichiamolo mai, É anche la nostra storia;  nelle mie ricette ho spesso unito i prodotti della nostra straordinaria Italia, da nord a sud, passando per il centro e fermandomi sulle isole.

La nostra meravigliosa Italia, essendo a forma di elegante stivale non ci aiuta e, spesso ci fa sentire molto lontani e mette  nord e sud in una continua, incomprensibile ed estenuante competizione.

Come sempre, esco dal tema ma, abbiate pazienza, è una delle ultime chiacchierate con voi del 2013…

Voi che siete esperti di cucina conoscete la Reazione di Maillard vero? (così finiamo l’anno con un pò di cultura e tecnica), beh, io ho la Reazione di Towanda, non la conoscete? Eccola, ve la presento :-D :

Molte di voi riconosceranno in questo video qualche attimo della loro vita, ma, come ho detto, è la vita e, se non se ne può cambiare il corso, ci si può fare attorno qualche bella risata.

La mia vita è questa, a volte mi sembra di non avere neanche la forza di arrivare a domani e, all’improvviso mi sento pervasa da un’energia inarrestabile che mi ridà nuovi stimoli e nuovi slanci.

In questi giorni ho una voglia sfrenata di sperimentare ed i cachi, miei dolcissimi complici, la assecondano suggerendomi cosa fare, ed è così che ieri, nell’alba illuminata soltanto dalle lucine natalizie della mia finestra, ho messo in cantiere queste marmellate.

Io faccio parte della “marmelata-generazion”, pur sapendo che la marmellata viene chiamata così soltanto se di agrumi, io non mi distacco dall’infanzia, quell’infanzia in cui mangiavo “le omlet con la marmelata” o “i gnochi de marmelata” o, semplicemente, “el panin con buro e marmelata”.

A questo punto del post, chi avrà avuto l’ardore di leggermi sin qui, avrà capito che la reazione di Towanda è stata determinante anche per la foto, tutte le marmellate col culetto per aria :-D e, udite, udite, preparate col fructapect 3:1, la ribellione/trasgressione totale (Towanda’s style).

Non è pubblicità occulta, lo avevo in dispensa ed ho deciso di usarlo proprio per queste marmellate; non me la sono sentita di mettere 1 kilo di zucchero per kilo di polpa di cachi (che trovo già dolci di per se/loro) e di dover stare, come una sentinella a guardia del fornello per 40 minuti, col rischio che la marmellata si attacchi e bruci, con le conseguenze immaginabili.

Col fruttapec tutto si risolve in pochi minuti (leggete le istruzioni), io ho impiegato più tempo perchè, dopo i 2 minuti ho diviso il composto in 5 parti per aggiungere le spezie, spezie che ho prima tostato per estrarne l’essenza.

Lo zenzero l’ho grattugiato fresco e, per l’aroma di vaniglia ho adoperato l’essenza, visto anche l’esiguo quantitativo di marmellata.

Sulla scatola troverete la seguente precisazione: Il prodotto può contenere tracce di frumento, latte, uova, frutta a guscio e soia, quindi, se siete intolleranti a glutine, ecc, questo prodotto è sconsigliato.

composto marmellata cachi

Andiamo alla ricetta,  indicherò anche le dosi ed il procedimento se non usate il fruttapec.

Ingredienti per il totale delle marmellate:

  • 1 kilo di polpa di cachi*,
  • 350 g. di zucchero di canna (1 kilo di zucchero),
  • 1 busta di fruttapec 3:1 (facoltativa)
  • il succo di 1 limone,
  • 1 semi di una bacca di cardamomo verde pestati nel mortaio,
  • grani di pepe di Sichuan tostati,
  • zenzero fresco grattugiato a piacere,
  • vaniglia, bacca, polvere (naturale) o essenza naturale a seconda del quantitativo,
  • fiori secchi ma ancora profumati di sambuco a piacere (io li raccolgo in stagione, li faccio asciugare e li conservo ermeticamente nei vasi, se volete polverizzarli usate il macinino da caffè).

Come fare  la marmellata col fruttapec 3:1

con un cucchiaio estrarre la polpa dei cachi, metterla in una pentola ed aggiungere 350 g. di zucchero di canna ed una busta di fruttapec 3:1 ogni kilo di polpa, mescolare e portare ad ebbollizione, cuocere a fuoco forte per 3 minuti ed aggiungere il succo di limone.

Io ho proceduto come per la ricetta base, scottando e pelando i cachi ed ho fatto anche la precottura di 15 minuti lasciando raffreddare prima di procedere.

Ddovendo fare diverse preparazioni ho fatto bollire 2 minuti ed ho diviso il composto in5 pentolini a parte nei quali ho messo le varie spezie.

Versare la marmellata bollente nei vasi sterilizzati ancora caldi, chiudere col coperchio e rovesciarli su un panno (ecco il perchè dei culetti all’aria :-D ) fino a completo raffreddamento e  formazione del sottovuoto.

Varianti per la ricetta base:

per facilitare la pelatura dei cachi scottarli un attimo in acqua bollente e cuocerla per 15 minuti, pesarla ed aggiungere la stessa quantità di zucchero.

Cuocere per 40 minuti, alla fine aggiungere il succo di limone ed invasare, procedendo come sopra.

Ecco fatto, tutto qui, d’altronde, cosa inventarsi di nuovo con le marmellate? Per fortuna ci sono le spezie che possono dare quel tocco innovativo in più e rendere più stimolante questa bellissima attività che un tempo era alla base della vita delle famiglie.

Allora esisteva ancora la stagionalità e frutta e verdura venivano conservate per l’inverno, non era una moda era far di necessità virtù.

La stagionalità, è proprio questo l’argomento che tratterò per primo nel nuovo anno.

Lucy e Schroeder -001

Foto da Pinterest

A domani, per gli auguri di fine anno ♥


I Ricottini per Mukka Emma e la ♠sostenibile pesantezza dell’essere♠

Ricottini mele cestino n

A causa della mia sostenibile pesantezza dell’essere mi sono giocata quasi tutti i jolly e perso molte occasioni ma tant’è, cerco di avvicinarmi e di stare con gli altri ma non ce la faccio, ho sempre paura di danneggiarli, come fossi un’appestata…

Questa ricetta, che mi aveva mandato Tiziana, era per un progetto, un progetto pensato proprio per me, per accantoalcamino che aveva vinto il contest dei formaggi della Svizzera, nonostante avesse dato “buca” all’ultimo momento.

Qualcuno aveva creduto in me, aveva visto in questo “ricettacolo di contraddizioni”, come scriveva Anna Frank, qualcosa di buono, io sarei stata Mukka Melma, la sorella pasticciona in cucina di Mukka Emma.

Ecco come descrive Peter Mukka Melma, sono proprio io ;-) :

Melma: è la più pasticciona, ma solo per lavoro!! Melma infatti è lo chef del Mira Mukka famosa per le sue doti creative in cucina e per la capacità di inventare e improvvisare fantastiche ricette. Un po’ imbranata e talvolta ingenua nei rapporti con gli altri ma assolutamente autentica.

Non si sbagliava Peter, ma non aveva fatto i conti con la mia mancanza di autostima e la mia convinzione che, con me, questo progetto non avrebbe avuto il successo che si meritava.

Ora non so chi sia Mukka Melma ma sta cucinando assieme a food-blogger più blasonati, famosi e carismatici di me, esattamente come deve essere.

Peter scrive racconti per bambini e questo blog lo ha ideato per loro, io avevo molte idee, a me che piacciono le erbe avrei scritto, in maniera comprensibile e giocosa, l’utilizzo delle erbe in cucina e li avrei coinvolti, assieme alle mamme a prepararle assieme queste ricette.

Vorrei che quel blog fosse seguito da chi ha bambini e magari farli interagire con Peter e le 7 Sorelle di Mukka Emma, io non ho avuto bambini ma i più bei ricordi che ho del breve periodo vissuto assieme alla mia mamma, sono proprio quelli passati in cucina con lei o quando m’insegnava a disegnare, o quelli col papà che mi portava nell’orto o a pescare, ma di questo ho già scritto.

Ecco, io sogno un mondo dove i bambini rimangono bambini, sogno bambini che corrono, giocano all’aria aperta, conoscono ed amano gli animali, i fiori, le erbe, che rispettano la Natura e credo che con Peter, Mukka Emma&C. tutto questo si possa realizzare, ma non con me intorno…

O mamma, che post malinconico ma ora facciamo ritornare l’allegria con questa ricettina golosa, perfetta per queste giornate di freddo, da gustare assieme ad una cioccolata calda o un the dopo una giornata sulla neve.

L’impasto è quello che un tempo le nonne chiamavano finta pasta sfoglia, la ricotta sostituiva degnamente il burro che era più costoso.

collage ricottini Mukka Melma

Ingredienti per la pasta:

  • 200 g. di burro,
  • 300 g. di ricotta,
  • 300 g. di farina 00,
  • 1 pizzico di sale.

Come fare la pasta:

impastare gli ingredienti e far riposare in frigo per mezz’ora, nel frattempo preparare il ripieno.

Ingredienti per il ripieno:

  • 4 mele imperatore,Tiziana aveva quelle ma potete adoperare quelle che gradite,
  • il succo di 1 arancia,
  • il succo di 1/2 limone,
  • 1 cucchiaio di zucchero,
  • 1 cucchiaino di cannella,
  • 100 g. di pinoli,
  • 100 g. di uvetta,
  • 100 g. di noci tritate grossolanamente.

Come fare il ripieno:

sbucciare e tagliare le mele a dadini e cuocerle con il succo d’ arancia e limone, lo zucchero e la cannella e, quando il composto sarà freddo, aggiungere i pinoli, l’ uvetta e le noci.

Come fare i saccottini:

preriscaldare il forno a 200°C., dopo aver steso la pasta, mettere dei mucchietti di ripieno , tra uno e l’altro spennellare con un pò di latte e chiudere con la rotellina.

Infornare a 200°C. per 15 minuti.

 Panorama-001

Vi auguro una splendida giornata, come quella della foto, beh, vivo o non vivo in un Paradiso?


Lasagna Vegana di Tofu, Ragù di Soia, Zucca e un pò di Storia.

Lasagna di tofu al ragù di soia e zucca cornice

Se in occidente le cucurbitacee possono essere sinonimo di insipida stupidità oppure, come vedremo, contengono le luci tremolanti della notte dei morti e assumono sembianze spaventevoli, in alcuni stati africani i semi prodotti dalla zucca hanno tradizionalmente l’effetto che noi riteniamo proprio del fosforo.

Per il saggio Oriente, infine, le forme rotonde di una generosa zucca richiamano i segni della fertilità, dell’abbondanza, della rinascita.

In Laos, ad esempio, le genti fanno risalire le loro remote origini a delle enormi zucche, appese all’asse del mondo (la grande Liana, come viene chiamata laggiù), da cui nacquero i progenitori degli uomini.

La stessa idea, a ben vedere, l’hanno avuta i Taoisti con le cosidette zucche celesti, grandissime ed esistenti prima del mondo; nella loro pancia, custoditi da millenni, contengono tutti i generi umani, tutte le innumerevoli varietà di riso esistenti sulla Terra e i manuali delle scienze segrete.

L’uomo, il nutrimento, la scienza: tutto ciò che serve al mondo racchiuso in una primordiale zucca, la quale, ovviamente imbandita sulle tavole delle cerimonie e delle grandi occasioni, viene assunta come cibo dell’immortalità.

Cibo, ma anche viatico, ascesi, panciuto contatto tra il cielo e la terra. Il progenitore dei cinesi si chiamava P’an-Ku e un giorno gli fu concesso di sopravvivere ad un grande diluvio.

Se Noè aguzzò l’ingegno con un’enorme zattera, P’an-ku aguzzò l’ingegno con un’enorme zattera, P’an-Ku trovò rifugio in una altrettanto gigantesca zucca.

Da quel giorno, le zucche crescono anche nelle isole degli immortali: procurandosi un passaggio per mezzo di esse, dalla terra ci si può avvicinare al regno dei beati e raggiungere il cielo.

E cosa fare con i semi commestibili, racchiusi nel divino ventre di questo vegetale di passaggio? Si mangiano durante l’equinozio di primavera, giorno del rinnovamento e della rinascita, quando tutta la positività dello yang si sprigiona sulla terra.

Rotonda come solo certe enormi zucche sanno essere: ed infatti nella lingua cinese, che osserva leggi e regole difficilmente comprensibili in Occidente, la parola ′zucca′ designa la circonferenza del nostro pianeta.

Ramusio, nel Sommario delle Indie Orientali, narra di una zucca misteriosa, così grande da poter contenere il figliolo morto di un potente uomo chiamato Jaia: mito cosmogonico con cui i nativi delle Isole spiegavano nientemeno che l’origine dei mari e degli oceani, che fuoriuscirono dal gigantesco ortaggio una volta fatto cadere e frantumato.

Il mito si collega in qualche modo a quello indiano di Brahma, raccontato nei sacri libri di Veda, che racconta di una zucca imperatrice dei vegetali e ′regina del cosmo′.

Agli inizi dei tempi, tutto era immerso nell’oscurità; ′colui che sussiste per se stesso′ creò poi l’universo dalla propria sostanza, facendo sgorgare le acque e piantando un seme che divenne un uovo splendente come il sole.

Dentro l’uovo galleggiante sulle acque nacque Brahma, che vi rimase nascosto per un anno intero.

Brahma divise poi l’uovo in due parti, costruendo il cielo e la terra e lasciandovi in mezzo le acque, le stesse da cui era nato il seme splendente. (La Zucca-Paolo Morganti-Chiara Nardo pagg.58/59)

Quanta storia dietro ad una zucca, l’ho scoperta solo da qualche anno, non appartiene alla cultura gastronomica di Trieste, la mia città; troppo poco lo spazio, troppo ostile la tipologia del terreno, così sassoso, di natura carsica.

La prima cenetta romantica che ho preparato per ello, sono stati proprio degli gnocchi di zucca, conditi con burro, salvia e ricotta affumicata… Solo più tardi scoprii che ad ello la zucca non piaceva, potere dell’ esordiente amore

Oggi ello la zucca la mangia, recalcitra ancora ma più per uno, ormai smascherato orgoglio maschile, che per convinzione.

Pensate che ha persino mangiato questa lasagna di tofu fatta col ragù di soia, besciamella di zucca e parmigiano vegano, ma chi ha detto che le persone non cambiano? Allora ho ancora qualche speranza? Vi voglio bene, siete così pazienti e comprensivi con me ;-)

L’ispirazione è arrivata dopo aver assaggiato, a Trieste, in un ristorante vegano che mi ha fatto conoscere la mia “compagna di San Nicolò”, una lasagna di tofu con ragù di verdure, buonissimo, lo dico senza esitare, uno dei piatti più buoni che abbia mai mangiato e va da sè che, appena uscita dal ristorante il mio neurone curioso abbia iniziato ad attivarsi.

Lasagna di tofu al ragù di soia e zucca pirofila-001

Ingredienti per la lasagna:

  • tofu morbido tagliato a fette sottili,
  • ragù di soia,
  • besciamella di zucca,
  • parmigiano vegano a modo mio,
  • olio extravergine di oliva,
  • sale affumicato
  • nastri di zucca a vapore per decorare.

Ingredienti per il ragù di soia:

  • granulare di soia,
  • brodo vegetale,
  • rosmarino,
  • sedano,
  • cipolla,
  • aglio,
  • la polpa della zucca ricavata dalla centrifuga,
  • peperoncino fresco,
  • sale.

Come fare il ragù di soia:

per reidratare il granulare di soia seguite le indicazioni sul pacco, io l’ho fatto bollire per 10 minuti in un brodo vegetale preparato al momento, ho spento e lasciato riposare.

Nel frattempo ho rosolato a parte la polpa di zucca in una padella con poco olio extravergine di oliva e uno spicchio d’aglio vestito che poi ho tolto, ho aggiustato di sale, ho profumato con un pò di rosmarino ed ho preparato la besciamella di zucca, anche se il nome è inappropriato, essendo questa besciamella senza latte e senza grassi.

besciamella alla zucca e ragù di soia-001

Ingredienti per la “besciamella di zucca”:

  • 200 ml. di centrifugato fresco di zucca,
  • 20 g. di amido di riso,
  • sale affumicato.

centrifugato di zucca

Centrifugato di zucca, a differenza delle carote, sia il succo che la polpa non ossidano e mantengono il colore.

Come fare la “besciamella di zucca”:

ho sciolto l’amido di riso in una parte di succo, ho mescolato per evitare grumi, ho aggiunto il resto del liquido e salato.

Ho introdotto la ciotolina nel microonde ed ho fatto cuocere a più riprese per pochi secondi, mescolando ogni volta, fino alla consistenza desiderata, ho messo da parte.

Parmigiano Vegano e le altre preparazioni:

il parmigiano vegano a modo mio l’ho preparato utilizzando i fiocchi di lievito che vengono usati nella ricetta classica, del tofu affumicato grattugiato, sale affumicato e un mix di semi tostati, ognuno per conto suo, che mi ha regalato una conoscente.

Per la decorazione ho tagliato con l’affettatrice dei nastri di zucca con la buccia e li ho cotti al vapore in microonde.

Non conoscendo le reazioni del tofu in forno e, temendo uno spatascio, ho preferito cuocere la lasagna in una pirofila con olio evo, olio che poi ho messo da parte per un’altra preparazione; lo spatascio non è avvenuto ed ho trasferito la lasagna nel piatto decorando con i nastri di zucca.

collage lasagna tofu

Spero, fino ad ora, di essere stata esaustiva, queste ricette le sviluppo più con l’ istinto che con la tecnica e la conoscenza, le dosi sono approssimative, se vi avanzano ragù, besciamella, nastri di zucca ecc, potere riutilizzarli per altre preparazioni, diciamo che questa è la cucina di casa.

In questa preparazione compare il sale affumicato, l’ho scelto perchè trovo che l’affumicato si abbini perfettamente alla zucca, regalando alla lasagna un sapore in più ma, se non amate l’affumicato a voi la scelta alternativa.

Assemblare la Lasagna:

io non ho trovato il tofu grande, probabilmente quel ristorante lo produce da se, quindi, ho unito 2 fette a formare una “sfoglia”.

Sulla base della pirofila ho messo un pò di ragù di soia mescolato con poca besciamella, ho posizionato le fette di tofu, ho aggiunto ragù di soia, besciamella, parmigiano vegano, un’ulteriore grattuggiata di tofu affumicato proseguendo per 3 strati.

Ho terminato con ragù, besciamella ed un abbondante strato di parmigiano vegano e tofu affumicato, ho aggiunto un pò di sale affumicato, un filo d’olio evo ed ho infornato, coperto per 10 minuti a 200°C. e, scoperto, sotto il grill per altri 5 minuti.

Ho trasferito la lasagna sul piatto e decorato con nastri di zucca e semini vari, provare per credere… Se lo dice ello ;-)

Lasagna di tofu al ragù di soia e zucca forchetta cornice2

Vi auguro una splendida settimana, splendida come il sole che illumina oggi il cielo di Udine e dintorni, il sole per me è vita.


Il Sushi di Godia (o Friulano) e una Storia d’Amore che dura dal 1887.

Sushi di Godia1

Ebbene si, il Sushi di Godia o Friulano, come l’ha intitolato Emanuele Scarello, Chef che tutto il mondo ci invidia e che vorrebbe avere nelle proprie cucine e invece no, Emanuele Scarello rimane qui, in Friuli, a Godia, nel Paese che un tempo era chiamato L’orto del Friuli e, considerando quanto sia cambiato il mondo, lo è ancora, essendo circondato da orti, campi e prati stabili sui quali poter scorrazzare liberi in primavera alla ricerca dell’erba e del fiore perduto da portare in cucina…

Mulino Godia-002

A Godia hanno mantenuto il mulino, nonostante tutto, a Godia continuano a coltivare le famose Patate di Godia, alle quali viene dedicata un’importate sagra: per giorni i volontari del paese pelano patate e preparano gnocchi che, parola mia e di ello, se li mangiate non li dimenticate mai più…

Ed è proprio a Godia che, nel 1887 , nasce la bellissima storia d’amore che dura tutt’oggi.

Dopo il corso mi sono fermata a chiacchierare con il Signor Tino, e mi sono fatta raccontare un pò di storia, tralascio i nomi.

Agli Amici diploma1

Nel 1887, alla fine del rapporto di lavoro non esisteva la liquidazione o la buona uscita e, al bisnonno del Signor Tino, dopo aver prestato servizio alla Guardia Reale, venne data in concessione la Licenza di Coloniali: *La licenza è un premio concesso a chi ha ben meritato per attività e rendimento in servizio*; tale licenza pemetteva la vendita di liquori, vini, sigarette ecc. (qui varrebbe la pena fare un ripasso di storia ed approfondimento).

L’attività de Agli Amici  iniziò così, il negozio era diventato il ritrovo degli abitanti del paese, sia per acquistare ciò che il negozio offriva, sia per bere un bicchiere di vino, fumare una sigaretta o bere un caffè dopo le lunghe giornate di lavoro nei campi.

Viene da se che, a stomaco vuoto, bere e fumare, non sia salutare quindi, ecco l’idea di offrire alc di gustâ; io, nel 19887 non c’ero ancora (1954 ;-) ) ma immagino, patate, polenta, salame, salam cun l’asêt (salame con l’aceto), formadi (formaggio), uova e quant’altro potesse aiutare il vino a scendere meglio in gola e quanto a quei tempi ci fosse a disposizione.

La concessione passò di generazione in generazione, dopo il bisnonno toccò al nonno di Tino che portò avanti l’attività con l’aiuto delle 2 figlie, una delle quali sposò uno Scarello, il padre del Signor Tino che convolò a nozze con la splendida Signora Yvonne, Cuoca eccelsa che ha trasmesso al Figlio Emanuele la passione per la cucina.

Mi sembra di vederlo sbucciar patate, sgranar fagioli e piselli, lavare pentole sotto lo sguardo attento ed amorevole della mamma; mi sembra di sentire la Signora Yvonne dire ad Emanuele: frût, vami a cjapà su jarbis t’al cjamp (bambino, vai a raccogliermi erbe nei campi)(spero di essere stata friulanamente corretta ;-) )

Poi Emanuele decise che quella era la sua strada, la catena d’amore che era arrivata fino a lui non doveva finire e diventò, assieme alla sorella Michela, ognuno col proprio importante ed indispensabile ruolo, un altro anello importante.

Emanuele voleva fare le cose bene, era curioso di imparare, di conoscere altre cucine, voleva dimostrare a se stesso che, anche fuori dalla cucina di mamma, lui sarebbe diventato un grande Chef e, mentre a Godia, il canto del gallo continuava a scandire le giornate, Emanuele, a fianco di grandi Maestri, imparava il mestiere, con la stessa umiltà ed entusiasmo che lo caratterizzano tutt’ora, ora che anche lui è uno Chef famoso.

Non so se altri anelli si aggiungeranno a continuare questa tradizione ma intanto so che il figlio di Emanuele, ogni tanto, scuola permettendo (l’istruzione è alla base di tutti i mestieri), una capatina in cucina la fa e so anche che gli vengono affidati compiti importanti, chissà, staremo a vedere ;-)

Mi sto dilungando, lo so, è l’ accantolacamino’s style ma ora arrivo alla ricetta, ricetta che apre la serie, idee veloci, da fare per le feste che stanno arrivando, per le prossime sarò breve, parola di lupetto…

Sushi Godia scritta lavagna

Ingredienti per il Godia’s Sushi (in sequenza):

  • patate di Godia bollite e schiacciate,
  • filetto d’orata freschissima tagliato con taglio sushimi*,
  • sale di Pirano o Maldon,
  • brovada grattugiata finemente,
  • olio nuovo istriano (lo si evince dal colore),

collage

Come fare il Godia’s Sushi:

*procuratevi un’orata freschissima (si può fare) o un filetto, tagliatelo a sushimi che, come insegna Juja Nitta, che fa parte della Brigata di cucina del Ristorate Agli Amici che, essendo Giapponese,  di cultura di tagli del pesce la sa lunga.

Taglio Sushimi significa un taglio più grosso del taglio Sushi e, per dirla tutta, il taglio Sushimi si applica per il pesce dalla carne più morbida e/o più grassa (Juja correggimi se sbaglio, anche in Giapponese, ti capirò, promesso :-D ).

Grattugiare finemente la Rapa da Brovada ed iniziamo a impiattare mettendo alla base del piatto un pò di composto di patate, un pezzetto di filetto di orata, aggiungere qualche fiocco di sale, un pò di brovada, irrorare il tutto con l’olio nuovo Istriano e godetevi l’estasi di un piatto semplice ma ricco di storia, di amore per la cucina, la nostra cucina che è, in fondo, la cucina del mondo perchè l’amore per la cucina si dimostra aprendo gli orrizzonti, permettendo ad altre culture di entrare nei piatti della nostra tradizione, si, questa è storia, è cultura, è la cucina che mi piace, questa è l’Italia che mi piace, tutto il resto è scotto…

Preparazione sushi Godia

Chi mi legge e frequenta il mio blog sa già che sono tante le cose che avrei voluto aggiungere ma c’è tempo, c’è tempo… Vi auguro un sereno fine settimana♥


♥Dolce Povero di Zucca e Bruscolini♥: La Zucca nel Mondo Contadino.

torta zucca mele  alto-001

La ricchezza di una ricetta ♥povera♥ sta proprio nella sua storia, nel suo significato, sta nella fantasia e nell’amore di chi l’ha pensata e preparata, nei pochi ma preziosi ingredienti che si trovavano in dispensa.

Questa racconta di una povertà estrema perchè è senza uova, senza latte, senza burro, senza zucchero (io ho spolverizzato sopra un cucchiaio di zucchero di canna ma si può evitare) ma è anche attuale perchè è senza glutine.

Oggi la scelta del senza è dettata più dalle intolleranze o da scelte di vita che escludono dalla propria alimentazione prodotti provenienti dal mondo animale, piuttosto che dalla necessità, ma un tempo era una scelta obbligata e, come introduzione alla ricetta, voglio condividere queste righe, tratte da un libro che ho da tempo.

zucca

Musquèe de Provence (dal campo di Milva, la mia Contadina di fiducia)

Prima di abbandonare la precarietà della vita contadina, la zucca ha scandito, non diversamente da altre piante alimentari, il ritmo delle stagioni nelle campagne.

La sucàra, o il sucàro, veniva costruito alla meglio vicino alla modesta casa, come riparo per attrezzi e animali; era sufficiente lasciar muovere in libertà, lungo un pergolato, una pianta, oppure usarne le foglie palmate a copertura di un vecchio portico.

“Te si’  sicuro come soto ‘na zucàra” si usava a indicare situazioni di insicurezza: le foglie di queste erbacee, pur robuste, possono offrire ben poca salvezza.

Le abitazioni d’altronde, per molti, non erano in migliori condizioni: “Le par baràche che ghe piove zò da par tuto, come su un sucàro”, cioè ‘sembrano baracche dove piove dentro dappertutto, come una zuccaia’.

Non c’era orto vicino a casa o campo che non ospitasse le piante serpentine e i loro generosi frutti, tanto più se si seguivano i consolidati proverbi: “la prima zobia d’april, metè le zuche che le vien come un baril”, “il primo giovedì d’aprile, piantate le zucche, cosicchè crescano grandi come un barile”, o “suche e fien, in t’un mese le vien”, “zucche e fieno crescono in un mese”.

Ma attenzione però, perchè “Dopo l’Annunziata la zuca sia posta o nata”, e “Da Santa Caterina le zuche le va in farina”.

Con l’arrivo dell’autunno i ritmi della natura, così come quelli della vita contadina; all’imbrunire, dopo una cena modesta, alla ricerca di un luogo caldo dove trascorrere in compagnia le ultime ore prima del riposo, le famiglie venete si riunivano a perpetuare la secolare tradizione del filò, ovvero una delle più antiche e popolari forme di socializzazione, grazie alla quale sono giunte a noi, oralmente, storie e leggende.

Tra il tepore procurato dal respiro degli animali nelle stalle, illuminate dalla tremolante luce di un fuoco o di una lucerna ad olio, le donne ricamavano e rammendavano.

Gli uomini costruivano, sorretti dall’esperienza e dall’ingegno, gli attrezzi necessari al lavoro, i bambini ascoltavano storie straordinarie, se l’annata era stata baciata dalla misericordia divina, a conferire tono ai canti e alle chiacchiere circolava un buon bicchiere di vino, un pò di patate dolci, castagne e zucca cotta e profumata, adattissima a soddisfare per intero molti convenuti o le famiglie più numerose.

Anche arrostita sotto la cenere, veniva offerta ai vicini accorsi in aiuto durante le giornate di lavoro più intenso.

Nelle varietà meno pregiate, la zuca porzeèra (la zucca dei maiali) serviva bene anche all’alimentazione degli animali durante l’inverno.

Anche la pianta della suca dal col o suca bever, che ancora il Boerio definisce “specie di fiasco formato da guscio di zucca che adoprano gli accattoni viandanti e dove portano la loro bevanda” era coltivata, fino a non molto tempo fa, nelle campagne venete; se ne ricavavano borrace e fiaschi da portare appresso, colmi d’acqua fresca o di vino, durante i lavori agricoli, ma in casa serviva anche per sbattere la panna e fare il burro, per conservare lo strutto e trasportare l’acqua dalla fontana.

Zucche di dimensioni più modeste diventavano, invece, vasi per fiori; recisa la parte superiore del collo, la zucca era messa ad essicare in penombra.

Un cucchiaio o un risciacquo con l’acqua serviva a liberarla dalla polpa ormai secca, la corteccia, fattasi sempre più simile al legno, veniva poi fatta impregnare di vino scadente perchè “sazia non assorbisse poi quello buono.

Ortaggio così familiare alla storia contadina, la Cucurbita entra insomma a buon diritto nei proverbi e modi di dire, nelle cantilene per i bimbi e nelle cante che scandivano il duro lavoro quotidiano.

Gli esempi, con variazioni spesso inconsistenti, si raccolgono un po’ in tutte le regioni d’Italia; altre ancora erano solo gustose “conte”, ad uso dei giochi, dal significato lontano ma dal ritmo interminabile o, come nel Veronese, quando le nenie erano null’altro che la cronaca della realtà:

“se magna de genaro
de genaro la se còse par le pute e par le spose
ma la magna anc’el paròn, e mi vago a sbrindolòn
a cercar la carità
gnanca un soldo a mi me dà”
ovvero:
‘la zuca si mangia a gennaio
in gennaio si cuoce
per le ragazze e le spose
ma la mangia anche il padrone,
mentre io vado in giro
a cercare la carità
ma non mi dann neanche un soldo”

Durante le lunghe sere d’inverno, ai bambini irrequieti gli anziani raccontavano storie paurse e fantastiche, sollecitati da qualche insofferente “Contaghe quèa de Barba (zio) Sucon”: qualsiasi storia andava bene, purchè i piccoli stessero tranquilli.

Per i burloni, poi, era sempre uno spasso presentarsi al filò facendosi annunciare da un lungo bastone bardato a dovere con un vecchio lenzuolo e una testa di zucca, a ricordare presenze inquietanti.

E tra un racconto e uno scherzo, ai bambini piaceva riascoltare la storia di Cenerentola e di quella zucca resa nobile e famosa per essersi trasformata in una lussuosa carrozza.

zucca interno1

Zucca Musquèe de Provence interno (sembra una bocca spalancata)

Ingredienti per uno stampo da plum cake da cm. 23P/10L/6h:

  • 500 g. di polpa di zucca,
  • 150 g. di farina di grano saraceno,
  • 70 g. di mirtilli rossi disidratati( o uvetta),
  • 2 mele (1 e 1/2 per il composto, mezza per la decorazione),
  • 6 prugne secche o a piacere,
  • un cucchiaino da te di zenzero fresco grattugiato,
  • 1 pizzico di sale,
  • semi di zucca tritati o pane grattugiato o biscotti secchi tritati per la teglia,
  • burro di soia o vaccino per la teglia.

vapore microonde LIDL

Foto da qui (il mio era al lavaggio).

Come ho fatto:

ho acceso il forno a 200°C., ho lavato bene sotto l’acqua corrente i mirtilli rossi e li ho messi, coperti con l’acqua, nella parte bassa della”caccavella” nella foto e, nella parte dove vedete le patate, ho messo la polpa di zucca tagliata a pezzi piccoli, ho coperto ed azionato il microonde alla massima potenza (il mio 850) per 10 minuti.

collage

Ho scolato e messo nel bicchiere del minipimer ed ho frullato il tutto (vedi collage) aggiungendo un pizzico di sale e 3 prugne secche (lavate in precedenza, la frutta disidratata, l’uvetta &C. vanno lavati benissimo prima dell’uso).

Ho unito al composto la mela grattugiata a julienne (grossa) ed ho unito la farina amalgamando bene.

Ho unto lo stampo e l’ho spolverizzato con semi di zucca tritati finemente, ho versato il composto, ho decorato con fette rotonde di mela (biologica) e riempito i fori lasciati dal torolo con pezzetti di prugna secca, ho spolverizzato con 1 cucchiaio di zucchero di canna (che si può omettere) ed ho infornato per 45/50 minuti.

Ho sfornato e rovesciato il dolce affinchè non si afflosciasse troppo, l’ho fatto intiepidire e l’ho rirovesciato sul piatto di portata.

Servire tiepido o, dopo averlo ripassato in forno per qualche minuto: consiglio e valutazione di ello ;-)

torta zucca mele fetta

Quelli della mia generazione, forse ricordano i “bruscolini”, semi di zucca tostati e salati che accompagnavano le serate davanti alla tv o la domenica pomeriggio al cinema.

Sono la conferma che della zucca non si butta nulla, come per il maiale, cultura saggia, cultura antica;  della zucca si consumano anche i filamenti (Lisa Casali docet), io li ho conservati per utilizzarli in una prossima preparazione.

bruscolini

Ingredienti per i bruscolini:

  • semi di zucca,
  • sale marino integrale.

Come fare:

preriscaldare il forno a 200°C., rivestire una teglia bassa e larga con carta forno, ripulire bene i semi dai residui dei filamenti, lavarli bene sotto l’acqua corrente, scolarli, tamponarli lasciandoli umidi e, in una terrina farli saltare assieme al sale affinchè ne assorbano una quantità sufficente ma non eccessiva.

Stenderli sulla teglia ed infornare avendo cura di scuotere la teglia di tanto in tanto; saranno sufficenti 15/20 minuti, quando inizieranno a scoppiettare saranno pronti.

Sfornare e gustare, caldi o freddi, il giorno dopo sono ancora più fragranti.

bruscolini1


Ravioli al cacao ripieni di purea di Fragole conditi con panna e fave di cacao.

Raviolo n

  • 250 g. di farina Manitoba setacciata (Raffaello consiglia di setacciare sempre le farine),
  • 100 g. di farina di semola rimacinata,
  • 50 g. di cacao,
  • 5 g. di sale,
  • 30 g. di olio EVO,
  • 200 g. di acqua tiepida (30°C.).

Come fare la pasta:

mettere in una boule le farine ed il cacao ed aggiungere, mescolando ed impastando come al solito, tutti gli ingredienti, formare un panetto, avvolgerlo nella pellicola e lasciarlo riposare in frigorifero 2 ore o più (io l’ho fatta il giorno prima).

Vi do un consiglio personale: aggiungere qualche goccia d’olio in più, il cacao tende a seccare la pasta.

collage ravioli cacao fragole

Collage ravioli versione pasta al cacao ripieni di purea di fragole con panna e fave di cacao.

Quando avete lapasta pronta potete dedicarvi alla purea di frutta per il ripieno; questo sistema per ottenere la purea di frutta è geniale per conservare la frutta, fare marmellate o guarnizioni.

Ingredienti per il ripieno:

  • 1 kg. di polpa di frutta, in questo caso fragole,
  • 100 g. di zucchero (il 10% ).
  • 10 g. di pectina per kilo di polpa di frutta ottenuto (se non l’avete adoperare il fructapec, 1 cucchiaio va bene),
  • 5 g. di agar agar per kilo di polpa di frutta ottenuto.
  • pectina ed agar agar vanno sciolti a parte ed aggiunti alla purea.

Come fare il ripieno:

lavare la frutta, eliminare semi, noccioli e piccioli e metterla in un tegame col 10% di zucchero, cuocere e frullare.

Pesare la polpa ottenuta e rimetterla al fuoco con le proporzioni di pectina e agar agar (vi assicuro che il grammo più o meno non sarà rilevante per la riuscita), cuocere per 15 minuti.

Versare il composto in una teglia e far raffreddare in frigorifero; frullare prima dell’uso; se volete ottenere una marmellata versare la purea calda in vasi sterilizzati chidendoli e capovolgendoli come si fa solitamente; otterrete una marmellata buona, non troppo dolce con la maggior parte delle vitamine ancora intatte.

  Fragola zio-001

Ingredienti per il ripieno:

  • 1 kg. di polpa di fragole,
  • 100 g. di zucchero (il 10% ).
  • 10 g. di pectina per kilo di polpa di frutta ottenuto (se non l’avete adoperare il fructapec, 1 cucchiaio va bene),
  • 5 g. di agar agar per kilo di polpa di frutta ottenuto.
  • pectina ed agar agar vanno sciolti a parte ed aggiunti alla purea.

ravioli cacao forchettina-001


Tagliatelle al caffè con panna e Zafferano dell’Aquila.

tagliatelle caffè zafferano1-1

Sono cresciuta respirando l’ aroma del caffè, traportato per le strade dalle raffiche di bora .

Trieste, la ricordo come la Città delle torrefazioni, il caffè ha dato lavoro a molte persone: in porto arrivavano navi cariche di caffè, destinate alle torrefazioni e al Commercio con il Nord Europa.

Quando si rompeva accidentalmente un sacco, gli scaricatori ne mettevano in tasca una manciata e, manciata dopo manciata, avevano la quantità per riempire la vecchia tostatrice casalinga, il profumo che si espandeva nelle trombe delle scale svelavano il segreto…

antica tostatrice casalinga

Foto dal Web.

Da bambina, quando la mamma o la nonna mi accompagnavano a casa di qualcuno chiedevo di poterlo macinare io, nei vecchi macinini di legno, che soddisfazione aprire il cassettino e vedere quanto ne avevo macinato.

macina-caffe-vecchio-

Foto dal Web (il macinino era proprio così).

Ora che ci penso, il caffè mi assomiglia: dolce, amaro, qualche volta acido, c’è chi lo ama incondizionatamente, chi lo evita perchè rende nervosi, chi ama assaporarlo di tanto in tanto, il caffè è un vizio privato, una pubblica virtù…

Ma ora passo alla ricetta che, me ne rammarico, non è inedita, se ne stava lì, confusa in mezzo ad altre tagliatelle, era ora che trovasse uno spazio tutto suo.

É una ricetta che amo particolarmente, un esperimento riuscito, ricordo che l’avevo fatte più col cuore che con farina e caffè.

Ingredientiper la pasta:

  • 90 g. di farina 00,
  • 10 g. di caffè macinato,
  • 1 uovo intero + 1 cucchiaino di uovo sbattuto (il caffè ne ha assorbito di più),
  • pizzichino-ino di sale.

Ingredienti per il condimento allo zafferano:

  • panna fresca, anche di soia se siete intolleranti al lattosio,
  • pistilli di zafferano dell’Aquila.

Colage tagliatelle caffè zafferano-1

Come fare:

per la pasta procedete alla vostra maniera, per il condimento ho riscaldato la panna ed ho messo in fusione i pistilli, le ho trovate divine, temevo fossero amare invece no, il sentore di caffè unito allo zafferano è sublime, è nato un amore.

Lo Zafferano dell’Aquila è un gentile omaggio di Emanuela che ringrazio di cuore, ha avuto davvero un bellissimo pensiero.


Finocchi gratinati al forno con le nocciole: raffinatezza nella cucina di casa (di Tiziana).

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In questi anni da queste parti sono passate molte entità, oggi ho scosso l’ albero, come si fa quando si vogliono far cadere le foglie secche, ebbene, le foglie rimaste non sono molte ma sono quelle più tenaci, fra queste c’è Tiziana che dall’inizio mi è stata vicina, nel bene e nel male, andando oltre le apparenze e cogliendo sempre, in ogni occasione, il bene che c’è accantoalcamino che, in questo virtual-mondo di detrattori sempre e comunque, ha del miracoloso.

All’inizio della mia avventura mi aveva mandato anche questa ricetta, Tiziana è l’artista che, chi mi segue, conosce.

Ho citato più volte i suoi quadri, facendoli diventare i scenari di alcuni dei post a me più cari.

Ormai l’autunno si è incamminato sulla via dell’inverno, col suo cesto di ortaggi, tra questi i finocchi, i protagonisti di questa ricetta.

Finocchio Milva coltello-001

Ingredienti:

  • 2 Finocchi (grandi),
  • 10 Pomodorini Ciliegini o Datterini o Piccadilly,
  • 100 g. di nocciole,
  • sale,
  • peperoncino,
  • aglio in polvere,
  • Parmigiano Reggiano,
  • olio evo.

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Come fare:

preriscaldare il forno a 200°C.

Ungere una teglia da forno o coprirla con l’apposita carta, lavare e tagliare a spicchi i finocchi e i pomodorini.

Dopo averli disposti nella teglia, salare, spolverizzare con l’aglio, aggiungere il peperoncino , il parmigiano grattugiato e le nocciole tritate grossolanamente.

Coprire la teglia con la stagnola ed infornare per 20’, togliere l’alluminio e rimettere in forno per altri 20’.

Prima di servire irrorare con un filo d’olio.

Ecco, per oggi è tutto, alla prossima.


Zuppa con chiodini, patate, zenzero e salsa di soia, anticipo d’autunno un pò multietnico.

Zuppa chiodini e zenzero nuova

 

Questa zuppa la faccio ogni anno, questa della foto risale al 2009, eravamo più in là con la stagione, infatti è fotografata assieme alle pere cotogne e le castagne.

La presenza dello zenzero, del coriandolo e della salsa di soia regala a questa zuppa un sapore orientale, gradevole e non invadente, da provare tutto l’anno anche con champignon, funghi secchi e congelati, così vi sembrerà di andar per boschi anche quando la stagione non lo permetterà.

Durante la passeggiata di domenica, dedicata più che altro alla raccolta delle castagne, mi sono imbattuta in 1 porcino e qualche chiodino, quel tanto che mi è bastato a rifare questa zuppa che avevo sperimentato anni fa, in più ho aggiunto il coriandolo fresco trovato al mercato all’ingrosso.

Chiodini cestino-001

Ingredienti (le quantità sono quelle da me usate):

  • 1 porcino,
  • chiodini,
  • 1 patata grande,
  • 1 cucchiaino di zenzero fresco grattugiato,
  • 1 cucchiaino da te di salsa di soia,
  • 1 spicchio d’aglio,
  • 2 cucchiai di olio evo,
  • 1/2 litro di brodo vegetale,
  • coriandolo fresco tritato alla fine (sostituibile con il prezzemolo).

zuppa chiodini patate coccio_picnik

Procedimento:

pulire i funghi dai residui di terra con uno spazzolino ed immergerli in acqua calda per 1 quarto d’ora, scolarli e tagliarli a fettine sottili.
Sbucciare le patate e tagliarle a cubettini, grattugiare la radice di zenzero.
Rosolare in un tegame di coccio l’aglio nell’olio evo, eliminarlo e far insaporire i funghi con le patate, unire lo zenzero e la salsa di soia, mescolare e coprire con il brodo.
Cuocere per 15 minuti, far riposare la zuppa per 5 minuti e prima di servire cospargerla con il coriandolo tritato.
Buona giornata a tutti, alla prossima.

Pasta alla Norma che più alla Norma non si può, col tocco Friuliano, il Formadi Frant.

pasta alla Norma

Era da molto tempo che avevo un sogno nel cassetto, sognavo di fare la pasta alla Norma, ma non la solita Norma la volevo ancora più Norma.

melanzane Milva1

Le melanzane per questa pasta le ho raccolte personalmente nel campo della Milva (non sono quelle della foto), la stagione ha rallentato di molto la produzione, ma adesso, piano piano si inizia a raccoglierle ogni giorno.

Il basilico è mio e c’ è anche nelle tagliatelle, ed è per questo che ho scritto: che più Norma non si può, perchè nell’impasto delle tagliatelle c’è la polpa di melanzana ed il basilico.

La passata di pomodoro che ho adoperato ed adopero sempre è esclusivamente la passata Pomì L+ che, dal contest dell’anno scorso che me l’ha fatta conoscere, adopero sempre ed è graditissima ad ello.

La ricotta salata contemplata nella ricetta originale l’ho sosituita col Friulanissimo  Formadi Frant presidio Slow food che è saporito al punto giusto e con questa preparazione ha familiarizzato immediatamente.

Ormai chi frequenta questo blog conosce già la mia tendenza ad unire l’Italia, per quel che posso, almeno nelle ricette, io amo l’Italia e la rispetto ed è per questo che non dovete prendervela a male se a volte unisco e stravolgo con amore e passione le ricette della tradizione, ma di questo ho già parlato, ora voglio parlare di lei, della straordinaria pasta alla Norma.

La ricetta l’ho presa qui e dallo stesso sito riporto il breve trafiletto che spiega in poche parole l’origine del nome di questa pasta:

la pasta alla Norma è originaria di Catania, in Sicilia, e pare che il suo nome sia stato dato per la prima volta tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 da Nino Martoglio, commediografo catanese.

Martoglio definì infatti questa pietanza una “Norma”, paragonandone la sua bontà all’omonima opera lirica di Bellini.

Io ho voluto preparare anche la pasta con le melanzane nell’impasto, ho adoperato la polpa ricavata col metodo Raffaello, avvolgendo le melanzane ad una ad una nella pellicola e cuocendole al Microonde per 10 minuti, le mie melanzane erano quelle lunghe e non molto grandi ed ho ridotto il tempo a 6/7, di seguito la ricetta originale, tra parentesi le mie dosi e varianti.

ing. pasta Norma-001

Ingredienti per 4 persone (1 e 1/2):

  • 1 Cipolla (1 cipollotto fresco),
  • 10 foglie di basilico fresco (5),
  •  2 melanzane (1 melanzana rotonda piccola per contenitore + 4 lunghe piccole per impasto tagliatelle e condimento),
  • olio extravergine di oliva,
  • pepe, quanto basta a piacere (peperoncino rosso fresco di Milva),
  • 800 g. di pomodori pelati meglio freschi ( mezza bottiglia di passata POMÍ L+
  • 200 g. di ricotta salata (50 g. di Formadi Frant),
  • sale grosso, quanto basta,
  • 400 g. di pasta (tipo a piacere) (io ho preparato le tagliatelle).
  • olio di semi di arachide per friggere (la ricetta originale dice extravergine di oliva),

tagliatelle con polpa di melanzane e basilico

Ingredienti per le tagliatelle alla melanzana (premetto che le dosi sono insolite perchè tutto è partito dalla quantità di polpa di melanzana ottenuta, 133 g., appunto):

  • 133 g. di polpa di melanzana cotta ottenuta come indicato sopra,
  • 2 foglie di basilico fresco,
  • 135 g. di farina di Kamut,
  • 3 cucchiai di albume,
  • 1 pizzico di sale.

tagliatelle alle melanzane

Come fare la pasta:

Dopo aver ricavato la polpa delle melanzane, metterle nel bicchiere del frullatore insieme al basilico e ridurre a crema, aggiungere l’albume ed amalgamare.

In una ciotola unire la farina ed il sale e formare un panetto che metterete a riposare in frigorifero per 1 ora.

Alla fine del riposo, formare le tagliatelle, i puristi col mattarello, gli altri con la nonna Papera che ha sempre il suo perchè.

Come preparare il condimento e la melanzana contenitore:

appassire il cipollotto in olio evo, unire qualche strisciolina di peperoncino rosso fresco ed insaporire, aggiungere la passata di pomodoro, aggiustare di sale e portare a cottura senza far asciugare troppo il sughetto, verso la fine unire le foglioline di basilico spezzettate con le mani e mettere da parte.

In abbondante olio di arachidi profondo a 160/170°C. (max,) friggere le melanzane tagliate a cubettini.

La melanzana contenitore va tagliata a 3/4 lasciando la parte col picciolo che farà da coperchio, la base della parte contenitore va regolata per farla stare appoggiata

Il coperchietto, mentre si frigge,  va tenuto per il picciolo perchè deve rimanere sodo e non perdere il colore, la parte inferiore va rigirata cercando di friggere l’interno che poi rilascerà sapore ala preparazione.

Scolare a testa in giù sulla carta assorbente e far raffreddare, salare all’interno l’involucro di melanzana dopo che avrà eliminato l’unto.

Finiamo il piatto:

cuocere le tagliatelle in abbondante acqua salata, scolarle e saltarle con la salsa di pomodoro, unire le melanzane a cubetti, inserire la pasta nella mezza melanzana e grattuggiare il formadi frant o, se la avete, la ricotta salata.

Per quelli che ♥mai senza Parmigiano Reggiano♥, vada per il Parmigiano Reggiano, però che sia invecchiato 36 mesi.

Fermarsi un minuto ad osservare questa meraviglia, fare un bel respiro ed assaporare tutto fino alla fine, involucro compreso.

Edizione straordinaria: ello che non va matto per le melanzane, ha detto: da rifare, ed io, cosa posso fare se non rifarla?

pasta Norma alto-001

Pasta Norma con grattugia da brovada, tipicamente friulana.

Buona domenica


Tarte Tatin Rustica con Pasta Fillo, di Nespole e Mango, Multietnica ed un pò Friulana.

Tatin di nespole col cuore di mango.-001

Stamattina, incuriosita dalle visite a questo post, sono andata a rileggermelo e mi sono commossa ed ho pensato tra me e me: sei rimasta sempre quella bambina sola, spaurita ed impalata in mezzo all’ atrio, in fondo il mondo è un atrio, dove la gente si incontra e poi sceglie la stanza dove andare e con chi, io da allora sono rimasta lì.

Ma, come non mi perdevo d’animo allora, inventandomi giochi, correndo con la mia biciclettina, andando a raganelle col secchio, giocando col mio gatto Gigi e la mia cagnolina Diana, aiutando papà nell’orto o guardarlo pescare i bisati (anguille) nel Rio Ospo o aiutando la mamma a fare gli gnocchi, nemmeno ora mi perdo d’animo e così, l’altro giorno, mi sono fatta coraggio e sono andata in canonica a chiedere al parroco se potevo raccogliere le nespole dell’asilo (quello della gattina Celeste, ricordate?).

albero di nespole asilo

Era da un pò che le osservavo maturare, ho aspettato troppo ed il raccolto è stato miserello; dalla strada sembravano belle ma erano già troppo avanti.

Le ho subito pelate, ho eliminato la pellicola che contiene i semi, che ho messo a seccare al sole con i quali preparerò il Nespolino (idea regalo per i colleghi/amici di ello per Natale).

noccioli di nespola del Giappone

Le nespole più grandi, volevo dire belle ma non me la sono sentita, le ho messe da parte per questa tatin, con le altre ho preparato una marmellata come si fa di solito, aggiungendo soltanto un pò di macis (l’involucro della noce moscata) per aromatizzarla.

Una tatin multietnica perchè è fatta con le nespole del Giappone, il mango che è originario della Malesia (era il cibo preferito da Sandokan ;-) ),  la tatin della Francia, la pasta fillo della Turchia e, tra un foglio e l’altro di pasta fillo c’è il mais tostato e tritat0 che regala a questa ricetta croccantezza e friulanità, ecco là!

mais tostato e macinato gallina

Mais tostato salato, intero e macinato.

Il tempo fugge e allora ecco la tatin rustica, non so se è bella ma so che è tanto buona, ello l’ha gradita e si è lamentato della quantità e, se piace a ello c’è da fidarsi, sofistego e diffidente com’è…

Ingredienti per una pirofila quadrata di 12 cm. di lato:

  • 16 nespole del giappone, pelate, snocciolate e private della pellicola che li contiene,
  • 16 palline di polpa di mango ricavate con l’apposito scavino,
  • 2 cucchiai rasi di zucchero di canna per la base della pirofila,
  • burro q.b (potete adoperare quello di soia se siete intolleranti al lattosio) per caramellare lo zucchero e per pennellare la pasta fillo,
  • 2 cucchiai di mais totato salato macinato nel frullatore o macinacaffè (lo trovate nel banco degli stuzzichini per aperitivi).
  • 4 fogli quadrati di pasta fillo di 20 cm. di lato + 3 strisce per il bordo,
  • spago da cucina per fermare il bordo.

Come fare:

io ho adoperato la pirofila quadrata di vetro ma, se voi avete una cocottina per tatin o altro, fate pure rivedendo le proporzioni degli ingredienti.

Mettere la pirofila sul fornello sopra una retina spargi fiamma e far sciogliere lo zucchero col burro, adagiare le mezze nespole con il buco verso l’alto e farle caramellare per qualche minuto, mettere al centro di ogni mezza nespola una pallina di polpa di mango e richiudere con l’altra mezza nespola, cospargere con poco zucchero di canna e far cuocere ancora per qualche minuto, spegnere il fuoco e lasciar intiepidire il tutto.

Nel frattempo preriscaldare il forno a 200°C.,  macinare i semi di mais, tagliare i fogli di pasta fillo conservando le strisce che andranno messe dopo la prima cottura.

Spennellare col burro fuso ogni foglio, alternandolo con un sottile strato di mais macinato ed appoggiare tutto sopra la frutta ripiegando i lembi verso la base interna della pirofila, come se doveste rimboccare le coperte al vostro bambino, per intenderci…

Spennellare la superficie con altro burro fuso ed infornare, in questa fase io copro la teglia con carta forno e la scopro dopo 15 minuti, quando abbasso la temperatura a 180°C., sfornare e, senza scottarvi, capovolgere la tatin.

Tatin prima della seconda infornata

Prima dell’ultima infornata.

Prendere le strisce di pasta fillo, senza imburrarle e girarle attorno alla tatin fermandole alla base con lo spago da cucina ed infornare per qualche minuto fin quando vedrete i bordi croccanti e colorati.

interno tatin nespole mango1

Non temete che la tatin si asciughi troppo perchè la frutta mantiene la preparazione umida e succosa, provate se vi va.

interno tatin nespole mango-001

Per oggi è tutto, vi lascio in compagnia di Perla che vi porterà a fare un giro sul tetto♥

Perla Velux


Brownies con Amarena, in un sol boccone, col tocco Romantico di Francesco Massenz dalla Divina Cucina♥

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Se Dante Alighieri fosse ancora qui, gli commissionerei : La Divina Cucina, senza inferno, né purgatorio, soltanto il Paradiso e gli direi di aggiungere il decimo cielo e lasciarlo scrivere a me per lasciarmi posizionare chi dico io.

Questo nella fantasia ma nella realtà, tra me e me,  io ho già disegnato il decimo cielo della Divina Cucina…

Forse è vero che sono fortunata, perchè non è facile né consueto entrare nelle cucine stellate, conoscere Chef stellati, relazionarsi con loro e, soprattutto imparare da loro, soprattutto per chi, come me, non è nessuno.

Non è consuetudine osservare l’Allegra Brigata al lavoro, forse Allegra Brigata, non suona carino ma, in questo caso credetemi, allegra brigata è perfetto.

Ovvio che i sorrisi, gli scherni, battute e goliardie, al momento del servizio o delle preparazioni, si trasformano in concentrazione, diligenza e attenzione per poi, alla fine, ritornare come prima.

Sarà che io, per tutta la mia vita lavorativa, ho cercato, oltre all’impiego anche una famiglia, credo faccia parte della mia natura, quella sbagliata, lo ammetto, di cercare il rapporto umano sempre e ovunque, senza contare che di me alle persone non poteva (può) fregardemeno e che, evidentemente l’Antipatia è nel mio DNA e chi mi sta intorno percepisce subito.

Credo sia anche per questo che per me andare ai corsi degli Amici di Godia, sembra di entrare in un sogno, fermarmi a parlare con la mamma Yvonne, bravissima, competente e bella come il sole, guardare i “Ragazzi” intenti nelle loro postazioni, ascoltare le battute del neo-papà Raffaello, scambiare quattro chiacchiere con Michela, indaffaratissima e sempre impegnata a far sì che tutto sia perfetto.

Anna e Francesco-002

Anna e Francesco.

Per non parlare di Anna, bellissima, bravissima, discreta, elegante, di quell’ eleganza naturale che non si può improvvisare, sembra quasi che Anna fosse predestinata a far parte dello staff.

Ogni volta, ai corsi, quando passa (non amo la parola serve) per l’assaggio finale, sceglie per me il più fotogenico e questo lo apprezzo molto…

Ricordo che, quando stavo preparando il post per la serata della consegna della seconda stella, ho girellato un pò nel web a cercare informazioni e sono incappata in uno di quei siti nei quali chicchessia si eleva a “giudice” e dice la sua, anche se non sa neanche di cosa, di chi e di dove stia STRaparlando…

Avevano attirato la mia attenzione gli aggettivi: asettico, freddo, impersonale e mi sono stupita.

Forse che il/la scrivente fosse abituato/a a ristoranti tipo la parolaccia di Roma? Dove la pacca sulla spalla e un bel vaffa sono “er più der mejo”?

Io credo invece che, la discrezione, l’eleganza, il minimalismo negli arredi, siano segno di educazione, rispetto, pulizia ed eleganza.

L’aggettivo freddo proprio non appartiene agli Amici di Godia, né negli arredi, né nel servizio, anzi, tra gli arredi si possono intravedere evidenti indizi di attenzione e calore umano.

Un Crocifisso, messo in un punto un pò in disparte per non “offendere” nessuno, né l’ “uno” né l’ “altro” lo trovo segno di grande coraggio e di rispetto per tutti.

Brownies e rosa-001

Ma… come sono arrivata fin qui? Ero partita con un bocconcino delizioso di Brownies con l’amarena e la julienne di petali di rosa.. ah, ecco, i petali di rosa…

petali per decorazione brownies-004

Ingredienti per una teglia rettangolare da 18x25x2:

  • 150 g. di cioccolato fondente al 62%,
  • 125 g. di burro,
  • 100 g. di zucchero di canna (se adoperate cioccolato bianco ridurre a 70 g.),
  • 100 g. di farina 00,
  • 10 g. di lievito in polvere,
  • 2 uova intere,
  • 60 g. di amarene (Francesco adopera amarene snocciolate fresche decongelate),
  • bacca di vaniglia,
  • 1 pizzico di sale
  • una rosa rubata in un giardino incantato.

Brownies coppati1-002

Come fare:

preriscaldare il forno a 170°C., Francesco consiglia di iniziare con 20°C. maggiori alla temperatura indicata per la ricetta che, sarà abbassata appena inserita la teglia.

Sciogliere il cioccolato ed il burro a bagno maria, aggiungere lo zucchero e l’interno di una bacca di vaniglia o lo zucchero vanigliato ottenuto, seguendo il consiglio di Francesco,  utilizzando una bacca di vaniglia, anche usata, messa nel barattolo con lo zucchero semolato… GIAMMAI LA VANILLINA!!!

Unire le uova intere, mescolare ed aggiungere la farina setacciata con il lievito, amalgamare.

Volendo si possono unire le amarene nell’impasto, in questo caso, essendo un finger sweet food, si metterà l’amarena, assieme alla julienne di petali di rosa, alla fine, come decorazione.

Francesco decora i browniews con le rose-002

Versare il composto nella teglia e procedere alla cottura (sempre valida ed affidabile la prova stecchino) per 15/20 minuti.

Estrarre la teglia, farla raffreddare e porzionare col coppapasta scelto, decorare con i petali di rosa (biologici) tagliati a julienne e un amarena, decongelata.

Vi avevo segnalato l’imminente arrivo del libro di Emanuele Scarello sui fritti? Ecco, è arrivato e, se amate la cucina, quella vera, quella che vi insegna davvero a cucinare e divertirvi, trovate il banner sulla barra a dx.

Non troverete soltanto un elenco di ricette ma una ricetta per ogni tecnica ed ogni grasso, troverete il come ed il perchè; è il libro per chi, come me, non ha bisogno di quantità ma di qualità, è il regalo perfetto per voi e per quelli che, come voi, amano la cucina di qualità.

Sfogliando questo libro, rimarrete ammaliate/i non solo dalle foto straordinarie di Ennio Calice un fotografo che sento anche un pò fradel per le sue origini Triestine, ma anche dalle ambientazioni, dette anche food styling, curate dallo stesso Emanuele che, con un nonnulla crea set irresistibili.

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Vi lascio con l’arcobaleno, la meraviglia che la natura ci regala dopo un temporale.


Fragole, Nespole, Fiori di Sambuco, Bacche di Goji, tutto fa marmellata…

marmellata mista yogurt-001 

Oggi è domenica e, se dovessi descrivere la mia domenica da sogno, lo farei partendo proprio dalla prima colazione, se fossi ancora fanciulla o fidanzata, sposata, mamma, nonna sarebbe proprio il momento della prima colazione il mio termometro della felicità/serenità.

Le uniche memorie di colazioni tutti assieme risalgono ai tempi del collegio o in albergo.

Vi dirò, ho tentato più volte di coinvolgere ello in questo mio desiderio/sogno, ma cambiare le abitudini di un oltrecinquantenne non è facile se non impossibile, è capitato qualche volta, durante i “primi tempi” poi il tempo è passato, le vecchie tenaci abitudini hanno avuto la meglio e così, complici i miei precoci risvegli, io la colazione la faccio… da sola: apparecchio, mi siedo e, pensando, mangio.

Inizio sempre col caffè perchè, come ho già scritto, il suo profumo e il borbottio della moka mi rallegrano; a volte faccio la crepes di Dukan (l’unica cosa che condivido di quella dieta… dieta?) e già che ci sono vi do la ricetta, merita davvero e vi darà un sacco di energia e vigore per tutto il giorno, da quando trovo l’albume pastorizzato al Despar la faccio solo con quello ma potete adoperare l’uovo intero:

  • 1 uovo intero o albume,
  • 1 cucchiaio e mezzo di yogrt greco 0%,
  • 1 cucchiaio e mezzo di crusca di avena,
  • origano (mia scelta)
  • sale iodato (mia scelta).

Io a volte la mangio anche a pranzo, la farcisco con un pò di tonno al naturale o della bresaola, per la prima colazione nulla vieta di farcirla con della buona marmellata, e qui arriviamo al tema del post: la marmellata o confettura come dir si voglia.

Il dolce e goloso ricordo della Mijesana Marmelada (marmellata mista) che, se andate in Slovenia, vi consiglio di assaggiare, mi ha portata a fare questo esperimento.

In fondo, la marmellata è nata così, dall’esigenza di adoperare la frutta troppo matura prima di buttarla e conservare la frutta per l’inverno.

Dalle mie parti, al Fossalon, piccola zona alle porte di Grado c’è una produzione di pesche e albicocche (quest’ultime, purtroppo vittime delle continue piogge di quest’anno come potete leggere qui  ) e quando la frutta sta diventando troppo matura per essere venduta al dettaglio, viene acquistata, come si dice da noi, per un bianco e un nero (inteso come bicchieri di vino, uno bianco e uno nero) da una famosa ditta di succhi di frutta.

A me piange il cuore veder buttar via la frutta, qualche negozio la mette da parte in una cassa ad un prezzo simbolico; spesso però, la burocrazia delle aziende e le regole sull’igiene lo vieta e così la frutta viene buttata.

Ricordo, qualche anno fa, quando avevano fatto l’inaugurazione dell’Ipercoop di Gradisca, una mia conoscente che quel giorno aveva lavorato lì  mi raccontò che la sera erano avanzate molte fragole, ovviamente essendo il primo giorno erano tutte sane e perfette e i dipendenti avevano chiesto di poterle portare via, anche a metà prezzo  ma fu dato l’ordine di buttarle tutte nei sacchi neri, beh, ho ancora adesso “il nervoso”, e pensare che è proprio la coop che ti dà di più e che predica tanto l’amore per l’ambiente, il rispetto per i più poveri, ospita la giornata alimentare e quant’altro e poi, non ha l’autorità di ribellarsi alle (per me) incomprensibili leggi di mercato, per non buttare via cibo buono ed aiutare case di riposo, collegi, case famiglia e tutte quelle strutture che sono così poco aiutate e sostenute dallo stato? Punto!!!

Vedete come sono? Io parto e poi chi mi ferma più? Ed è partito tutto da un pugno di nespole, in pugno di fragole, una manciata di fiori di sambuco…

Oggi è possibile fare marmellata con tutto questo e tanto altro ancora, le marmellate/confetture possono essere personalizzate, le possiamo rendere esotiche aggiungendo frutta e spezie, piccanti aggiungendo le infinite varietà di pepe che la globalizzazione ci ha messo a disposizione… E qui partirei con un’altra riflessione ma, mi fermo e passo alla ricetta.

collage marmellata mista-001 

Da quando ho iniziato, tanti anni fa a fare marmellate ho seguito quasi sempre le indicazioni del libro Sotto vetro di Gianna Montecucco Rogledi del 1973,  del quale io, con viva e vibrante soddisfazione (vi piace Crozza?), posseggo una copia del 1976, l’anno della settima edizione/ristampa.

Per una  buona parte di ricette lei consiglia il riposo della frutta e zucchero per 12 ore e poi di cuocere il tutto fino al raggiungimento della giusta consistenza che sarà, per le meno esperte, quando, versandone un cucchiaio in un piatto inclinato, correrà lentamente e a fatica (riporto paro-paro dal libro).

Altro consiglio dell’Autrice, per le meno esperte,  è quello di versare un cucchiaino in una tazza d’acqua, la marmellata dovrà andare a fondo senza sciogliersi e, ancora l’ultimo consiglio: basta immergere il cucchiaio nella marmellata e sollevarlo rapidamente in senso orrizzontale sopra la pentola; la marmellata sarà pronta quando scivolerà giù in una sola goccia.

Queste indicazioni sono utili nel caso volteste ridurre la quantità di zucchero aumentando, quindi, i tempi di cottura.

Ingredienti:

  • 700 g. di fragole (peso netto),
  • 300 g. di nespole (peso netto),
  • 1 abbondante manciata di fiori di sambuco,
  • 200 bacche di Goji   (ne consigliano 50 g. al giorno),
  • 500 g. di zucchero.

Come fare:

ho indicato il peso netto quindi, le fragole sono senza foglie e picciolo e le nespole sono sbucciate e snocciolate, i gambi dei fiori di sambuco rimasti possono essere eliminati durante la cottura, quando verranno a galla.

Tagliare a metà le fragole e a spicchi le nespole, aggiungere lo zucchero, i fiori di sambuco, mescolare e lasciar riposare per 12 ore o più (io più) mescolando di tanto in tanto.

Mettere il composto in una pentola di acciaio e procedere alla cottura (vedi indicazioni precedenti), dopo circa 20 minuti aggiungere le bacche di goji e continuare.

Sterilizzare i vasi come fate di solito, io li metto in forno a 120°C. per 30/40 minuti e uso tappi nuovi.

marmellata mista yogurt1-001 

Ecco qui, e dire che dovevo pubblicare soltanto una marmellata… Lo so, non possiedo il dono della sintesi ma in fondo non mi dispiace e, amando Crozza non posso non lasciarvi senza una vita da sogno:


Polpettine di melanzane con cuore di Parmigiana, zuppa di burrata e bucce di melanzana in agrodolce: entriamo nelle pieghe delle ricette.

Polpetta di melanzane  ec di parmigiana-001

Mi rendo conto che i miei post sono troppo lunghi da leggere per chi passa di qua per un saluto o per la ricetta, ma a me piace così, non riesco a fare diversamente ( se vi incuriosisce la polpettina della foto, tralasciate questa introduzione).

In fondo questo non è semplicemente il “mio ricettario”, non ne ho bisogno, anche perchè, raramente rifaccio due volte la stessa ricetta o, se la rifaccio, la modifico ancora.

Per me la cucina è una passione (se non si fosse capito… ), un hobby, come il ricamo, l’uncinetto, il lavoro a maglia, la pittura, il decoupage ecc. ecc., io dipingo piatti, utilizzo gli ingredienti come fossero colori o fili colorati.

Cucinare mi rilassa, mi appaga, mi da energia positiva, mentre cucino penso, mi piace l’approfondimento di una ricetta, un’amica mi definisce così: «quella  piena di curiosità che non si perde nulla nelle pieghe delle ricette», e questa definizione trovo mi calzi a pennello.

Raffaello, alla fine del corso mi ha chiesto come mai non sfrutto questa mia passione e magari renderla redditizia… Beh, la risposta, chi mi conosce o chi mi ha frequentata lo sa già, semplicemente perchè io non so relazionarmi con le persone, la gente ed io non ci piacciamo…

La sala dove si svolgono i corsi è uno dei pochi posti dove io non mi senta inadeguata e fuori posto, pur essendoci persone molto diverse e distanti da me sia per ceto sociale che per levatura culturale, su quello sgabello vicino al lavandino da dove mi è permesso fare domande, fotografare, assaggiare e toccare con mano gli ingredienti, io mi sento una principessa… Ormai è un dato di fatto, io sono così: Libera…

Ma ora ritorniamo in cucina e parliamo di polpette, di Signore polpette, le prime che sono state presentate al corso, delle splendide, succulente, goduriose perle di melanzane col cuore di parmigiana e, come se non bastasse, adagiate voluttuosamente su una zuppa di burrata e decorate da una brillante julienne di bucce di melanzane in agrodolce.

bucce dimelanzana caramellate1-001

Iniziamo proprio da queste, dalle bucce di melanzane in agrodolce, un modo raffinato ed elegante per utilizzare le bucce delle melanzane che solitamente scartiamo, anche se, ultimamente l’esigenza del «far di necessità virtù», ha avvicinato tutti alla cultura del “buttiamo via il meno possibile”.

Questa julienne di melanzane può essere conservata ed utilizzata per arricchire più prepaazioni, per decorare piatti semplici che acquisteranno immediatamente un tocco di classe.

Ingredienti per la cottura sottovuoto:

  • 100 g. di bucce crude di melanzane tagliate a julienne,
  • 1 cucchiaio raso di zucchero,
  • 2 cucchiai di aceto rosso (mantiene il colore delle bucce),
  • 1 pizzico di sale,
  • 50 g. di olio Extravergine di oliva.

Come fare la cottura sottovuoto:

unire gli ingredienti in un sacchetto da sottovuoto, sigillarlo e cuocere a vapore o in acqua, importante è mantenere la temperatura 92°C. per 30 minuti, fermare la cottura in acqua e ghiaccio.

Ingredienti per la cottura in pentola:

  • 200 g. di bucce crude di melanzane tagliate a julienne,
  • 300 g. di zucchero,
  • 200 g. di acqua,
  • 500 g. di aceto di vino rosso.

Come fare la cottura in pentola:

con l’acqua e zucchero preparare un caramello biondo, versare, lentamente, l’aceto CALDO, mescolare per amalgamare bene il composto e portare a bollore, unire le bucce, portare nuovamente a bollore, spegnere il fuoco e lasciar raffreddare le bucce nel liquido.

Raffaello ha dato anche questa dose per ottenere gli scalogni in agrodolce:

Ingredienti per 1 kilo di prodotto:

  • 600 g. di zucchero,
  • 400 g. di acqua,
  • 1 litro di aceto.

Come fare:

procedere come sopra (cottura in pentola), facendo bollire gli scalogni per 3 minuti, fatto.

parmigiana congelata per polpette-002

Ora prepariamo la parmigiana di melanzane dalla quale Raffaello ricava i cuoricini da inserire nelle polpettine.

Lui adopera uno stampo da plum cake in pirex, le melanzane non vengono fritte ma cotte al forno, gli strati vengono ripetuti per 2 volte, dopo cotta, la parmigiana viene messa nel congelatore, il risultato è una “placca” dalla quale si ricaveranno poi i cuori.

Preparazione delle melanzane:

tagliare le melanzane a fette di 5 mm., Raffaello consiglia, se le melanzane non sono freschissime, di salarle per togliere l’amaro,  mezz’ora basta, l’importante è, dopo,  risciacquarle bene e tamponarle con la carta assorbente.

Ungere una placca da forno, appoggiare le fette di melanzane, ungerle con un pennello e salarle, cuoere a 190°C. per 8/12 minuti, dipende dal vostro forno.

Ingredienti per la parmigiana light:

  • melanzane c.s.,
  • salsa di pomodoro (uno strato sottilissimo, va benissimo la salsa che fate di solito),
  • formaggio latteria, va benissimo anche il Pannarello, (evitare la mozzarella che renderebbe “gommosa” la preparazione),
  • Parmigiano Reggiano grattugiato.

Come fare la parmigiana light:

iniziare con uno strato sottile di salsa, melanzane, formaggio, salsa, melanzane, formaggio, cuocere in forno ventilato a 200° C. per 20 minuti (tempo consigliato da Raffaello per i forni di casa).

Sfornare, se avete la fortuna di possedere un abbattitore, inseriteci la parmigiana, altrimenti, dopo che la preparazione sarà fredda mettete in congelatore.

Al momento dell’utilizzo, tirate fuori la vostra parmigiana e dividetela in cubetti che inserirete congelati nelle polpette.

cuoricino parm per polpette-001

Ora passiamo alla preparazione delle polpette.

Ingredienti:

  • 400 g. di polpa di melanzana,
  • 1 uovo intero,
  • 1 tuorlo (l’albume per la panatura),
  • 100 g. di pane secco senza crosta,
  • 100 g. di Parmigiano o Grana o Sbrinz, o Montasio 10 mesi, l’importante che siano stagionati,
  • santoreggia,
  • timo,
  • sale,
  • pane grattugiato per la panatura,
  • olio di arachidi per la frittura.

composto polpettine melanzane1-002

Come fare:

otteniamo la polpa di melanzane: dopo averle pelate (la buccia adoperiamola c.s.), tagliarle a fette di 5 mm., buttarle in acqua bollente salata per 5 minuti, scolarle, farle raffreddare e strizzarle.

Unire la polpa agli altri ingredienti, mescolare, formare, col composto delle palline da 20 grammi, schiacciarle con il pollice, inserire il cuoricino di parmigiana, richiudere, arrotolare, passare nell’albume e nel pane grattugiato.

polpettine melanzane e parmigiana a friggere-001

Friggere le polpettine in profondo olio di arachidi, servirle su una zuppa di burrata preparata calcolando la metà di panna rispetto alla dose di burrata (il metodo per fare la fonduta), portare a 60°C. e frullare il tutto, fatto.

Servire la polpettina sulla zuppa di burrata e decorare con le bucce di melanzana in agrodolce e gustatevi l’estasi…

Polpetta di melanzane  ec di parmigiana interno-001

É una ricetta semplicissima, mi sono soffermata sui vari passaggi per dovere di precisione ma, alla fine, vi sarete accorti che tralasciando il cuore di parmigiana, la zuppa di burrata, le bucce in agrodolce, queste polpettine sono la cosa più semplice da fare.

Nelle cucine degli Amici di Godia, il riciclo non è contemplato, come non “dovrebbe” essere contemplato nei ristoranti con la erre maiuscola, ma a casina nostra si può e spesso si DEVE fare.

In fondo, le polpette nascono così, dalla necessità di assemblare degli “avanzi”, renderli belli, invitanti e riproporli ai familiari.

Buon proseguimento di giornata, noi ci rileggeremo venerdì.


Strucoleti de Spinaze con le patate alla Raffaello: Val più la pratica de la gramatica.

strucolo de spinaze lato-001

Questa è una ricetta tipica della tradizione Triestina, diciamo che, è, assieme ai gnochi de pan, il mio cibo preferito, se facessi uno strucolo di 1 metro, lo mangerei tutto senza batter ciglio.

Ed a proposito di gnochi de pan, ricordo ancora, tanti anni fa, una mia collega che abitava tra Villa Opicina e Trebiciano, mi invitò: “mia mama ga fato i gnochi de pan, te vien a pranzo?”, beh, non me lo sono fatto chiedere 2 volte…

Andammo, io ne mangiai a volontà: te vol ancora, mi chiese più volte la mamma di V., si grazie, risposi tutte le volte io e poi pasciutelle e felici tornammo al lavoro, io per niente appesantita dalla grande abbuffata.

Non me lo disse subito ma dopo qualche mese: ma te se ricordi quanti gnochi de pan te gavevi magnà? No, no li gavevo contai, risposi.

22, mi disse… non me ne vergognai nemmeno un pò e pensandoci bene non me ne vergogno neanche adesso :-D

Se vi dovesse capitare di andare in qualche trattoria su par le alte (Carso Triestino), lo troverete certamente nel menù, condito col sugo d’arrosto, a richiesta anche con burro fuso e pangratà (come si fa per i gnochi de susini).

Lo so, non vi sto raccontando nulla di nuovo, le tradizioni si raccontano da sole… Però di nuovo c’è che non ho voluto farlo con il solito impasto, o con l’impasto degli gnocchi, ma ho voluto sperimentare il metodo Raffaello come descritto nel post precedente.

spinaci Milva pp-001

L’iea ha preso corpo dopo aver visto, da Milva, questi splendidi spinaci, in fondo tutta questa pioggia non è stata negativa e gli spinai che Milva aveva seminato come seconda produzione, invece di andar subito in semenza sono cresciuti belli rigogliosi, carnosi e gustosi.

Lei li consegna come li vedete nella foto, già puliti e lavati, a casa dovete fare solo un lavaggio pro-forma e togliere il culetto (spesso mi racconta di clienti che pretendono sempre di più ma questo è normale, provino ad andare al supermercato e chiedere alle commesse di sceglier loro le patate o le cipolle tutte di una grandezza o di andare nel campo a raccogliere l’ultimo radicchio col Poc e lavarglielo e curarglielo… )

trattore davanti casa di Milva fronte-001

Di Milva avevo ancora una riserva di patate, le ultime della sua produzione, erano piccoline e le ho tenute in forno (sempre col metodo Raffaello) per 3/4 d’ora, un tempo risultato sufficiente.

Non so dirvi il peso, ho riempito la placca del forno (il sale l’ho conservato per la prossima volta), le ho adoperate tutte ma, se dovessero avanzare, come consigliato da Raffaello, prima del riutilizzo le infornate a 80°C. per 20 minuti.

Ho estratto la polpa col cucchiaio, l’ho schiacciata con lo schiacciapatate, l’ ho allargata sulla tavola di legno, ho salato leggermente ed aggiunto (nel frattempo era diventata tiepida) 1 cucchiaio di albume pastorizzato (alla Despar brick da 1/2 litro), ho mescolato bene ed ho aggiunto poca alla volta 2 cucchiai rasi di farina ed ho amalgamato bene l’impasto.

Ho steso sulla tavola un foglio di pellicola (rigorosamente quella adatta a rimanere in contatto con gli alimenti),  ho infarinato il matterello/mattarello ed ho ridotto lo spessore dell’impasto a poco più di 1/2 cm.

L’ ho diviso a metà (tagliando anche la pellicola), ho steso sopra degli spinaci cotti con la sola acqua (salata) residua dell’ultimo risciacquo, passati in padella con aglio e olio Evo, tritati e mescolati  a del Parmigiano Reggiano grattugiato e ancora un pò di albume pastorizzato (per legare meglio dal momento che l’impasto contiene pochissima farina).

collage

Aiutandomi con la pellicola ho arrotolato gli strucoleti ed avvolti in un tovagliolo a mo’ di caramella, li ho messi in una pentola che li contenesse comodamente, con acqua bollente, ho coperto e lasciato cuocere per c.ca 40 minuti; se voleste fare uno strucolo unico la cottura va prolungata fino ad 1 ora.

Ho scolato gli strucoleti e li ho appoggiati su un raffredda-torte e li ho riposti, freddi, in frigorifero fino all’indomani.

Al momento della cena ho ricavato delle fettine che ho messo a scaldare in padella assieme al sughetto, ottenuto, anche quello, con il metodo Raffaello che trovate sempre nel post precedente.

L’unica mia variante è l’omissione della maizena come addensante e l’uso del minipimer che ha reso il sughetto cremoso e vellutato, beh, vi dirò, è stato apprezzato, molto apprezzato, provate, se vi va.

Per chi fosse celiaco è sufficiente sostituire la farina con una come da prontuario, per chi fosse intollerante al lattosio, omettere il parmigiano.

strucolo de spinaze forchetta1-001

Buon proseguimento di giornata.


Menestro ditto Sambucato in pentola, come dire: Risolatte ai Fiori di Sambuco per una colazione Rinascimentale.

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Rp una pentola di latte et libre 1 di riso et libre 1 1/2 di lardo, once 4 di zucaro et de li fiori di sambuco cio è vachole et quando il latte bolle mettevi dentro il riso che siano prima cotti ne l’acqua ma ben scolati et pisti et metteli il lardo destrutto et ben colato, poi li metti li fiori di sambuco et del zucaro et zafrano destamignato, per che questa vivanda vole esser giala et saporosa da vacholle con quel poco di sale che ti pare et cotto questo intrisso minestralo in scudele et metti zucaro sopra (carta 27 v)

ONCIA/E= unità di misura che corrispondeva a 8-10 dramme (o a 24-30 scrupoli) equivalente a 24-30 grammi attuali. L’oncia ferrarese a sua volta veniva suddivisa in quarti, ottavi e ferlini; i farmacisti ferraresi ripartivano l’ottavo della oncia in 72 grani e chiamavano questo peso dramma.

LIBRA/LIBBRA= unità di misura che equivaleva al peso di 12 once e corrisponde ad un peso variabile tra i 350 e i 370 grammi attuali.

VACHOLE= fiori di sambuco.

ZUCARO= zucchero di canna.

E ha proposito di zucchero, a pagina 67 del libro A far sfoiada verde già citato qui, leggo questa curiosità:

Lo zucaro largamente impiegato nelle ricette del manoscritto è da intendersi come zucchero di canna: fino alla fine del XIX secolo, infatti, la principale fonte di saccarosio (che compone al 99% il comune zucchero da cucina) era la canna da zucchero, una pianta erbacea alta sei metri i cui fluidi hanno un contenuto di saccarosio eccezionalmente alto.

Tale pianta sembra abbia avuto origine nel sud del Pacifico e si sia diffusa gradualmente in Asia, forse portata dalle prime migrazioni umane.

La tecnica per ottenere lo zucchero “grezzo” pressando la canna da zucchero e facendo poi evaporare i succhi fino ad ottenere cristalli scuri, fu sviluppata in India verso il 500 a.C.

La pianta e la tecnica per estrarne lo zucchero furono diffuse verso ovest prima dai Persiani, che le radicarono nella valle del Tigri e dell’Eufrate, e poi dagli Arabi, che conquistarono la Persia nel VII secolo d.C. e introdussero la canna in Africa del nord, Siria e Spagna.

L’Europa cristiana ebbe il suo primo incontro con lo zucchero nel XII secolo durante le crociate in Terrasanta e poco più tardi Venezia divenne il centro nevralgico del commercio di tale prodotto verso l’occidente.

All’inizio gli europei trattarono lo zucchero allo stesso modo del pepe, dello zenzero e degli altri prodotti esotici: come spezia e come medicina.

Il suo uso è infatti documentato nei ricettari medioevali e rinascimentali sia come ingrediente culinario (per cibi consumati nelle corti o sulle tavole della ricca borghesia e quindi riservati ad un ristretto ambito sociale) che come componente nelle confezioni elaborate dal farmacista.

Nel XV secolo lo zucchero era ormai piuttosto diffuso (si produceva infatti anche a Creta e in Sicilia) ma era ancora molto costoso e continuò a costituire un lusso per privilegiati fino al XVIII secolo.

Da quell’epoca in poi il suo consumo si estese anche ai ceti medi e andò crescendo e diffondendosi l’abitudine per i dolciumi: proprio al XVII secolo risalgono infatti i primi libri di ricette ad essi dedicati.

sambuco1-001

Da questo “Menestro ditto Sambucato in pentola” si evince che già nel Rinascimento i fiori di sambuco entravano in cucina e per me che amo questa pianta, riprodurre questa ricetta è stato emozionante, forse dall’introduzione e dalla lunghezza del post vi sembrerà una ricetta complicata ma è semplicissima e può essere anche un’idea di riciclo, quando avanza del riso bollito, provate, se vi va.

Anche in questa ricetta c’è la collaborazione di Emanuela che, tempo fa, mi spedì lo splendido zafferano che vedete.

Ingredienti, tra parentesi la mia porzione:

  • 1 pentola di latte (300 ml. ),
  • 350 g. di riso (100 g.),
  • 525 g. di lardo (1 cucchiaio di burro chiarificato),
  • 96 g. di zucchero (50 di zucchero di canna),
  • 96 g. di fiori di sambuco (50 g.),
  • zafferano setacciato (1 pizzico di pistilli),
  • sale.

Risolatte rinascimentale cucchiaio-001

Come fare (traduzione personale, per la mia variante, ho sostituito il lardo col burro chiarificato):

mettere il latte in  una pentola, quando arriva a bollore unire il riso precedentemente lessato (io ho salato leggermente l’acqua), scolato e schiacciato, unire il lardo tritato cotto e ben scolato dal grasso (io il burro).

Aggiungere i fiori di sambuco sgranati (se dovesse rimanere qualche picciolo non c’è problema, danno una piacevole consistenza alla preparazione), lo zucchero di canna e lo zafferano setacciato (scioglierlo in un pò di acqua tiepida, vale anche per i pistilli).

Se lo desiderate più denso, fate assorbire il latte prima di aggiungere gli ingredienti, anche perchè lo zafferano è meglio non maltrattarlo con cotture prolungate.

Io l’ho tenuto più “minestrato” e ho messo “zucaro sopra” e cosparso di fiorellini di sambuco; se amate il sapore ed il profumo di questi fiori, il “risolatte rinascimentale” fa al caso vostro.

Se siete intolleranti al lattosio potete sostituire latte e burro con i derivati della soia, se avete problemi di linea o di glicemia alta, potete sostituire lo zucchero con fruttosio o dolcificante a voi gradito o permesso.

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Buon fine settimana♥


Soufflè Glacè alle Nespole del Giappone.

soufflè glacè nespole alto

Questa preparazione ha origini francesi, la base è quella del semifreddo e si presta ad un’infinità di varianti, provate, è più semplice di quanto appaia, ora andiamo in cucina.

Soufflè glacè nespole 2-001

Prima d’iniziare la preparazione, rivestire con carta forno degli stampi da soufflè facendola sbordare per 6 cm e fissare con spago da cucina, riporre in frigorifero.

Mettere in congelatore la panna così da montarla più facilmente.

Sbucciare le nespole e, al solito eliminare i semi e la pellicola che li contiene, tagliarle a pezzi piccoli, irrorare con il succo di limone, aggiungere lo zucchero (ho scelto il muscovado perchè le profuma gradevolmente) e porre sul fuoco fino ad ottenere una composta che poi frulleremo; per questo soufflè ne ho adoperati 2 cucchiai, se avanza avrete un altro dessert.

Collage Soufflè Glacè nespole-001 

Ingredienti per il soufflè della foto:

  • nespole del Giappone,
  • 2 cucchiai di zucchero muscovado,
  • succo di limone,
  • 100 g. di Topfen (o ricotta o yogurt),
  • 100 g. di panna montata,
  • 4 cucchiai di composta di nespole frullata (2 per il composto e 2 per l’interno).

Ingredienti per la meringa Italiana:

  • 50 g. di albume (pizzichino ino sale e gocce succo limone per montarli),
  • 100 g. di zucchero a velo (ricavato macinando lo zucchero nel macinino da caffè, così è davvero senza glutine),
  • 50 ml. di acqua per lo sciroppo.

Come fare la meringa italiana:

montare gli albumi a neve fermissima.

Preparare uno sciroppo con lo zucchero a velo e l’acqua , facendo sciogliere sul fuoco fino ad ottenere uno sciroppo denso.

Versare a filo lo sciroppo sugli albumi montati a neve continuando a montare il composto fino a quando non sarà freddo, poi riporre in frigo.

Completiamo la preparazione:

montare la panna, setacciare il Topfen o la ricotta in una terrina, se adoperate quella (per lo yogurt non serve), unire 2 cucchiai di purea di nespole, unire la panna montata ed incorporare gli albumi.

Versare nel contenitore  e mettere in congelatore, quando sarà rappreso, tirarlo fuori , scavare un cratere profondo, spostando il composto ai lati, riempirlo con la purea di nespole, ricoprire con il composto spostato e  rimettere in congelatore per non meno di 6 ore.

Prima di servire rimuovere la carta, se vi va decorate con un cucchiaio di composta di nespole (io non l’ho messa perchè lo zucchero muscovado l’aveva scurita tanto).

soufflè glacè nespole tovagliolo

Buon fine settimana


Tortino di Borragine, Formadi Frant, Aglio selvatico e la Fine del Mondo Storto…

tortino borragine rotondo1-001

Vita Grama.

I primi giorni senza le spinte dei combustibili sono tremendi. Nessuno sa ancora quel che avverrà. Altrimenti, di certo nessuno avrebbe definito quei primi giorni come i più duri della propria vita. Ma andiamo con ordine.

Nelle sere di cuccagna, quando c’erano i propulsori, la gente guardava la televisione. Adesso invece quella se ne sta spenta e silenziosa.

Ma non solo. Senza forza elettrica, niente luci, lampade, lampadine, fari, abat-jour. Muti anche gli aggeggi a motore. Sbattiuova, pelapatate, forni a microonde, aspirapolvere, scope elettriche, frullatori, tritacarne. Tutto fermo…

(Mauro Corona, la fine del mondo storto pag. 19).

Questa introduzione mi è nata spontanea ieri mattina (domenica) quando, alzatami prestissimo come sempre, mi sono messa a stirare in studio guardando la televisione.

Verso le 6 è mancata la corrente;  dopo aver fatto i dovuti controlli ho evinto che il problema era generale, beh, tornerà tra qualche minuto, invece no, la luce è ritornata alle 13 e 45…

C’erano dei cartelli sui pali della luce (1 palo) e, solitamente quando guido non guardo i pali della luce, a meno che non ci  cozzi contro…

Bene, scendo, mi faccio un bel caffè, preparo la moka giro la manopola del gas e schiaccio per accendere, niente, già, manca la corrente. Cerco i fiammiferi, per fortuna che ello, pur non fumando, ne ha una scorta.

Cosa posso fare? Troppo presto per telefonare a qualche amica e, se manca la corrente non funziona neanche il telefono… Vado in garage ad aspirare l’interno della macchina ma… manca la corrente, è vero, vorrà dire che farò le foto del tortino, sperando che non si scarichi la batteria troppo presto.

Insomma, mi sono accorta che davo per scontato ogni gesto e lo collegavo inevitabilmente alla tecnologia e ho ricordato i tempi che furono, quando «se meteva in smoio le strazze» (Si mettevano in ammollo i panni) per facilitare il loro lavaggio il giorno dopo, quando i piatti si lavavano rigorosamente a mano e le pentole si strofinavano con la «paieta de fero».

Parlo dei tempi in cui vivevo con la Signora Gisella e la casa si scaldava con lo sparghert e lo scaldabagno si accendeva il sabato sera per farsi il bagno la domenica mattina prima di mettersi il vestitino buono ed andare alla santa messa perchè si doveva andare a rinnovare e scambiare i pettegolezzi della settimana.

Gli altri giorni «se se lavava a tochi» (ci si lavava a pezzi).

mazzo erbe campo e spighe orzo n-001

Questa è la storia intorno che accompagna questa ricetta, mi sembra adatta dal momento che gli ingredienti sono prodotti che ci regala la natura ed il lavoro dell’uomo: borragine, aglio selvatico, il Formadi Frant un formaggio particolare che nasce dal dover far di necessità virtù di quel popolo straordinario che sono i Carnici.

Loro non avrebbero problemi e, se mancasse la corrente, saprebbero comunque come cavarsela:

In ginocchio.

… Intanto dalle città, uomini magri come fil di ferro continuano a muoversi verso le campagne e i monti in cerca di Contadini. Vogliono imparare da loro a coltivare la terra. Subito. I Contadini rimasti attendono di insegnare. Appena la terra diventerà tenera, e il gelo avrà aperto il pugno e mollato la presa, hanno intenzione di seminare. Dappertutto. Nelle periferie, ai confini delle città, ovunque c’è terreno a perdita d’occhio. Spazi abbandonati, incolti. Terreni che, ai tempi delle vacche grasse, sarebbero diventati selve di palazzi, condomini, banche, supermercati, discoteche. la fine del mondo li ha salvati, adesso i sopravvissuti intendono coltivarli. E di corsa, subito. la fame non aspetta e non dà requie. Occorre far presto…

(Mauro Corona, la fine del mondo storto pagg. 61/62).

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Ingredienti per 5 tortini di 6 cm. di Ø (alla base):

(indico le dosi che ho adattato alla quantità di foglie di borragine che avevo, scorporandole dalle basi dei soliti tortini salati, per il mezzo uovo ho diviso a metà uno sbattuto, gli ingredienti in verde chiaro/corsivo sono per la cottura della borragine).

  • 130 g. di foglie di borragine,
  • 1 piccolo spicchio d’aglio vestito,
  • 1 cucchiaino d’olio EVO,
  • 1 puntina di sale,
  • 1 uovo e mezzo,
  • 2 cucchiai rasi di Formadi Frant grattugiato (il mio affinato con aglio ed erbe),
  • 30 g. di farina integrale,
  • 10 cl. di latte,
  • 15 g. di burro (per imburrare ge cocottine adopero la carta del burro alla maniera di Nigella),
  • sale,
  • pepe verde macinato,
  • fiori di borragine per decorare.

Ingredienti per il cuore di Formadi Frant:

  • 1 cucchiaio di Formadi Fant grattugiato,
  • 2 cucchiai di ricotta,
  • fili di aglio selvatico tagliati con le forbici.

Ingredienti per la besciamella di accompagnamento:

(in questo caso non ho pesato nulla ma ho fatto ad occhio)

  • il liquido di cottura aromatizzato all’aglio delle foglie di borragine,
  • fecola di patate,
  • un cucchiaino di borragine prelevata da quella per l’impasto,
  • 1 cucchiaio di panna fresca,
  • sale*

*se adoperate il Formadi Frant attenzione a dosare il sale perchè è un formaggio sapido e piccante, non esagerate perchè tenderebbe a sovrastare i sapori mentre deve semplicemente esserne complementare.

Come fare la besciamella di accompagnamento:

sciogliere la fecola, pochissima alla volta nel liquido di cottura della borragine,  far addensare a fuoco bassissimo, unire la panna fesca, se dovesse risultare troppo denso aggiungere latte, completare la besciamella con la borragine frullata.

collage tortini borragine n rid

Come fare il ripieno:

mescolare la ricotta col Formadi Frant e lavorare per amalgamare, unire l’aglio selvatico, formare delle palline (le mie pesavano 7 g., ne vedete 6 (1 per l’assaggio di ello) e riporle in frigorifero.

Come fare i tortini:

dopo aver lavato le foglie di borragine, metterle in un tegame dove avremo messo l’aglio vestito assieme all’olio per insaporire, salare q.b., abbassare il fuoco, coprire e far appassire, togliere l’aglio.

Scaldare il latte con il burro per farlo sciogliere a fuoco bassissimo, nel frattempo, in una terrina sbattere l’uovo e mezzo ed aggiungere un pò alla volta la farina, setacciandola.

Preriscaldare il forno a 210°C.

Scolare bene la borragine schiacciandola in un colino per conservare il liquido con il quale prepareremo la besciamella e metterla nel minipimer aggiungendo un pò alla volta il composto di latte e burro.

Imburrare le cocottine e versare il composto a 3/4, inserire in ogni cocottina una pallina di formaggio ed infornare per 20 minuti.

Sfornare, far intiepidire e sfornarli aiutandosi con una spatolina, versare sul fondo del piatto la besciamella, appoggiare il tortino e decorare con fiori di borragine e fili di aglio selvatico.

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Con questa ricetta partecipo al  contest  di Ambra.

Se volete trascorrere un week end, full immersion con erbe spontanee sia fuori che nella cucina del Rifugio Meira Garneri in Valle Varaita gestito da Juri Chiotti , prendete un cesto e correte a riempirlo di erbe e fiori e cucinate.

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Dolce con farina integrale di farro, banane e pere, per festeggiare la nuova arrivata.

Dolce banane pere fragole n-001

Si deve risalire nel tempo per conoscere le origini di questa pianta. Da scoperte archeologiche si è potuto accertare il suo luogo d’origine: sono stati rinvenuti, infatti, nell’Asia occidentale e nelle zone termperate dell’Europa, frutti tagliati a metà e dissecati che, per forma e consistenza, hanno fatto sicuramente pensare alla pera.

Omero ci parla dei peri coltivati nei giadini di Alcinoo e di Laerte  (non il figlio di Pappalardo); il nome del frutto (esattamente in latino: pra) verrebbe, secondo alcuni, dal vocabolo celtico peren, secondo altri da Pirro che per primo introdusse il pero in Italia.

Sotto Catone si conoscevano già 6 varietà di pere, mentre Plinio ne enumerava 41.

In Francia però furono assai più numerose anche se Quintinie, fondatore e direttore del frutteto di Luigi XIVa Versailles, ebbe a dichiarare in seduta plenaria che una sola era la vera pera, quella «bon chrétien», della quale esistono ancora oggi ben 4 varietà: quella «invernale», quella «belga», la «spagnola» e il tipo a «piumaccio».

Si tratta di una pera che ha forma di cotogna mentre le altre sono sferiche; la «bergamotta» è a trottola, la pera «Colmar» a botticella come la «burrosa».

A questi nomi si aggiungono infinite varietà che prendono il nome della polpa: soda, aspra, fondente, burrosa o quelle che portano il nome di una persona cui il frutto fu dedicato: le pere William dal coltivatore londinese che per primo rinvenne la pianta da seme: hanno forma allungata, con tipico peduncolo obliquo, buccia gialla, variegata di rosso ed un pò untuosa al tatto.

Le pere Abate dall’ Abate Fetél  che, in Francia, rinvenne per primo i frutti che sono, grossi, allungati, con buccia sottile e polpa assai zuccherina e aromatica.

Morettini, di origine italiana dà il nome alla Butirra precoce.

Per oggi è tutto, ci sarebbe da scrivere ancora molto sulla pera, per fortuna, ultimamente ci sono molti appassionati che hanno riportato in auge qualche tipo di pera che stava per scomparire per sempre e su queste specie ritornerò, ora in cucina.

Plum cake banane pere da infornare n-001

Tanta frutta in questo dolce, la cannella e lo zucchero muscovado lo profumano, l’assenza di lattosio e grassi lo rende perfetto per gli intolleranti e per chi è goloso ma attento alla linea.

Ingredienti per uno stampo da plum cake:

  • 200 g di farina integrale di farro,
  • 2 cucchiaino di cremortartaro (negozi tipo NATURASÍ),
  • 50 g di zucchero muscovado,
  • 1/2 cucchiaino di cannella,
  • 2 e 1/2 banane grandi o 3 piccole,
  • 2 albumi montati a neve ferma,
  • 2 pere William,
  • succo di limone,
  • sale per montare gli albumi,
  • olio per ungere lo stampo,
  • fragole per la decorazione.

Dolce banane pere fragole sfornato-n 001

Decorazione con le fragole:

le mie fragole erano molto grandi e ne ho messe solo 3,  se le trovate piccole potete inserirne una accanto all’altra in modo da avere le porzioni già pronte da tagliare.

Tagliare la calottina delle fragole compreso il ciuffo verde, infilare le fragole nell’impasto e, quando il dolce sarà sfornato ed intiepidito rimettete le calottine al loro posto, sarà una bella, semplice ed elegante presentazione.

Come fare:

preriscaldare il forno a 170°C.

In una terrina mescolare la farina con il cremortartaro (lievito), lo zucchero e la cannella.

In un’altra ciotola tagliare a pezzetti le banane e schiacciarne la polpa con una forchetta, sbucciare le pere e grattugiarle, irrorare col succo di limone.

Amalgamare bene la frutta ed aggiungere, poco alla volta il composto di farina, unire delicatamente gli albumi montati a neve ferma (io aggiungo un pò di sale e qualche goccia di limone).

Versare il composto in uno stampo da plum cake unto, io ho adoperato l’olio.

Infornare per 1 ora.

Dolce banane pere fragole interno n-001

Ah, dimenticavo, la nuova arrivata è la nuova Lumix, avrei potuto, accorpando tutti i compleanni, Natali, San Valentini, onomastici del resto della mia vita, farmi regalare la Reflex ma poi mi sono fatta una serie di domande e le risposte che ho ottenuto mi hanno convinta a rimanere sulla compatta, più evoluta, certo, con più funzioni, ci mancherebbe ma, dal momento che non devo diventare freelance, né lavorare per qualche casa editrice, a me basta questa, però ho imparato ad adoperare il cavalletto comperato anni fa a Firenze e mai adoperato e, la sera un pò alla volta, mi sto studiando le 128 pagine di istruzioni per l’uso, chi vivrà vedrà.


Torta Salata con Acetosa e Cipolla.

torta salata acetosa pronta n-002

Il mio approccio con le erbe è lo stesso che ho con i funghi, non avendo fatto corsi né per le une né per gli altri, preferisco andar per gradi ed aggiungere ogni anno un’erba o un fungo diversi.

L’acetosa l’ho conosciuta l’anno scorso e da quel giorno la curiosità di saperne di più mi è rimasta appiccicata addosso, ora, l’averla trovata nei campi vicino casa mi ha rinnovato la voglia di iniziare a sperimentare ricette con lei.

Questa ricetta, l’ho trovata su uno dei due piccoli libricini che mi erano stati regalati: l’erbario in tavola. Li ho trovati anche in rete,la prima parte ad un prezzo irrisorio mentre la seconda, a mio parere, ad un prezzo ingiustificato.

C’è anche in rete, un copia-incolla  ma a me piace provarle le ricette, specie quelle con le erbe che solitamente vedo nei campi ma che non immaginerei mai di poter portare in tavola per mangiarle.

In cucina mi piace essere affidabile, provare, modificare a piacere mio, condividere e spiegare, mi è già capitato che mi domandassero: che sapore ha? E voglio poter rispondere.

In questo caso rispondo prima, questa è una tortina dal sapore particolare, l’erba acetosa, lo dice anche il nome, è aspra e richiede la vicinanza di ingredienti che l’addolciscano un pò, quindi, non fatevi spaventare dalla presenza dello zucchero di canna è, per questa torta, il marito perfetto.

Acetosa foglia-001n

Il suo nome latino è Rumex acetosa, Rumex significa Lancia ed è proprio ad una lancia che assomigliano le foglie; questo vi aiuterà a riconoscerla e non confonderla, nel dubbio assaggiatela ed il suo sapore di aceto vi confermerà che state raccogliendo l’erba giusta.

In Lombardia la chiamano Erba Brusca e nel Milanese le fu dedicata anche una canzone..

L’Acetosa vanta una lunga storia, dal libricino: gli Egizi la raccoglievano in abbondanza e la servivano a fine pasto, come digestivo, persino alla mensa dei Faraoni; anche i Romani ne fecero molto uso, sia in cucina che come medicinale e la si ritrova menzionata da molti autori, fra i quali non manca Virgilio.

Nel Medioevo la si coglieva tenera per farne minestre e salse e per aggiungerla alle insalate, sottolineandone anche il valore medicinale, come in questo passo dei Consulti medici del Cocchi:

“Sia il pranzo consistente in minestra brodosa molto, di carne con pane e paste, e bollitura di lattuga o d’acetosa”

In alcune Regioni dell’Inghilterra veniva usata per sostituire le mele in torte e pasticcini nel periodo «vacante», quando cioè le ultime mele conservate durante l’inverno erano finite ma non era ancora spuntata l’uva spina.

Sul libricino ho trovato anche questa chicca:

Il Cuoco Piemontese, pubblicazione del 1766, riporta questa  Salsa verde all’Acetosa:

“Pestate un pugillo di acetosa in un mortaio, spremetene il sugo, indi passatelo allo staccio; mettetevi dentro del buon butirro maneggiato con farina, sale e pepe grosso, fate legare la salsa sul fuoco e servitene tanto di grasso come di magro”

Assai simile a questa preparazione è un’antica salsa lombarda: quella detta all’ erba brusca.

Ora andiamo in cucina, è da pochissimo che mi sono avvicinata alla pasta brisè ed ho notato che l’aggiunta di farina di tapioca rende l’impasto vellutato e setoso, quindi continuo così.

torta salata acetosa alto n-001

Ingredienti per una teglia da 24 cm.:

Per la Pasta Brisè, mia versione:

  • 150 g. di  farina 00,
  • 70 g. di farina di tapioca,
  • 100 g. di burro freddo tagliato a cubetti (per gli intolleranti al lattosio usare il burro di soia),
  • 1 tuorlo,
  • brodo vegetale freddissimo (al posto dell’acqua),
  • 1 pizzico di sale affumicato.

Ingredienti per il ripieno:

  • 500 g. di foglie di acetosa (io non l’ho pesata ma ne avevo un bel cesto pieno),
  • 2 grandi cipolle (rosse),
  • 2 cucchiai di zucchero di canna,
  • olio EVO,
  • 1 dl di panna liquida (per gli intoleranti al lattosio adoperare quella di soia o riso),
  • sale affumicato,
  • spalla cotta a pezzetti (facoltativa).

Collage torta acetosa-001n

Come ho fatto la brisè:

ho messo nel robot da cucina (con le lame da impasto in plastica) le 2 farine ed il sale, ho miscelato ed ho aggiunto il burro freddo tagliato a cubetti piccoli.

Ho azionato il robot ad intermittenza fino ad ottenere un composto sbriciolato, ho unito il tuorlo, ho riazionato ed ho aggiunto man mano il brodo vegetale necessario ad ottenere un bel composto vellutato ed omogeneo.

Ho formato una palla e l’ho avvolta nella pellicola, ho riposto in frigorifero per alcune ore.

cipolle affettate n -001

Come ho preparato il ripieno:

ho affettato sottilmente le cipolle, le ho messe in una padella con l’olio e lo zucchero, ho mescolato bene e le ho coperte, a filo, con dell’ acqua e le ho cotte fino a farle diventare trasparenti, se necessario aggiungere acqua bollente.

Appena pronte le ho scolate ed ho messo nella stessa padella l’acetosa ed il sale affumicato, ho coperto e l’ho fatta cuocere nella sua acqua di vegetazione.

Ho scoperto, alzato la fiamma e fatto asciugare il composto, ho tritato finemente ed aggiunto la spalla cotta.

Ho preriscaldato il forno a 180° C.

Ho steso la pasta ed ho foderato la teglia, ne ho bucherellato il fondo ed ho infornato fino a doratura.

Ho sfornato, ho fatto un primo strato con le cipolle, un secondo con l’acetosa, ho versato la panna, ho coperto con la stagnola ed ho infornato abbassando la temperatura a 180° C., per 20 minuti, ho tolto la stagnola ed ho continuato la cottura per altri 15 minuti

la ricetta originale prevede una gratatina di noce moscata sulla panna ma non la ritengo necessaria.

Varianti: si può aggiungere del formaggio a scelta nel composto di acetosa o mettere un tuorlo e parmigiano nel composto di panna, per attenuare il sapore dell’acetosa si possono aggiungere delle patate bollite schiacciate ecc. fate come vi piace.

Torta salata acetosa fetta-002n

Buona domenica, alla prossima ricetta.


Le Nespole del Giappone al rum, smaltiscono la sbornia sotto un Crumble delizioso.

crumble di nespole si-001si

Ho specificato Nespole del Giappone perchè, per me, fino a pochi anni fa, le nespole erano queste:

Nespola libro-001

Mentre, in questa ricetta ci sono queste:

nespola del Giappone-002

Per ingrandire le foto cliccare.

Mi scuso per aver fotografato le pagine ma, credetemi, è scritto talmente in piccolo che avrei dovuto adoperare la lente d’ingrandimento, altre volte l’ho fatto ma ultimamente la vista mi si è abbassata parecchio, a voi basta cliccare l’immagine per leggere agevolmente.

Io provo un affetto quasi materno per questo frutto, come mi è capitato col topinambour e l’avocado.

Mi succede sempre quando vedo languire giorno dopo giorno questi prodotti al reparto frutta e verdura dei supermercati.

Gli alberi di nespole del Giappone capiterà anche a voi di vederli nei giardini, spesso questi frutti vengono lasciati cadere, a nessuno interessano, un pò come succede con i caki, meglio andarli a comperare al supermercato… l’anno scorso parlai in un post di queste nespole dimenticate nei giardini.

Nespolo-001

Nespolo del Giappone.

A differenza della Nespola della prima foto, che sono dolcissime, queste sono un pò aspre e non danno il meglio a crudo, un pò come le mele cotogne.

Quando le ho comperate non sapevo ancora cosa ne avrei fatto, troppo poche per marmellate e gelatine e troppo rischioso prepararle come contorno agrodolce.

Avevo in frigorifero un avanzo di granella delle coppe all’avocado e coccoe il crumble è venuto da sé; la base per i crumble è fatta con farina burro e zucchero alla quale si possono aggiungere, secondo il proprio gusto: fiocchi d’avena, mais, frutta secca ecc.

Avendo un sapore abbastanza neutro, le nespole del Giappone non litigano con spezie e aromi, in questo caso ho scelto il rum, un semplice rum, quello dolce che si adopera per fare il punch.

nespole dietro clafoutis-001

Nespole del Giappone e i loro semi.

Ingredienti:

  • 500 g. di nespole del Giappone, pelate, private dei semi e della pellicola interna che li contiene,
  • 2 cucchiai di zucchero Muscovado,
  • 1/2 bicchiere d’ acqua,
  • 4 cucchiai di rum per punch (se adoperate quello normale aggiungere 1 cucchiaio di zucchero).

Ingredienti per il crumble (copio incollo dal post):

queste sono le dosi per l’altra ricetta, se vi avanza, come nel mio caso, mettere la granella in un vaso di vetro e conservarla in frigorifero.

  • 50 g di burro di cocco (o il vostro solito burro),
  • 50 g di fiocchi di mais,
  • 50 g di nocciole tritate grossolanamente,
  • 1 cucchiaio di zucchero muscovado,
  • (farina di kamut, burro, zucchero di canna, aggiunti per questa ricetta).

collage crumble nespole-001

Come preparare il crumble:

per questa ricetta ho preparato una base con farina di kamut, burro e zucchero ed ho aggiunto la granella che è fatta così (copio-incollo dal post):

far sciogliere il burro di cocco (io) o margarina o burro di soia o burro vaccino ed unire i fiocch di mais frantumati: io l’ho fatto con le mani, è un ottimo antistress.

Dopo che i fiocchi avranno assorbito il burro, unire le nocciole tritate e lo zucchero Muscovado, mescolare per qualche minuto, versare in una ciotola e far raffreddare.

Come fare:

mettere le nespole pulite e tagliate a pezzetti in un tegame con lo zucchero e acqua, portare ad ebollizione ed aggiungere il rum, alzare la fiamma per far evaporare l’alcol, mettere il coperchio, abbassare la fiamma e far ammorbidire le nespole.

Imburrare una pirofila da forno, adagiare le nespole e ricoprirle con il crumble.

Infornare a 180°C. per 30/35 minuti.

crumble di nespole2-001

Con i semi, che potete vedere sullo sfondo, si può fare il Liquore Nespolino, troverete le ricette in rete, io ho scelto questa.

Se lo fate potete adoperarlo al posto del rum e magari inserire nel crumble della farina di amaretti, ottenuta macinandoli oppure sbriciolarli grossolanamente, provate.

Un’altra idea con le nespole del Giappone (cliccare sulla foto):


Crostata con brisè ai fiori di sambuco e marmellata con le sue bacche: aspettando i nuovi Grappoli…

Crostata ai fiori e marmellata sambuco-002

L’anno scorso, dopo aver fatto il solito sciroppo e sperimentato torte, ho raccolto gli ultimi fiori per essicarli, con le bacche ho fatto la solita marmellata.

Tutto questo è rimasto al fresco in vasi di vetro aspettando il momento di diventare protagonisti di questa crostata, a lungo pensata e progettata.

Volevo qualcosa che fosse “puro sambuco”, volevo tutto nella ricetta: sciroppo, fiori, bacche ed ora che la crostata è realizzata è con orgoglio che ve la propongo.

Ho elaborato la mia brisè con farina di fiori di sambuco, prendendo un pò qua e un pò là qualche spunto per la base dolce ed arrivando alla scelta, un pò al buio ma ne è valsa la pena, credetemi.

Dopo aver preparato la brisè, durante il lungo riposo in frigorifero (4 ore), sono andata a fare un giretto al mercato, dove ho incontrato l’arrotino che arriva dalla Carnia.

Conoscendo per sentito dire la fama scontrosa dei carnici, ho osato, quasi sussurrando, chiedere a Nando di poter fare una foto al macchinario:

Arrotino macchina mercato-001

Lui mi ha risposto, lasciandomi a bocca aperta: solo la macchina o anche l’arrotino? É meglio con l’arrotino al lavoro:

Arrotino al lavoro-002

Arrotino al lavoro2-001

Ho girellato qua e là e poi mi sono diretta verso i campi per vedere a che punto fosse la fioritura dei sambuchi, avrei raccolto qualche fiore per decorare la crostata ma… nulla, un inverno usurpatore di primavere ha rallentato la fioritura e questo è il massimo che ho trovato:

Boccioli sambuco 14 aprile 2013-001

Grappolino boccioli fiori di sambuco (con ragnetto… vedi foglia a sx).

Ho raccolto un cesto di un’erba con la quale preparerò delle ricette in questi giorni e, ritornando a casa ho incontrato due signore che raccoglievano lo sclopit, lui si, rigoglioso e quasi pronto alla fioritura:

Raccolta sclopit-001

Ed ora in cucina.

Ingrediento Brisè dolce al sambuco (io ho adoperato una teglia da 18 cm. l’impasto avanzato l’ho riposto in congelatore):

  • 30 g. di farina di fiori di sambuco secchi, ottenuta macinandoli nel macina caffè,
  • 80 g. di farina di tapioca (mi piace adoperarne una parte perchè regala agli impasti una gradevole consistenza vellutata),
  • 150 g. di farina 00 (per i celiaci è sostituibile con le farine a loro consentite),
  • 200 g. di burro freddo tagliato a dadini,
  • 70 g. di sciroppo di fiori di sambuco freddissimo (l’ho messo in congelatore per 1/4 d’ora),
  • 1 pizzico di sale,
  • 250 g. marmellata di bacche di sambuco per la farcitura.

Collage impasto brisè fiori sambuco-001

Come fare:

mettere le farine (compresa quella di fiori di sambuco) nel robot (con le lame da impasto), aggiungere il burro freddo tagliato a cubetti ed azionare, fino ad ottenere un composto sabbioso.

Aggiungere il sale e lo sciroppo di sambuco gelato ed amalgamare il tempo sufficiente ad ottenere una “palla”, dividere il composto e riporlo in frigorifero per 4 ore.

Il colore scuro dipende dalla farina di fiori, forse vi sembrerano pochi 30 grammi ma, credetemi, mentre la crostata sarà in forno, la vostra casa profumerà talmente tanto da farvi immaginare di essere nei campi.

Già così questo impasto sarebbe perfetto per ottenere biscottini profumatissimi ma oggi prepariamo una crostata.

collage crostata fiori sambuco n-001

Stendere una parte di impasto e metterla nella teglia, bucherellarla e riporla in frigorifero.

Nel frattempo prepariamo le decorazioni; la mia idea iniziale era quella di adoperare uno stampo a fiore ma non sarebbe stato facile sformarla, quindi ho optato per delle foglioline fantasia e dei fiorellini che ricordano quelli di sambuco adoperando una punta da sac a poche (la vedete nel collage).

Preriscaldare il forno a 200° C.

Fatte le decorazioni, metterle in frigorifero e riempire la crostata con la marmellata di bacche di sambuco, decorare con le foglie, attaccandole ai bordi, appoggiare al centro i fiorellini ed altre foglie, ovvio che le decorazioni sono a gusto personale.

Infornare per 15 minuti a 200° C., abbassare il forno a 180° C. , coprire la teglia con una stagnola e continuare la cottura per 30 minuti, scoprire la teglia e cuocere ancora 15 minuti (io ho fatto ad occhio, regolatevi secondo il vostro forno).

Marmellata di bacche di sambuco-002

Per oggi è tutto, se l’idea vi piace, potrete raccogliere i fiori, seccarli e conservarli, potrete fare lo sciroppo (si fa anche con le bacche) e con le bacche la marmellata (la ricetta la posterò più in là); ogni volta che vi verrà nostalgia della primavera e dell’estate potrete riportarle accanto a voi con questa crostata o con altre ricette che inventerete di volta in volta.

Buon proseguimento di settimana.

Ho tergiversato un pò, considerati i miei precedenti, ma poi ho deciso ed ho accettato l’invito di Ambra a partecipare al suo contest.

Questa crostata è perfetta, almeno io la adoro, una full immersion nel sambuco: fiori freeschi, secchi, sciroppo, bacche, non manca nulla.

Ho un bellissimo ricordo della Valle Varaita percorsa in MTB durante la mitica Tans Alp nei lontani anni 90, dove andrà il vincitore per una lezione privata ed esclusiva di cucina con le erbe (no show-cooking).

Un week end da sogno al Rifugio Meira Garneri in Valle Varaita gestito da Juri Chiotti giovane Chef piemontese.

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Crema di Avocado, Cocco, Arancia: se la primavera mi dà un dito, io mi prendo un braccio…

Crema avocado cocco-001

Già, dopo una notte buia e tempestosa, finalmente sabato mattina è ricomparsa la primavera e mi è venuto in mente Giacomo Leopardi che, con la sua sensibilità malinconica, scrive la sua poesia, imparata a memoria e recitata più volte in classe e a casa, con la Signora Gisella che mi ascoltava attenta e severa.

L’ ho immaginato dietro ad una finestra, di quelle alte, enormi, contornate da pesanti tende di velluto scuro, tanto scuro da non dare speranza alla luce di illuminare né la stanza né l’anima del Poeta.

L’ ho immaginato osservare le gocce  cadere dal tetto  sfiorando il davanzale e l’ ho visto dirigersi pensieroso (o pensoso) verso la scrivania ed iniziare i suoi versi:

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra

… Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passeggier che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo à suoi studi intende?
O torna all’opre? O cosa nova imprende?
Quando dè mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! Assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.

prati stabili P.d.P.jRovere di Slavonia.1-001

Non mi sono accontentata di rimanere qui, nella nostra meravigliosa ed assolata Italia (allo sfascio) ma ho voluto andare anche un pò lontano, incamminarmi verso altri mondi.

Ieri sera ho visto su Gambero Rosso Sky uno splendido documentario che parlava dell’ amara/dolcezza del cioccolato, mostrandone le varie sfaccettatura, dallo scultore-amante del cioccolato Patrick Roger che mi ha conquistata col suo gorilla a grandezza naturale (sono innamorata di Dian Fossey… ); pensate che i BAMBINI che lavorano nelle piantagioni di cacao non hanno la minima idea né di dove vadano le fave né cosa ne facciano… alla fine lo assaggiano e dicono: buono, è davvero buono…

Cosa c’entra il cioccolato qui? Nulla,è tanto per parlare :-D

Noi-001

Noi

Ed ora passo alla ricetta, non so se a Giacomo (confidenziale) sarebbe piaciuto questo dessert, non lo immagino mangione godurioso ma io ed ello invece lo siamo ed abbiamo apprezzato molto.

La ricetta arriva dalla mia solita datata dispensa a schede, alla ricetta, che non prevedeva zucchero, ho aggiunto del fruttosio ed ho sostituito le noci con le nocciole tritate che erano avanzate dalla precedente torta.

Crema avocado cocco-004

Quando ho letto la ricetta mi sono spaventata, è più il tempo di raffreddamento che quello di esecuzione? Nessun problema, sto diventando pratica e dopo 3 anni abbondanti di blog e web ho imparato ad interpretare le ricette.

Una cara persona ha scritto questo, parlando di me, della Libera di “prima”, prima che iniziasse a vagabondare nella solitudine dei campi e dei boschi:  “che non si perde nulla nelle pieghe delle ricette”, beh, quella Libera ritornerà, prima o poi… promesso♥

Ingredienti per il bicchiere nella foto e un’altra coppa grande:

  • 2 avocadi maturi,
  • 150 g di crema di polpa di cocco (NaturaSì),
  • 150 ml. di succo d’ arancia,
  • 2 cucchiai di fruttosio,
  • 150 g di yogurt greco,
  • 1 cucchiaio abbondante di scorza d’arancia gratuggiata,
  • 1 cucchiaio di succo di limone,
  • farina di cocco e scorza d’arancia per decorare (o come vi piace).

Ingredienti per la granella/crumble:

  • 50 g di burro di cocco (o il vostro solito burro),
  • 50 g di fiocchi di mais,
  • 50 g di nocciole tritate grossolanamente,
  • 1 cucchiaio di zucchero muscovado.

Il procedimento per la granella lo trovate in grassetto/corsivo.

collage crema avocado crumble-001

Come fare:

mettere il succo d’arancia, il fruttosio e la crema di polpa di cocco in un pentolino, mescolare e riscaldare (non bollire!) il composto per amalgamarlo.

Spegnere e versare in una terrina, far raffreddare e mettere in frigo per far addensare.

Nel frattempo tagliare a metà gli avocado, eliminare il nocciolo (non gettarlo, vedere qui) e, con un cucchiaio estrarre lapolpa.

Ritirare dal frigorifero la crema di cocco, unire la polpa di avocado, lo yogurt, la scorza d’arancia ed il succo di limone e riporre ancora la terrina, coperta con la pellicola, in frigorifero per far addensare (io, per motivi di tempistica, l’ho lasciato tutta la notte).

Al momento di preparare le coppe o bicchieri, come volete, far sciogliere il burro di cocco (io) o margarina o burro di soia o burro vaccino ed unire i fiocchi di mais frantumati: io l’ho fatto con le mani, è un ottimo antistress.

Dopo che i fiocchi avranno assorbito il burro, unire le nocciole tritate e lo zucchero Muscovado, mescolare per qualche minuto, versare in una ciotola e far raffreddare.

crema avocado cocco4-001n

Presentazione:

questo dessert può essere servito in coppette, io ho scelto per voi il bicchiere che evidenzia il “crumble” (perchè di crumble si tratta) che è perfetto in questo dessert, per la croccantezza, il profumo e la consistenza e se vi avanza potete utilizzarlo per altre preparazioni.

Alternare gli strati di crema e crumble terminando con la crema, la decorazione è a gusto personale, io ho scelto una farina di cocco e una piccolissima julienne di scorza d’arancia che fa sempre la sua bella figura.

crema avocado cocco4-001

Comunicazione di sevizio: ho completato il recupero dei miei post persi per il malfunzionamento (o mia inesperienza) del PDF, questo comporta che gli iscritti via email non verranno subissati di email.


Torta di nocciole all’arancia,senza glutine, per A.

Torta nocciole arancia senza glutine-001

Credo che ci siano ancora poche persone che pensano che senza glutine equivale a senza profumi e senza sapori.

A me è stato particolarmente utile ed istruttivo partecipare alle Rifatte senza glutine  (il link rimanda al blog di Vale e da lì troverete tutte le informazioni inerenti alla celiachia ed il regolamento per partecipare una volta al mese all’iniziativa).

Questa torta l’ho trovata su un volume dei Buonissimi, li conoscerete certamente, io li consulto spesso e tutte le ricette che ho provato sono riuscite perfettamente, diciamo che sono AFFIDABILI proprio come il blog che cito.

Ingredienti per una teglia apribile di 24 cm.:

  • 300 g. di nocciole tostate,
  • 3 arance grandi, succo e scorza (il succo di una per la glassa di copetura)*,
  • 150 g. di zucchero,
  • 6 uova,
  • zucchero a velo per la glassa di copertura (ottenuto macinando lo zucchero nel macinino da caffè)*,
  • nocciole intere per la decorazione.

collage torta nocciole arancia-001

Come fare:

preriscaldare il forno a 180°C.

Tritare le nocciole, prelevarne una parte prima di ridurle a farina ( daranno croccantezza alla torta).

Sbattere i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere un composto chiaro e soffice ed aggiungere, poca alla volta, la farina di nocciole, il succo e la scorza d’arancia.

Montare a neve ferma gli albumi ed unirli delicatamente al composto e versarlo in una teglia imburrata.

Infornare per 40 minuti.

Sfornare la torta, farla intiepidire e nel frattempo preparare la glassa di copertura.

Come fare la glassa all’arancia:

la ricetta prevedeva semplice zucchero a velo aromatizzato a piacere con  un pò di cannella io, avendo ridotto lo zucchero all’interno della torta, ho fatto una glassa, semplicemente sciogliendo lo zucchero a velo nel succo d’arancia caldo  ed unendo la granella di nocciole.

Ho fatto ad occhio, senza pesare nulla ma nel web troverete dosi, tempi e modi.

torta nocciole arancia interno1-001

Buon fine settimana.


Sformatino di Patate con Fave e Alpentilsiter e addio Mister Krups.

Robot da cucina

Foto dal web

Ti avevo scelto tra molti, quasi 30 anni fa, insieme abbiamo montato albumi, panna, abbiamo fatto la maionese, salse, impasti, abbiamo tritato frutta secca, per non parlare delle Fave Triestine o i Biscottini di Nigella.

Ogni tanto provavamo a fare qualche ricetta del suo ricettario: la torta di rabarbaro, le cialde ecc.

Eri sempre pronto a darmi una mano, mi hai seguita in tutti i miei spostamenti e con l’età ti eri un pò acciaccato, cadi oggi, cadi domani, il coperchio ne aveva sofferto ma non ti sei mai fermato, fino a l’altra sera quando io, imprudente perchè, pur sapendo che il coperchio andava tenuto,  mi sono distratta e così, il pezzetto di Sbrinz ha fatto leva e si è rotto il perno che supportava le lame.

A nulla sono valse le corse da una parte all’altra della città per rianimarti: non c’è più nulla da fare, la risposta, ma il motore funziona dico io scoraggiata… Si, ma non si trovano più i ricambi, sa, dopo trent’anni.

Addio Miser Krups, ello ha voluto che ti sostituissi subito, mi ha vista triste e malinconica, tu lo sai che con te se ne va un altro pezzo della mia vita, 30 anni non sono mica uno scherzo.

Quando ti ho visto in negozio mi avevano detto: è il modello base, non ha questo, non ha quello ma io ormai mi ero innamorata e volevo solo te, senza altri accessori: spremiagrumi, bicchiere per i frullati ecc.

Mister Kenwood li ha tutti, comprese le fruste elettriche, utili se devo fare un Pan di Spagna che richiede una lunga lavorazione delle uova, ma avrà la costanza e pazienza di stare con me altri 30 anni?

Oggi gli elettrodomestici vengono costruiti con altri criteri, pensa se durassero tutti 30 anni, le fabbriche non produrrebbero e i negozi chiuderebbero.

Fra 30 anni avrò quasi 90 anni e chissà se ci sarò ancora e se avrò la capacità e lucidità di adoperare un robot da cucina, staremo a vedere.

Addio Mister Krups ♥

Sformatino di patate, fave e alpentiltiser-001n

Ora la ricetta di Pasqua, ancora uno sformatino, il procedimento è lo stesso dello sformatino precedente con la variante della purea di fave abbinata al formaggio Alpentilsiter, un formaggio Svizzero che ho scelto al posto del pecorino che andrebbe, per tradizione, abbinato alle fave.

Avevo ancora un pezzetto di questo formaggio che, per sapore e consistenza si sposa bene con le fave e non fa rimpiangere il suo legittimo sposo che è il pecorino.

Da noi le fave sono arrivate da poco, non fanno parte della nostra cultura gastronomica anche perchè qui il clima è diverso e la riuscita della sua  coltivazione improbabile.

Lo dico con cognizione di causa perchè ho tentato varie volte, nell’orto dello zio, di seminarle ma l’umidità dell’atmosfera e del terreno hanno favorito la comparsa di parassiti (pidocchi) vanificando i miei vari tentativi

aglio selvatico1-001

Aglio selvatico

Ingredienti per 2 sformatini (alcune dosi non sono indicate perchè vanno dosate al momento):

  • 2 patate medie,
  • le fave ricavate da 500 g. di bacelli freschi,
  • qualche filo di aglio selvatico (raccolto nei campi),
  • olio evo,
  • 50 g. di Alpentiltiser grattugiato finemente,
  • crema di latte,
  • sale,
  • pepe verde,
  • burro per ungere gli stampini,
  • 1 uovo sodo per la decorazione più 4 fave.

collage sformatino patate fave-001

Come fare:

preriscaldare il forno a 180°C.

sbucciare le patate, lavarle e, con la lama apposita del robot, quella con lo spessore più sottile, tagliarle a fettine.

Sbollentarle per qualche minuto, NON SALARE L’ACQUA sennò si spatasciano, devono semplicemente diventare elastiche.

Scolarle ed immergerle in acqua fredda, scolarle nuovamente ed asciugarle bene, farle riposare qualche ora.

Sgranare le fave e metterle in un padella con l’olio evo e l’aglio selvatico, rosolare qualche minuto ed aggiungere qualche cucchiaio di brodo vegetale, riprendere i bollore, coprire e continuare la cottura fino ad ammorbidirle.

Frullare grossolanamente col Minipimer ed unire il formaggio grattugiato finemente e, solo ora, aggiustare di sale.

Mettere un cerchio di carta forno sulla base delle coccottine ed imburrare bene le pareti, foderarle con le fette di patate, iniziare con uno strato di purea di fave e formaggio ed alternare patate e purea di fave fino ad esaurimento.

Essendo la purea piuttosto consistente, dopo ogni strato aggiungo la crema di latte e sopra il pepe.

Prima di richiudere con le patate versare ancora un po’ di miscela di crema di latte, coprire con un foglio di stagnola ed infornare per 1 ora.

Eliminare la stagnola e continuare la cottura per altri 20/30 minuti, far raffreddare qualche minuto prima di sformarli.

Decorare a piacere, se vi va, con una fondutina leggera, io ho optato per una mimosa d’uovo, fatta con l’uovo  sodo passato al setaccio e qualche fava come fossero ovetti.

Sformatino patate fave interno-001

E con questa semplice ricetta mi congedo da voi augurandovi Buona Pasqua.


La leggenda del Lago di Cavazzo e Sformatino di Patate, Porro e Alpentilsiter: antipasto della domenica.

Sformato patate porro e Alpen...-001

Tempo fa avevo pubblicato la leggenda dell’Amariana, oggi vi racconto quella del Lago di Cavazzo che sta proprio sotto il Monte Amariana e il Monte San Simeone, sembra messo lì apposta per dissetare la bella Amariana e l’Orcolat.

Come per tutte le favole o leggende la morale è sempre la stessa, non fare mai del male, perchè prima o poi ti arriva “la bolletta”

Lago di Cavazzo

Il Lago di Cavazzo (Foto dal Web)

Una volta, tanti anni fa, quando il lago di Cavazzo non esisteva, il Signore e San Pietro si trovavano a passare da quelle parti.

Era una calda giornata di piena estate e si sa, cammina cammina, in mezzo a sassi e ai rovi, ai due viandanti era venuta una gran sete.

Allora il Signore si rivolse a San Pietro: “Guarda là, si intravede un casolare, vai a chiedere se ci danno un po’ d’acqua”.

Dall’umile casa si affacciò una vecchia dal volto arcigno, che apostrofò in malo modo San Pietro: “La fonte è lontana, in casa non ho acqua a sufficienza da dispensare a forestieri e pellegrini”. E gli sbattè in faccia il pesante portone.

Costernato, San Pietro ritornò brontolando verso il Signore e gli raccontò l’accaduto.

“Suvvia, Pietro, non ti arrabbiare, guardà là, oltre il cespuglio, c’è un altro fienile. Vai e prova a chiedere a quei contadini, forse avremo più fortuna”

Gesù confidava sempre nel buon cuore degli uomini, ma il suo apostolo ricevette un altro sonoro rifiuto, perciò ritornò sui suoi passi sempre più sconsolato mostrando al Signore le mani vuote e la gola ormai arsa dalla sete.

I due viandanti non si dettero per vinti e bussarono in un’altra casa e in un’altra ancora, ma dagli abitanti di Cavazzo non ricevettero né acqua né ospitalità.

Mancava un’ultima dimora, l’ultima veramente, molto povera, posta alla fine del paese.

Senza più speranza, sfiniti ed assetati, i due pellegrini, con la poca forza che era loro rimasta, bussarono anche in quella casa derelitta.

L’uscio si aprì ed una vecchia gentile li accolse con un sorriso e dette loro tutta l’acqua che chiesero e li invitò pure a fermarsi per la notte, visto che ormai le ombre lunghe del crepuscolo stavano scendendo sulla valle.

Ancora increduli, il Signore e San Pietro ringraziarono commossi.

“Buona donna, non sappiamo come ricambiare la vostra ospitalità, ma non ci scorderemo di voi, potete starne certa; ora dobbiamo riprendere il cammino, il nostro viaggio è ancora molto, molto lungo” dissero infine il Signore e San Pietro, salutandola con profonda gratitudine.

Una volta arrivato in paradiso, il Signore decise di premiare quella benefattrice che li aveva ristorati con tanta premura, mentre per gli altri paesani inospitali bisognava pensare ad una punizione.

“Già, una punizione” andava riflettendo meditabondo il Signore.

“E che sia esemplare!” esclamò alla fine.

Chiamò a se gli angeli del cielo e chiese loro di trasferire la casa della buona donna sopra il paese, osservò che il trasporto fosse completato, poi prese un gran mestolo, ma grande, molto grande, lo riempì d’acqua e lo versò sulla valle dicendo ai suoi abitanti: “Non avevate acqua a sufficienza? Ecco, ora vi accontento, non lamentatevi più!”.

Fu così che nacque il Lago di Cavazzo!

Tutti perirono sotto quel gran diluvio, tutti, eccetto la vecchina generosa che si salvò grazie all’intervento divino e visse ancora tanti, tanti anni nella sua casa in cima al monte e, quando morì, in ricordo e venerazione per quel miracolo ad opera del Signore, fu costruita sul luogo una chiesa dedicata a San Simeone (La buona vecchina era stata spostata proprio sul Monte San Simeone n.d.r.).

Ancora oggi si racconta che durante la notte in cui ricorre la festa dei morti si intravede, su quelle pendici, inerpicarsi una lunga processione di defunti con la candela in mano.

Gli anziani dicono che chi non va a San Simeone da vivo, deve andarci per forza da morto.

Proverbio che sta a ricordare l’antica sacralità del luogo e l’ospitalità premiata.

(Dal libro di Raffaela Cargnelutti: Fiabe e Leggende della Carnia)

Ora la ricetta, io a Pasqua sarò alle Terme, in Austria e quindi la mia trasgressione culinaria sarà doppio tour attorno al buffet delle insalate, tra daikon, germogli e kartoffelsalat.

Quindi, oltre alla certezza che il mio agnellino rimarrà beato sotto la mammella della mamma a ciucciare, la mia Pasqua sarà all’insegna del relax, la cura del corpo e dello spirito e, con questo nuovo, speciale Papa mi sa che mi intrufolerò anche in qualche chiesetta sperduta a pregare, pregherò per me, per quei 4 gatti che mi vogliono bene e per tutti gli animali del mondo che occupano una bella porzione del mio cuore.

Nei prossimi giorni pubblicherò una proposta Pasquale, ispirata da questo sformatino che consiglio a tutti per la versabilità, sia per utilizzo di ingredienti che per le presentazioni.

collage sformatino Alpentilsiter n-001

Ingredienti per 2 sformatini (alcune dosi non sono indicate perchè vanno dosate al momento):

  • 2 patate medie,
  • 1 porro,
  • 50 g. di Alpentiltiser grattugiato finemente,
  • crema di latte e latte,
  • sale,
  • pepe,
  • burro per ungere gli stampini,
  • panna acida e foglia di porro sbollentata per decorare.

Come fare:

preriscaldare il forno a 180°C.

sbucciare le patate, lavarle e, con la lama apposita del robot, quella con lo spessore più sottile, tagliarle a fettine.

Sbollentarle per qualche minuto, NON SALARE L’ACQUA sennò si “spatasciano”, devono semplicemente diventare elastiche.

Scolarle ed immergerle in acqua fredda, scolarle nuovamente ed asciugarle bene, farle riposare qualche ora.

Tagliare i porri a rondelle sottili e brasarli fino a farli appassire, intiepidire ed unire il formaggio grattugiato finemente, pepare e, soo ora aggiustare di sale.

Mettere un cerchio di carta forno sulla base delle coccottine ed imburrare bene le pareti, foderarle con le fette di patate,
iniziare con uno strato di porri e formaggio ed alternare patate, porro fino ad esaurimento, io, dopo ogni strato di porro, aggiungo la miscela di crema di latte.

Prima di richiudere con le patate versare ancora un po’ di miscela di crema di latte, coprire con un foglio di stagnola ed infornare per 1 ora.

Eliminare la stagnola e continuare la cottura per altri 20/30 minuti, far raffreddare qualche minuto prima di sformarli.

Decorare a piacere, se vi va, con una fondutina leggera, io ho optato per un cucchiaino di panna acida e una foglia di porro sbollentata usata come sciarpa.. col freddo che fa oggi.

sformatino patate alpentiltiser forchetta-001

Buona domenica a voi ♥


Zucchero di Resia (Zukor rusuanske), Minestra di betulla con fagioli (Minjustro s trano ziz bobiče), Canna da zucchero: “Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato”

galline vicino che beccottano-001

In certi miei post la ricetta non è la partenza ma il punto d’arrivo, sembra *Unisci i Puntini* della Settimana Enigmistica.

Anche la vita è così, se ci pensate, quando nasciamo abbiamo di fronte un’infinità di puntini da unire, io li chiamo destino, perchè ogni puntino scelto cambierà di volta in volta la nostra vita e la figura finale.

Raggiungerò le 2 ricette che, probabilmente, noi non faremo mai (forse il Danese Renè Redzepi o il nostro italianissimo Alessandro Gilmozzi, quelli che considero gli chef folletti del bosco) con le foto che saranno i puntini che mi hanno fatto arrivare a questo post.

La partenza sono le galline del vicino, immortalate appena uscita da casa della foto sopra, proseguo con la scoperta della borragine nell’aiuola, rinasce ogni anno da quando avevo vuotato della terra che, certamente, conteneva dei semi.

La mia borragine-001

Dopo, sono partita per le solite commissioni, lavanderia, mangiare per Perla e tofu per me, nel solito negozietto etnico.

Curiosa come sempre, quando sono lì, tra manioche, platani, pomeli, cavoli cinesi, okra ecc. vedo qualcosa che non avevo mai visto prima:

cos’è Bambù? Chiedo, dolce, zucchero, mi risponde con italiano incerto la titolare, Canna da Zucchero, esclamo io, si mi risponde.

Per non metterla in difficoltà ho chiesto ad una cliente come potessi utilizzarla: taglia piccoli pezzi, toglie parte fuori e succhia, come una caramella chiedo io? Si, quanto costa? 1 €uro.

Pago e me ne esco col tofu, vermicelli di riso e canna da zucchero, sul sedile accanto a me ho un pò di mondo:

canna da zucchero2-001

Questa “strana cosa” ha attirato l’attenzione di ello, al quale ho concesso l’assaggio soltanto ieri sera, l’ho assaggiato anch’io, di cosa sa? Io ho percepito il sapore della melassa, del mosto cotto, il sapore del dolce fermentato, comunque è un ottimo sostitutivo del chewingum e, secondo me funziona anche come ammazzafame perchè ello, solito a fare raid mangerecci, ieri si è placato con 2 pezzetti di canna da zucchero…

Con il mondo sul sedile riparto e mi immetto in via Roma, dove vengo folgorata dalla vista degli alberi in fiore, qui ci vuole un’altra foto:

indizi di primavera a Udine1-001

Anzi 2:

indizi di primavera a Udine2-001

Il cielo che vedete si è liberato dal grigiore delle nuvole e ci ha regalato una bella giornata limpida e soleggiata e, prima di tornare a casa, mi ha invitata a deviare per i campi.

Appena parcheggiato vedo una ghiandaia che fa capolino tra nontiscordardime, tarassaco e violette:

ghiandaia nell'erba-001

Cerco di fare meno rumore possibile ma vola via, sull’albero dove l’attende il compagno/a e volano via assieme:

ghiandaia sull'albero-002

M’ incammino, respiro profondamente e, come spesso mi accade quando sono da sola nel verde mi accorgo che sto sorridendo, ecco le viole, quante sono…

Se penso alla prima viola, quella che ho visto dov’era Celeste… ora non è più sola, se guardate bene, sotto il bocciolo in alto c’è un’ape:

viole1-001

Le api hanno da lavorare in primavera, eccone un’altra su un narciso:

ape su narciso1-001

Cammina, cammina… visione, i ciliegi in fiore:

Ciliegio in fiore tutto-001

E il particolare:

ciliegio in fiore-001

Torno indietro, devo mettere in frigo il tofu, ripasso davanti al prato coperto dai non-ti-scordar-di- me:

prato di nontiscordardime-001

Riguardo il tappeto di viole:

viole albero edera-001

Ritorno a casa, sistemo la spesa, accendo la TV, ascolto l’omelia del Papa, questo Papa straordinario che, come una benefica raffica di vento caldo, sta spazzando via pregiudizi, luoghi comuni, scetticismo e malafede, questa raffica che ha scompigliato e sradicato molti credo, questo straordinario UOMO che, finalmente, dopo tanto tempo, dà l’ESEMPIO.

Io non mi meraviglio più di tanto, per me è sempre così che ho immaginato un Papa.

Spesso, ingenua, ho chiesto a ello, meno ingenuo e più pratico: ma, come mai il Papa si fa pagare le trasferte nei paesi poveri? Lui che è ricco potrebbe aiutarli questi paesi vero? … La sua risposta? Sempre la stessa: non funziona così.. ed invece si, funziona così!!! Un Papa che mi dice: non abbiate paura della tenerezza, come posso non amarlo? Io che, da bambina non amata, avrei voluto tenerezza, l’ho chiesta, cercata, immaginata e non ho ancora smesso…

Poi le parole, quelle che hanno aggiunto il puntino a questo post: ♥Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato♥

Ecco, è stato un attimo, ho ricordato la ricetta dello zucchero di Resia visto sul libro sulla Slovenia che mi ha regalato ello, ello, burbero, pratico ma che è anche complice di questa mia passione.

Lo zucchero di Resia, leggendo l’ho capito, altro non è che il tanto decantato sciroppo d’acero che arriva dal Canada.

Vedete? La nostra Carnia, chiusa, riservata, apparentemente fuori dal mondo era già secoli fa all’avanguardia ma, la Carnia è da poco che si è aperta al mondo e timidamente ha chiesto ed ottenuto la denominazione di presidio slow food per il famoso aglio di Resia.

L’unica “cosa” che non amo di Resia è la mia vicina, la famosa svizzera, quella che mi ha ostacolata all’infinito con i gatti, chi mi legge da tempo se ne ricorderà di certo ;-)

Custodire la terra, ecco, se la terra va in malora noi le andiamo dietro in un attimo, mi viene in mente il libro di Mauro Corona:

Ed ora la ricetta, immagino che nessuna di noi prenderà un trapano ed andrà nel boso a forare gli aceri ma questa, più che una ricetta, è storia, la storia che deve rimanere nella memoria e deve tramandarsi ai più giovani, quelli che, per l’epoca in cui sono nati, non hanno avuto la possibilità di ereditare, nè dal babbo nè dal nonno, neanche lui se ne ricorderà, sicuramente.

Estrazione della linfa (ricetta base):

in primavera, con un trapano fare un buco nell’acero, inserire un pò di corteccia dell’albero a modo di grondaia, mettere sotto un contenitore e lasciare fuoriuscire la linfa.

In una giornata si raccolgono circa 3 litri, la quantità indicata per ottenere lo zucchero di Resia.

Come fare lo zucchero di Resia (sciroppo d’acero):

mettere la linfa in una pentola e portare ad ebollizione, cuocere a fuoco lento per circa 7 ore, ossia finchè della linfa rimangono circa 3 dl. di consistenza sciropposa: ritirare dal fuoco, mettere in un vasetto, chiudere ermeticamente e lasciare raffreddare.

Usare quando occorre.

betulle1-001

Ecco la seconda ricetta, sempre dal solito libro Slovenia un vicino da scoprire, qui entra in scena la betulla, con la sua linfa, ottenuta allo stesso modo dello zucchero di Resia.

Per fare la minestra di betulla con fagioli occorre:

  • 2 litri di linfa di betulla,
  • 300 g. di patate,
  • 200 g. di fagioli secchi,
  • aglio selvatico,
  • cipolla selvatica,
  • 200 g. di acetosa,
  • 200 g. di ortiche,
  • 5 dl. di acqua,
  • 10 foglie di menta selvatica,
  • 30 g. di burro,
  • sale.

Come fare:

mettere in ammollo i fagioli la sera precedente, pelare le patate e tagliarle a pezzi, tagliare finemente l’aglio, la cipolla, l’acetosa e le ortiche.

Mettere il tutto in una pentola, ricoprire con acqua e linfa di betulla e portare ad ebollizione, salare, condire con il burro, profumare con la menta, cuocere a fuoco lento per 2 ore.

Si evince l’età di queste ricette dai tempi di cottura, lo sparghert, lo spolert, il camino permettevano a queste preparazioni la lunga cottura senza la necessità di rimanere vicino al fuoco per controllare.

Mentre queste preparazioni rimanevano sul fuoco le donne di casa potevano dedicarsi agli altri lavori, duri lavori…

É tutto per oggi, forse mi sono lasciata prendere la… tastiera ma ormai mi conoscete, buon pomeriggio♥


Raviolo-Mela: Tete de Moine e Mela Kanzi, insieme, fino all’ultimo Volant…

Raviolo mela Kanzi-001 

Girolle dopo Girolle, Volant dopo Volant il Tete de Moine è finito, non c’è più, dopo aver regalato emozioni sensoriali indimenticabili, se n’è andato, ma non è un addio è solo un arrivederci perchè questo formaggio ha conquistato tutti, anche chi diceva di non amare i formaggi (ello) ed io lo riporterò presto sulla mia tavola, con una nuova Girolle e anche il cilindro apposito per proteggerlo.

Ello ha corteggiato a lungo il centimetro finale mettendo a dura prova la mia pazienza: con una fetta di pane caldo, continuava a dirmi… non ancora, devi aspettare ancora qualche volants, rispondevo e così, ieri è stato accontentato e gliel’ho servito con una bella pera Abate e mezza fetta di pane caldo, a volte esaudire i desideri di chi ci sta accanto è così semplice…

Io non so se il sapore del Tete de Moine cambi mangiato a pezzetti, so che ello continuava a ripetere: buono, buonissimo, davvero buono, io l’ho gustato soltanto a mò di ventaglio mezzo aperto o di volant, Girollavo di tanto in tanto, per uno spuntino veloce o sparpagliato su un semplice piatto di pasta con l’olio extravergine di oliva.

Se fossi ancora bambina lo vorrei nella pastina in brodo, come si faceva un tempo col formaggino.

Innovidea, qualche commento fa mi chiedeva di parlare di questo formaggio; oltre al link che vi invito a cliccare, se avete tempo e desiderio di saperne di più, vi dirò cosa ne penso io: UNICO, è il primo aggettivo che mi viene in mente, sarà anche per la maniera geniale di valorizzarlo nella presentazione che gli regala quella scioglievolezza delicata, quell’ eleganza che poi trasmette ai piatti con i quali si abbina, il mio palato non ha memoria di nulla di simile.

Se dovessi fare come i somellier per i vini nei quali riscontrano “sentori di bacche rosse, frutti di bosco” ecc. oppure come i degustatori di olio che percepiscono sentori di “erba appena tagliata, carciofo” ecc., io lo descriverei così:

una passeggiata in montagna, andar per Malghe, il profumo di fieno, di mucche al pascolo, di latte appena munto, di forme di formaggio che stagionano sulle assi, muschio, funghi, sottobosco, ecco, tutto questo ritrovo in un volant di Tete de Moine.

Pascolo Dobratsch1-001 

Chi mi legge dirà: ma come, e il Parmigiano Reggiano? Beh, il Parmigiano Reggiano è anche lui unico e non l’ho tanto decantato soltanto perchè sono stata al Consorzio ed ho imparato a degustarlo in tutte le sue stagionature.

Lui rimane comunque il MIO formaggio, proprio quello che ho descritto nel post tempo fa.

Tutte queste ricette e le ricette che vedete in giro preparate con altri formaggi a pasta dura, si possono fare anche con il Parmigiano Reggiano, scegliendo la tipologia adatta per questa o quella e cambiando gli ingredienti di accompagnamento, quindi, non sono una traditrice.

Il contest dei Formaggi Svizzeri è stata la mia più grande soddisfazione, che poi io non sia stata capace di onorare il premio andando a Roma, non significa che i prodotti non mi piacciano più, al contrario, mi sono entrati ancor di più nel cuore e continuerò ad adoperarli e cercarli.

Anche il contest POMí mi ha dato grandi soddisfazioni, conoscevo i loro prodotti, li adoperavo prima e continuo ad adoperarli, senza togliere nulla a nessuno rimane la marca che preferisco, punto.

Non è la vittoria di un contest o la spedizione di un prodotto che mi può far cambiare idea o prodotto.

Raviolo mela1-001

Ora si va in cucina, anche oggi a preparare un raviolo, quello promesso, con la mela Kanzi, sia nell’impasto che nel ripieno.

Idea geniale quella di Marta Grassi, sia per inserire nella pasta il concentrato di mela (lei adopera 100 g. di farina 00, io ho dimezzato la dose adoperando quella di kamut che trovo ideale per la pasta) , sia per il caramello all’aceto di mele per il condimento.

Avrei voluto fare anche la polvere di mele secche ma non volevo copiare proprio tutto .

Per le dosi del ripieno sarò imprecisa, se dovesse avanzare un pò di ripieno potete riempire dei piccoli vol au vent e presentarli come antipasto.

Ingredienti per la pasta:

  • 50 g. di farina di kamut,
  • 1 cucchiaio di riduzione di succo di mela Kanzi (io ho adoperato il succo centrifugato) ottenuto facendo ridurre sul fuoco 100 g. di succo,
  • 1/2 albume,
  • 1 pizzico di sale.

Come fare la pasta:

in una terrina mettere la farina mescolata al sale, inserire al centro l’albume ed unire la riduzione di mela, se fosse insufficiente aggiungere ancora un pò di abume.

Lavorare bene e lasciar riposare 20 minuti, nel frattempo prepariamo il ripieno.

Ingredienti per il ripieno:

  • volants di Tete de Moine,
  • mela Kanzi,
  • 1 nocciolina di burro,
  • un non nulla di fior di cannella in polvere,
  • fili di buccia di mela Kanzi, ottenuti con il rigalimoni, per decorare.

Tete de Moine e Girolle-001 

Come fare il ripieno:

con il rigalimoni ottenere dei fili con la buccia di mela e metterli in acqua e ghiaccio (serviranno per la decorazione).

Tagliare una parte di mela a quadratini piccini picciò e tenerli da parte, mettere l’altra parte della mela in un pentolino con una nocciolina di burro, coprire e far ammorbidire.

Quando la mela sarà ridotta in purea, unire i volants di Tete de Moine e farli sciogliere, togliere dal fuoco ed unire la mela cruda e fior di cannella polverizzato nel macinino da caffè (il fior di cannella ha un sapore a metà tra la cannell ed il chiodo di grofano e ci sta bene).

Prima di stendere la sfoglia e preparare il raviolo prepariamo il caramello di aceto di mele che ci servirà per il condimento.

Ingredienti per il Caramello di aceto di mele (io ho fatto metà dose):

  • 50 g. di succo di mela Kanzi (io centrifugato),
  • 10 g. di aceto di mele,
  • 10 g. di zucchero.

Come fare il Caramello di aceto di mele (copiato da Marta Grassi):

unire il succo di mela allo zucchero e l’aceto di mela e ridurre fino ad ottenere uno sciroppo di media intensità.

Stendere la sfoglia sottile (io con la nonna Papera), ritagliare la forma di mela, una parte più grande dell’altra, appoggiare il ripieno sulla parte più piccola, bagnare i bordi e chiudere con la parte più grande.

Appoggiare delicatamente il raviolo-mela su una schiumarola ed immergerlo in acqua salata a bollore moderato, quando il raviolo-mela salirà, scolarlo.

A differenza di come ho fatto con il raviolo-pera questo non l’ho rifinito dopo la cottura, mi è piaciuto l’aspetto leggiadro che richiamava i volants di Tete de Moine.

Condire con il caramello di aceto di mele, i fili di buccia di mela, qualche volants di Tete de Moine e perdetevi nel sogno♥

Raviolo Tete de Moine, mela Kanzi 

Per oggi è tutto, vi auguro una splendida settimana e se non splendida almeno climaticamente accettabile.


Raviolo-pera con Alpentilsiter, Noci, Pepe lungo.

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Raviolo-pera con Alpentilsiter, Noci, Pepe lungo.
Un raviolo può trasformarsi in dessert, riempiendosi di ricotta, cioccolato, marmellata, frutta secca, mosto cotto, castagne e mille altre dolcezze.

Va volentieri a farsi friggere, s’ immerge delicatamente nell’acqua per risalire poco dopo, si adagia su una teglia e si lascia infornare dorandosi e diventando croccante.

Preparare un raviolo da la possibilità di imparare a rendere un piatto equilibrato,  saper creare i giusti equilibri, sposare i vari ingredienti senza che nessuno prevarichi.

In bocca ognuno di loro deve esprimersi in autonomia e riunirsi alla fine lasciando al palato una sensazione di completezza.

L’Alpentilsiter mi ha conquistata immediatamente, nonostante il forte profumo che emana ed il sapore importante che solitamente non prediligo non è  invadente come altri formaggi che persistono a lungo in bocca coprendo il sapore di quello che si mangerà dopo.

Ho voluto banalmente abbinarlo alla pera e le noci, nulla di nuovo ma, come ho scritto prima, un ingrediente di qualità va valorizzato e non sopraffatto.

Ora passo alla ricetta, non sarò precisa nelle dosi perchè, a parte gli ingredienti per la pasta non ho pesato nulla.

Alla fine c’è un’altra proposta fatta proprio con gli ingredienti avanzati e se non avete voglia di lavorare, prendete un cucchiaino e mangiate il ripieno così, ve lo consiglio, potete anche presentarlo negli appositi cucchiaini ad un buffet.

L’ispirazione, per adoperare la riduzione di succo di pera nell’impasto della sfoglia, è partita da una ricetta di Marta Grassi che nel 2012, a Identità Golose, ha presentato un menù completo con la Mela Kanzi, nel quale comparivano anche dei ravioli fatti, appunto, con la riduzione di succo di mela (raviolo in arrivo prossimamente su questo blog).

Per chi volesse provare questa mela straordinaria, io qui, a Udine, la trovo al DESPAR e A&O.

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Ingredienti per 1 raviolo-pera:

Per la pasta:

  • 50 g. di farina di kamut,
  • 1 cucchiaio di riduzione di succo di pera (io ho adoperato il succo centrifugato) ottenuto facendo ridurre sul fuoco 100 g. di succo,
  • 1/2 albume,
  • 1 pizzico di sale.

Come fare la pasta:

in una terrina mettere la farina mescolata al sale, inserire al centro l’albume ed unire la riduzione di pera, se fosse insufficiente aggiungere ancora un pò di abume.

Lavorare bene e lasciar riposare 20 minuti, nel frattempo prepariamo il ripieno.

Collage raviolo pera-001

Ingredienti per il ripieno:

  • 1 pera Abate,
  • formaggio Alpentilsiter grattugiato finemente,
  • panna fresca,
  • gherigli di noce,
  • pepe lungo.

Come fare il ripieno:

tritare una parte di  noci finemente, l’altra parte lasciarla più grossolana.

Grattugiare il formaggio, sbucciare la pera e tagliarla a cubetti piccolissimi, una parte metterla in un pentolino assieme al formaggio, l’altra lasciarla da parte (coperta affinchè non scurisca, meglio non mettere il limone).

Mescolare ed aggiungere la panna, mi raccomando fuoco bassissimo o bagno Maria; quando il formaggio sarà sciolto e la pera morbida, aggiungere la parte di noci tritate finemente, mescolare e, se necessario, regolare la cremosità aggiungendo un pò di panna fresca, cuocere ancora qualche minuto.

Frullare il composto col minipimer, lsciarne una parte per la decorazione del piatto, unire la pera cruda, le noci tritate grossolanamente ed una grattatina di pepe lungo che con le pere ci sta d’incanto.

Stendere la sfoglia sottile (io con la nonna Papera), ritagliare la forma di pera, una parte più grande dell’altra, appoggiare il ripieno sulla parte più piccola, bagnare i bordi e chiudere con la parte più grande; non preocupatevi se il raviolo-pera non sarà perfetto, lo rifilerete con le forbici dopo cotto.

Appoggiare delicatamente il raviolo-pera su una schiumarola ed immergerlo in acqua salata a bollore moderato, quando il raviolo-pera salirà, scolarlo, rifilare i bordi e presentarlo con una parte di fonduta spennellata (col pennelo di silicone) sul piatto e sul raviolo più una grattatina di pepe, decorare con un picciolo di pera (lavato bene ed asciugato), un mezzo gheriglio di noce e le pigne di pepe lungo.

raviolo pera Alpentilsiter

Ora la variante, ispirata da una ricetta del blog lo Zibaldone Culinario, la ricetta originale contemplava la ricotta, io l’ho adattata agli ingedienti a disposizione, tra i quali proprio il ripieno avanzato dal raviolo precedente, l’uovo c’è anche qui ma in versione intera.

raviolo pere pancetta uovo chiuso-001n

Ingredienti per il fiore:

  • sfoglia avanzata del raviolo tagliata a fiore,
  • ripieno avanzato del raviolo-pera,
  • striscioline di pancetta stufata croccante (padella antiaderente),
  • tuorlo d’uovo intero,
  • glassa di aceto balsamico,
  • pepe lungo.

raviolo pera uovo da chiudere-001

Come fare:

tagliare a striscioline la pancetta stufata e renderla croccnte in un padellino antiaderente, tenerne da parte qualcuna per la presentazione ed il resto tritarla ed unirla al ripieno assieme ad una grattatina di pepe lungo.

Mettere il ripieno sul fiore di pasta, creare un invito ed adagiarvi il tuorlo, bagnare i bordi del fiore e richiuderlo con il secondo fiore.

Come per il raviolo-pera, adagiarlo sulla schiumarola e cuocerlo evitando di rassodare il tuorlo (io forse l’ho cotto troppo poco, non l’ho capito, il sapore del tuorlo era perfetto, proprio quello dell’uovo alla coque, da perfezionare comunque).

Scolare il fiore ed adagiarlo sul piatto spennellato con la fonduta, decorare con le sctriscioline di pancetta e la glassa di aceto balsamico.

raviolo pere speck uovo aperto-002n

Mi auguro che questo raviolo con l’uovo non lo veda Joe Bastianich il quale, certamente, guardandomi torvo, mi direbbe: Libera, mi stai diludendo.

Per oggi è tutto, buon fine settimana.


Soufflè dolce di Avocado al Sesamo e Tahini Senza Glutine e il Valore delle cose.

Soufflè avocado sfornato2

Passare da Snoopy che scorazza felice sul suo carrellino nuovo ad un soufflè mi sembra  di offenderlo, tesoro.

Forse è per questo che spesso dico di aprire un altro blog dove esprimere i miei pensieri che esulano dal cibo e dalla cucina, ma non sarei più io, accantoalcamino: le ricette di ogni giorno con qualche storia intorno.

Chi frequenta questo blog spesso lo fa per leggere le storie intorno oltre chè vedere cosa mi sono inventata oggi.

A me piace così e vorrei piacesse a tutti ma, per fortuna, non siamo tutti uguali ed il web permette di andare, tornare o non tornare più, la libertà, questo è bello e, secondo me è istruttivo, insegna a non essere permalosi, a non prendersela se uno non viene più a commentare o si toglie dai follower.

Io all’inizio ci rimanevo male, lo ritenevo un torto personale ma non è così, in fondo non siamo tutti imparentati e non abbiamo nessun obbligo, per fortuna, non qui almeno

Stamattina, leggendo i nuovi post su WP ho letto questo post  ed ho avuto ancora una volta modo di apprezzare Erri de Luca che, come ho scritto nel commento: è straordinario, riesce, con i suoi scritti, a lacerare i cuori ed entrare nelle anime, a far innamorare della vita e degli altri.

Così, ho cercato un suo scritto che mi aiutasse in questa grigia giornata in attesa della primavera, eccolo:

Orchidea, fioritura 2013-001

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.

Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.

Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.

Considero valore quello che domani non varrà più niente, e quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.

Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordarsi di che.

Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.

Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

Erri De Luca (Enrico De Luca)

Ed  ora il soufflè, che certamente non è  l’ideale per una “foodblogger” aspirante simil-fotografa; il soufflè va sfornato e nel giro di un nano secondo, va fotografato, se sei solo hai già perso…

Comunque anche sgonfio, questo soufflè è piaciuto, nonostante il Tahini che ho adoperato al posto del burro e che ha sapore di sesamo.

Per chi volesse fare questo soufflè in maniera tradizionale, tra parentesi metto gli ingredienti.

Composto soufflè avocado1-001

Ingredienti per 6 cocottine in ceramica da 7 cm. :

  • 25 g. di Tahini (burro),
  • 25 g. di farina senza glutine come da prontuarioautolievitante come qui  oppure 15 di maizena, sciolta precedentemente a freddo (farina 00),
  • 150 ml di latte di riso (latte vaccino),
  • 15 g. di fruttosio macinato a velo + 1 cucchiaio per la decorazione finale(20 g. di zucchero, anche di canna),
  • 1 avocado maturo,
  • 2 uova (tuorli separati dagli albumi),
  • semi di sesamo tostati per la superficie (vanno bene anche di papavero, di girasole o zucca tritati).
Soufflè avocado da infornare-002

Come fare:

preriscaldare il forno (statico) a 200°C., ungere le cocottine con il tahini sciolto, tostare i semi di sesamo in un pentolino antiaderente facendo attenzione a non farli bruciare.

Lavorare i tuorli con il fruttosio, unire la farina, il tahini avanzato ed il latte, versare il composto in un pentolino e porlo sul fuoco e a fiamma bassa far addensare, mescolando continuamente  (come si fa con la crema pasticcera), lasciar raffreddare.

Tagliare l’avocado a metà, togliere il nocciolo (se volete farlo germogliare vedi post cheese cake), aiutandosi con un cucchiaio togliere la polpa e frullarla.

Unire la crema ormai raffreddata ed unire gli albumi montati a neve, riempire a 3/4 le cocottine unte, cospargere la superficie del composto con i semi ed infornare per 20 minuti.

Sfornare, cospargere con il fruttosio a velo ed osservare con sconforto il soufflè+ che si sgonfia.. ma non importa… dopotutto, domani è un altro soufflè (Rossella O’Hara docet )

S. Avocado interno-001

Buona giornata a tutte/i, alla prossima ricetta con intorno una storia ♥


Plum cake all’arancia, ricotta e semi di papavero, sparizioni e prove contrarie.

Plumcake arancia ricotta3-002

Da dove comincio? Comincio dai piccoli misteri di WP: stamane mi sono accorta che era sparito il post su Lucio Dalla, quello del 4 marzo, cerca che ti cerca, era nelle bozze… chi l’ha messo lì? Voi? Perla, Ello? Io? No, non si sa.

Spariscono anche foto, me ne accorgo perchè in bacheca vedo i link che vengono visti, clicco anch’io e spesso le foto non ci sono più, quindi devo risalire al post ed inserirle nuovamente, beh, non è un grande sforzo però è un piccolo fastidio, significa che c’è qualche buon’anima che viene a fare un giretto da queste parti, diciamo che qualcuno ha le chiavi di casa.

Sparizione numero 2, la sera:

fammi una cortesia, non mangiarmi le mandorle che domattina preparo il dolce all’arancia.

 Va bene…

La mattina dopo:

preparo gli ingredienti per fare il dolce, prendo le mandorle, il sacchetto è dimezzato, il sacchetto che la sera prima era sigillato… ora come faccio? Le mandorle sostituiscono la farina, stravolgo la ricetta prendendo spunto da una vista nel web, approfitto anche delle splendide arance spedite da Max, mi metto all’opera, ello, per punizione, ha il compito di scrivere gli ingredienti.

Tutto procede per il meglio, rompo le uova, divido i tuorli dagli albumi: 1, 2, 3, 4..quattro? Al quarto albume mi accorgo che è scappato un pò di tuorlo, come faccio? Ho sempre saputo che l’albume non si monta più se c’è qualche particella di grasso.

Non si butta di certo, non ho però nemmeno voglia di fare frittate fuori programma, io provo ugualmente, aggiungo qualche goccia di limone, un pizzichino di sale e procedo… perfetto, albumi montati e dolce salvo.

Spesso ci blocchiamo di fronte a tanti luoghi comuni, a tante cose che abbiamo sentito dire,  ascoltato, letto ed  assimilato nel tempo e dato per scontato, no, bisogna sempre rischiare, non c’è da perdere ma solo di guadagnare, anche se si tratta soltanto di un dolce.

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Ingredienti:

  • 300 g. di ricotta (io di kefir per smaltire le scorte ma voi potete adoperare quella che vi piace),
  • 130 g. di fruttosio,
  • 180 g. di mandorle macinate finemente, 50 g. di semi di papavero macinati,
  • 4 uova,
  • succo di un’arancia grande biologica (io di Max),
  • la scorza grattugiata di 2 arance bio (come sopra), succo di limone (per albumi a neve),
  • pizzico di sale (come sopra).

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Come fare:

 preriscaldare il forno a 180° C.

Frullare la ricotta con il fruttosio, unire la farina ottenuta dalle mandorle, i semi di papavero, la scorza d’arancia, amalgamare, unire, uno alla volta, i tuorli e alla fine il succo d’arancia.

Aggiungere gli albumi montati a neve, delicatamente dal basso verso l’alto;  ungere uno stampo da plum cake e versare il composto, cuocere per 50 minuti (io mi sono distratta ed è rimasto nel forno ancora 10 minuti, buono ugualmente ma non distraetevi

Bene, qui continua a piovere, il cielo è grigio, mi consolo pensando che quest’acqua fa bene alle colture, ai nuovi germogli e alle riserve idriche…

Vi auguro una bella domenica, vi lascio questa vignetta che ho trovato stamane, mi è piaciuta e mi ha fatto pensare, come tutte le strisce di Linus che hanno accompagnato la mia adolescenza.

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Salsa al Cren.

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La foto dà qualche idea per gustare questa salsina al cren, a Trieste, questa radice, viene grattugiata direttamente sul prosciutto cotto caldo, sui bolliti (porcina, lingua ecc.), per me è troppo forte e leggendo qua e là ho estrapolato un pò di informazioni e le ho messe assieme.

L’ho trovata deliziosa con il finocchio, credo che sia perfetta anche con le patate bollite.

Torre delle polveri Bad Bleiberg e rafano-001

In Austria e Slovenia mi capita spesso di trovare la pianta un pò dappertutto, qui, dalle mie parti non mi è mai successo di vederla se non sottovuoto al supermercato.

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Il Cren è una pianta erbacea perenne originaria del Sud Est europeo, è frequente come specie sia coltivata che spontanea in luoghi freschi, sui bordi delle strade o lungo i corsi d’acqua, negli incolti e vicino alle stalle.

 É diffusa sia in Europa che in Asia occidentale, America settentrionale e Nuova Zelanda. In Italia le forme coltivate, pur arrivando a fioritura, non producono semi; tale sterilità viene ovviata con una propagazione diretta mediante l’utilizzazione di porzioni di radici che, tagliate a pezzi e lasciate asciugare per una miglior cicatrizzazione, vengono interrate in solchi non molto profondi.

Rafano vicino Torre delle polveri Bad Bleiberg-001

 La tecnica culturale del rafano non richiede particolari accorgimenti; al fine di ottenere una radice uniformemente sviluppata si preferisce destinare la pianta a un terreno leggero, fresco e ricco di sostanze organiche.

 Come si è detto, la parte edule è costituita dalla gossa radice a fittone, molto carnosa, di colore bianco- giallastro esternamente e bianco all’interno.

Il suo principale componente aromatico è la sinifrina, un composto solforato che sotto l’az ione di un enz ima libera altri componenti tra cui un olio essenz iale dall’odore e sapore molto intensi e piccanti.

Il rafano è ricco di amminoacidi, glucidi, enz imi, vitamina C, oli essenz iali, sali di potassio, ferro e calcio.

Notizie sull’impiego anche terapeutico del rafano risalgono a qualche secolo fa, l’attività più nota fin dall’antichità dell’estratto delle radici è quello antiscorbutica, attualmente, alle radici sono riconosciute proprietà stimolanti dell’appetito, diuretiche, depurative, sono inoltre efficaci, macerate in vino, latte o birra, nel reumatismo.

Verso la fine dell’estate del secondo anno inizia la raccolta delle radici ma, trattandosi di piante perenni, possono anche essere lasciate nel terreno togliendole al momento dell’uso.

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A Trieste, nelle trattorie, agriturismi e dove viene usata molto, la radice viene conservata in acqua fredda che va cambiata giornalmente, altro metodo di conservazione casalingo è quello di tagliare la radice, tenerla qualche giorno in un panno umido, chiuderla in un panno asciutto e conservarla in frigorifero; la radice così si manterrà per qualche settimana.

 Per una conservazione più lunga grattugiarla e metterla in vasetti di vetro con aceto o limone.

Ingredienti:

  •  100 g. di Cren grattugiata, 50 g. di pane grattugiato, 20 g. di burro (1 noce),
  • 2 cucchiaini di z ucchero,
  • 1/2 cucchiano da caffè di senape in polvere, 2 cucchiai di aceto di mele,
  • 1 mestolino di brodo vegetale,
  • crema di latte (panna fresca) o besciamella per una conservaz ione più lunga.

Come fare:

far rosolare il pane grattugiato nel burro sciolto, abbassare la fiamma ed aggiungere il cren, la senape e lo z ucchero, mescolare bene con un cucchiaio di legno ed aggiungere l’aceto ed il brodo, portare ad ebolliz ione, spegnere il fuoco ed aggiungere la crema di latte, amalgamare bene.

Al posto della crema di latte si può adoperare della besciamella non troppo soda.

salsina al cren,-001

Varianti:

celiaci: sostituire il pane grattugiato con quello da prontuario;

intolleranti al lattosio, vegani : sostituire la crema di latte ed il burro con derivati dalla soia o riso e Tahini.


Crema di carote caramellate, in PAP: scienza in cucina da INNOVIDEA.

Crema di carote e Tete de Moine piatto verde1-001

Meravigliosa serata di musica e non solo quella di ieri sera, la Piazza piena di gente, Marco Alemanno, in piedi sotto l’arco, che recitava i testi delle canzoni, leggendoli probabilmente dal quaderno sul quale li aveva scritti Lucio.

Mi piace Marco Alemanno, la sua riservatezza, la sua intelligenza, la sua maniera silenziosa di vivere il suo dolore, mi verrebbe voglia di abbracciarlo, di fagli una carezza come farei con un figlio.

Mi piace scoprire di volta in volta nuovi scorci di me e della vita, questa  vita che è come un libro di racconti, scritti giorno dopo giorno, ma, a differenza dei libri di carta, qui i racconti vengono scritti alla sera e non sappiamo quale racconto leggeremo la sera dopo e se avremo da leggere, non saremo noi a decidere quando scrivere la parola fine (a parte qualche eccezione … )

Facciamo programmi per il bisogno che abbiamo noi di avere certezze ma non ci sono certezze, tutto può cambiare da un minuto all’altro, ogni racconto può cambiare, essere diverso da come l’avevamo scritto nella nostra mente.

Paragono la cucina alla musica, sono tutt’e due il filo conduttore che ci tiene legati al passato e ci accompagna nel futuro, tutt’e due sono la nostra storia, parlano di noi.

La musica ed il cibo ci sono sempre stati e si sono evoluti nel tempo e continua l’evoluzione, sette note hanno creato e continueranno a creare infinite melodie, noi, con gli stessi ingredienti di sempre,  continueremo a creare infiniti piatti.

Sono andata un pò lunga anche oggi, lo so, ed ora arrivo alla ricetta della foto, ricetta che non è mia ma è presa da un blog che per me è una continua sorpresa.

Un blog che molti di voi non conosce perchè, come succede spesso, chi l’amministra non ha tempo per andare in giro a far propaganda.

Ciò che noi chiamiamo cucina molecolare lui chiama “scienza in cucina” e questa crema (io la chiamo così per la sua cremosità) è nata da uno studio sulla reazione di Maillard.

Non voglio addentrarmi in un argomento che per me è ancora nuovo e la scienza esige conoscenza, una conoscenza che non possiedo.

Oggi vi mando in trasferta, da INNOVIDEA, l’ultimo post parla di maionesi, da leggere avidamente perchè ci sono spunti interessanti per chi vuole mangiarla ma rimanere leggero.

Questa ricetta può diventare punto di partenz a per sperimentare altre varianti, la preparaz ione in pentola a pressione la rende veloce e di questi tempi non è male.

Prima di pubblicarla ho contattato Innovidea perchè la quantità di sale indicata, alla fine, per me è risultata eccessiva, anche perchè, al posto della ricotta che innovidea abbina, io ho abbinato il Tete de Moine che è più saporito.

Mi è stato detto che il sale non è determinante per la riuscita della ricetta e si può tranquillamente diminuire quindi, io riporto fedelmente le dosi e, se vorrete provare sappiate che il sale si può gestire a piacere.

Tete de Moine e Girollepp-001

Ingredienti:

  • 500 g di carote tagliate a bastoncini di circa 5 cm. (peso netto),
  • 80 g di burro non salato,
  • 7,5 g di sale (modificabile), 2,5 g bicarbonato di sodio,
  • 635 g. di succo centrifugato di carote.

Come fare:

pelare le carote, tagliarle a pezz i di circa 5 cm, tagliarle a quarti nel senso della lunghezza e togliete la parte centrale che apporta un retrogusto amaro.

Fondere il burro nella pentola a pressione e versare le carote, mescolare in modo da ricoprire le carote con il burro fuso, aggiungere qualche cucchiaio di acqua, il sale e il bicarbonato di sodio.

Cuocere a pressione per 30 min.

Dopo questo tempo raffreddare velocemente la pentola sotto il rubinetto per raffreddarla.

Versare le carote nel bicchiere del frullatore e aggiungere il succo di carote ottenuto con la centrifuga, in caso di necessità  aggiungere un po’ d’acqua per ottenere la consistenz a desiderata.

Filtrare la zuppa e versarla in una pentola e farla sobbollire.

Consigli di presentazione (da INNOVIDEA):

ho mescolato della ricotta di pecora con un misto di aromi: paprica dolce, aglio, peperoncino, timo, origano, basilico, fiori di rosa, rosmarino, pepe nero, petali di girasole e fiori di calendula.

Ho formato due quenelle di ricotta e le ho disposte in un piatto e poi ho versato la z uppa di catote caramellata. Ho aggiunto qualche goccia d’olio d’oliva e una spolverata del misto di aromi.

Io ho formato dei ventaglietti di Tete de Moine ed ho decorato così, deliziosa, provare per credere!

Crema di carote e Tete de Moine piatto verdepp-002


Tete de Moine, la dolce carezza della melata, sognando la Cornovaglia.

Tete de Moine e Melata-002 

Basterebbe chiudere gli occhi, avvicinare alla bocca uno di questi volants di formaggio con qualche goccia di melata per partire verso il paradiso dei sapori.

Questo abbinamento è nato per caso, per una serie di coincidenz e che confermano che nella vita nulla accade per caso, nè il bello nè il brutto.

Nasce da una gita, chiamarlo viaggio sarebbe eccessivo, in Carnia a comperare il miele per dimenticare un altro viaggio mancato.

Conoscevo la melata, sapevo essere rara e preziosa ma non mi ero mai documentata, quella che vedete nella foto è la Melata di Metcalfa, nel web ho trovato questo link   che spiega bene la differenza dal miele.

Un altro viaggio meriterebbe questo formaggio: il Tete de Moine , che, all’inizio pronunciavo con difficoltà perchè a Trieste le tete sono i seni e , quand’ero piccolina dire le tete era come dire una parolaccia: vedete quanto ciò che si vive nell’infanzia rimane nella nostra tete (testa)? Quante cose si inanellano e si incrociano mentre si scrive un semplice post?

L’Abbazzia di Moggio Udinese per il nostro Montasio, e l’abbazzia di Bellelay, situata nel comune di Saicourt, nel distretto di Moutier, per il Tete de Moine, dimostrano che dobbiamo all’arte casearia di suore e monaci se oggi possiamo gustare molti formaggi straordinari.

Mi soffermerei ancora a parlarvi di questa poesia di formaggio perchè non ho mai mangiato nulla di simile, e dire che in Italia di formaggi buoni ne abbiamo, ed è anche per questo che, in un momento in cui si parla di territorialità e di km.0 io non mi sento di tradire l’Italia; come è per il nostro Parmigiano Reggiano, anche il Tete de Moine è unico, inimitabile e non assomiglia a nessun altro formaggio.

Ringrazio lo Chef Emanuele Scarello che mi ha imprestato la Girolle e, mentre giravo la lama su quel cilindro, mi chiedevo se il Tete de Moine fosse nato per poter utilizzare la Girolle o viceversa.

Tete de Moine e Girolle piattino-002

 Ho iniziato tardi a viaggiare, abitando in una città da sogno, Trieste, non ho mai sentito la necessità di allontanarmi; la Croazia, la Dalmazia, la Slovenia, l’Austria, tutto a portata di mano, mare, monti, natura selvaggia, paesaggi incantevoli, perchè volere di più?

Perfino Massimiliano ritornava a Trieste per riprender fiato dopo i suoi viaggi, se andate a visitare il Castello di Miramare potrete vedere la poltrona davanti alla finestra dove Carlotta si sedeva per guardare all’orrizzonte e così, senza spostarsi, viaggiava e raggiungeva il suo amore.

Beh, mi conoscete già, sono una sentimentalona romantica e pensate che guardavo e guardo ancora in tv Rosamund Pilcher soltanto perchè tutti i racconti sono ambientati in Cornovaglia, ecco, se i Dik Dik cantavano: sognando California io canto: sognando la Cornovaglia.

Rispecchia quella che sono, Libera, malinconica, frastagliata, spigolosa e da poco ancor più solitaria e questo mio amore per la Cornovaglia è confermato dalla passione che ho per la musica Celtica.

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Sognando la Cornovaglia (foto dal web).

É un sogno realizzabile il mio, lo so, ma se un giorno lo realizzassi mi darebbe le stesse emozioni? E se non volessi più venir via? Se avessi 20 anni partirei immediatamente, asseconderei la stessa follia che mi ha portata, ormai in età matura, a partire per il Canada per il famoso mondiale di MTB, mondiale snobbato dalla Naz ionale perchè la mia medaglia d’oro era per l’Italia una vergogna essendo l’unica medaglia e, se non bastasse, arrivata da una vecchia non convocata in Nazionale ma che si è sobbarcata il viaggio a sue spese.

Beh, sono soddisfazioni perchè poi, l’anno sucessivo, sono rivolata in America e mi sono fatta Colorado, Nevada, California, Stato di NewYork.

Ho visto i famosi Motel che vediamo nei film distribuiti sulle strade del deserto del Nevada dove, con Inga, siamo andate nella valle della morte a fare il bagno in una specie di Terma naturale con l’acqua calda, guardate a vista da quel cielo azzurro che più azzurro non si può e che non si trova in nessuna tavolozza da pittore.

Poi a Bodie  , la città fantasma, una di quelle che vediamo nei film western, col saloon ecc. , ho rischiato l’arresto perchè affascinata da tutto quello che vedevo mi sono avventurata in un posto proibito al pubblico ma si sa, io sono indisciplinata

Vi saluto, continuo a viaggiare con la mente, continuo a sognare, continuo a ricordare e mi rendo conto che ne ho di cose belle da ricordare, da rivedere chiudendo gli occhi, da gustare, proprio come quel piattino lassù, quello è un sogno facilmente realizzabile, per tutti.

Buona giornata.


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