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Dolce con farina integrale di farro, banane e pere, per festeggiare la nuova arrivata.

Dolce banane pere fragole n-001

Sono stata ai suoi tempi una grande attivista e divulgatrice del WHB, partecipare a queste ed altre iniziative, allarga le conoscenze e stimola la fantasia e la creatività.

Ogni tanto rifaccio una capatina e questa volta sono da Elena che ospita la raccolta, da lei troverete tutte le informazioni.

Oggi, per rimanere fedele al “Format” descriverò uno degli ingredienti contenuti in questo dolce,  scriverò di  pere.

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Si deve risalire nel tempo per conoscere le origini di questa pianta. Da scoperte archeologiche si è potuto accertare il suo luogo d’origine: sono stati rinvenuti, infatti, nell’Asia occidentale e nelle zone termperate dell’Europa, frutti tagliati a metà e dissecati che, per forma e consistenza, hanno fatto sicuramente pensare alla pera.

Omero ci parla dei peri coltivati nei giadini di Alcinoo e di Laerte  (non il figlio di Pappalardo); il nome del frutto (esattamente in latino: pra) verrebbe, secondo alcuni, dal vocabolo celtico peren, secondo altri da Pirro che per primo introdusse il pero in Italia.

Sotto Catone si conoscevano già 6 varietà di pere, mentre Plinio ne enumerava 41.

In Francia però furono assai più numerose anche se Quintinie, fondatore e direttore del frutteto di Luigi XIVa Versailles, ebbe a dichiarare in seduta plenaria che una sola era la vera pera, quella «bon chrétien», della quale esistono ancora oggi ben 4 varietà: quella «invernale», quella «belga», la «spagnola» e il tipo a «piumaccio».

Si tratta di una pera che ha forma di cotogna mentre le altre sono sferiche; la «bergamotta» è a trottola, la pera «Colmar» a botticella come la «burrosa».

A questi nomi si aggiungono infinite varietà che prendono il nome della polpa: soda, aspra, fondente, burrosa o quelle che portano il nome di una persona cui il frutto fu dedicato: le pere William dal coltivatore londinese che per primo rinvenne la pianta da seme: hanno forma allungata, con tipico peduncolo obliquo, buccia gialla, variegata di rosso ed un pò untuosa al tatto.

Le pere Abate dall’ Abate Fetél  che, in Francia, rinvenne per primo i frutti che sono, grossi, allungati, con buccia sottile e polpa assai zuccherina e aromatica.

Morettini, di origine italiana dà il nome alla Butirra precoce.

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Per oggi è tutto, ci sarebbe da scrivere ancora molto sulla pera, per fortuna, ultimamente ci sono molti appassionati che hanno riportato in auge qualche tipo di pera che stava per scomparire per sempre e su queste specie ritornerò, ora in cucina.

Plum cake banane pere da infornare n-001

Tanta frutta in questo dolce, la cannella e lo zucchero muscovado lo profumano, l’assenza di lattosio e grassi lo rende perfetto per gli intolleranti e per chi è goloso ma attento alla linea.

Ingredienti per uno stampo da plum cake:

  • 200 g di farina integrale di farro,
  • 2 cucchiaino di cremortartaro (negozi tipo NATURASÍ),
  • 50 g di zucchero muscovado,
  • 1/2 cucchiaino di cannella,
  • 2 e 1/2 banane grandi o 3 piccole,
  • 2 albumi montati a neve ferma,
  • 2 pere William,
  • succo di limone,
  • sale per montare gli albumi,
  • olio per ungere lo stampo,
  • fragole per la decorazione.

Dolce banane pere fragole sfornato-n 001

Decorazione con le fragole:

le mie fragole erano molto grandi e ne ho messe solo 3,  se le trovate piccole potete inserirne una accanto all’altra in modo da avere le porzioni già pronte da tagliare.

Tagliare la calottina delle fragole compreso il ciuffo verde, infilare le fragole nell’impasto e, quando il dolce sarà sfornato ed intiepidito rimettete le calottine al loro posto, sarà una bella, semplice ed elegante presentazione.

Come fare:

preriscaldare il forno a 170°C.

In una terrina mescolare la farina con il cremortartaro (lievito), lo zucchero e la cannella.

In un’altra ciotola tagliare a pezzetti le banane e schiacciarne la polpa con una forchetta, sbucciare le pere e grattugiarle, irrorare col succo di limone.

Amalgamare bene la frutta ed aggiungere, poco alla volta il composto di farina, unire delicatamente gli albumi montati a neve ferma (io aggiungo un pò di sale e qualche goccia di limone).

Versare il composto in uno stampo da plum cake unto, io ho adoperato l’olio.

Infornare per 1 ora.

Dolce banane pere fragole interno n-001

La fondatrice di questa raccolta è Kalyn di Kalyn’s Kitchen mentre l’organizzatrice internazionale  è Haalo del blog Cook (almost) Anything At Least Once.
L’ organizzatrice della raccolta italiana è  Brii del blog Briggishome
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Ah, dimenticavo… La nuova arrivata è la nuova Lumix, avrei potuto, accorpando tutti i compleanni, Natali, San Valentini, onomastici del resto della mia vita, farmi regalare la Reflex ma poi mi sono fatta una serie di domande e le risposte che ho ottenuto mi hanno convinta a rimanere sulla compatta, più evoluta, certo, con più funzioni, ci mancherebbe ma, dal momento che non devo diventare freelance, né lavorare per qualche casa editrice, a me basta questa, però ho imparato ad adoperare il cavalletto comperato anni fa a Firenze e mai adoperato e, la sera un pò alla volta, mi sto studiando le 128 pagine di “istruzioni per l’uso”, chi vivrà vedrà…


Zuppa al vino bianco con trancetti grigliati di Orata.

zuppa vino bianco cucchiaio finito-001

Zuppa al vino bianco con trancio di orata grigliata

 Continuo con le ricette del corso di cucina di tempo fa, con la zuppa al vino bianco con trancetti di Orata.

Assoluta novità per me la tostatura dello scalogno senz a olio, tecnica che lo Chef adopera spesso anche per le altre zuppe di verdura.

La tostatura senz a condimenti estrae profumi ed aromi,  il liquido viene aggiunto a tostatura avvenuta.

Lo chef deve assaggiare i suoi piatti-001n

Ingredienti:

  •  2  scalogni tritati,
  • 3  patate medie tagliate sottili con la mandolina,
  • 1/2 litro di vino bianco: Friulano o Pinot Grigio (evitare vini troppo aromatici),
  • cannella in stecca,
  • alloro,
  • anice stellato,
  • chiodi di garofano,
  • 250 g. di crema di latte (panna),
  • brodo vegetale,
  • amido di riso o Maizena (amido di mais),
  • sale,
  • scorza grattugiata di limone bio (Riviera Amalfitana), tranci di orata grigliata per completare il piatto. *

*facoltativo per chi è vegetariano, chi è vegano può sostituire la panna con quella di soia e completare il piatto con tofu affumicato o semplici crostini di pane tostati.

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Come fare:

in un tegame far tostare gli scalogni tritati assieme alle spez ie, fare attenz ione a non bruciare tutto , aggiungere il vino, portarlo a bollore, coprire e a fuoco bassissimo ridurre il vino a metà, ci vorranno c.ca 35 minuti.

Nel frattempo tagliare le patate con la mandolina e rosolarle in poco olio evo, sempre a fuoco bassissimo, devono diventare trasparenti.

Solo a questo punto aggiungere il vino filtrato, riportare a bollore ed aggiungere brodo vegetale, coprire e continuare la cottura.

Sciogliere poco amido di riso in acqua fredda ed unirlo alla zuppa, mescolare lentamente per raggiungere la densità desiderata, unire la panna, aggiustare di sale e frullare.

Completare il piatto con poca buccia di limone grattugiata, una goccia di olio exravergine di oliva e il trancio di orata grigliato.

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Il limone ci sta benissimo, è la marcia in più io, nella mia porzione, ho aggiunto olio di semi di zucca.

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Per oggi è tutto, ci rileggiamo la prossima settimana ♥


Pastesùte cu’ la cjâr di purcìt e la leggenda di Amariana e l’Orcolat.

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Pastesùte cu’ la cjâr di purcìt (pasta con ragù di maiale)

Era bella come una rosa di maggio. E, nonostante fosse vestita di poveri stracci, la bellezza di Amariana risplendeva ugualmente.

Viveva in una casupola di sassi col tetto in paglia accanto al Fiume e lì spesso Amariana si recava a lavare i panni. Lavava ed intanto cantava, con una voce melodiosa e cristallina, che un giorno giunse alle orecchie dell’ Orcolat.

L’ Orcolat era un essere truce e dall’aspetto pauroso, che viveva in una forra profonda, dove nessuno osava andare. In paese tutti lo temevano.

 L’energumeno a volte compariva all’improvviso nel villaggio e la sua camminata pesante faceva tremare e rotolare a terra ogni cosa. Un vero flagello!

Quella mattina l’Orcolat si era svegliato prima del solito e mentre si stava stiracchiando nel suo giaciglio di pietra gli era giunta all’orecchio quella musica da usignolo, che saliva lenta e lieve dalle rive del fiume.

L’omone era rimasto un pò interdetto, si era stropicciato gli occhi sporgenti e cisposi, poi aveva deciso di andare a scoprire da che parte venisse quel dolce suono, mai udito prima e che aveva fatto vibrare le corde più profonde del suo cuore.

 All’ Orcolat gli si erano inumiditi gli occhi, tanto quel canto misterioso aveva commosso il suo animo, solitamente rude e feroce.

 Per quanto cercasse di resistere, non potè fare a meno di seguire quella voce di miele che lo portò sino alla riva del fiume.

 Per non farsi scorgere, contrariamente al suo solito, cercò di camminare con passi leggeri e, quando arrivò dove Amariana stava lavando i panni, si acquattò dietro un grande sasso e si mise ad osservare.

 L’Orcolat era estasiato, non aveva mai visto una creatura più dolce e delicata. Divenne tutto rosso in viso, il cuore cominciò a battergli a martello, mentre il suo sguardo non si staccava da quella visione celestiale.

 Alla fine era capitato pure a lui: l’ Orcolat si era perdutamente innamorato della fanciulla sconosciuta. Che fare?, cosa non fare?

Il bestione rimase pensieroso, si grattò il capo, poi cercò di farsi coraggio. Riassettò alla meglio i suoi abiti da selvaggio e raccolse una rosa selvatica da un cespuglio lì accanto, che sembrava non aspettasse altro. Infine si presentò alla bella Amariana timido e mansueto come un fanciullo.

“Ah… misericordia! L’ Orcolat…” urlò la fanciulla in preda al panico, appena lo vide. Raccolse in fretta e furia i suoi panni e si mise a correre, scappando più veloce di un fulmine. Quando arrivò a casa, richiuse con due mandate il portone e tenne il fiato sospeso con la speranza che l’energumeno fosse sparito.

L’ Orcolat rimase immobile, come inebetito, mentre la rosa che teneva in mano d’improvviso sfiorì.

“Povero me e ora che faccio?” Si domandò sconsolato. “Non puoi cambiare la natura delle cose. Il tuo cuore non è fatto per amare una creatura umana. Perciò, rassegnati e dimenticala!”. A parlare era stato il Genio el Fiume, ma l’ Orcolat non gli prestò ascolto, abituato com’era a fare ogni cosa di testa sua.

“No, io non mi rassegno. Quella fanciulla dev’essere mia e basta!” Urlò con rabbia al Fiume e al Cielo e se ne tornò con l’umore più cupo del mondo nella sua caverna a studiare un piano per rapire la giovane di cui si era perdutamente innamorato.

Nel frattempo Amariana aveva raccontato ai suoi genitori quanto le era successo al fiume. E loro avevano compreso che c’era sotto qualcosa di strano nel comportamento dell’ Orcolat.

 “Tutti sanno che l’Orcolat non è amico degli uomini. Questa mansuetudine è sospetta! Chissà cosa va cercando quell’energumeno!” osservò la madre di Amariana, che era una donna scaltra e dall’intuito perspicace.

 “Bambina mia, devi andare a chiedere consiglio alla Regina dei Ghiacci. Noi non possiamo aiutarti. Credi a me: non c’è altra scelta!” concluse la donna con espressione assai preoccupata.

Fu così che il mattino seguente, alle prime luci dell’alba, Amariana s’incamminò con passo rapido verso la cima del monte che sovrastava il paese.

Cammina, cammina, ormai il sole era alto nel cielo, ma sula croda dove la giovane si fermò il tepore dei raggi non arrivava mai. E il paesaggio attorno era trasparente, luminoso, nel suo paesaggio di ghiaccio.

 Seppure un pò infreddolita, Amariana si mise fiduciosa ad aspettare, finchè comparve prima una luce intensa, abbagliante, poi una nuvola di neve e alla fine si fece avanti lei: la Regina dei Ghiacci!

“Conosco la pena che pesa che pesa sul tuo cuore, mia cara fanciulla. Quel bestione dell’Orcolat si è innamorato di te e non c’è verso di fargli cambiare idea.

Questa è una sciagura, una vera sciagura, mia dolce Amariana” sentenziò la Regina con la sua voce di neve, raggelando ulteriormente l’animo della povera ragazza.

 “Oh… mia Regina, ti prego, liberami da questo triste destino. Preferisco morire piuttosto che essere la sposa dell’Orcolat” disse la ragazza con un fil di voce, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

 La Regina rimase silenziosa, poi chiese ad Amariana di avvicinarsi e le sussurrò all’orecchio il suo rimedio.

 “Mi spiace, dolce Amariana, non c’è altra via da seguire” concluse infine rammaricata scomparendo all’ improvviso. Tutt’intorno si fece più freddo ed inospitale che mai. E sul bel volto della fanciulla si spense ogni sorriso.

 Passarono ancora alcuni istanti, dopo di che Amariana cacciò via le lacrime e, con la morte nel cuore, urlò verso le cime: “Regina dei Ghiacci, accetto il mio triste destino. Fai quello che devi. Così sia!” . L’eco di quelle parole risuonò cupa nella valle.

D’improvviso si sollevò un vento di tempesta, che ululò selvaggio tra le gole delle vette. Il viso di Amariana si fece all’istante di pietra, le sue spalle si trasformarono in cime aguzze, i suoi abiti si colorarono col verde dei boschi ed i suoi capelli si sciolsero in torrenti impetuosi.

La bella Amariana aveva accettato l’incantesimo. Pur di non sposare l’Orcolat, si era trasformata nella montagna che da allora porta il suo nome.

amariana

Monte Amariana

 Ma la Regina dei Ghiacci pensò bene di punire anche l’Orcolat, lo richiuse per l’eternità nel vicino monte San Simeone, da dove a volte cerca di fuggire, per raggiungere la sua bella Amariana, e quando si muove sono dolori… La terra 

trema e gli uomini dicono: “Ah… ci risiamo, si è svegliato l’Orcolat!” .

Monte San Simeone

Monte San Simeone e Pioverno dove abita lo Zio che menziono spesso.

Ancora oggi se le nuvole coprono la bella cima dell’Amariana un antico proverbio suggerisce: Quando l’Amariana ha il cappello lascia la falce e prendi il rastrello. E cioè è buona regola interrompere di falciare l’erba e in fretta iniziare a raccoglierla, perché la pioggia è vicina!

Da: Fiabe e leggende della Carnia  di Raffaella Cargnelutti pagine 19/20/21/22.

Un tempo le favole distraevano grandi e piccini dall’appetito, dal freddo dei rigidi inverni, a volte venivano inventate per esorcizzare le paure causate da terremoti, alluvioni ecc.

Le favole e le leggende davano un senso all’ineluttabile ed intanto, mentre qualcuno raccontava le sue storie la cena si cuoceva lentamente sullo spolert, sparghert o sulla stufa, come questo ragù, profumato con cannella,  chiodi di garofano e pepe.

Alla fine, fuori da fuoco va aggiunto l’uovo che rende questo un piatto unico.

Ho riprodotto fedelmente la ricetta originale cedendo al burro che, in questa epoca fatta di case riscaldate e cibo in abbondanz a (non per tutti), viene sostituito dall’olio extravergine di oliva.

Ho scelto come pasta le mezze penne rigate n° 60 della Garofalo che mi ricordano il primo formato che mangiavo da bambina, di allora ricordo rigatoni, spaghetti e pennette, tutti gli altri formati sono arrivati con gli anni.

Ho modernizzato questa ricetta presentando la pasta in un cestino di formaggio Montasio stagionato oltre i 10 mesi, il formaggio, ingrediente principe nelle cucine Friulane e della Carnia.

Ingredienti per 4 persone:

  • 350 g. di pasta (mez z e penne rigate 60 Garofalo), 250 g. di polpa mista di maiale,
  • 30 g. di burro, 2 uova,
  • 2 cucchiai di formaggio grattugiato (Montasio), 1/2 bicchiere di vino bianco,
  • 1/2 cipolla,
  • 1 maz z etto di erbe aromatiche (maggiorana, rosmarino,timo, salvia, alloro),
  • chiodo di garofano in polvere, cannella in polvere,
  • pepe, sale.

Come fare:

tritare finemente la carne e rosolarla nel burro fuso in un tegame di coccio. Rimestare con cura poi, abbassare la fiamma, aggiungere il sale, pepe, chiodo di garofano e cannella, bagnare con il vino e proseguire la cottura.

Far evaporare parte del liquido di fondo a calore moderato quindi aggiungere la cipolla tritata finemente e il maz z etto di erbe aromatiche, coprire e far cuocere, piano e a lungo.

Lessare la pasta, scolarla e buttarla nel tegame assieme al ragù, fuori dal fuoco mescolare ed aggiungere un pò alla volta, le uova sbattute con un pizzico di sale.

Impiattare ed aggiungere il formaggio grattugiato.

Ingredienti per il cestino:

  • formaggio Montasio stagionato grattugiato.

Come fare:

riscaldare una padella di ghisa, toglierla dal fuoco e spargere uno strato di formaggio a coprirne il fondo.

Rimettere sulla fiamma e, a fuoco dolce, far compattare e dorare la cialda, sollevarla con una spatola e modellarla su una ciotola rovesciata, aspettare qualche minuto, sformarla e servire la pasta all’interno.

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Prekmurska Gibanica STG (Specialità Tradizionale Garantita), cucina senza frontiere, prima prova.

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Sarebbe buona regola documentasi prima di approciarsi ad una ricetta che appartiene ad un altro Paese e che ha una sua storia, ma era troppa la voglia di preparare la Gibanica, erano anni che attendevo la ricetta giusta, quella che mi avrebbe riportato alla memoria, mia e del mio palato, il gusto di quel dolce che era diventato il mio lasciapassare per la Slovenia, eppoi, diciamolo, anche in cucina *vale più la pratica che la grammatica* e qui di pratica ne dovrò fare ancora molta, per buona pace dei palati mio e di ello…

Non mancavo mai di fermarmi, appena dopo il confine, nella Gostilna, e prenderne un pezzo, ricordo enormi teglie, sia di strudel che di gibanica, un anno me ne feci preparare una di strudel per il mio compleanno.

Gli Sloveni sono imbattibili, sia per i dolci che per le minestre, amo la loro cucina, amo meno quando vogliono “italianizzarsi” per accontentare il turista…

Assieme alle Fritole Istriane, la gibanica (pronuncia Ghibanizza) è stata la prima parola che ho digitato su Google nel 2008, per le fritole mi ritenni pienamente soddisfatta da subito, per la gibanica ho dovuto attendere il link di Sabrina.

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Faccio copia-incolla dal sito, tra parentesi le mie varianti.

Ingredienti per una teglia rettangolare da 45 x 35: Impasto per il fondo dello stampo:

  • 300 g di farina,
  • 1,5 dl di latte,
  • 1 tuorlo,
  • 2-3 cucchiai di burro fuso,
  • un pizzico di sale.

Impasto per la pasta degli strati intermedi e finale:

  • 500 g di farina (350 00, 150 integrale, avevo finito la farina),
  • 1 uovo,
  • acqua tiepida,
  • 2/3 cucchiai di burro fuso,
  • il succo di un limone,
  • un pizzico di sale.

Primo ripieno (questo preparato ai semi di papavero è perfetto per preparare altri dolci tipo lo strudel ai semi di papavero):

  • 150 g di semi di papavero tritati,
  • 50 g di zucchero o 80 di miele (ho messo miele di acacia),
  • una bustina di zucchero vanillinato (omesso, ho aggiunto una puntina di vaniglia bourbon in polvere),
  • 1dl di latte,
  • 3 cucchiai di burro fuso.

Secondo strato:

  • 500 g di ricotta fresca (ho adoperato la Skuta che è una ricotta più acida e più consistente della nostra, per chi non trovasse una ricotta simile consiglio un tipo asciutto con l’aggiunta di panna acida),
  • 1dl di panna liquida (se adoperate la ricotta sostituitela con la panna acida),
  • 100 g di zucchero,
  • 2 tuorli,
  • una manciata di uvetta.

Terzo strato:

  • 250 g di noci tritate fini,
  • 50 g di zucchero o 80 di miele (ho adoperato miele di acacia),
  • una bustina di zucchero vanillinato (omesso, ho aggiunto una puntina di vaniglia bourbon in polvere),
  • un cucchiaino di cannella,
  • un dl di latte.

Quarto strato:

  • 500 g di mele (renette),
  • 30 g di zucchero,
  • la scorza grattuggiata di un limone,
  • un cucchiaino di cannella,
  • mezza tazza di burro fuso per ungere le sfoglie.

Preparazione:impastate tutti gli ingredienti del primo impasto, lasciarlo riposare per un’ora, dopodichè tirarlo bene col mattarello e foderate il fondo di uno stampo imburrato con questa base.

Amalgamate bene gli ingredienti del secondo impasto e farne un panetto di consistenza abbastanza soda, dividerlo in 5 parti e lasciar riposare un’ora, nel frattempo preparare i ripieni.

collage ripieni gibanica-001

(il ripieno e lo strato di mele non l’ho fotografato)

Primo strato:

versate sui semi di papavero abbastanza latte bollente da ottenere una massa di consistenza cremosa, lo zucchero e lo zucchero vanillinato, mescolare bene e lasciar riposare, quando si sarà intiepidito, aggiungere i tre cucchiai di burro fuso.

Secondo strato:

mescolare le noci, lo zucchero, la cannella e lo zucchero vanillinato finchè il composto non risulterà abbastanza morbido da poter essere spalmato.

Terzo strato:

pelare e grattuggiare le mele, aggiungere gli altri ingredienti e mescolare bene.

Quarto strato:

con una frusta ammorbidire bene la ricotta, aggiungere i tuorli, la panna, lo zucchero ed infine l’uvetta.

collage strati gibanica-001

A questo punto tirare col mattarello i 5 panetti fino a farli diventare piuttosto sottili e larghi abbastanza per coprire lo stampo.

Sul primo strato (che abbiamo già sistemato sulla base della teglia) spalmare il composto di semi di papavero, coprirlo con una sfoglia e spennellarla di burro fuso.

Versare sopra questo strato il ripieno di ricotta e livellarlo, continuare alternando una sfoglia spennellata di burro, l’impasto di noci, di nuovo una sfoglia, il ripieno di mele e concludere con due sfoglie ben spennellate di burro.

Infornare a 180°C. per un’ora abbondante, tagliare il dolce a quadroni, spolverarlo di zucchero e servire tiepido.

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La sequenza degli ingredienti non rispetta poi la sequenza di esecuzione, questa versione  va perfezionata, sia per le dosi della pasta che sono sproporzionate rispetto alle quantità di ripieno.

La pasta, che oggi è spesso sostituita dalla pasta fillo per velocizzare una preparazione che, se fatta con tutti i crismi, richiede un’intera giornata di lavoro (me l’ha detto una signora conosciuta ieri al corso di cucina (non vedo l’ora di raccontarvelo) è quella originale e da il meglio di se se tirata sottilissima, coa che io non sono riuscita a fare.

Navigando un pò, alla ricerca di informazioni storiche, ho trovato anche una variante con albicocche secche e lamponi in conserva, no, quella non passerebbe l’”esame” perchè,  la Premurska gibanica STG, per poter essere definita così, deve rispettare queste regole:

*può avere forma tonda o rettangolare.

Il ripieno, che non deve fuoriuscire, deve essere chiaramente separato dagli altri.

Una fetta, dunque, deve mostrare distintamente *otto strati d’identico spessore e deve avere una struttura tenera, soavemente liscia e morbida.

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Foto dal web (8 strati).

Sempre la signora conosciuta al corso mi ha detto che anche 4 strati vanno bene, io ne ho fatti 4 ma, sempre per le dosi che ho seguito, gli strati non sono regolari e, alla vista risulta asciutta ma, per fortuna non al palato.

Modifiche future:

  1. mantenere le dosi di pasta ma aumentare quelle del ripieno, soprattutto delle mele che servono anche a dare la giusta umidità al dolce;
  2. tirare di più la pasta per renderla il più sottile possibile;
  3. frullare la skuta (quella che adopero io e che è molto granulosa) per renderla più cremosa e, quindi, più facile da spalmare (se notate il mio strato di skuta (ricotta) risulta molto irregolare;
  4. lasciare i ripieni più liquidi in maniera che in cottura non si asciughino troppo;
  5. tentare gli 8 strati, proverò ad adoperare una pirofila in pirex per vedere la preparazione in corso d’opera;

*(fonte testo: Prekmurska Gibanica)

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L’ho spolverizzata con zucchero a velo e cannella.

La Prekmurska gibanica è stata scelta per rappresentare la Slovenia al Café Europa, iniziativa della presidenza austriaca dell’Unione europea  sulla Giornata dell’Europa 2006.

Nel marzo 2010, la Prekmurska gibanica ha ricevuto dall’ Unione europea la denominazione STG (Specialità Tradizionali Garantite).

(Fonte Wikipedia).

Se ci fosse qualche esperta/o di gibanica può lasciarmi consigli e suggerimenti, sono ben accetti ♥

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Un’anteprima dei prossimi post: il corso di cucina, tutti i segreti e trucchi dell Chef Emanuele Scarello per trasformare minestre, zuppe, creme in estasi per le papille gustative…


Dolce Magiaro di ciliegie (Cyühölcsös Kocka) tra Storia, Metereologia e Mitologia…

Dolce Magiaro di ciliege (Cyühölcsös  Kocka) tra Storia, Metereologia e Mitologia…

Caronte ha provato più volte a portare all’inferno l’anima del mio pc ma lui si è difeso fino allo stremo delle forze ed ora è qui, funzionante più che mai.

Scipione ci ha liberati dai Cartaginesi ma non è riuscito a tenere lontana l’ ondata di caldo.

Minosse, visti i tempi che sono cambiati, spera di trovare il cibo per il suo Minotauro tra le vittime della calura.

Non occorreva scomodare la storia e la mitologia per dare il nome alla normale “canicola estiva”, mal sopportata forse perchè preceduta da stagioni anomale che si stanno trasformando da eccezioni in normalità.

Nonostante tutto a casa mia il forno si continua ad accendere, come noto anche in altre cucine del web, eppoi, come scrive Fabiana (Fabipasticcio) io devo stare in cucina, perchè è proprio lì che nascono i miei post, nei gesti antichi di montare gli albumi a neve e domandarmi chi sarà stato a pensarci per primo?

Ho sempre una domanda (senza risposta) per tanti gesti che ormai si danno per scontati, oggi c’è la chimica ma un tempo? Un tempo era l’ingegno umano, l’istinto, la necessità di evolversi, di andare avanti.

Oggi abbiamo la pappa pronta e possediamo un patrimonio storico culinario che ci rende fortunati e ricchi, facciamone tesoro e facciamo sì che anche le generazioni a seguire possano beneficiarne.

Quando andavo a dar da mangiare a Celeste di fronte all’asilo avevo notato un enorme albero ricchissimo di nespole, perfettamente mature e sanissime e mi sono chiesta: perchè le “educatrici” non coinvolgono i bambini e preparano una marmellata assieme?

Certo non mettere i bambini  vicino al fornello ma coinvolgerli nella snocciolatura, farli assistere alle prime fasi e poi, le educatrici che si fermano sempre dopo che i bambini sono andati via, terminare la preparazione per poi, l’indomani, offrire una bella merenda a base di pane e marmellata?

Arriviamo alla ricetta, la fonte è sempre il libro di Emilia Valli: 1000 ricette con la frutta, libro supereconomico che veniva anche dato con un quotidiano, io l’ho trovato in quei cestoni al supermercato, €uro 3,90.

Solitamente non modifico le ricette di questo libro ma in questo caso ho dato un bel taglio alla dose di zucchero  ed ho adoperato il burro di soia, le ciliege arrivano dalla Grecia e non mi è dispiaciuto contribuire all’economia di quel paese mal governato che, lo ripeto sempre, potrebbe vivere soltanto di turismo e far vivere bene i suoi abitanti punto!

Ingredienti per una teglia quadrata di 21 cm. di lato:

  • 4 uova,
  • 150 g. di farina 00,
  • 250 g. di zucchero (150),
  • 250 g. di burro (200 di soia),
  • 350 g. di ciliegie3 mature (400),
  • burro per lo stampo,
  • 1 busta di zucchero a velo (io quantità sufficiente a coprire la torta, zucchero a velo ottenuto  nel macinacaffè),
  • sale per gli albumi,
  • cardamomo,
  • chiodi di garofano,
  • cannella.

Dolce Magiaro di ciliege (Cyühölcsös  Kocka) tra Storia, Metereologia e Mitologia…

Come fare:

preriscaldare il forno a 200°C.

Denocciolare le ciliege, io le ho tagliate a metà (rotto dennocciolatore    ) e messe con 2 cucchiai di zucchero a macerare.

Lavorare a crema il burro con lo zucchero, incorporare i tuorli uno alla volta ed aggiungere, sempre un pò alla volta la farina col setaccio, aggiungere delicatamente gli albumi montati a neve col pizzico di sale (io aggiungo, secondo la quantità, un pò di succo di limone che mi aiuta a non farli smontare se li lascio lì).

Versare il composto nello stampo imburrato (o rivestito con carta forno) e livellarlo, disporre le ciliege intere o a metà come me, infornare per c.ca 35 minuti.

Far raffreddare, sformare e spolverizzare con lo zucchero a velo.

L’altra blogger ha adoperato una miscela di fiori io consiglio anche cardamomo, chiodi di garofano, cannella, provate

Dolce Magiaro di ciliege (Cyühölcsös  Kocka) tra Storia, Metereologia e Mitologia…

Sono stata a trovare Celeste nella sua nuova casa, l’ho presa in braccio e mi sono goduta le sue fusa ed il suo sguardo Celeste, ciao.


Coppa Yogurt e albicocche speziate, il sole arriva da lontano…

Oggi il sole è ricomparso ma sembrava si fosse dimenticato di noi, per fortuna venerdì è arrivato dalla Calabria,  travestito da albicocca, ma non era solo, si è fatto accompagnare da splendidi limoni,  nespole, da preziose cipolle di Tropea, e…da un pacco speciale speciale che aspetta il momento di convolare a nozze con qualche specialità della mia terra…

Ci voleva una bella sorpresa per darmi un pò di brio ed il pacco di Max è arrivato al momento giusto :-)

Domenica mi sono accorta che stavano maturando velocemente, era arrivata l’ora di sperimentare la ricetta che mi aveva colpita lo scorso anno, la coppa allo yogurt e albicocche speziate.

Domenica ho fatto anche un dolce da forno per ello ma questa coppa è stata la mia coccola speciale, amo la cannella e la punta piccante del pepe garofanato, ma via con la ricetta.

Ingredienti per 1 persona (quantità variabile a piacere):

  • 250 g. di yogurt greco 0%
  • 4 albicocche sode,
  • 1 cucchiaio di miele di acacia,
  • cannella in polvere,
  • pepe garofanato,
  • foglioline di menta fresca.

Come fare:

lavare, asciugare, snocciolare le albicocche e tagliarle a spicchi (4/6 a seconda della loro grandezza).

Riscaldare a fuoco medio il miele in una padellina antiaderente, unire la cannella, il pepe (io ho grattugiato i grani) e gli spicchi di albicocche.

Alzare la fiamma e cuocere per qualche minuto (per evitare che si spappolino gli spicchi girarli muovendo la padellina), spegnere e far raffreddare.

Mettere lo yogurt nella coppa e disporre sopra le albicocche col loro sugo, decorare con le foglioline di menta…un’estasi, provate, anche cambiando le spezie, la lavanda ci sta bene, il cardamomo pure, ma non fatevi mancare il tocco magico che regala il pepe.

Buona giornata e alla prossima ricetta con le “Albicocche viaggiatrici” ;-)


Coppa speziata alle pere e fiocchi di latte.

Ingredienti per 4 coppette:

  • 2 confezioni di fiocchi di latte da 150g.,
  • 8 piccole pere (le mie erano grandicelle Kaiser),
  • succo e scorza di limone,
  • 2 cucchiaini di cannella in polvere,
  • 1 cucchiaio di zucchero Muscovado,
  • 80 g. di albicocche secche.

Come fare:

sbucciare 4 pere e tagliarle a pezzetti, metterle in una casseruola con lo zucchero, la cannella, il succo e la scorza di limone ben lavato e cuocere a fiamma bassa, mescolando di tanto in tanto fino a che saranno disfatte.

A circa metà cottura aggiungere anche le albicocche secche tagliate a pezzettini.

Intanto lavare le altre pere e cuocerle con la buccia in un cartoccio di stagnola ben chiuso, in forno a 180° C. per circa 30 minuti.

Servire in coppette individuali alternando cucchiaiate di composta di pere tiepida a cucchiaiate di fiocchi di latte e servire mettendo al centro della coppetta una pera cotta al forno.

La mia pera è stata in forno troppo e si è raggrinzita :-(

Buon fine settimana.


Cronaca di una torta annunciata: Torta di Cannella…

Eccola qui la torta alla cannella, quella del post in Lingua Friulana, avevo percepito in voi una certa perplessità, d’altronde nemmeno io avrei capito cosa c’era scritto se non avessi avuto sottomano la traduzione :-)

Alla traduzione italiana aggiungerò dei dettagli per la comprensione della ricetta in quanto: farina e uova quante ne bastano è davvero difficile da interpretare, d’altronde, come scrivo sempre ora siamo diventati “fiscali” e crediamo che 1 grammo in più o in meno faccia la differenza e, a parte questo, le donne un tempo cucinavano così ;-)

La precisione farmaceutica sarà indispensabile per un altro tipo di ”pasticceria” ma in questo caso l’approssimazione è concessa.

Io ho fatto metà dose, ello, è noto, non ama la cannella nè i chiodi di garofano, non ho ancora capito, dopo anni, se è per partito preso o se è davvero così…so soltanto che preparazioni con cannella e chiodi di garofano ne ha ingurgitati un pò ;-)

Per metà dose ho adoperato 2 cucchiai di farina (di castagne) e 2 uova + il tuorlo avanzato dall’impasto, ho diminuito la dose di zucchero usando il Muscovado che profuma ulteriormente sia l’impasto che il ripieno.

Ho lavorato tutto con il robot da cucina, l’impasto è davvero “pluitost durute” però si lavora bene  col mattarello “aggiustando” i bordi con le dita..

Ho scelto di adoperare una tortiera apribile da 15 cm.

Decidendo per la dose intera  e componendo la torta direttamente sulla teglia da forno,  si otterrà  un bellissimo effetto rustico, anche  la miniporzione potrebbe essere un’idea carina, lasciamo spazio alla fantasia.

Questa volta non ho decorato né con lo zucchero a velo né con la glassa, la rifarò senz’altro e la spolverizzerò con zucchero a velo mescolato con cannella oppure con una glassa alla cannella o chissà, vedrò al momento ed ora… per non farmi/vi mancare niente ho anche la versione in inglese :-)

Ho dei “premi da postare, lo so, ma oggi vado di fretta, preparerò prestissimo un post con 7+7 cose da raccontarvi… di me sapete molto ma…non tutto ;-)

Un saluto speciale a Daniele che mi ha fatto davvero una bella sorpresa commentando il rotolo ai topinambur.

Luppola ritornaaaaaa!!!!  Mettiamo fine alla FUGA DI CERVELLI dal Web :-D


Cjalzòns cu lis jerbis romatichis (con farina di Kamut)…

Impastâ uns quatri etos di farine di flôr cun quatri ûs, gramolâ ben a man ma no distirâ cul menarul.

La paste ‘e va fate su a rodul e tajade a tocùz, ch’a van sfracajâz cul cûl di une tace.

Tal ingjâf si met il plen, si tapone il cjalçon cun altre paste, simpri lavorade cemût si à dit.

Cui dêz si cjàlcjn tôr atôr i ôrs dal cjalzon che po, insieme cum chei altris al va butât te aghe bulint, salade.

Une volte cuez, i cjalçons, discotâz, si cuìncin cun spongje  e formadi vecjo, ancje forest.

Il plen si prepare cussì: in tune plàdine sfracajâ pôc su pôc jù dai chilos di patatis cuetis ta l’aghe e scussadis, misclizzâj un eto e

miez di zucar, un eto di canele masenade, savôrs mentegrèe, salvie, basili, garofalât tazâz fins, un freghenin di spongje fate slìdi e

brustulâ cun civole tajade a tocûz (ma no meti la civole tal plen), sal, pevar, un brussul di cognac.

Tra le minestre asciutte, strettamente friulane, vanno collocati i cjalçons, ravioli con vari tipi di ripieno, tra i quali è compreso perfino il cioccolato, oltre a ricotta affumicata, pane nero grattuggiato, zucchero, cannella, uvetta sultanina, frutta e verdure in un miscuglio molto singolare, che nel suo insieme riesce a dare un gusto assai gradevole.

Il termine Cjalçon pare possa farsi risalire alla voce “calisson”, che in turco indica uno strumento simile al liuto, nella cui forma in passato si preparavano alcuni dolcetti di marzapane.

Esiste un documento, del 1377, nel quale si parla proprio di “Pasqua dei cjalçons”, nel quale si fa riferimento a questi dolcetti.

I cjalçons di oggi, comunque, prendono il posto di un primo asciutto: i cjalçons, una volta lessati, vengono scolati e conditi con burro bollente, ricotta affumicata grattugiata, zucchero e cacao.

(Ricetta scritta in lingua friulana dei Cjalçons di Timau tratta da “I sapori del Friuli”, breve cenno storico tratto da “La cucina del Friuli” di Emma Valli).

Non potevo presentare questa ricetta semplicemente menzionando gli ingredienti, vivo in Friuli, amo i cjalçons, quando vado in Carnia ne faccio scorpacciate.

Questa non è una ricetta è “la storia”, le varianti dei cjalçons sono infinite, la pasta ed il ripieno cambiano di famiglia in famiglia perchè, come tutte le ricette antiche nascono dall’esigenza di cucinare con quello che c’è.

Ne ho già parlato in passato dell’arte delle donne di un tempo di creare capolavori culinari con quel poco che avevano a disposizione, la cucina di oggi è senza dubbio figlia della cucina di “quelle” donne, del loro genio, del loro estro, del loro orgoglio.

Io non festeggio mai la festa della donna né la menziono però quest’anno la voglio dedicare proprio a queste donne, donne senza blog, senza reflex, senza hi pod, donne ricche di dignità che ci hanno lasciato in eredità storie di vita, tutte da leggere, imparare a memoria ed imitare.

Riporto integralmente la ricetta alla quale mi sono ispirata mettendo tra parentesi le mie sostituzioni e/o omissioni.

Ingredienti per 4 persone (metà dose):

per la pasta:

  • 350 g. di farina (kamut),
  • 1 cucchiaio di olio d’oliva (evo),
  • 1 pizzico di sale,
  • acqua q.b.

Per il ripieno:

  • 2 patate lesse,
  • 1/2 cipolla,
  • 250 g. di foglie di bieta (agretti/barba dei frati),
  • 1 manciata di melissa (1 pizzico di secca),
  • 1 rametto di menta (1 pizzico di secca),
  • qualche cimetta di maggiorana,
  • foglie di basilico,
  • ciuffi di prezzemolo,
  • altre erbe aromatiche (dragoncello secco),
  • 120 g. di ricotta affumicata,
  • 2 cucchiaini di cacao amaro (omesso),
  • buccia di 1 limone,
  • sale (affumicato),
  • pepe,
  • cannella (cardamomo in polvere).

Condimento:

  • 100 g. di burro (chiarificato),
  • ricotta affumicata,
  • zucchero muscovado mescolato alla cannella in polvere,
  • zeste di buccia di limone (pacco Max).

Come fare la pasta:

lavorare a lungo la farina con l’olio, il sale e l’acqua necessaria (ho usato il robot da cucina), formare la palla e farla riposare un paio d’ore o dentro un tovagliolo o sotto una ciotola.

Come fare il ripieno:

tritare le foglie di bieta, appena scottate (ho cotto a vapore gli agretti)e mescolarle alle patate lessate e schiacciate, aggiungere un trito di cipolla e di erbe aromatiche (ho usato quelle secche, a parte la maggiorana ed il basilico perchè le altre fresche sono ancora senza profumo), il cacao (no), 1/2 cucchiai di ricotta affumicata, la buccia grattugiata di mezzo limone, sale, pepe, cannella (cardamomo in polvere) e mescolare (alla fine ho frullato il composto col minipimer).

Componiamo i cjalçons:

in questa fase mi sono fatta aiutare dalla “tecnologia”, non occorre che vi spieghi come ho fatto perchè le foto sono esaustive non vi pare?

Li ho conditi con burro chiarificato, ricotta affumicata, buccia li limone  (come da ricetta pilota) ed ho spolverizzato con zucchero muscovado setacciato con cannella in polvere.

Per molto tempo sarà Lucio Dalla chiudere i miei post, e sarà così anche per questo..in ritardo ma lui c’è, e sono felice che sia stato, suo e mio malgrado, l’ “oggetto” di cotanta inutile, squallida polemica..ma. come ho già scritto, la classe non è acqua ;-)


Zuppa alla birra, dopo lo “Stollen” rimango in Germania.

Era da un sacco di tempo che avevo in mente di  fare questa zuppa alla birra che mangio spesso in Austria, ne ho “sequestrata una e, scartabellando tra i miei libri “storici”  (questo è del 1978!!)  ho trovato una ricetta per utilizzarla.

Foto dal web

Ingredienti per 4 persone (io ho fatto metà dose ):

  • 1 litro di birra chiara tedesca (io ho usato quella “dark” della foto),
  • 40 g. di burro (burro di soia),
  • 50 g. di farina,
  • 1 pizzico di cannella in polvere,
  • sale (affumicato),
  • pepe,
  • 1 cucchiaio scarso di zucchero (omesso),
  • 1 dl. di panna liquida (di soia),
  • crostini di pane,
  • erba cipollina.

Come fare:

preparare un rue con burro e farina e quando il composto è dorato e liscio versare la birra, mescolare, salare, pepare ed aggiungere la cannella, mettere lo zucchero (se lo adoperate).

Far bolllire qualche minuto, aggiungere la panna (io ne ho lasciata un pò per la decorazione).

Preparare i crostini di pane nel forno (senza burro).

Versare la zuppa nelle tazze da consomme o dove desiderate, riempite una metà della tazza con la panna montata e l’altra metà con i crostini dorati, rifinire con fili d’erba cipollina tagliati con la forbice.

Mahlzeit!!!

P. S. : La birra non dev’essere amara, il sapore è delicato, considerando che l’alcool evapora in cottura.