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Finchè il cuculo canta la primavera esiste…Millefoglie di Cuori di cioccolato con spuma al frutto della passione

Millefoglie di Cuori di cioccolato con spuma al frutto della passione.

Dal momento in cui ho ricevuto da Vera l’invito a partecipare ad un suo contest mi sono messa a “pensare”, si, pensare, perchè nella presentazione della ricetta era necessario aggiungere una poesia o un racconto che ci fossero cari.

Io, come al solito, volevo fare tutto da me, senza “suggerimenti” ed avevo già bello in mente cosa scrivere quando, all’alba, al mio precoce risveglio ho sentito cantare il cuculo, sono molti giorni che lo sento ed il meraviglioso silenzio che avvolge il luogo dove abito me lo fa godere tutto questo suo canto..voi sapete quanto io ami la natura vero?

É stato un attimo, la mia mente è andata tra le pagine di un libro di Mauro Corona: “Finchè il cuculo canta”..è fatta, mi sono detta, sarà lui, Mauro Corona a raccontare al posto mio le mie emozioni ed il mio pensare.

Ho sfogliato il libro (li ho tutti)..l’ultimo capitolo, quello parla del cuculo, forse è un pò lungo ma se amate leggere me, leggete il racconto, ne vale la pena…

Foto dal web

Tutte le mattine vado al bar, vicino casa. Ce ne sono due nella nuova Erto, uno di fronte all’altro. Per non far torto a nessuno li visito entrambi.Nel primo bevo il caffè, nel secondo una grappa o viceversa. Leggo il giornale, quello del giorno prima, il nuovo arriva solo dopo le undici, con la posta. Quasi sempre incontro gli amici: Carle, Silvio, Pin, Ottavio il vecchio cacciatore, Vanni.

Carle e Silvio hanno la mia età, siamo nati nel ’50, a Erto. Siamo cresciuti assieme, nella contrada San Rocco, vicino alla chiesa, dove per secoli ha pulsato il cuore della vecchia Erto. A volte stiamo seduti a chiacchierare. Leghiamo i discorsi con qualche bicchiere, una sigaretta. Facciamo finta di non vedere la scritta minacciosa che ammonisce dai pacchetti: “Nuoce gravemente alla salute”. Non ci curiamo di certi allarmanti dolorini sul lato destro del costato. Nei miei amici c’è una pacata rassegnazione, raramente sui loro visi si dipinge l’allegria. Se parliamo del futuro qualcuno risponde: “Non mi interessa vivere un secolo, non so quanto ho davanti comunque sono pronto”. Allora parliamo dell’infanzia, dell’adolescenza, della gioventù, trascorse insieme, in quel borgo ormai abbandonato, vuoto. Ricordiamo senza nostalgie, senza rimpianti: abbiamo capito che non serve; parliamo perchè ci fa bene. La vita spegne molte cose, l’entusiasmo, il sorriso, ma non riesce a spezzare quel filo che lega gli amici d’infanzia.

Carle vorrebbe tornare a vivere nella vecchia casa, l’ha messa a posto, è pronta ad accoglierlo come un tempo. “Quello è il mio paese”, dice. Scriveva Giacomo Noventa “Un giorno o l’altro mi tornarò al paese…Su le rovine, mi cercarò, le vecie case”. Anch’io vorrei tornare nella mia casa.

A volte Carle ed io ricordiamo i tempi del collegio Bertoni, a Udine, i lunghi giorni dentro quelle mura, l’incapacità di comunicare con gli altri: ci chiamavano i pecorai. I pomeriggi solitari, appoggiati a una colonna a parlare di Erto, dei nostri giochi, dei nostri sogni, degli amici da cui il Vajont ci aveva divisi. A volte torna anche la naja. Un Natale ci scambiammo gli auguri a distanza. Eravamo alpini a Sauris, un paesino del Friuli. Durante le manovre invernali, io camminavo tenendo la mula per la cavezza, si chiamava Innata. Lui transitò sul cassone di un camion militare carico di pini per gli ufficiali. Mi chiamò. Non ci fu permesso sostare, ci scambiammo gli auguri al volo. Subito dopo il camion sparì dietro una curva.

Non parliamo mai del presente, sempre degli anni passati, forse perchè ridevamo di più. Il sogno di Carle sarebbe di salvare il paese vecchio, anch’io lo vorrei, anche Silvio e molti altri. Negli ultimi trentasei anni sono cadute più di cento abitazioni, molte sono fatiscenti, ormai è solo questione di tempo per la fine. La contrada San Rocco, stretta, lunga, con le case alte su ambo i lati è vuota, muta come un fiume in secca. Così pure le altre: Soprafuoco, via delle Scuole, Balbi, contrada Le Gaie, Mela, Dozzi. Protette dalla sopraintendenza ai beni culturali, le case del vecchio paese crollano una dopo l’altra. Come gli alberi del “boscaiolo della Luna”, pare che l’una, cadendo, spinga giù quella vicina in un irrefrenabile gioco di birilli.

Carle diventa cattivo quando sente parlare di tutela del patrimonio culturale.

Assieme abbiamo lavorato nella cava di marmo del monte Buscada. Un giorno emigrò. Quando tornò dall’Africa mi consegnò una cartella con dei fogli. Erano poesie, una mi riguardava. Non la ricordo per intero, ho in mente solo una frase: “Da un pino ricava un bambino, da un abete un ariete”.PL’amicizia è anche questo.

Con Silvio il rapporto è più allegro. Parliamo spesso di donne, con un certo cinismo, nel suo caso tocca la misoginia. Molti anni fa lavorammo alla costruzione del ponte di Longarone. Fu l’ultima volta che ci trovammo fianco a fianco. Nel tempo libero io scolpivo il legno, lui passò a una ditta di sondaggi geologici. Perforava il terreno per trovare falde acquifere. Una sera discutevamo sulle nostre carriere. Con la complicità di qualche bicchiere la discussione si animò. Silvio fece dell’ironia sulle mie sculture. Punto nel vivo passai al contrattacco. La domanda mi uscì cattiva, precisa, fatta apposta per ferire: “Ma tu in fondo che cosa hai fatto nella vita?” “Ho fatto buchi nella terra per trovare l’ acqua”, rispose ridendo. Rimasi fulminato. Il suo lavoro era stato più utile del mio. Senza sculture l’umanità sopravvive, senza acqua no.

Oggi, per dimostrare che anche lui ha talento, scolpisce figure erotiche nel legno di cirmolo. Si muovono con un’elica spinta dal vento. Si autodefinisce artista erotico. Riesce a piazzarne parecchie, il cattivo gusto ha molti clienti.

A Pin mi legano gli anni della cava, le estati a Pinedo nella balera all’aperto. Era il mio autista personale. Dopo una settimana a spaccar pietre, il sabato scendevamo dalla montagna e, con la sua cinquecento, partivamo in cerca di donne. D’estate “il vivaio” era appunto la balera di Claut. Non abbiamo mai concluso niente, mai trovata una donna, solo sbornie colossali. Cosa non combina la timidezza! Un’estate, avevo diciotto anni, mi ero innamorato di una bionda vertiginosa dagli occhi fatali, frequentava la balera. Aveva dieci anni più di me. Ci provavo, sorrideva come per dire: “Cosa vuoi ragazzino!”. Però era educata, elegante, non infieriva. Bevevamo, parlavamo, ballavamo quando l’equilibrio non era compromesso, nulla di più. All’improvviso sparì. L’ho rivista dopo trent’anni, quest’estate, proprio a Claut, dove era nato e finito il sogno. Mi ha chiamato, non l’ho riconosciuta. Stava su una sedia a rotelle, le era stata amputata una gamba, ingrassata, i capelli quasi grigi, gli occhiali. Sotto le lenti brillavano ancora gli occhi fatali. Ho provato affetto per quella donna.

Con Pin si parla della vita: anche per lui è stata dura, eppure non ha mai perso il coraggio, l’entusiasmo. Qualche mattina lo vedo pensieroso, ma dura poco. Nel corso degli anni sono andato a trovarlo due volte in ospedale. Sezionato dai ferri del chirurgo non faceva una piega. “Come va?” gli ho chiesto questa primavera quando era ancora convalescente. “Finchè il cuculo canta e lo sentiamo va tutto bene”, ha risposto. É una frase di Ottavio, il vecchio cacciatore, l’abbiamo scelta a nostro motto. Se si potesse vendere la forza della vita, Ottavio sarebbe miliardario. Vado a trovarlo tutti i giorni sul colle. A maggio siamo stati una settimana sui monti a sentire il canto dei galli forcelli. Durante il giorno facevamo lunghe camminate, cantavano i cuculi. Di sera, riscaldati da un fuoco di mughi, nella remota casera Galvana parlavamo un pò di tutto: della fortuna, della salute,dei soldi, dei figli, della vita, insomma. Mi lamentavo dell’ingiustizia del mondo, della mia poca fortuna che in realtà è molta e della sua che è davvero poca.

“Non lamentarti – disse Ottavio – finchè il cuculo canta e lo puoi sentire tutto va bene“.

Siamo alle soglie del nuovo secolo, molte cose sono cambiate. L’antica Erto non vive più. Nelle case di pietra sono rimaste poche famiglie. All’imbrunire, un vecchio va a trovare i morti in cimitero. Forse vuole solo prendere confidenza con il luogo che lo accoglierà fra non molto. La vecchia chiesa è stata abbandonata, sostituita dalla nuova in cemento bianco, come quella di Longarone. Pare che tra i cementi quello bianco goda di un certo privilegio. Il 24 agosto, giorno di San Bartolomeo patrono del paese, si fa ancora la processione con la statua del martire ma è una cosa striminzita, senza calore. Vi partecipano quattro persone, il percorso è stato accorciato per finire in fretta. Il Santo è avvilito, pare che voglia dire: “Lasciatemi in chiesa, non vale più la pena di essere portato in giro per le vie”. I giovani sembra non siano interessati a coltivare le cose semplici. Il patrimonio culturale del loro paese non li interessa, non sono stati educati a queste cose. Sono cresciuti davanti al televisore. Intontiti dalla scatola magica, usano il profumo per “l’uomo che non deve chiedere mai”, sognano l’automobile da “soli ventinovemilioninovecentomila chiavi in mano”.

Con gli amici, la mattina al bar, si parla anche di questi tempi confusi, sempre non riusciamo a tener lontana la malinconia. Segretamente, siamo ansiosi di mettere il piede nel terzo millennio, di sentire il cuculo del duemila, perchè finchè il cuculo canta la primavera esiste.

Ingredienti per i cuori di cioccolato (metà dose):

  • 125 g. di cioccolato fondente,
  • 15 g. di cacao amaro.

Come fare i cuori di cioccolato:

sciogliere il cioccolato a bagnomaria, unire il cacao setacciato, stendere su un foglio di silicone o carta forno, far raffereddare e ritagliare la forma, conservare in frigo.

Ingredienti per la spuma di maracuja (metà dose):

  • 1 foglio di gelatina (5 grammi),
  • 3 frutti della passione (Maracuja),
  • 60 g. di zucchero,
  • 250 g. di panna fresca,
  • 50 g. di yogurt greco.

Come fare la spuma:

ammorbidire la gelatina in acqua fredda , nel frattempo estrarre la polpa dai frutti della passione (maracuja), metterla in un pentolino, assieme allo zucchero  e cuocere a fuoco lento finchè lo zucchero sarà sciolto, setacciare il composto e metterlo in una terrina.

Sciogliere a bagnomaria la gelatina in 5o g. di panna e montare la panna rimasta.

Unire la gelatina al composto di frutta con lo yogurt, la panna montata e riporre in frigorifero per 1 ora.

Comporre la millefoglie alternando il cuore (o la forma scelta) di cioccolato alla spuma direttamente da una sac a poche, terminare col cuore.

A me è avanzata la spuma e l’ho messa nei gusci di maracuja decorando con dei piccoli cuori di cioccolato…d’altronde, sapete che la passione è uno degli ingredienti principali della mia cucina ed un racconto così non potevo che “corredarlo” con un dolce fatto col suo frutto.

Questa millefoglie è per il contest di Veraincucina, blogger di talento, il suo contest terminerà il 31 maggio, se avete in mente qualche ricetta col cioccolato ed una poesia o un racconto che vi regalano sempre emozioni, partecipate…vi piacerà…anche perchè i premi messi in palio, offerti gentilmente da Rasenti.it sono interessanti, fatevi un giretto nel loro negozio on line e scoprirete altri prodotti perfetti per la vostra passione..la cucina.


Oh che bel castello marcondiro ndiro ndello…a spasso con “ello” e millefoglie alle fragole…

Millefoglie alle fragole (per la ricetta più sotto)

Ce l’ho fatta…finalmente, sono riuscita a “sdivanare” l’amor-bradipo ed a trascinarlo fuori dalle mura domestiche.

Senza fare Kilometri da queste parti c’è molto da vedere, basta avere voglia di “fare 4 passi”…

Dopo essere stati a mangiare la trota a Cergneu nella solita trattoria all’aperto con le vasche a vista:

breve passeggiata per visitare quel che resta del Castello:

La “bella” Castellana in posa plastica…

*Pare che la personificazione della superbia e della crudeltà, si fossero concretizzate nell’ultimo dei conti di Cergneu Savorgnan Brazzà il quale, tra l’altro, ammazzava personalmente affinché “no restassin al mont a mangiâ di bant” quanti, tra i suoi coloni o servitori, fossero arrivati ai sessant’anni.

Il giorno del suo sessantesimo compleanno, un pover’uomo di Ramandolo cominciò, prima di imboccare la strada del castello di Cergneu, a salutare per l’ultima volta amici e parenti.

Ma il figlio dell’uomo, volendo porre fine a quell’usanza crudele, diede al padre un coltello per uccidere, raccomandandosi a San Giovanni Battista, quel conte sanguinario.

Con il coltello nascosto sotto la camicia, l’uomo si presentò al conte che lo condusse Verso la Val del Montana, dove fu fatto inginocchiare con la testa rivolta verso la fossa.

Giunto il momento d’agire, il poveretto, preso il coltello, si girò verso il conte colpendolo al ventre e, “distirantlu come che al fos stât un purcit”, lo gettò nella fossa a lui destinata.

Il Battista aveva protetto non solo il colono, ma aveva salvato quanti fossero arrivati ai…sessanta.

A questo santo, secondo la tradizione, si deve anche la “salvezza” dell’ala rimasta integra di questo castello.

Cergneu era stato assalito da un nobile che, con i suoi soldati, voleva espugnarlo e, in parte, c’era riuscito.

Da un varco tra le mura che stavano cedendo, uscì con i due figlioletti, la contessa Sigismonda che, in nome di Giovanni Battista da cui affermava discendere, implorò pietà.

La risposta fu che sarebbe stata risparmiata solo se avesse presentato i documenti che certificassero tale parentela.

Così, dopo aver risalito faticosamente quanto restava del castello, la nobildonna ritornò con un rotolo di pergamena che certificava la sua discendenza dal grande santo.

L’assalitore, a questo punto, se ne andò non prima di coprirsi il volto e di stringere con rispetto la mano di Sigismonda lasciando, così, integra l’ultima ala, quella ancora visibile, del castello.*  (Tratto da qui).

Dal 1999 al 2005 ci sono state 5 campagne di scavi archeologici per la messa in sicurezza ed il consolidamento della muratura.

Ed ora arrivo alla ricetta, questo dolcetto l’ho preparato ieri al nostro ritorno, m’incuriosiva molto la “cialda” fatta senza albume e con la passata di fragole, da rifare e da “rivisitare”.

Ingredienti per 12 cialde del diametro di 8 cm. (più avanzi da adoperare per crumble, base cheese cake ecc.):

  • 50 g. di farina,
  • 180 g. di zucchero,
  • 100 g. di farina di mandorle (mandorle tritate finemente),
  • 100 g. di burro (di soia),
  • 100 g. di fragole frullate e setacciate.

Ingredienti per la farcitura  e guarnizione:

  • fragole tagliate a pezzetti piccoli,
  • panna montata (io vegetale),
  • zucchero a piacere.

Come fare le cialde:

impastare la farina con lo zucchero, il passato di fragola, il burro sciolto e la farina di mandorle, far riposare 20 minuti.

Rivestire la teglia del forno con la carta e stendere l’impasto con una spatola formando uno strato sottile (io l’ho volutamente fatto più spesso).

Infornare a 180° C. (ventilato) fino a che la superficie apparirà dorata e croccante (se fate lo strato sottile), sfornare ed attendere qualche minuto affinchè si indurisca ma non troppo, quindi ritagliare 12 dischetti (o forme a piacere).

Preparare la salsa di fragole alla stessa maniera del passato, zuccherandola o facendola bollire assieme ad un bicchierino di distillato se vi piace, io l’ho preparata in “purezza”.

Comporre la millefoglie su un letto di salsa, alternando la cialda ai pezzettini di fragola e panna,  si possono anche far macerare le fragole con zucchero e foglioline di menta o, con aceto balsamico che con le fragole fa sempre la sua p…a figura ;-) .

Questo dessert è per la raccolta di Mila:

Il pezzo col sax è suonato da Lucio Dalla, è scritto sotto al video, non è un caso?



Buona Pasqua, io ve la auguro così:

Con uno spiedino fatto con oliva verde, ovetto di quaglia croccante , basilico, cuoricino di feta e datterino.

E con loro…


La “Magia” del Natale…e un semifreddo all’improvviso…

Stranamente quest’anno, nonostante sia un anno “mal-predisposto”, mi sento “inaspettatamente” avvolta dalla magia del Natale.

Ho addobbato la casa con le luci che la sera creano davvero un’atmosfera rasserenante, l’ho profumata posizionando negli angoli delle arance decorate con i chiodi di garofano..(ello mi ha detto che le metterà in un grande pentolone di vino e farà un vin brulè…), ho appeso una decorazione anche sulla porta della palazzina e…udite, udite!!! La “svizzera”, si, proprio “lei” per la prima volta ha appeso una decorazione sulla sua porta quindi anche sul mio/nostro pianerottolo finalmente è Natale ;-)

Ho sempre odiato (è la parola giusta) il Natale e non è difficile immaginare il perchè…è una festa che fa sentire più “solo” chi è solo, non c’è da stupirsi se le cronache del “giorno dopo” sono piene di casi di suicidi avvenuti nella notte…

Per fortuna io, che sono sempre stata “sola”, ho avuto anche la fantasia d’inventarmi qualche diversivo, quando ancora gareggiavo ne approfittavo per fare gli allenamenti lunghi ed era una sensazione bellissima pedalare al centro della strada senza paura di venire travolta, erano tutti a pranzo ;-)

Quando non pedalavo andavo a sciare, fondo o discesa non importava e lì, tra il candore della neve, gli auguri fioccavano da tutte le parti, sulla seggiovia, nel rifugio, alla fine di una “diagonale” prima della curva, in una pista in mezzo al bosco: Auguri!!! Buon Natale, Buon Natale anche a lei, tutte le voci rompevano il silenzio ovattato, mentre il freddo colorava i nasoni (il mio compreso :-D ), tutti erano felici,tutti si volevano bene, un pò come succede nel web, ci si vuole tutti bene, siamo tutti belle persone poi..il giorno dopo non ci si vuole più bene e si è diventati di nuovo brutte persone..anche questa è la magia del Natale.

A volte, chi sapeva che ero sola, m’invitava a pranzo, invito che declinavo senza esitare proponendo una mia visita “dopo”, per un brindisi e per quattro chiacchiere informali.

Per me non c’era cosa più triste dell’invito a pranzo proprio quel giorno, oggi molte famiglie ospitano qualche persona sola, qualche anziano della casa di riposo, qualche senza tetto, qualche bambino dalla casa famiglia.

Ecco, in quel caso l’affetto ed il calore umano possono regalare ore liete a chi non ha nessuno e per chi l’alternativa non sarebbero certo una gita in bicicletta o una giornata sulla neve ma la compagnia di una bottiglia, di una sigaretta e ricordi…tanti ricordi…

Il Natale affina anche “l’arte del riciclo” e non soltanto il riciclo del cibo che, inevitabilmente (a noi) avanza, ma si riciclano i regali.

Pratica che io personalmente aborro, io amo i regali pensati ad personam, spesso reprimo l’espressione perplessa nel ritrovarmi in mano qualche regalo inadatto a me pensando che “basta il pensiero”, ma l’idea che mi venga regalato qualcosa di riciclato mi mette più tristezza del famoso invito a pranzo.

Però, aimeh, quest’anno anch’io sono costretta a riciclare, lo so che questo renderà felice i prescelti perchè avranno in dono 3 teglie (35×28) di torta caprese, 3 pani alla birra (1 l’ha mangiato ello), la cassa di cavolo nero l’ho già divisa con Solema.

Vi auguro un sereno Natale, da soli o in compagnia ma che sia il Natale perfetto per ognuno di voi…

SORPRESA!!!

Ecco qui, arrivare la parte “dolce” del post, la parte golosa..una telefonata, l’invio delle foto, la ricetta detta a voce  ed ecco che Tiziana lascia alle lettrici del blog (e anche a me :-D ) questo semifreddo, semplice e d’effetto, ha scelto le formine monoporzione perchè avendo già il “mio” semifreddo ai marroni da affettare farà un piatto di assaggini golosi.

Ingredienti per 15 formine come da foto:

  • 500 g. di ricotta,
  • 2 dl di panna fresca da montare,
  • 100 g. di zucchero semolato (possibilmente quello finissimo),
  • 5 tuorli,
  • uvetta ammollata nel succo d’arancia (se voi  avete ospiti adulti va benissimo il rum),
  • pinoli,
  • la buccia di 1 arancia  e mezza (abbondate pure),
  • marmellata d’arancia per nappare.

Come fare:

setacciare bene la ricotta e lavorarla assieme alla scorza d’arancia, l’uvetta ed i pinoli.

Montare a bagno maria i tuorli con lo zucchero, far raffreddare, unire il composto di ricotta ed alla fine, delicatamente, la panna montata.

Rivestire le formine o, se preferite, uno stampo unico con la pellicola e riporre in freezer.

Prima del servizio riporre in frigorifero, se ci fosse difficoltà nello sformare immergere il fondo per qualche secondo in acqua bollente.

Sciogliere in un pentolino a fuoco bassissimo la marmellata e diluirla poi con il succo fresco o col rum se scegliete quello.

“Nappare” il piatto, appoggiare il semifreddo e…BUON NATALE e..GRAZIE TIZIANA!!

E con gli albumi che vi sono avanzati fatte i biscottini di Nigella, Tiziana e Solema li stanno producendo senza sosta…mah!!!


Il mio primo giorno di scuola…

Foto presa dal web

Premetto che questo non è un “curriculum strappalacrime” per entrare a far parte di qualche format di cucina e  potermi perdere per qualche minuto nello sguardo ammaliante e un pò ” ‘ssassino” del Cracco…

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Settimane fa feci un sogno, e mi svegliai convinta fosse l’1 ottobre, infatti sognai il mio primo giorno di scuola.

Il sogno è stato così nitido e reale che durante il giorno vissi in una sorta di triste malinconica nostalgia.

A quei tempi la scuola iniziava il primo ottobre, dopo una lunghissima estate  durante la  quale mi preparai a quel giorno con grande impegno.

Mi feci insegnare dalla mamma a leggere e scrivere, sapevo già che acqua si scriveva con la “cq”, che scuola non si scriveva con la “q”, mentre per soqquadro ce ne volevano  2 di “q”, servivano anche  2 zeta per scrivere zuzzurellone e la mamma rideva sempre quando lo dicevo perchè ancora la zeta non la pronunciavo bene, dicevo “sussurellone”, ma poi, testarda ed orgogliosa com’ero/sono, tutto si risolse in poco tempo soltando facendo un pò di “esercizio”.

La mamma m’ insegnò anche a disegnare, a lavorare a maglia, insomma quella famosa mattina del primo ottobre del 1960, indossai il grembiulino candido che mi aveva cucito lei con tanto di fiocco rosa in bella mostra e colma di  orgoglio e fierezza e m’ incamminai spavalda verso quella strada sconosciuta.

Soltanto qualche giorno dopo entrarono in scena le ciliegie che sarebbero state il mio segno di riconoscimento per tutto il periodo scolastico (troncato l’anno dopo all’improvviso, almeno in quella scuola), i miei quaderni avevano tutti la cornicetta con le ciliegie disegnate da me, sotto l’appendiabiti nel corridoio, sopra il mio gancio c’erano disegnate le ciliegie che, come abbiamo fatto tutte (ne ho anche parlato in un post), durante la  stagione diventavano vezzosi orecchini :-)

Mi sentivo ancor più fiera perchè non avevo ancora compiuto i 6 anni (4 novembre) quindi ero la “più piccola”.

Andiamo che sennò facciamo tardi dissi alla mamma che, vidi molto emozionata, forse avrebbe voluto ci fosse anche papà, in fondo era sabato e lui era libero…

C’incamminammo per l’argine che costeggiava il Rio Ospo ed arrivammo alla fermata della “filovia” (a quei tempi con o senza filo, l’autobus si chiamava così) davanti al “Molo Balota”, l’anomala “spiaggia” dei “muiesani” e zone limitrofe.

D’altronde è risaputo che per un triestino qualsiasi spazio in riva al mare utile per poter stendere un asciugamano “xe oro” ;-)

Eccoci arrivate alla stazione delle corriere e via verso la scuola, all’angolo della piazza il negozio di alimentari dove, dopo qualche giorno, avrei comperato la merenda (pane e stracchino, monotematico), proseguendo ed al lato della strada proprio di fronte alla scuola le bancarella con i dolcetti, quaderni, matite e tutto ciò che mi sarebbe servito in caso di una dimenticanza.

In quella bancarella scelsi anche il mio sacchetto per la merenda, era in nylon con dei fiori e stretto in cima da un cordoncino, a quei tempi usava così, non era ancora arrivato il boom dei discriminanti zainetti firmati.

Ancora pochi metri ed ecco la “Scuola Elementare Edmondo de Amicis”.

Il grande atrio, luminosissimo, tra un attimo sarei arrivata, che emozione….

In quel grande atrio c’erano già tante mamme e tante bambine riunite in gruppetti, sembrava che  si conoscessero tutti.

La mamma ed io eravamo lì in mezzo, sole, impalate e non conoscevamo nessuno, d’altronde non avevo mai frequentato l’asilo, lei era stata sempre a casa da sola, un’infanzia “strana” la mia ma la ricordo felice e piena di tante belle cose, le “cose brutte” ci sono ma non sono riuscite a sporcare la memoria delle belle.

Avevo i miei “giochi” non sentivo il bisogno di stare con gli altri bambini, vivevo in mezzo alla natura, vicino avevo il Rio Ospo (ancora non inquinato) pieno di anguille e “passere”.

Giocavo con i ranocchi che portavo a casa a secchi con l’ordine tassativo di riportarli dove li avevo trovati.

Tiravo per la coda senza l’intenzione di fargli del male il mio gatto “Gigi” del quale conservo ancora in  ricordo  la cicatrice di un graffio alla mano, giocavo con la mia cagnolina Diana della quale ho un altro “ricordo”: il segno di un suo “dentino” al lato dell’occhio sinistro:

lascia stare Diana quando mangia,

si papà…invece era no papà io gioco lo stesso finchè? Forse per paura che le togliessi il cibo mi “prese”, ma non successe nulla di grave però “imparai la lezione” :-D

Amavo raccogliere fiori di campo, farne dei mazzi per la mamma ed anche per il papà che però non mi sembrava “indifferente? :-D

Lui preferiva portarmi nell’orto e, con la scusa che “così imparavo” mi faceva fare i lavori più “bassi” , quelli “rasoterra” per intenderci..l’ho già detto che la terra è bassa vero?

Ecco, la mia vita era questa, non  immaginavo allora che per costruirmi un futuro  di “normale socialità” avrei dovuto conoscere e frequentare altre persone…

A quello forse avrebbero dovuto pensarci i “grandi” però erano altri tempi, il “dialogo”, la voglia di essere “bravi genitori” non erano le priorità.

Il mio mondo era quello, non ne conoscevo altri e là impalata in mezzo a quel atrio, tenendo la mano alla mamma, la guardai negli occhi e mi accorsi che stava piangendo.

Perchè piangi mamma?

Sono soltanto un pò commossa, in fondo è il tuo primo giorno di scuola.

Ecco, questo è stato il mio sogno ed è anche la realtà: il ricordo di quel giorno.

Ora so che le lacrime della mamma erano le lacrime di una donna  sola e triste  e neanch’ io con la mia gioiosa presenza siamo servite a rendere la sua vita meno triste…anzi, forse la mia nascita gliel’aveva complicata ancor di più.

Tant’è che un anno dopo se ne andò lontano, lasciandomi sola e trasformando le mie spensierate vacanze di Natale e la mia vita in un incubo che dura tutt’oggi.

Clafoutis di ciliegie

E per addolcire il post e restare fedele al tema “ciliegie”, una ricetta che c’era nel vecchio blog e lo chiamerò: la ricetta di oggi :-D che è una ricetta di Anna Moroni (pagina 264 del libro di Anna Moroni “Oggi cucini tu”) e non fate: buuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu :-D

Non è frutto di stagione ma ritornerà la primavera e ritorneranno anche loro.

Un dolce forse troppo “pencio” ma quando non puoi nutrire l’anima almeno si nutre altro.

Ingredienti x 8 persone (ho usato la teglia da 30):

  • 10 tuorli
  • 250 g. di zucchero (150)
  • 1 bicchiere di latte
  • 150 farina 00
  • 250 g di panna fresca
  • 1200 g. ciliegie
  • Burro per imburrare (io ho usato la carta forno).

Tutto si può alleggerire usando la panna di soia, il latte di soia, il fruttosio, la farina di riso ed il burro di soia.

Come fare:

snocciolare le ciliegie, lavorare i tuorli con lo zucchero, unire il latte, la farina e la panna.

Foderare una tortiera (30 cm) con carta forno, mettere sul fondo le ciliegie e versare sopra il composto.

Infornare a 180° (statico) x 40′ (50′ e lasciata nel forno spento per altri 10′).

Buona settimana.

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Ho trovato questo scritto su un foglio..è un caso:

Ero così emozionta, mi sentivo impacciata ma elegante con quel grembiulino bianco e la coppia di ciliegie ricamate sul taschino, sarebbero state il mio segno di riconoscimento per tutto l’anno scolastico, tutto ciò che era mio aveva la coppia di ciliegie in qualche punto, la stessa coppia di ciliegie che qualsiasi bambina del mondo si mette a cavallo dell’orecchio per vanità e per sentirsi bella con orecchini sfarzosi.

Lei aveva le lacrime agli occhi, si sentiva a disagio, non conosceva nessuna delle altre mamme e ad un certo punto mi disse:

io vado, sai come tornare a casa vero?

Si, mamma, vai pure.

Si, lo sapevo, ma abitavamo distanti, avrei dovuto prendere l’autobus e poi farmi un bel pò di strada a piedi.

Così rimasi lì sola, impalata in mezzo a quel enorme atrio con un sorrisetto ebete stampato sulle labbra a  simulare una disinvoltura che non mi apparteneva.

La prima C, questa sarebbe stata la mia sezione, io mi sentivo orgogliosa perchè sapevo già leggere e scrivere, sapevo che soqquadro si scrive con 2 Q e acqua con CQ, zizzania con 2 zeta.

Quello che accade in seguito quella mattina di ottobre del 1960 l’ho rimosso e non ne ho alcuna memoria.

Ricordo le mattine seguenti, la lunga camminata per l’argine, l’autobus di fronte al “Molo Balota”, il panino con lo stracchino, si, ogni mattina lo stesso panino, un giorno dev’ essere stato avariato perchè rigettai tutto nel grembiule e chiesi alla maestra:

cosè questo?

Lei ebbe un sussulto e mi accompagnò in bagno, poi me ne andai a casa, da sola, non avevamo il telefono e non sapeva come farmi venire a prendere.


Una tira l’altra…cosa? Le ciliege what else?

Mi ero intrattenuta a fare 4 chiacchiere in salotto sulla “faccenda” di cui sotto, tante opinioni, tante considerazioni, qualcuno d’accordo, qualcuno meno, ma è così che si fa :-)

Ma ora sedetevi, ed assaggiate questa mousse di ciliegie, metterà  tutti d’accordo , forse non tutti, qualcuno avrebbe voluto l’agar agar al posto della gelatina, ma darò le dosi anche per questo :-)

Quanti ricordi  evocano le ciliegie?  Ricordate anche voi le scorribande nei giardini, negli orti, nei campi degli “altri” e le “fughe” veloci con le tasche piene di frutti rossi e lucidi dopo essere stati sorpresi? Spesso metà si perdevano nella fuga ma che soddisfazione mangiare quelle che rimanevano e che sapore indimenticato.

E quante “sfilate” davanti allo specchio con gli “orecchini”, nell’età in cui i reggiseni erano “riempiti” soltanto di  sogni, della voglia di  diventare grandi, di poter fare più presto possibile tutto quello che allora ci era proibito…

E come una “fanciulla”capricciosa non ho resistito l’altro giorno e nonostante il prezzo e l’aspetto non “giovanissimo”  ho comperato un pò di ciliegie, sono risultate buone, sode e compatte e le ho adoperate per fare questa mousse che chiedeva attenzione da troppo tempo e rischiava di essere rimandata ancora, per chi avrà nostalgia di questi frutti darò le indicazioni per congelarla per poterla gustare all’occorrenza.

Ingredienti per uno stampo da budino da 1 litro:

  • 550 g. di ciliegie mature, snocciolate,
  • 25 g. di gelatina,
  • 4 tuorli,
  • 50 g. di zucchero semolato,
  • 15 g. di maizena,
  • 1 cucchiaio di estratto naturale di vaniglia,
  • 3 dl.di latte,
  • succo di mezzo limone,
  • 4,5 dl. di panna da montare.

Come fare:

frullare le ciliegie, sciogliere la gelatina in 6 cucchiai d’acqua a bagnomaria.

In una casseruola sbattere le uova assieme allo zucchero, l’estratto di vaniglia e la maizena, addensare a fuoco moderato mescolando ed unire la gelatina.

Versare la crema in una ciotola posta al’interno di un’altra contenente ghiaccio e, mescolando, far rafffreddare.

Aggiungere le ciliegie ed il succo di limone.

Montare la panna ed incorporarla delicatamente, versare nello stampo e far raffreddare per almeno 5 ore prima di togliere dal frigorifero.

Come usare l’agar agar:

per questa dose (1 litro) userei 12 grammi di polvere (Rapunzel) da sciogliere a freddo in poca acqua evitando i grumi.

Far bollire per 5 minuti, unire una parte del composto (senza la panna) ed amalgamare a caldo, unire poi il resto del composto e mettere in frigorifero, quando il composto si è addensato un pò unire la panna montata e solo allora mettere tutto nello stampo.

Per sformarla:

lasciare lo stampo per c.ca 10/15 secondi e capovolgerlo su un piatto inumidito.

Per congelarla:

dopo averla sformata, porla in un contenitore foderato con la stagnola e farla rassodare, toglierla dal contenitore e metterla in un sacchetto per freezer, chiudere, etichettare e rimettere in freezer.

Per servirla, toglierla dal sacchetto, metterla sul piatto di portata e farla scongelare in frigorifero per 6 ore.


Quel gran “fico” del soufflè glacè…

Solitamente non uso il termine “fico”, forse perchè sono una “Personne âgée”, ma oggi oso e mi lascio andare, in fondo è lui il protagonista di questo soufflè e secondo me gli piace stare seduto su quel “trono” fresco e goloso…

Il fico, che sia la  sua stagione o meno, è sempre presente nel nostro quotidiano, spesso entrando anche nel nostro linguaggio comune, quante volte  sentiamo dire: non m’importa un fico secco, non vali un fico secco ecc. e non dimentichiamo che è da sempre nel mondo della moda, con le sue foglie è stato il primo testimonial per l’intimo maschile e femminile di D&G..mica “pizza e fichi”..vedete vengono così..da sole :-)

Se entra in cucina poi, che sia dolce o salata, una ricetta guadagna subito in originalità e raffinatezza.

Ma ora veniamo al “compito” che lo staff del Menù Turistico ci ha dato questo mese: il soufflè glacè.

Anche questa volta ho dovuto rimuovere qualche tabù e costringere il mio cervellino accaldato e pigro a darsi una mossa ed è portandolo a spasso per il mercato che lui, vedendo questi fichi mi ha sussurrato: perchè non li adoperi per la ricetta del MTC ?

Detto, studiato, fatto.

La partenza era caramellare i fichi ed ho fatto così:

ho messo in una padella i fichi, qualche cucchiaio di zucchero,un pò di succo di limone e dopo qualche minuto a fuoco vivace ho abbassato la fiamma ed ho lasciato andare a tegame scoperto, girando ogni tanto i fichi senza romperli per c.ca 40 minuti.

Mentre i fichi caramellavano ho montato gli albumi e preparato lo sciroppo per la meringa italiana.

Io ho diviso le dosi a metà e le mie varianti stanno nella meringa Italiana per la quale ho adoperato metà sciroppo di zucchero e metà sciroppo della caramellatura dei fichi alla quale ho aggiunto qualche goccia di estratto naturale di vaniglia.

Al posto della composta di frutti di bosco ho usato la polpa schiacciata di 1 fico.

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  • 250 gr yogurt bianco,
  • 3 albumi (del peso di circa 100gr),
  • 200 gr zucchero a velo,
  • 100 ml acqua per lo sciroppo,
  • 200 ml panna montata,
  • un cucchiaio di composta per lo yogurt + composta per il ripieno.

Rivestire con carta forno degli stampi da soufflè facendola sbordare per 5 cm e fissare con spago da cucina.
Mettere al fresco.

Preparare la meringa italiana:

montare gli albumi a neve fermissima.
Preparare uno sciroppo con lo zucchero a velo e l’acqua , far sciogliere sul fuoco fino ad avere uno sciroppo piuttosto denso.

Versare lo sciroppo negli albumi montati a neve continuando a sbattere il composto fino a quando non sarà freddo, poi passare in frigo.

Montare la panna.
Versare lo yogurt in un recipiente, unire un cucchiaio di composta ai frutti di bosco e la panna montata, incorporare gli albumi.
Versare nei contenitori  e mettere in freezer , dopo circa un’ora (o non appena saranno rappresi) tirarli fuori , prelevare due cucchiaini di composto dal centro, in modo da creare un piccolo buco, rimettere in freezer per almeno 6 ore.
Prima di servire rimuovere la carta, riempire il soufflé gelato con due cucchiaini di composta ai frutti di bosco e servire.

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L’MTC di luglio è servito:

É tempo di vacanze e, sognando carovane e deserti, mi metto in relax e mi guardo un balletto…


Verrine in rete…raffinate trasparenze in tavola

Mi piacciono i contest che mi “educano” alla riflessione, alla ponderata ed attenta elaborazione di un progetto,  che mi entusiasmano stimolando la fantasia, questo è uno di quelli.

In questo caso è premiata “in primis” la fotografia  ma ormai  l’attrazione fatale ha  preso il sopravvento e non posso più tirarmi indietro.

Più di così, con i mezzi in mio possesso, non avrei potuto fare quindi mi sono dedicata alla ricetta, non perdendomi d’animo  di fronte alla irreperibilità della pasta al pistacchio e la presenza dei biscotti al pistacchio, rappresentati nella foto di Claudia dai  “macarons” (croce e delizia anche delle più quotate ed esperte blogger).

Ho scelto la sua ricetta: “Biscotti, mousse al pistacchio e fragole” perchè amo i dolci al cucchiaio, quei colori e l’atmosfera calda e rassicurante che emana la sua foto.

Ora però, prima che ci ripensi vi porto in cucina per realizzarla, la ricetta originale la trovate qui.

Ingredienti per 4 bicchieri:

  • 3 tuorli,
  • 20 cl. di latte intero,
  • 30 g. di zucchero,
  • 30 g di pasta al pistacchio,
  • 3 fogli di gelatina,
  • 15 cl di panna liquida,
  • 120 g di fragole,
  • 2 biscotti al pistacchio (li ho sostituiti con una meringa al pistacchio),
  • 1 manciata di pistacchi non salati tritati.

Meringa al pistacchio (nel link la ricetta, in questo caso ho ridotto le proporzioni a 50/50/50)

Prepariamo la crema:

mettere i fogli di gelatina in ammollo in una ciotola d’acqua fredda.

Versare il latte in un pentolino e portarlo quasi a bollore.

In una terrina montare i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso, incorporare la pasta al pistacchio, versare sul composto il latte bollente e mescolare.

Pasta al pistacchio (nel link la fonte della ricetta, io ho dimezzato le dosi e l’ ho resa più “liquida”, ho tritato i pistacchi nel mortaio lasciando la pasta più “grossolana”, ho omesso anche l’aroma di mandorla).

Versare  tutto in un pentolino e  cuocere a fuoco basso senza smettere di mescolare, facendo attenzione a non far bollire la crema.

Strizzare i fogli di gelatina e aggiungerli al composto, mescolare.

Versare la crema al pistacchio in una terrina e far raffreddare.

Montare la panna  ben fredda  e incorporarla delicatamente alla crema raffreddata. Mettere la crema in frigorifero per almeno 2 ore.

Lavare le fragole, asciugarle con la carta assorbente da cucina e tagliarle nella misura che preferite.

Disporre sul piano di lavoro i bicchieri e sbriciolarvi sul fondo i biscotti al pistacchio.

Ricoprire con la crema al pistacchio e  guarnire con le fragole.

Infine cospargere con i pistacchi tritati e servire.

Con questa ricetta partecipo al contest Verrine in rete: diciamo che sono anche stata scelta per il pranzo a Bologna ma il “fato” ha voluto che quei giorni avessi l’operazione all’occhio…sarà per la prossima ;-)


Irish coffee e U2 tutti 2 inebrianti e irresistibili…

Questo post aveva un altro inizio ed un altro intendere ma, si sa, nella vita le cose cambiano, spesso senza un perchè..specialment se hai a che fare con qualcuno che non da spiegazioni e magari fraintende intenzioni e parole o s sente sempre un gradino più su…ma non importa…il mondo è grande e c’è spazio per tutti ;-)

Ingrdienti:

  • wisky Irlandese,
  • caffè,
  • zucchero di canna,
  • panna.

Certo, per non lanciare messaggi scorretti l’alcool dev’essere poco e..magari… guida l’amico astemio..is it?

L’Irlanda mi ricorda gli U2″ e questa canzone mi emoziona ogni volta, ma immaginate l’emozione della ragazza invitata sul palco….magari avessi 30 anni di meno:


Torta di semolino allo sciroppo di sambuco e ciliegie.

Finalmente è arrivato il momento!!!

La torta del “finalmente” ….finalmente lo sciroppo di sambuco, finalmente le ciliegie :-( che prezzi!! , finalmente un fiore “vero” per decorarla e..finalmente assaggiare questa torta  particolare ed inusuale qui da noi.

Il mio “degustatore” e collaboratore per il travaso dello sciroppo ha così esclamato: la più buona che hai fatto fin’ora :-)

Ed ora mi prendo il mio tempo perchè è “lunghetta” , lo è sempre la prima volta, leggi, prepari gli ingredienti, calcoli i tempi per montare gli albumi e la panna in modo che nulla “smonti”, la volta dopo è già più semplice, sempre che non venga l’idea di “provarne” un’altra.

Sarà che le ricette del Hotel Sacher sono così, un po’ articolate ma, alla fine, ne vale sempre la “pena”.

La ricetta originale da gli ingredienti per uno stampo da 22 cm,  io ho usato uno stampo da 18 cm, tra parentesi le mie modifiche.

Per lo sciroppo di zucchero dove ho sbollentato le fette di limone ho usato le proporzioni di Stefania.

La base è la stessa che ho usato qui, le dosi sono sufficienti per 2 teglie da 18.

  • 100 g di nocciole tostate e macinate,
  • 100 g di biscotti al burro sbriciolati (ho usato 50 g di pangrattato home made),
  • 100 g di cioccolato di copertura scuro tritato,
  • 100 g di burro a temperatura ambiente,
  • 50 g di cioccolato al latte fuso.

Preparazione della base:

ho mescolato ed amalgamato bene tutti gli ingredienti,

ho rivestito di pellicola il cerchio apribile,

ho formato una base di c.ca 1 cm. compattata e livellata e riposta in frigorifero.

Per il ripieno di semolino:

  • 60 g di zucchero,
  • 80 ml di sciroppo di fiori di sambuco,
  • 200 ml di latte,
  • 100 ml di vino bianco,
  • l’interno di un bacello di vaniglia,
  • 1 pizzico di sale,
  • 100 g di semolino di grano duro,
  • succo di 1 limone,
  • 400 ml di panna montata,
  • 3 fogli di gelatina (proverò la versione con l’agar-agar),
  • 3 albumi montati a neve con 2 cucchiai di zucchero vanigliato (fatto in casa),
  • 300 g di ciliegie snocciolate (ne ho usati 200 g).

Procedimento per il ripieno:

ammorbidire la gelatina in acqua fredda.

In una pentola capiente portate ad ebbollizione il latte, il vino, lo sciroppo di sambuco, lo zucchero, la vaniglia ed il sale.

Versate a pioggia il semolino e mescolate fino ad ottenere un impasto denso.

Togliete dal fuoco ed incorporate la gelatina strizzata con il succo di limone.

Fate raffreddare mescolando spesso con una frusta.

Montate a neve ferma gli albumi con lo zucchero vanigliato.

Montate la panna.

Unite al composto di semolino prima gli albumi ed in ultimo la panna.

Stendete uno strato di composto sulla base che avete preparato prima,

appoggiate qualche ciliegia snocciolata, coprite con un altro strato di semolino, ancora ciliegie e finite con il composto di semolino (ho fatto più strati perchè ho usato lo stampo piccolo ma la ricetta  prevede soltanto 1 di ciliegie).

Mettete in frigorifero per 30 minuti.

Ingredienti per la gelatina di sambuco:

  • 100 ml di sciroppo di fiori di sambuco,
  • 100 ml di acqua,
  • 3 fogli di gelatina,
  • il succo di 1/2 limone.

Procedimento per la gelatina:

fate ammorbidire in acqua fredda i fogli di gelatina,

strizzateli e scioglierli in acqua tiepida.

unite lo sciroppo di sambuco ed il succo di limone e fate raffreddare.

Nel frattempo  sbollentate nello sciroppo di zucchero le fette di limone, scolatele e fatele raffreddare.

Appoggiatele sopra la torta e ricopritele con la gelatina.

Ponete la torta in frigorifero per altre 2 ore.

Sformatela e decoratela a piacere.


 

 

 


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