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Pitina con il brodo di polenta, la ricchezza della cucina povera è nella sua storia.

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Testimonianza sul pascoloMolait di sot, molait di sora

“Una volta, in paese, gli animali venivano riuniti in due greggi diversi.

Il primo raccoglieva in Pitucja le pecore e le capre di tutti quelli che vivevano più in basso della piazza, il secondo, invece, raccoglieva quelle di coloro che abitavano più in alto, fino alla fine di Tramonti.

C’erano anche le eccezioni come la donna che, pur abitando di sot mandava i suoi animali con il gregge di sora e quella che, al contrario, pur abitando di sora mandava le pecore da noi.

Noi che raccoglievamo le pecore in Pitucja le portavamo a pascolare sopra la chiesa dei protestanti e poi oltre, fino in Pradiel, mentre l’altro gregge andava dall’altra parte, verso Maleon.

Per avvisare le persone che stavamo per partire al pascolo, noi della parte bassa del paese camminavamo per il paese urlando: «Molait di sot!» mentre l’altro gruppo urlava:«Molait di sora!».

Ogni tanto le persone che dovevano recuperare gli animali dei due greggi si trovavano contemporaneamente in piazza e urlavano assieme attirando l’attenzione di tutti.

Ogni gregge aveva, all’incirca, una cinquantina di ovini; tutte le famiglie che avevano almeno una bestia nel gregge dovevano contribuire a portare le pecore al pascolo: se una famiglia aveva una pecora portava il gregge al pascolo per un giorno, se invece aveva una pecora e due capre doveva impegnarsi per tre giorni, così ognuno lavorava in proporzione.

Quando portavamo gli animali a pascolare d’estate, partivamo alle otto e stavamo via tutto il giorno mentre l’inverno ci muovevamo molto più tardi, verso le dieci, e nel primo pomeriggio eravamo già di ritorno.

Ad accompagnare il gregge c’erano sempre almeno due persone: un pastore davanti e uno dietro gli animali per guidarli e tenerli assieme.

Con noi al pascolo portavamo sempre qualcosa da mangiare e qualche lavoretto da fare come cucire o fare la maglia; c’era un uomo, poi, che andava spesso al pascolo per conto di altre famiglie che non avevano tempo.

Era un vedovo con tre figli piccoli, ogni volta che si muoveva con le pecore si portava sempre dietro un sacco contenente tanti vestitini da cucire” (Pagina 21 di “Prodotti tipici dalla Val Tramontina: pitina, formai dal Cit e erbetines)

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La vita, a quei tempi era molto dura e la sera, al ritorno dal pascolo, dal lavoro nei campi o nei boschi, il sollievo arrivava da ricette come questa, pochi ingredienti, una pitina, un pugno di farina di mais, acqua, burro e sale.

Il signor Alido mi racconta che alla polenta veniva aggiunta molta acqua perchè la minestra calda e liquida saziava  predisponendo al riposo.

Dopo anni di amor-Pitino, avendo la farina della Valle e la pitina buona, l’ho finalmente fatta, certo sul fornello a gas di casa non è la stessa cosa ma basta chiudere un attimo gli occhi ed immaginare; la Pitina rilascia il suo profumo di affumicato ed io ho voluto creare l’atmosfera facendo un brodo di pitina e cuocendo la polenta con quel brodo così ho ottenuto un meraviglioso effetto accantoalcamino.

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Per ottenere il brodo di pitina basta metterla in abbondante acqua fredda e cuocere lentamente fino a ridurre il liquido di un terzo; una parte di brodo l’ho chiarificata per la ricetta di cui accennavo nel post precedente, nel restante brodo ho cotto la polenta.

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Ricetta autentica che si trova a pagina 18 del libretto succitato.

Cosa aggiungere a questo post? Ancora una foto, per una ricetta da incorniciare

pitina brodo polenta gruppo alto n-001

Link utili:
Borgotitol

Clicccando questo link vedrete i volontari della Pro Loco di Tramonti di sopra L’Italia che mi piace

P.S.: ringrazio la Pro Loco di Tramonti di Sopra che mi autorizza ad utilizzare il loro materiale e che prima di utilizzare il mio mi ha gentilmente inviato una mail di richiesta, non cancellando la mia firma e non modificando le foto, un buon esempio che molti “blasonati” quotidiani dovrebbero seguire…

©RIPRODUZIONE RISERVATA

I diritti delle immagini e dei testi sono riservati. È espressamente vietata la loro riproduzione con qualsiasi mezzo e l’adattamento totale o parziale.


Meringhe di polenta di cincuantin, uno snack stellato.

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Ho imparato molto dai corsi di cucina che ho seguito Agli Amici di Godia, ho adottato molte delle tecniche “stellate” che fanno ormai parte della mia semplice cucina di casa.

Ricordo che queste meringhe di polenta mi avevano conquistata, le avevo trovate geniali, sembrano davvero delle meringhette, impalpabili e scrocchiarelle.

Semplicissime da fare, l’unica difficoltà che ho incontrato è l’uso della sac a poche con la quale ho poca confidenza ma se per voi è un gioco da ragazzi beh, vi consiglio di farle.

Io le ho volute provare perchè ho in progetto una ricetta dove le utilizzerò come parte croccante su un brodo particolare ma anche da accompagnamento ad una semplice zuppa o vellutata, darà quel tocco raffinato ed elegante che stupirà i vostri cari e/o i vostri ospiti.

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Ingredienti:

  • 500 g. di acqua,
  • 100 g. di farina rustica di mais (io cincuantin),
  • 3/4 g. di sale.

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Come fare:

far bollire l’acqua, aggiungere il sale e versare a pioggia la farina di mais; proseguire la cottura, mescolando, fino a raggiungere la consistenza di un purè.

Versare in una ciotola , coprire, a contatto, con la pellicola per alimenti, forarla con uno stuzzicadenti e lasciar intiepidire.

Preriscaldare il forno a 150/160° C.

Mettere la polentina in una sacca da pasticceria e, su un foglio di silpac, silicone o semplice carta forno, distribuire delle noccioline di polenta.

Infornare per 50 minuti e buon snack!

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Vi auguro una splendida settimana e, se notate l’esagerata dimensione della mia firma sulle foto, non è perchè sono diventata megalomane, semplicemente voglio rendere un po’ più “fastidioso” ai “grafici” il lavoro di cancellare la mia firma dalle foto che hanno preso l’abitudine anche di pubblicare speculari affinchè nessuno le riconosca… É come se io, per passare inosservata, caminassi a testa in giù…

collage mie foto su quotidiani

Ecco il corpo del reato ma di questo vi racconterò più in là, oggi non voglio pensarci.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Torta al formaggio, cucina Rinascimentale, molto attuale, senza glutine.

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Rp il bianco di ova 12 o più o mancho secondo la voi far grande et metti in una pignata nova, poi piglia formazo di pecora fino gratusato, la quantità di due ova et mescola col chiaro di ova e batilo con uno frolatore dentro alla pignata, poi piglia once 4 di zucaro ben pisto et metti nella pignata et once 1 di acqua rosa et deliguedo di tuo arbitrio et bati ogni cosa bene per uno quarto di hora mescolando poi piglia una tiella da far torte ben stagnata et mettila sopra al foco et metti tanto deleguedo dentro che si possa ongere a torno a torno poi toli fior di farina et polverizane sopra la tiella in modo che se ne facia in modo di una sfolia poi metti le ditte cose dentro et fale cocere come si fanno le torte con il testo sopra et come è cotta metti dentro butiro on deliguedo sopra a tuo arbitrio et un poco di acquarosa et poi mangiala (carta 41 v/42 r)

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Era da un po’ che non riprendevo in mano il mio libro di cucina Rinascimentale, avevo lasciato in sospeso la realizzazione di questa torta che, a parte acqua rosa e zucaro, è attualissima e, realizzata in versione finger food, è perfetta per un buffet.

Ovviamente io curiosa, per immergermi fino in fondo nell’epoca, l’ho fatta anche con acua rosa e zucaro ma sono davvero ingredienti di troppo, dei quali oggi possiamo fare a meno.

All’epoca zucaro e acqua rosa entravano di diritto in qualsiasi pietanza, dove non c’erano questi, arrivavano cannella, chiodi di garofano e noce moscata; un po’ le spezie erano adoperate per ostentare lo stato sociale, in altri casi per camuffare gli odori degli alimenti che, in mancanza di frigoriferi, tendevano a deteriorarsi presto.

Ho dapprima seguito le indicazioni di Maurizio Correggioli (chef che si è preso l’impegno di riprodurre parte delle ricette del manoscritto, quelle più adatte ai nostri tempi moderni) ma l’albume, insieme con formaggio, zucchero non montavano ed il composto rimaneva liquido: ho comunque infornato ma le tartellette avevano rilasciato troppo unto quindi ho deciso di fare a modo mio: ho dimezzato le dosi, ho adoperato una farina senza glutine e sostituito il pecorino: la prima volta con la ricotta affumicata e la seconda, questa, con il Parmigiano Reggiano 24 mesi; oggi le rifaccio aggiungendo un po’ di erba cipollina ma nulla vieta di profumare le tartellette con le erbe che più vi piacciono.

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Ingredienti (dall’interpretazione dello chef Correggioli):

  • 6 albumi,
  • 60 g. di pecorino stagionato grattugiato (io ricotta affumicata e Parmigiano Reggiano),
  • 60 g. di burro,
  • acqua di rose,
  • 20 g. di zucchero,
  • 40 g. di farina 00 (io senza glutine con spiga barrata),
  • sale.

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Come fare (interpretazione chef Correggioli):

preriscaldare il forno (statico) a 170° C.

Imburrare ed infarinare bene una teglia rotonda (diametro 25 cm.); porre in una bastardella gli albumi, un pizzico di sale, lo zucchero e il formaggio e montarli col frullatore, unire poi a filo il restante burro fuso ed il profumo di acqua di rose.

Quando sarà ben montato (mai n.d.r.) unire la farima mescolando delicatamente dall’alto verso il basso in modo che non si smonti.

Versare il composto nella teglia ed infornare fino a doratura (vedi foto collage), a piacere, mettere sopra qualche fiocchetto di burro e acqua di rose (omesso).

Come ho fatto io:

ho montato gli albumi col pizzico di sale a neve ben ferma, ho versato a filo il burro fuso; a parte ho mescolato la farina col formaggio ed ho mescolato delicatamente.

Ho imburrato degli stampini da tartellette, ho distribuito il composto ed ho infornato per 30 minuti.

Il risultato è un bocconcino molto soffice, quasi impalpabile, asciutto, per nulla unto, in una parola: delizioso, provate se vi va.

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Per oggi è tutto, buona giornata

 


Gelatina di peperoni rossi e grissini con fave di cacao, esperimenti fuori stagione.

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Nella Storia Generale e Naturale delle Indie, Gonzalo Fernàndez de Orviedo, uno dei biografi di Colombo, scrive che in Nuova Spagna (l’attuale Messico), all’inizio del XVI secolo, le fave di cacao avevano la stessa funzione dell’oro e dell’argento nel vecchio continente.

Venivano quindi usate come moneta di scambio per gli acquisti: una zucca 4 semi, uno schiavo 100 semi, un pomodoro 1 seme, le prestazioni di una prostituta 8-10 semi.

Il cacao venne ignorato a lungo nel Vecchio Continente per l’impossibilità di esportarlo; la pianta del cacao è molto delicata e parecchio ostinata: rifiuta di crescere lontano dall’Equatore, non sopporta temperature inferiori ai 16°C. ed esige un’umidità superiore ai 75-80% per tutto l’anno.

Se queste condizioni non sono rispettate la pianta non produce, anzi, spesso si ammala e muore; i germogli, qualora crescano in ambiente favorevole, impiegano quasi quattro anni per dare i primi frutti.

Questi, poi, non sono spontaneamente in grado di aprirsi e, quindi, di disperdere i semi; per fortuna nel passato ci hanno pensato le scimmie, assai ghiotte della polpa, la separavano dai semi amari che venivano, in tal modo, dispersi nell’ambiente.

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Un famoso chef stellato della mia Regione, un giorno mi disse che è molto importante che chef, addetti ai lavori e foodblogger diano buon esempio rispettando per primi la stagionalità: il consiglio mi è rimasto talmente impresso che sono diventata restia a comperare prodotti fuori stagione, questo indipendentemente dall’essere o meno una “foodblogger” ;-)

Ho fatto eccezione per questa gelatina: avevo trovato nel cesto delle offerte dei bellissimi peperoni rossi, cicciottelli che mi hanno ricollegata ad una ricetta che rimandavo da tempo ed avendo a disposizione le fave di cacao e la complicità di  una giornata piovosa e grigia, mi sono messa al lavoro.

La ricetta, compresi grissini, sono un’idea di Paolo Zoppolati, del Giardinetto di Cormons (GO) dove ho cenato tantissimi anni fa, all’epoca dei piccioni viaggiatori.

Ho frequentato molto di più il Giardinetto Cafè, bar “chiccato e tazzinato” per la qualità del caffè e del locale: dolci sublimi ed irresistibili, si fa fatica a non fare il bis.

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Premetto che, in corso d’opera, ho apportato qualche modifica: avendo sotto gli occhi la foto della gelatina, risulta molto più chiara e non si intravedono tracce di buccia; credo che lui abbia adoperato il bimby, se l’avete non togliete la buccia.

Non è una ricetta complicata, anche se all’apparenza può sembrarlo, se non avete le fave di cacao potete sostituirle con granella di pistacchi o semi di zucca o anche pinoli tostati, potete aggiungere del basilico fresco così da rimanere nel classico, fate voi, questa è solo un’idea.

Alla fine ho aggiunto la versione vegana con l’agar agar, per le mie followers vegane/vegetariane.

Ingredienti per la gelatina di peperoni rossi (4 persone):

  • 3 peperoni rossi (io 4 perchè erano piccoli),
  • 1 cipolla piccola,
  • olio extravergine d’oliva,
  • 15 cl. di brodo vegetale,
  • 4 fogli di gelatina,
  • 20 g. di fave di cacao pestate (eliminare il guscio coriaceo ed adoperarel’interno),
  • sale.

Come fare:

tritare la cipolla, lavare i peperoni eliminando i semi e le parti bianche; tagliarli a pezzi grandi (io ho fatto così per poterli spellare facilmente).

Stufare cipolla e peperoni in olio evo, dopo 10 minuti aggiungere il brodo vegetale e continuare la cottura per altri 10 minuti; nel frattempo mettere in ammollo i fogli di gelatina.

Quando i peperoni avranno la pelle raggrinzita, eliminarla e frullare il tutto: se vedete che la consistenza è troppo densa, aggiungere altro brodo vegetale, regolare di sale.

Sciogliere la gelatina in poco brodo vegetale ed unirla ai peperoni, frullare e versare negli stampini il primo strato, riporre in frigorifero per qualche minuto, distribuire le fave di cacao pestate e versare altra gelatina: decidete voi quanti strati volete fare.

Al momento di sformare gli stampini, immergere il fondo nell’acqua calda, servire con un filo d’olio extravergine di oliva, nella versione senza fave di cacao ma con il basilico, io lo servirei con un pesto o un olio al basilico.

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Versione vegana con agar agar.

Prima di inserire la gelatina, ho messo da parte un po’ di composto per la versione vegana con agar agar: ho scelto di fare una versione al cucchiaio per pucciarvi i grissini, il colore è più tenue perchè ho aggiunto altro brodo vegetale, la quantità, c.ca 80 g. (dosi indicative).

Ho sciolto una puntina di cucchiaino di agar agar nel brodo, ho portato ad ebbollizione ed ho unito al composto di peperoni, ho mescolato le fave di cacao pestate ed ho riposto in frigorifero per 1 ora, ho frullato la gelatina per renderla cremosa, l’ho versata nella ciotola e me la sono gustata pucciando i grissini alle fave di cacao.

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Ingredienti:

  • 250 g. di farina (nella ricetta non è specificato il tipo, io Manitoba),
  • 5 g. di lievito di birra sciolto in acqua tiepida La ricetta scrive 1/2 bicchiere ma non specifica la capienza),
  • 1 cucchiaio di olio evo,
  • 20 g. di fave di cacao pestate,
  • acqua q.b. per raggiungere la consistenza,
  • 1/2 cucchiaino di sale (nella ricetta non c’è ma io l’ho messo).

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Come fare (io ho impastato nella MDP):

sciogliere il lievito in acqua tiepida, aggiungere l’olio, mescolare ed unire la farina setacciata, il sale e un altro po’ d’acqua, lavorare fino ad ottenere un impasto morbido, a questo punto unire le fave di cacao pestate ed impastare ancora (con la MDP 1/4 d’ora.

Il composto dev’essere morbido ma non appicicoso, per questo io ho dosato l’acqua poco a poco; stendere l’impasto ad un altezza di 1 cm. e mezzo e far lievitare in forno con la luce accesa per un’ora.

Preriscaldare il forno a 180°C.

Ritagliare delle strisce larghe 2 cm e tirarle attorcigliandole (la prossima volta farò le sctrisce più sottili) ed infornare fino a doratura, controllare la colorazione, io gli ho dato un “aiutino” col grill alla fine.

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Ello ha gradito tutto, forse il suo palato sta iniziando a modernizzarsi oppure si appella al detto: o mangi ‘sta minestra o salti dalla finestra?

Per oggi è tutto, provate, se vi va.

Buona domenica e buon inizio di settimana

P.S.: la categoria *senza glutine* si riferisce unicamente alla gelatina


Pistum di Borgotitol.

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La Val Tramontina, oltre ad avere una natura incontaminata e particolare ed attirare anche un distratto turista in rilassanti escursioni, è una zona ricca di sapori e specialità culinarie e cibi della tradizione.

Alcuni, dopo essere caduti nell’oblio, stanno ritrovando un ruolo importante non solo nella cucina familiare ma soprattutto durante le manifestazioni incentrate sui sapori del Friuli Venezia Giulia e nei ristoranti che offrono la cucina tipica regionale.

Il buon pistum, derivato da una materia prima economica, una semplice rapa, è uno dei cibi riportati alla notorietà. In questi anni infatti, è stato giustamente rivalutato come cibo essenziale dei valligiani durante i lunghi mesi invernali.

Nei piccoli orti familiari tutti i tramontini avevano l’abitudine, insieme alle patate, ai fagioli, alle verze, di coltivare una certa quantità di rape, per farne una scorta alimentare durante i mesi freddi.

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Ogni famiglia sapeva preparare il suo pistum: le inchieste fatte nelle varie borgate della Val Tramontina ci hanno permesso di constatare che il modo di prepararlo era molto simile ovunque.

All’inizio dell’autunno si raccoglievano le foglie di rapa, si sbollentavano (si deva ‘na sbrovada) nel paiolo (cialderia) della polenta: scolate venivano sovrapposte in una cita di piera o un bos di len o in caratel.

Una volta ben pressate, erano chiuse con un coperchio di legno sul quale si poneva un peso, magari un grosso sasso, per tenerle ben schiacciate.

Il contenitore si portava all’aperto perchè al glaci, doveva ghiacciare; più la temperatura, durante l’inverno scendeva (inglaciava) più il pistum sarebbe diventato buono.

Al vol glaciât, à di vignir garb (acido) per essere buono; di solito si dènices verso Natale, si cominciava a mangiarlo verso le feste Natalizie.

Dal contenitore si toglieva man mano la quantità che serviva per il consumo di qualche giorno: sul cioc si pestava cul manarin, cioè, si tagliava a piccole listarelle.

Si metteva dentro il paiolo con il brodo della polenta per un bollore (sbroves), si aggiungeva un poco di lardo pestato e scaldato in un tegame, sale e epe, volendo anche un spigul di ai (uno spicchio d’aglio). Attualmente si condisce, dopo pochi minuti di bollitura, direttamente in una terrina.

Il pistum, dal sapore leggermente acidulo, può essere conservato in frigo, in un vaso di vetro, per alcuni giorni.

Al giorno d’oggi si prepara in modo più semplice: non si lasciano più ghiacciare le foglie di rapa ma si prepara il pistum direttamente con le foglie fresche: acquista un sapore meno acidulo è più apprezzato dai “palati moderni”.

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Ecco, questo e molto altro potrete trovarlo sulla brochure messa a disposizione dalla Pro Loco di Tramonti di Sopra, io ho preparato la ricetta, diciamo, più moderna, con le foglie di rapa gentilmente portatemi dal Signor Alido.

La farina di polenta arriva anch’essa da Tramonti, un prezioso dono del Signor Roberto che ha diviso con me la sua ultima scorta; ho omesso il lardo ed ho adoperato l’aglio di Resia.

collage pistum

Si propone una rivisitata ricetta per una preparazione casalinga: un tempo, questo era il piatto unico delle sere d’inverno,ora è diventato una pietanza sfiziosa da servire per accompagnare alcune portate di carne o da servire semplicemente con la polenta.

Ingredienti per 4 persone:

  • 150 g. di foglie di rapa,
  • 150 g. di farina di mais,
  • 1 spicchio d’aglio (di Resia),
  • lardo, burro (io olio evo),
  • sale,
  • pepe,
  • primule, fiori di tarassaco, steli d’aglio selvatico per decorare (la mia versione), tutto è edibile.

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Come fare:

lessare le foglie di rapa (io le avevo preparate precedentemente e conservate, con il loro liquido, in congelatore) e tritarle per ridurle in poltiglia.

Soffriggere il lardo con lo spicchio d’aglio, unire le foglie di rapa e cuocerle per alcuni minuti, regolare di sale e pepe.

In un’altra pentola portare a bollore l’acqua, salare e versare a pioggia la farina di mais; mescolare e lasciare la polenta molto liquida.

Versare alcuni mestoli di questa polenta nel tegame del pistum e cuocere lentamente fino ad ottenere una crema densa: a piacere, prima di servire, si può aggiungere una noce di burro (oppure un filo d’olio evo).

Il signor Alido mi ha raccontato che si tendevano a mantenere più liquide le minestre, la polenta ecc. perchè il potere saziante era maggiore e più liquido era e più si riempiva il pancino…

Orti a Tramonti di Sopra e pistum

Tramonti di Sopra e Pistum.

Questa ed altre ricette della tradizione della Val Tramontina le potrete trovare da Borgotitol a Tramonti di Sopra e, approffitto per dare il benvenuto al nuovo nato, un bel asinello che il signor Alido ha chiamato proprio Pistùm.

Per oggi è tutto, ringrazio Elisa Pessa che mi ha autorizzata ad utilizzare il materiale dell’opuscolo: alla prossima ricetta


Torta alla casatella DOP, mou di noci e purea di pere: una cheesecake trevigiana?

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Oggi vi porto fuori dai confini della mia regione, andiamo a Treviso, splendida cittadina, citata anche nella Divina Commedia “…dove Sile e Cagnan s’accompagna”.

Treviso e la sua provincia hanno dato i natali allo straordinario radicchio tardivo, alla casatella trevigiana DOP, al Prosecco e a tanti altri prodotti d’eccellenza e… anche a tre foodblogger bravissime, a dimostrare che l’aria della Marca Trevigiana fa bene.

Anni fa comperai un libricino, all’interno, una ricetta tra tante, attirò la mia curiosità: delizia di casatella su crostata di noci al mou”; dalle mie parti non è stato mai facile trovare la Casatella Trevigiana DOP, ma dopo la scoperta di questa ricetta ho aguzzato la vista e quando la trovavo per me era una festa, ma la casatella, fino a venerdì scorso, finiva nel piatto insieme con una pera e diventava il mio pranzo; anche qui finisce accanto ad una pera ma è un’altra storia.

Spesso, le ricette che si trovano sui libri, specialmente se fanno parte del menù di un ristorante (segreto professionale ;-) ) vanno interpretate, rivisitate e corrette e se non si ha almeno un briciolino di esperienza, si rischia il flop quindi vi spiegherò come ho fatto io, fidatevi…

La ricetta originale contempla 6 monoporzioni da 8 cm., io ho optato per uno stampo da 18 cm. perchè la volevo goduriosa, con uno stampo da 22/24 sarà più bassa ma sempre straordinaria… Beh, si evince che ne sono innamorata ?

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Passiamo alla ricetta, la frolla potete fara il giorno prima, con la vostra ricetta del cuore, chi ha poco tempo può adoperare quella pronta, non siamo rigidi, se avanza fate dei biscottini; io avrei dovuto stendere la frolla più sottile (n.d.r.).

Lo stesso discorso vale per il mou alle noci, se avanza potete adoperarlo per decorare un budino o, se preferite, potete servire questa crema alla casatella in un bicchiere, come dolce al cucchiaio, alternandola al mou; come dico sempre, a voi la scelta.

Ingredienti per la crostata di noci al mou:

  • pasta frolla,
  • 125 g. di noci spezzettate,
  • 100 g. di zucchero di canna,
  • 60 g. panna.

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Come fare la crostata di noci al mou:

stendere la pasta frolla ad uno spessore di mezzo cm., bucherellarla ed infornare a 170°C. per 20 minuti.

In un pentolino dal fondo spesso, a fuoco bassissimo, far sciogliere lo zucchero di canna, unire le noci spezzettate, amalgamarle bene al caramello ed unire la panna, mescolare e stendere il più possibile uniformemente il composto sulla pasta frolla, far raffreddare.

Nel frattempo preparare la crema di casatella.

Ingredienti per la crema di casatella, in ordine di apparizione:

  • 2 tuorli,
  • 1 uovo intero,
  • la scorza di mezzo limone,
  • 150 g. di zucchero,
  • 2 fogli di colla di pesce,
  • 200 g. di casatella trevigiana (1 confezione),
  • 200 g. di panna fresca + un po’ per sciogliere la gelatina.

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Come fare la crema di casatella:

mettere tuorli, uovo, scorza di limone e zucchero in una bastardella (pentola dal fondo concavo) e, a bagnomaria, montare il composto e pastorizzare le uova portando la temperatura del composto a 65°C. per 3 minuti.

Ammorbidire la colla di pesce in acqua fredda, strizzarla e scioglierla in poca panna, se preferite potete scioglierla nel rum o limoncello.

Inorporare la gelatina alle uova e raffreddare a bagnomaria con del ghiaccio; setacciare la casatella, amalgamarla al composto e, alla fine unire delicatamente la panna montata.

Comporre il dolce:

adagiare il disco di frolla e mou alle noci sulla base dello stampo scelto, foderare il bordo interno con carta forno e versare la crema, livellarla e riporre in frigorifero per almeno 3 ore (io tutta la notte).

Per accompagnare la torta è consigliata una purea di pere e cannella, anche questa potete prepararla prima.

Ingredienti per la purea di pere e cannella:

  • 2 pere kaiser,
  • 1 cucchiaio di zucchero,
  • cannella in polvere a piacere,
  • acqua.

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Come fare la purea di pere:

sbucciare le pere e tagliarle a pezzi e metterle in un pentolino con lo zucchero, la cannella e poca acqua; cuocerle e frullare (io le ho preparate la sera prima e le ho frullate il giorno dopo).

Per decorare ho essicato nell’essicatore le fette di pera, nel web trovate indicazioni per farlo in forno.

Ho servito la fetta con mezzo gheriglio di noce, una fetta di pera essicata che ho “cercato” di riprodurre con la purea di pere decorata con del cioccolato fondente fuso, provate se vi va.

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 Buona domenica


Sospiri, cacao… amaro

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«Eravamo in tanti nell’immensità della piantagione. Le foglie secche del cacao tappezzavano la terra dove i serpenti si scaldavano al sole dopo le grandi piogge di giugno. I frutti dorati pendevano dai rami come lanterne antiche. Meravigliosa mescolanza di colore che rendeva tutto bello ed irreale, meno il nostro lavoro sfibrante.

Alle sette del mattino eravamo già sul posto a tirare giù cacao, dopo aver affilato i coltelli di fronte allo spaccio. Alle cinque di mattina una sorsata di acquavite e un piatto di fagioli ci davano le forze per il lavoro della giornata. Honoris mi insegnò il lavoro.

Diventammo buoni amici all’ombra avvolgente della piantagione, dove il sole non penetrava. I miei piedi cominciavano a circondarsi di una crosta grossa formata dal vischio del cacao che l’acqua del fiume non riesce a tirare via…»

(Jorge Amado, Cacao, Einaudi, Torino)

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Ogni tanto mi avventuro in imprese più grandi di me,  fuori dalla mia portata, questo mi piace, mi stimola; specialmente in un momento in cui ho poco entusiasmo e, in assenza di stimoli, vivo alla giornata.

In attesa della primavera reagisco così, con prove maldestre in cucina: non so perchè questi dolcetti si chiamino sospiri, forse perchè leggendo la ricetta un sospiro nasce spontaneo: riuscirò mai a farli?

Ebbene si, dopo anni di sospiri guardando la foto, finalmente li ho fatti, assaporati e fatti assaporare: non sono perfetti nell’esecuzione come gli originali, io ho voluto esagerare con la panna che li ha resi più alti; in fondo la caratteristica di questi dolcetti sta proprio nella sorpresa di trovare un soffice strato di panna quando si addenta la crosticina di cioccolato, ecco, è questo il sospiro.

Io scrivo la ricetta originale, non avendo un coppapasta da 3 cm. li ho fatti da 2; le dosi di panna e di cioccolato sono esagerate, specialmente la cioccolata, secondo me ne bastano 250 g., lo verificherete se vi dovesse venire la tentazione di provare.

Ingredienti per 16 pezzi, per la pasta frolla:

  • 80 g. di burro,
  • 65 g. di zucchero,
  • 1 uovo,
  • 170 g. di farina,
  • 1 pizzico di sale,
  • vaniglia.

Per la decorazione:

  • 200 g. di panna da montare,
  • 500 g. di cioccolato fondente (70%).

Come fare la pasta frolla:

lavorare il burro con lo zucchero, unire l’uovo, il sale, la vaniglia fino ad ottenere un composto spumoso.

Incorporare la farina senza mescolare troppo a lungo.

Formare un panetto, avvolgerlo nella pellicola e riporlo in frigorifero per 15 minuti (se dovesse risultare ancora morbido prolungare a 30 minuti).

Preriscaldare il fono a 220°C.

Stendere la frolla ad uno spessore di 3 mm. e ricavare 32 tartellette da 3 cm., adagiarle negli stampini (io le ho messe nei pirottini) e cuocere per c.ca 12/15 minuti.

Sfornarle, lasciarle raffreddare ed estrarle dagli stampini: nel frattempo montare la panna (non zuccherarla) e metterla nella tasca da pasticcere (sac a poche).

Distribuire la panna su 16 tartellette e metterle in freezer per 1 ora; sciogliere il cioccolato a bagnomaria ed immergervi le tartellette capovolte facendo in modo da ricoprire lo strato di panna; appoggiare sopra le rimanenti 16 tartellette e decorare col cioccolato… Meglio di come abbia fatto io ;-)

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Chi li ha assaggiati li ha apprezzati, provate se vi va.

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Buona settimana

mafalda