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Pitina con il brodo di polenta, la ricchezza della cucina povera è nella sua storia.

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Testimonianza sul pascoloMolait di sot, molait di sora

“Una volta, in paese, gli animali venivano riuniti in due greggi diversi.

Il primo raccoglieva in Pitucja le pecore e le capre di tutti quelli che vivevano più in basso della piazza, il secondo, invece, raccoglieva quelle di coloro che abitavano più in alto, fino alla fine di Tramonti.

C’erano anche le eccezioni come la donna che, pur abitando di sot mandava i suoi animali con il gregge di sora e quella che, al contrario, pur abitando di sora mandava le pecore da noi.

Noi che raccoglievamo le pecore in Pitucja le portavamo a pascolare sopra la chiesa dei protestanti e poi oltre, fino in Pradiel, mentre l’altro gregge andava dall’altra parte, verso Maleon.

Per avvisare le persone che stavamo per partire al pascolo, noi della parte bassa del paese camminavamo per il paese urlando: «Molait di sot!» mentre l’altro gruppo urlava:«Molait di sora!».

Ogni tanto le persone che dovevano recuperare gli animali dei due greggi si trovavano contemporaneamente in piazza e urlavano assieme attirando l’attenzione di tutti.

Ogni gregge aveva, all’incirca, una cinquantina di ovini; tutte le famiglie che avevano almeno una bestia nel gregge dovevano contribuire a portare le pecore al pascolo: se una famiglia aveva una pecora portava il gregge al pascolo per un giorno, se invece aveva una pecora e due capre doveva impegnarsi per tre giorni, così ognuno lavorava in proporzione.

Quando portavamo gli animali a pascolare d’estate, partivamo alle otto e stavamo via tutto il giorno mentre l’inverno ci muovevamo molto più tardi, verso le dieci, e nel primo pomeriggio eravamo già di ritorno.

Ad accompagnare il gregge c’erano sempre almeno due persone: un pastore davanti e uno dietro gli animali per guidarli e tenerli assieme.

Con noi al pascolo portavamo sempre qualcosa da mangiare e qualche lavoretto da fare come cucire o fare la maglia; c’era un uomo, poi, che andava spesso al pascolo per conto di altre famiglie che non avevano tempo.

Era un vedovo con tre figli piccoli, ogni volta che si muoveva con le pecore si portava sempre dietro un sacco contenente tanti vestitini da cucire” (Pagina 21 di “Prodotti tipici dalla Val Tramontina: pitina, formai dal Cit e erbetines)

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La vita, a quei tempi era molto dura e la sera, al ritorno dal pascolo, dal lavoro nei campi o nei boschi, il sollievo arrivava da ricette come questa, pochi ingredienti, una pitina, un pugno di farina di mais, acqua, burro e sale.

Il signor Alido mi racconta che alla polenta veniva aggiunta molta acqua perchè la minestra calda e liquida saziava  predisponendo al riposo.

Dopo anni di amor-Pitino, avendo la farina della Valle e la pitina buona, l’ho finalmente fatta, certo sul fornello a gas di casa non è la stessa cosa ma basta chiudere un attimo gli occhi ed immaginare; la Pitina rilascia il suo profumo di affumicato ed io ho voluto creare l’atmosfera facendo un brodo di pitina e cuocendo la polenta con quel brodo così ho ottenuto un meraviglioso effetto accantoalcamino.

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Per ottenere il brodo di pitina basta metterla in abbondante acqua fredda e cuocere lentamente fino a ridurre il liquido di un terzo; una parte di brodo l’ho chiarificata per la ricetta di cui accennavo nel post precedente, nel restante brodo ho cotto la polenta.

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Ricetta autentica che si trova a pagina 18 del libretto succitato.

Cosa aggiungere a questo post? Ancora una foto, per una ricetta da incorniciare

pitina brodo polenta gruppo alto n-001

Link utili:
Borgotitol

Clicccando questo link vedrete i volontari della Pro Loco di Tramonti di sopra L’Italia che mi piace

P.S.: ringrazio la Pro Loco di Tramonti di Sopra che mi autorizza ad utilizzare il loro materiale e che prima di utilizzare il mio mi ha gentilmente inviato una mail di richiesta, non cancellando la mia firma e non modificando le foto, un buon esempio che molti “blasonati” quotidiani dovrebbero seguire…

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Soufflè di tagliolini al tartufo e scuete dal boç nel cavolo rapa, in mantello croccante ai semi di zucca.

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Le ricette dei professionisti sono il risultato della tecnica acquisita con lo studio, la pratica e l’esperienza, nascono da una minuziosa ricerca atta ad ottenere un perfetto equilibrio nelle consistenze ed abbbiamenti.

Io sono una dilettante e le “mie ricette”, d’obbligo le virgolette, sono il risultato di tante coincidenze e circostanze: spesso, come in questo caso, dal momento della nascita dell’idea al momento di concretizzarla, passa molto tempo durante il quale, si inanellano altre idee e spunti.

Poi arriva il momento e mi butto a capofitto nell’impresa: l’idea del souffflè nel cavolo rapa mi era balenata mesi fa, stimolata dal tema del  mese di una famosa sfida tra foodblogger che era proprio il soufflè.

Giorni fa, in un supermercato ho trovato dei meravigliosi tagliolini al tartufo e, ricordando che nel libro di ricette dell’Hotel Sacher, il cavolo rapa viene spesso abbinato al tartufo, ecco fatto.

Lo spunto per il soufflè di pasta arriva dal Talismano della felicità, quello per il mantello croccante dal soufflè nella mela di Knam, ma ora andiamo in cucina, accantoalcamino.

cavoli rapa, tagliolini tartufo, scuete-001

Ingredienti:

  • 2 cavoli rapa medi,
  • 100 g. di tagliolini freschi al tartufo,
  • 2 uova,
  • 1 l. di latte,
  • 2 cucchiai di panna fresca,
  • 30 g. di burro,
  • 60 g. di scuete frante,
  • sale,
  • pepe di Szechuan.

sufflè cavolo rapa lato 1-001

Ingredienti per il mantello croccante:

  • 30 g. di farina di riso,
  • 30 g. di latte,
  • sale,
  • semi di zucca,
  • semi di zucca tritati.

collage cavolo rapa

Come fare:

pelare i cavoli rapa, segnare la parte da mantenere con un coppapasta e scavare la polpa mantenendo uno spessore di 1 cm. e mezzo; la polpa conservarla per un’altra ricetta.

Cuocere a vapore i cavoli per una decina di minuti, controllare la consistenza, i cavoli non devono scuocere; metterli con la parte scavata su carta assorbente, asciugarli e spennellarli con burro fuso per impermeabilizzare le pareti.

Nel frattempo cuocere i tagliolini nel latte salato lasciandoli molto al dente: ho scelto di cuocerli nel latte affinchè lo straordinario profumo di tartufo non venisse disperso nell’acqua, permettendomi così di adoperare una parte di latte per la ricetta.

Scolare i tagliolini e condirli con il latte bollente, il burro, la panna, la scuete, il pepe di Szechuan, che ho scelto per il profumo, far intiepidire ed unire, uno alla volta, i tuorli.

Preriscaldare il forno a 210°C. (appena infornati i cavoli, abbassare a 200°C.).

Preparare la pastella con la farina , latte e sale ed avvolgere le pareti esterne dei cavoli: uno verrà rotolato nei semi interi di zucca, l’altro in quelli tritati.

Mettere i due cavoli nella teglia con la base foderata con carta forno, montare gli albumi a neve ferma ed incorporarli, delicatamente nel composto di tagliolini; riempire a 3/4 i cavoli con il composto ed infornare per 30 minuti.

I tagliolini rendono il soufflè meno delicato, così potrete fare le foto senza timore:per curiosità proverò a rifare questo soufflè nella classica cocottina, vi informerò del risultato.

Essendo avanzata una parte di composto di tagliolini, ho preparato una tortina salata con un po’ di pasta sfoglia che avevo in frigo.

tortina salata avanzi soufflè-001

Nei soufflè, quasi sempre, i formaggi protagonisti sono il Parmigiano e/o Gruviera, Sbrinz (che adoro) e va a finire che i sapori dell’ingrediente base scelto per la ricetta, venga un po’ nascosto dalla loro presenza quindi, ho deciso che, dove mi sarà possibile, di sostituirli con i formaggi della mia Regione.

collage Borgotitol

Ed è proprio merito del formaggio che avevo pensato per questa ricetta che, non trovandolo allo spaccio, sono andata a prendermelo direttamente a Tramonti di Sopra, dove sono stata ricevuta da Heidy (a sx), Achille (al centro) e Fiocco di Neve (a dx) che, baciandomi, mi ha trasformata in una principessa per qualche ora, ma di questo vi racconterò la prossima volta.

Buona settimana


Cannelloni di porro, un’idea per tutti.

Cannelloni di porro cornice1

Dico la verità, mi mancate, mi mancano le/i mie fedelissime/i, mi manca leggere i loro commenti ma riesco a percepire l’affetto e la stima di chi ha imparato a conoscermi e perdonarmi capricci, e colpi di coda.

Ieri la mia dolce Perla ha fatto il vaccino ed oggi è mogia mogia così, per coccolarmela un po’, la tengo sulle ginocchia e coccolo anche il blog e voi con una ricettina semplice, versatile che può passare dal vegano al peccaminoso trasgressivo in un attimo.

Sapete già che io sono privilegiata, posso andare nel campo di Milva e raccogliermi i porri così, come piacciono a me, sporchi di terra, con tutte le barbe che non butto mai via ed ho Perla che li controlla, non posso lamentarmi :-)

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Questa, proprio per la sua versatilità, è una ricetta senza dosi, ognuno ricaverà dal porro la quantità di cannelloni e, a seconda delle proprie abitudini alimentari, scegliere e dosare i propri ingredienti quindi, se siete vegani, al posto della ricotta, potete farcirli con verdure e tofu, se siete vegetariani e mangiate pesce, potete farcirli con un composto di porro, patate e salmone ecc., se non avete problemi la scelta si estende all’infinito, lascio a voi la scelta.

Ingredienti:

  • porro,
  • scuete dal boç*,
  • funghi champignon trifolati (porcini, finferli ecc.),
  • pezzetti e striscioline di pancetta affumicata (o speck, prosciutto, di Sauris),
  • aglio di Resia in polvere,
  • burro,
  • pane grattugiato,
  • parmigiano.

cannelloni di porro cornice

Come fare:

scegliere dal porro la sezione più adatta ad ottenere un cannellone, sfilara (deve rimanere intero), lavare e cuocere a vapore per conservare il sapore ed il colore.

Preparare il ripieno, quello che vi piace di più e che si avvicina alla vostra cucina, regolare di sale ed inserirlo nel cannellone di porro aiutandosi con la sac a poche.

Io ho adoperato la ricotta frantumata di Borgotitol, funghi champignon trifolati ed aglio di Resia in polvere.

Oliare o imburrare una cocotte monoporzione o, se avete più persone in famiglia, una pirofila.

Disporre i cannelloni di porro legati con striscioline di pancetta o speck o prosciutto (io, di parte, ed amando il sapore affumicato, prediligo quelli di Sauris), fate voi, spolverizzarli con formaggio stagionato, pane grattugiato (se siete intolleranti al glutine sceglierne uno da prontuario) ed olio o burro, anche di soia per i vegani, i quali potranno sostituire il formaggio con il Parmigiano vegano.

Infornare a 180°C. per 20 minuti e con funzione grill fino a doratura.

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Nella foto finale ci sono tre cannelloni, non penserete mica che ello si sia accontentato di due ;-) Li ha apprezzati e non ho avuto il coraggio di sottrarglieli per fotografare l’interno, potete perdonarmi?

Alla prossima, con affetto e grazie Kiara per la fiducia

*scuete dal boç (Si tratta di una ricotta impastata con sale, pepe e semi di finocchio selvatico; quindi viene stagionato per un mese e mezzo per acidificarlo e garantirne la conservazione per lungo periodo.)


Szegediner Gulasch: spezzatino di maiale con crauti.

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Szegediner Gulasch.  È il nome stor­piato dello Székely Gulyas.  La deformazione è dovuta al fatto che Szegedin è una città un­gherese, mentre pochi sanno che Szé­kely è il nome ungherese della Transilvania, oggi rumena. La caratteristi­ca dello Székely, o Szegedin, è un gu­lasch di carne di maiale con contorno di crauti.

Ho trovato queste note nel web, come succede per le ricette tradizionali di tutto il mondo, è difficile risalire esattamente alle origini della preparazione.

Nel libro dal quale ho copiato la ricetta è contemplato anche un «Szekely gulasch» con carne mista manzo-maiale e pomodoro che qui non c’è.

La persona che mi aveva promesso un aiuto nella ricerca storica dello szegediner ha problemi di connessione ed essendo questa una ricetta invernale ed avendo io già percepito il profumo della primavera nell’aria, ebbene, va messa ora nel mio blog-ricettario.

É anche un modo per riciclare un avanzo di crauti: ne mettiamo un po’ nella jota ed un po’ in questo szegediner; il massimo sarebbe cuocere tutto sulla stufa ma sarebbe pretendere troppo.

Ho scelto questa versione perchè è la stessa che ho mangiato tanti anni fa sul Carso Goriziano, mi era piaciuto moltissimo ed era rimasto in attesa del momento giusto per provare a farla.

Non è una ricetta da foodblogger perchè non è fotogenica come non lo sono la maggior parte degli spezzatini ma è buon cibo ed è questo l’importante.

Ho voluto abbinarlo a dei cuoricini di polenta, quella di Milva, bella rustica e “gropolosa” fatta rigorosamente con la macchina del pane.

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Ingredienti, io vi scrivo la ricetta originale:

  • 1 kilo di spalla di maiale tagliata a dadini,
  • 1/2 kilo di cipolla affettata finemente,
  • brodo,
  • olio (evo),
  • capucci acidi,
  • paprica (io ho messo sia la dolce che piccante),
  • panna acida (aggiunta personale alla fine),
  • kümmel per i crauti (aggiunta personale),
  • sale.

Come fare:

soffriggere la cipolla nell’olio e toglierla quando è ben dorata; mettere a rosolare la carne, aggiungere un po’ di paprica, sale e due mestoli di brodo (alla fine ho aggiunto le cipolle perchè mi piacciono e rendono cremosa la preparazione).

Cuocere fintanto la carne risulti tenera aggiungendo, se necessario, del brodo.

Se non avete i crauti pronti procedere così:

bollire i cappucci, metterli in una casseruola dove avremo preparato un soffritto di olio e farina (einbren, roux) e, alla fine della cottura aggiungere un po’ di yogurt (questo passaggio l’ho omesso perchè ho preferito aggiungere al piatto la panna acida).

Se preferite, servire a parte i crauti come contorno, io li ho amalgamati con il goulash perchè era così che ricordavo di aver mangiato questo straordinario quanto semplice piatto: provate se vi va.

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Come fare la polenta nella Macchina del Pane:

  • 1 litro di acqua bollente salata,
  • 300 g. di farina di mais.

impostare il programma marmellate di qualsiasi marca di macchina; consiglio, al suono, di lasciar riposare ancora 10 minuti la polenta e poi di sformarla.

Alla prossima


Jote di blede (Iota Carnica) con fagiolo Cesarins e la mia versione Tramontina con verza e Chips di Pitina.

 jota carnica, fagioli, farina polenta socc cuore

 Jota Carnica.

L’etimologia del nome è controversa: potrebbe derivare dal tardo latino jutta, brodaglia, che a sua volta originerebbe da una radice celtica; il che è molto probabile visto che, come riferisce il Pinguentini (Gianni Pinguentini, Dizionario storico etimologico fraseologico del dialetto triestino, Trieste, Borsatti, 1954), lo stesso significato di brodo, brodaglia, beverone o mangime lo si ritrova nel termine cimbro yot, nell’irlandese it e nel gergo del Poitou jut. Il termine è diffuso anche in Emilia: a Parma, Reggio e Modena, infatti, dzota significa brodaglia.

Si tratta di una minestra che nella versione triestina è a base di crauti (in dialetto triestino capuzi garbi, cappucci acidi), fagioli e sovente patate; viene insaporita con costine o altra carne di maiale affumicata.

Diversamente che a Trieste, dove godette sempre del massimo apprezzamento e non fu mai considerata cibo da poveri semmai l’opposto, la jota in Friuli veniva considerata una pietanza di ripiego, tanto che i vecchi usavano lamentarsi del fatto che per pura necessità erano costretti a mangiarla molto spesso:

simpri jote, simpri jote e mai polente e lat (sempre jota, sempre jota e mai polenta e latte)

«mi inserisco con una nota personale che la dice lunga sulla differenza tra Triestini e Friulani: a Trieste polenta e latte (zuf) era considerato cibo povero: per i friulani il cibo povero era la jote»

Numerose le sue varianti, tra cui quella goriziana, carsolina e bisiaca, che aumentano la quantità di fagioli, o la riducono con l’aggiunta di orzo o mais, sostituiscono tutti o metà dei crauti con la brovada o aggiungono della farina gialla per polenta.

In Friuli viene chiamata jote, ma la sua preparazione un tempo assai diffusa si è molto limitata, tanto da esservi rimasta traccia solo in Carnia, in particolar modo nella Val Degano e nella Val Pesarina.

Simile alla jota è la mignestre di brovade friulana, quest’ultima preparata però con la rapa (brovade) al posto dei crauti e il cotechino (musèt) al posto delle costine di maiale affumicate.

La jota è assai diffusa (con lo stesso nome) anche nel Litorale sloveno, particolarmente sul Carso, nella Valle del Vipacco, sul Collio e nella zona di Tolmino e Caporetto. Nella vicina Austria, invece, nonostante il massiccio impiego dei crauti in varie preparazioni, questo minestrone risulta del tutto sconosciuto. (Fonte Wikipedia, alla fine il link)

collage jota ricetta

 Ricetta Jota in italiano, inglese e dialetto Triestino

Quante cose può svelare una semplice “brodaglia”, quanti pensieri, quanti ricordi possono ritornare alla mente mentre si mettono in pentola pochi, semplici ingredienti.

La cucina della tradizione è già stata scritta, è già stata raccontata: ha viaggiato nel tempo ed attraversato epoche, partendo con una piccola valigia poi, via via, in questa valigia è stato aggiunto, tolto, sostituito qualcosa.

Noi oggi abbiamo a disposizione quella valigia, è la nostra eredità, l’eredità che ci accomuna tutti, indistintamente; a noi, in quest’epoca non rimane altro che prenderne atto.

I confini e le distanze sono stati annullati, puoi acquistare on line: hai voglia di “qualcosa di buono” dell’Africa? Ecco che dopo qualche giorno l’Africa è sulla tua tavola ed è l’occasione per andare a rovistare nella valigia e mettere vicino il tuo mondo con un altro.

Io rimango in Friuli, in Val Pesarina e Valle di Gorto, alta Carnia: dove ha origine questa Jote di blede e quale occasione migliore per adoperare e far conoscere i fagioli Cesarins che assomigliano ai piselli che, in friulano si chiamano cesarons?

Ho avuto l’occasione di conoscerne l’esistenza al Salone del Gusto: per nulla questi fagioli, assieme al Borlottino di Prosenicco e il Gigante di Platischis, erano esposti accanto alla Pitina e due gentili Signore creavano quadri con i preziosi legumi.

Il Gigante di Platischis (fagiolo coccineus) è il fagiolo di montagna, quello che viene coltivato anche in Val Resia , col quale ho preparato alcune ricette che troverete nel blog e che probabilmente quest’anno diventerà grande

collage fagioli salone

Fagioli Cesarins (verdi), Borlottino di Pressenicco (bordi), Gigante di Platischis (in alto)

Andiamo in cucina, riporto fedelmente le dosi originali anche se rimango dell’idea che, a quei tempi, gli ingredienti per le minestre non conoscevano la bilancia: io ho fatto metà dose ma ho dovuto aggiungere del liquido perchè alla fine avrei ottenuto una polenta compatta, ho sostituito l’acqua con l’acqua di cottura dei fagioli.

Solitamente questa Jote veniva servita mettendo al centro della tavola una ciotola di latte per che voleva allungarla: un po’ come si faceva col brodo di pitina, veniva allungato per riempire lo stomaco… Ma erano altri tempi!

Ingredienti per 4 persone:

  • 600 g. di bietole- coste (blede coste),
  • 1/2 litro di latte (io senza lattosio),
  • 1/2 litro d’acqua (io acqua cottura fagioli),
  • 1 tazzina di farina di mais (io farina di polenta Socchievina di Mazzolini),
  • 1 tazzina di farina di grano (omessa),
  • 200 g. di fagioli lessati (io Cesarins),
  • sale.

jota carnica pp cuore

Come fare:

lavare le biete e lassarle nel latte e acqua salati (io ho diviso la costa dal verde della foglia che ho unito quando il bianco era quasi cotto).

Scolare e frullare e rimettere il composto nella pentola, riportare a bollore ed unire a pioggia le farine (nel mio caso solamente quella di mais).

Continuare la cottura sempre mescolando, per mezz’ora, come si fa per la polenta; quando la jote sarà della consistenza desiderata e, come ho scritto, potete aggiungere latte e/o acqua a piacere, aggiustare di sale ed unire i fagioli lessati in precedenza: riscaldare al momento di portare in tavola.

Note: questa jote, così come l’ho preparata, è senza glutine, senza lattosio, adatta ai vegani e vegetariani che, volendo, possono arricchirla con una spolverata di formaggio a piacere, anche una grattatina di ricotta affumicata e per chi vuole contaminarla con i prodotti della sua terra, anche pecorino, ricotta salata ecc.

Diventa un ricco piatto unico rompendo un uovo al centro: ello ha apprezzato molto questa jote e voi che mi conoscete sapete che è un tipetto difficile.

Nei luoghi d’origine di questa jote spesso la bieta viene sostituita dalla zucca o anche con la brovada (jote e brovade): nella mia rivisitazione ho adoperato la verza.

jota carnica rivisitata con chips pitina cuore

Ingredienti:

  • 200 g. di verza (1 cuore),
  • 1/4 di latte,
  • 1/4 di acqua di cottura dei fagioli Cesarins,
  • 50 g. di Pitina da cuocere della Val Tramontina,
  • 30 g. di farina di polenta Socchievina,
  • 100 g. di purea di fagioli Cesarins,
  • polvere d’aglio di Resia da spolverizzare sulle chips di Pitina.
  • sale.

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Come fare:

lavare e tagliare il cuore di verza e metterlo a bollire in acqua e latte insieme con la pitina; quando la verza sarà morbida scolarla e togliere anche la pitina con la quale prepareremo le chips.

Frullare la verza e rimettere il composto nella pentola, riportare a bollore e versare la farina; continuare la cottura (nel frattempo preparare le chips di pitina).

Quando la farina sarà cotta unire la purea di fagioli, aggiustare di sale e servire con le chips di Pitina e completare con una spolverata di polvere d’aglio di Resia

Come fare le chips di Pitina:

dopo aver scolato il pezzo di Pitina affettarlo sottilmente, io ho adoperato l’affettatrice ma va bene anche la mandolina: disporre le fettine su carta forno ed infornare a 100°C. per un’ora o più, verificare: se volete velocizzare la preparazione e risparmiare corrente mettere le fettine tra due fogli di carta forno e cuocere a 150°C. per 10/15 minuti.

jota carnica rivisitata con chips pitina cuorepp

Alla prossima

Jota

Fagiolo Cesarins

Società Agricola di Platischis

Polenta Socchievina


Prleška ajdova potica (torta salata di grano saraceno) dedicata alla Latteria di Buja.

torta grano saraceno ricotta cornice

Ritorno accantoalcamino ma con porte e finestre ben chiuse, fa ancora troppo freddo e sono debole per resistere a pericolose correnti d’aria.

Ma le delusioni non finiscono mai, non per me che vivo ogni evento e situazione con grande passione e coinvolgimento: la latteria di Buja chiude, come preannunciato qui

Sarebbero bastati 50.000,00 €.(cinquantamilaeuro), ma nessuno si è fatto avanti: e pensare che per l’acquisto di baldanzosi ragazzotti che rincorrono il pallone si spendono centinaia di migliaia di €uro.

Nell’Udinese ha militato nientepopòdimenoché il figlio di Gheddafi…, immaginate voi…

Beh, con questo non voglio coinvolgere il presidentissimo (così lo chiama la moglie) ma in Friuli ci sarebbe chi, volendo, potrebbe dare una mano… In fondo per un imprenditore affermato cosa sono 50.000€. senza escludere la possibilità di una colletta ;-) ?

Un altro pezzetto di presidio slow food del Friuli che se ne va: sembra che non importi più a nessuno dei presidi: tempo fa fui testimone di un dialogo tra due personaggi autorevoli che si scambiavano opinioni su questa realtà nella nostra regione: non ne parlarono bene ma io, ancora col cuore romantico, non volli dare ascolto a quelle che considerai allora dicerie ma col e nel tempo, tutto ciò che sentii allora si è materializzato… Purtroppo.

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Latteria di Buja

Voglio dedicare questa semplice ricetta proprio a questa ed altre latterie della mia regione che stanno vivendo questo brutto momento; non è una ricetta del Friuli ma della Stiria Slovena (Štajerska) che contempla Maribor.

É una ricetta semplice, con pochi ingredienti: al basta un tic che significa basta poco, che ci si accontenta di un po’ di niente.

Ingredienti per la dose intera (io ho fatto la metà):

  • 700 g. di farina di grano saraceno,
  • 3 dl di acqua bollente,
  • 1 k. di ricotta o skuta,
  • 3 uova,
  • 3 dl di panna acida,
  • dragoncello fresco (aggiunta personale),
  • sale (io affumicato nel ripieno).

collage torta grano saraceno

Come fare:

preriscaldare il forno a 230° C.

Preparare un impasto con farina, acqua e sale, amalgamare bene e far raffreddare; stenderlo poi ad un altezza di c.ca 1 cm. ed adagiarlo su fondo e bordi di una teglia ricoperta con carta forno.

Lavorare la ricotta con le uova, il sale aggiungendo il dragoncello tritato e stendere il composto sulla pasta, livellare e versare la panna acida.

Infornare per 35 minuti.

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Dragoncello

Questa ricetta è senza glutine (controllare la spiga barrata sulla confezione), chi è vegano e/o intollerante al lattosio può adoperare una ricotta di tofu ed eliminare le uova.

Chi è godereccio può aggiungere della salsiccia o prosciutto, speck ecc.: la straordinarietà sta nella pasta, semplice e profumata e può accogliere anche un ripieno dolce, a voi la scelta.

Buona giornata ♥


Brovade e muset: muffins dal Friul.

muffin brovada muset pp-001

Qualcuno si chiederà: cosa c’entrano i muffins col Friuli? Beh, nulla, come non c’entrano nulla Halloween, il sushi, l’hot dog ecc.; ormai le distanze si sono accorciate ed i confini allargati.

Ci sono più friulani nel mondo che in Friuli e, mentre qui ognuno sta per suo conto, nel mondo fondano circoli, associazioni ed organizzano incontri, feste ed eventi per ritrovarsi, per sentirsi a casa e per poter dialogare nella loro mâri lenghe:

… Che tu vadis, mâri lenghe,
serie e sclete, intôr intôr:
tu confuàrte dut chest popul
salt, onest, lavoradôr!

… Che tu vada madre Lingua
sana e schietta intorno intorno:
tu conforta tutto questo popolo
saldo, onesto, lavoratore!

Tutto qui, la ricetta nasce da un avanzo di brovada e muset: avrei potuto riempire dei ravioli, farcire un pane, fare una minestra simile alla jota o, semplicemente mangiarlo in un sol boccone.

Questi muffins, dopo averli cotti ed assaggiati, li ho riposti in congelatore per adoperarli come pane d’accompagnamento per la prossima brovada e muset: ormai Milva ha iniziato la produzione e all’occorrenza grattugia le rape così da offrirle sempre fresche.

Fino a due anni partecipava alla gara di brovada, unica donna tra tanti uomini, dopo anni “si è rotta”, mi ha confessato sorridendo: come funziona la gara di brovada?

Rape da brovada crude-001

Le rape intere che, per diventare brovada, vengono messe a macerare per 40 giorni nelle vinacce, vino rosso e poca acqua, vengono affettate sottilmente e cosparse di sale, null’altro: non conosco i criteri di valutazione, so soltanto che vince sempre lo stesso produttore ;-)

Ho sempre preferito i crauti alla brovada, probabilmente perchè mi è sempre stata presentata molto acquosa mentre io, queste preparazioni, che definisco da stufa/sparghert/spolert  le intendo ben cotte, certamente più delle due ore consigliate sulle confezioni che si trovano in commercio ma anche qui è solamente questione di gusti.

Un tempo veniva cotta lentamente sulla stufa e la notte messa fuori nel freddo (me l’ha raccontato ello) per essere poi riscaldata il giorno dopo: la brovada si ingentiliva perdendo l’eccessiva acidità e col muset/crodighin/cotechino e una bella fetta di polenta fumante diventava un corroborante piatto unico.

collage rape brovada1

Ingredienti per 9 muffins (dosi da prova):

  • 100 g. di farina 00,
  • 1 e 1/2 cucchiaino di cremortartaro (o lievito +bicarbonato),
  • 1/2 uovo,
  • 20 ml di olio evo+ 1 cucchiaio per appassire la cipolla,
  • 125 g. di panna acida.
  • 80 g. di brovada già cotta,
  • 100 g. di muset già cotto,
  • 1/2 cipolla (io quella di Cavasso e Val Cosa),
  • 1/2 cucchiaino di kümmel,
  • 1 puntina di senape (io al dragoncello),
  • sale,
  • pepe.

collage muffin brovada e muset

Come fare:

preriscaldare il forno a 200°C.

Far appassire in padella la cipolla in olio evo e ripassare la brovada, il muset sbriciolato; aggiustare di sale e pepe; togliere dal fuoco e mettere il composto in una ciotola, unire kümmel e la senape: volendo si può mettere una puntina di radice di cren/rafano, l’importante è che gli aromi non sovrastino quelli della brovada e muset.

In un’altra ciotola mescolare la farina insieme col lievito, unire il mezzo uovo leggermente sbattuto, la panna acida, l’olio ed il composto di brovada e muset; mescolare brevemente (per ottenere dei muffins soffici e non gommosi, l’impasto va lavorato poco, senza badare ai grumi).

Inserire i pirottini in uno stampo da muffin, spennellarli con olio, versare l’impasto fino a 3/4 ed infornare per 25/30 minuti (dipende dal forno, controllare).

Sfornare e lasciar riposare per pochi minuti prima di servire.

Variante: mettere un cucchiaino di composto di brovada e muset al centro del muffin prima di coprirlo con altro impasto ed infornare: i vostri ospiti troveranno la sorpresa.

muffin brovada muset alto-001

Per oggi è tutto, i pirottini che vedete arrivano da Londra, regalo di Annina la vicina che me li ha portati (la figlia, architetto, si è trasferita definitivamente a Londra…) quindi muffin dal Friul è perfetto ;-)

Buona domenica e buona festa dell’Immacolata

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