Archivi categoria: Ricette d'inverno

Pistùm.

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La Val Tramontina, oltre ad avere una natura incontaminata e particolare ed attirare anche un distratto turista in rilassanti escursioni, è una zona ricca di sapori e specialità culinarie e cibi della tradizione.

Alcuni, dopo essere caduti nell’oblio, stanno ritrovando un ruolo importante non solo nella cucina familiare ma soprattutto durante le manifestazioni incentrate sui sapori del Friuli Venezia Giulia e nei ristoranti che offrono la cucina tipica regionale.

Il buon pistum, derivato da una materia prima economica, una semplice rapa, è uno dei cibi riportati alla notorietà. In questi anni infatti, è stato giustamente rivalutato come cibo essenziale dei valligiani durante i lunghi mesi invernali.

Nei piccoli orti familiari tutti i tramontini avevano l’abitudine, insieme alle patate, ai fagioli, alle verze, di coltivare una certa quantità di rape, per farne una scorta alimentare durante i mesi freddi.

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Ogni famiglia sapeva preparare il suo pistum: le inchieste fatte nelle varie borgate della Val Tramontina ci hanno permesso di constatare che il modo di prepararlo era molto simile ovunque.

All’inizio dell’autunno si raccoglievano le foglie di rapa, si sbollentavano (si deva ‘na sbrovada) nel paiolo (cialderia) della polenta: scolate venivano sovrapposte in una cita di piera o un bos di len o in caratel.

Una volta ben pressate, erano chiuse con un coperchio di legno sul quale si poneva un peso, magari un grosso sasso, per tenerle ben schiacciate.

Il contenitore si portava all’aperto perchè al glaci, doveva ghiacciare; più la temperatura, durante l’inverno scendeva (inglaciava) più il pistum sarebbe diventato buono.

Al vol glaciât, à di vignir garb (acido) per essere buono; di solito si dènices verso Natale, si cominciava a mangiarlo verso le feste Natalizie.

Dal contenitore si toglieva man mano la quantità che serviva per il consumo di qualche giorno: sul cioc si pestava cul manarin, cioè, si tagliava a piccole listarelle.

Si metteva dentro il paiolo con il brodo della polenta per un bollore (sbroves), si aggiungeva un poco di lardo pestato e scaldato in un tegame, sale e epe, volendo anche un spigul di ai (uno spicchio d’aglio). Attualmente si condisce, dopo pochi minuti di bollitura, direttamente in una terrina.

Il pistum, dal sapore leggermente acidulo, può essere conservato in frigo, in un vaso di vetro, per alcuni giorni.

Al giorno d’oggi si prepara in modo più semplice: non si lasciano più ghiacciare le foglie di rapa ma si prepara il pistum direttamente con le foglie fresche: acquista un sapore meno acidulo è più apprezzato dai “palati moderni”.

Brochure Tramonti-001

Ecco, questo e molto altro potrete trovarlo sulla brochure messa a disposizione dalla Pro Loco di Tramonti di Sopra, io ho preparato la ricetta, diciamo, più moderna, con le foglie di rapa gentilmente portatemi dal Signor Alido.

La farina di polenta arriva anch’essa da Tramonti, un prezioso dono del Signor Roberto che ha diviso con me la sua ultima scorta; ho omesso il lardo ed ho adoperato l’aglio di Resia.

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Si propone una rivisitata ricetta per una preparazione casalinga: un tempo, questo era il piatto unico delle sere d’inverno,ora è diventato una pietanza sfiziosa da servire per accompagnare alcune portate di carne o da servire semplicemente con la polenta.

Ingredienti per 4 persone:

  • 150 g. di foglie di rapa,
  • 150 g. di farina di mais,
  • 1 spicchio d’aglio (di Resia),
  • lardo, burro (io olio evo),
  • sale,
  • pepe,
  • primule, fiori di tarassaco, steli d’aglio selvatico per decorare (la mia versione), tutto è edibile.

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Come fare:

lessare le foglie di rapa (io le avevo preparate precedentemente e conservate, con il loro liquido, in congelatore) e tritarle per ridurle in poltiglia.

Soffriggere il lardo con lo spicchio d’aglio, unire le foglie di rapa e cuocerle per alcuni minuti, regolare di sale epepe.

In un’altra pentola portare a bollore l’acqua, salare e versare a pioggia la farina di mais; mescolare e lasciare la polenta molto liquida.

Versare alcuni mestoli di questa polenta nel tegame del pistum e cuocere lentamente fino ad ottenere una crema densa: a piacere, prima di servire, si può aggiungere una noce di burro (oppure un filo d’olio evo).

Il signor Alido mi ha raccontato che si tendevano a mantenere più liquide le minestre, la polenta ecc. perchè il potere saziante era maggiore e più liquido era e più si riempiva il pancino…

Orti a Tramonti di Sopra e pistum

Tramonti di Sopra e Pistum.

Per oggi è tutto, ringrazio Elisa Pessa che mi ha autorizzata ad utilizzare il materiale dell’opuscolo: alla prossima ricetta


Tatin con pere, cannella, cioccolato e zenzero, la rivincita speziata di 2 Amiche e tracce di primavera accantoalcamino.

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Non sono la persona più adatta per descrivere l’amicizia, anche perchè credo che l’amicizia sia un “affare” privato che ognuno di noi vive ed interpreta a modo proprio.

Io, e voi lo sapete bene, non sono una tipetta facile e spesso le mie amicizie naufragano a causa del mio temperamento però… E c’è un però, molte di queste amicizie naufragate ritornano, su scialuppe di salvataggio, magari dopo anni, come Tom Hanks in Kast Away.

Altre non tornano più, inutile rincorrerle, come Wilson, l’amico immaginario di Tom, ma rimangono dentro di te, per sempre; altre le butti in mare, che vadano pure alla deriva, senza rimpianti.

Io ne ho di amiche/amici, spesso non c’è frequentazione ma rimane comunque un filo invisibile ad unirci e così, le distanze si accorciano magari preparando un dolcetto che sai piacerle/gli.

Con l’Amica di oggi, oltre l’amore per l’arte, gli animali e la natura, condividiamo il disappunto di vivere con un ello che non ama la cannella né sapori speziati e che mettono sempre naso e becco dappertutto, ecco, viviamo con due tuttologi :-D e questa tatin vuole essere una specie di dolce, speziata e goduriosa rivincita<3

Come prima prova ha bisogno di qualche ritocco, qualche pera in più, per esempio, per colmare naturalmente i vuoti che si creano in cottura; un po’ di attenzione in più anche al momento di sformarla ma sono dettagli, il profumo ed il sapore hanno distolto l’attenzione dall’aspetto.

La frolla alla cannella e zenzero è riuscitissima, da rifare, ha l’aspetto compatto ma si scioglie in bocca, come ha detto lei che di frolla se ne intende.

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Io ho adoperato una padella in rame col manico del diametro di 22/23 cm, come questa

Ingredienti:

  • *pasta frolla,
  • 6 pere Kaiser ma potete metterne di più,
  • 4 cucchiai di zucchero di canna,
  • 2 cucchiai di fiocchi di burro,
  • radice di zenzero fresco,
  • gocce di cioccolato fondente,
  • 1 cucchiaino di cannella in polvere.

Ingredienti per la pasta frolla alla cannella e zenzero:

  • 300 g. di farina 00,
  • 150 g. di zucchero,
  • 150 g. di burro,
  • 2 tuorli (io ho messo 1 tuorlo ed 1 uovo intero per lapresenza della cannella e zenzero in polvere),
  • 1 cucchiaio di cannella in polvere,
  • 1 cucchiaino da te di zenzero in polvere,
  • 1 pizzico di sale.

Come fare la frolla (io la faccio nel mixer ad intermittenza):

setacciare la farina con la cannella, lo zenzero ed il sale, unire il burro ammorbidito a pezzetti, lo zucchero, tuorlo e l’uovo intero.

Formare una palla e riporla in frigorifero per 1 ora: per questa tatin ne basta poco più della metà, la frolla che rimane potete congelarla o fare dei frollini al momento.

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Prepariamo la tatin:

intanto che la frolla riposa in frigorifero, preparare le pere: sbucciarle e tagliarle in 4 parti, eliminare semi e torsolo.

Preriscaldare il forno a 180°C.

Sul fondo della padella o tegame che avete scelto spargere lo zucchero di canna, disporre a raggera gli spicchi di pera con la parte tagliata verso l’alto, spolverare con altro zucchero di canna, qualche fiocchetto di burro ed infornare per 15 minuti.

Far raffreddare e nel frattempo stendere la frolla, ricavarne un cerchio leggermente più largo della padella; prima di appoggiarlo sulle pere rifinite la preparazione cospargendole con lo zenzero fresco grattugiato, le gocce di cioccolato ed ancora una spolverata di cannella;  spingere delicatamente i bordi della frolla verso l’interno.

Infornare e cuocere per 30/4a minuti, controllare; far raffreddare per qualche minuto, appoggiare cspra la padella un piatto da portata e rovesciare la tatin, magari meglio di come abbia fatto io ;-)

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Ed ora qualche traccia di primavera accantoalcamino:

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Per oggi è tutto, alla prossima


Szegediner Gulasch: spezzatino di maiale con crauti.

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Szegediner Gulasch.  È il nome stor­piato dello Székely Gulyas.  La deformazione è dovuta al fatto che Szegedin è una città un­gherese, mentre pochi sanno che Szé­kely è il nome ungherese della Transilvania, oggi rumena. La caratteristi­ca dello Székely, o Szegedin, è un gu­lasch di carne di maiale con contorno di crauti.

Ho trovato queste note nel web, come succede per le ricette tradizionali di tutto il mondo, è difficile risalire esattamente alle origini della preparazione.

Nel libro dal quale ho copiato la ricetta è contemplato anche un «Szekely gulasch» con carne mista manzo-maiale e pomodoro che qui non c’è.

La persona che mi aveva promesso un aiuto nella ricerca storica dello szegediner ha problemi di connessione ed essendo questa una ricetta invernale ed avendo io già percepito il profumo della primavera nell’aria, ebbene, va messa ora nel mio blog-ricettario.

É anche un modo per riciclare un avanzo di crauti: ne mettiamo un po’ nella jota ed un po’ in questo szegediner; il massimo sarebbe cuocere tutto sulla stufa ma sarebbe pretendere troppo.

Ho scelto questa versione perchè è la stessa che ho mangiato tanti anni fa sul Carso Goriziano, mi era piaciuto moltissimo ed era rimasto in attesa del momento giusto per provare a farla.

Non è una ricetta da foodblogger perchè non è fotogenica come non lo sono la maggior parte degli spezzatini ma è buon cibo ed è questo l’importante.

Ho voluto abbinarlo a dei cuoricini di polenta, quella di Milva, bella rustica e “gropolosa” fatta rigorosamente con la macchina del pane.

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Ingredienti, io vi scrivo la ricetta originale:

  • 1 kilo di spalla di maiale tagliata a dadini,
  • 1/2 kilo di cipolla affettata finemente,
  • brodo,
  • olio (evo),
  • capucci acidi,
  • paprica (io ho messo sia la dolce che piccante),
  • panna acida (aggiunta personale alla fine),
  • kümmel per i crauti (aggiunta personale),
  • sale.

Come fare:

soffriggere la cipolla nell’olio e toglierla quando è ben dorata; mettere a rosolare la carne, aggiungere un po’ di paprica, sale e due mestoli di brodo (alla fine ho aggiunto le cipolle perchè mi piacciono e rendono cremosa la preparazione).

Cuocere fintanto la carne risulti tenera aggiungendo, se necessario, del brodo.

Se non avete i crauti pronti procedere così:

bollire i cappucci, metterli in una casseruola dove avremo preparato un soffritto di olio e farina (einbren, roux) e, alla fine della cottura aggiungere un po’ di yogurt (questo passaggio l’ho omesso perchè ho preferito aggiungere al piatto la panna acida).

Se preferite, servire a parte i crauti come contorno, io li ho amalgamati con il goulash perchè era così che ricordavo di aver mangiato questo straordinario quanto semplice piatto: provate se vi va.

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Come fare la polenta nella Macchina del Pane:

  • 1 litro di acqua bollente salata,
  • 300 g. di farina di mais.

impostare il programma marmellate di qualsiasi marca di macchina; consiglio, al suono, di lasciar riposare ancora 10 minuti la polenta e poi di sformarla.

Alla prossima


Mozzarella di bufala in calesse, con cuore di Pitina: a spasso per il Friuli.

mozzarella in calesse n

É buona questa mozzarella di bufala?

Buonissima, e la fanno da queste parti.

Davvero? Allora ne prendo un’altra, bisogna sostenere l’economia regionale no?

Verissimo ♥

Ecco, da questo breve dialogo nel piccolo Despar vicino casa (Despar è una grande distribuzione ma nella gestione privata è possibile trovare molti dei nostri prodotti d’eccellenza: riso vialone nano di Fraccaroli, le farine del mulino Persello, formaggi, prosciutti ecc.) è arrivata l’ispirazione e così, mentre me ne tornavo a casa con due mozzarelle di bufala friulane, ho iniziato a pensare come potevo utilizzarle: ho escluso la caprese in assenza di pomodori profumati di stagione, l’ho assaggiata con un filo di buon olio extravergine e una spolveratina-ina di polvere d’aglio di Resia che ultimamente mi sta dando grandi soddisfazioni.

Ammetto che non sono una grande consumatrice di mozzarella, solitamente compero la burrata ma questo incontro, evidentemente,  è stato un segno del destino, io, appassionata della mia regione con nessi e connessi, ho avuto un’illuminazione: mozzarella in calesse, non in carrozza, quella si fa a Napoli e Roma, con acciuga e senza e, si sa, che a me le acciughe non piacciono.

Con cosa sostituire l’acciuga se non con la mia adorata Pitina? Ebbene si, quella da cuocere, del Signor Roberto, quella che ho adoperato nella ricetta precedente.

Come spesso accade in casa ello ieri, domenica, è stata giornata per fare esperimenti culinari e per friggere, in fondo siamo sotto carnevale e queste mozzarelle in calesse sembrano dei krapfen (bomboloni) e possono essere anche uno scherzo da fare agli amici che rimarranno piacevolmente sorpresi.

Essendo la mia prima volta mi sono affidata al web, devo dire con grande soddisfazione: l’idea dell’acqua e farina per sigillare i bordi l’ho trovata geniale.

Potevo osare di più con la mozzarella ma non volevo rischiare la fuoriuscita: va mangiata calda, quando la mozzarella fila e cola golosa sul pane; io ho adoperato quello al latte per tramezzini che è più sottile e si presta ad essere ritagliato a piacere ma ora andiamo in cucina.

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Ingredienti, regolate le vostre dosi a piacere:

  • pane al latte per tramezzini,
  • mozzarella di bufala della vostra zona,
  • pitina della ValTramontina del tipo da cuocere se disponibile,
  • uova intere,
  • farina,
  • acqua,
  • sale,
  • olio di arachidi per friggere.

Utensili:

  • 1 coppapasta di 6 cm. di diametro,
  • 1 coppapasta di 5 cm di diametro,
  • 1 piccolo coppapasta a forma di cuore.

collage mozzarella

Come fare:

scolare la mozzarella e tagliarla a fette, farle sgocciolare in un colino, appoggiarle su carta forno, coprirle e, col mattarello, assottigliarle.

Tagliate la pitina a fettine sottili, io lo faccio con l’affettatrice e, sempre , tra due fogli di carta forno, assottigliarle col mattarello; ritagliare i cuoricini.

Ritagliare dal pane 8 cerchi col coppapasta da 6 cm., coprire con un foglio di carta forno e appiattire delicatamente col mattarello.

Ritagliare col coppapasta da 5 cm la mozzarella e posizionatela sul pane, continuare col cuore di pitina e terminare con altra mozzarella.

Posizionare l’altra fetta di pane, coprire con carta forno e premere per far aderire bene; passare i bordi nella farina poi nell’acqua per sigillare.

Sbattere le uova, salare e posizionare le mozzarelle in calesse, 10 minuti per parte affinchè il pane si intrida perfettamente; riscaldare l’olio e far dorare dai due lati.

Il galateo non lo prevede ma io vi auguro buon appetito e, provate se vi va.

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Buona settimana, alla prossima

Mozzarella di bufala e made in Friuli

Borgotitol

Ispirazione ricetta


Jote di blede (Iota Carnica) con fagiolo Cesarins e la mia versione Tramontina con verza e Chips di Pitina.

 jota carnica, fagioli, farina polenta socc cuore

 Jota Carnica.

L’etimologia del nome è controversa: potrebbe derivare dal tardo latino jutta, brodaglia, che a sua volta originerebbe da una radice celtica; il che è molto probabile visto che, come riferisce il Pinguentini (Gianni Pinguentini, Dizionario storico etimologico fraseologico del dialetto triestino, Trieste, Borsatti, 1954), lo stesso significato di brodo, brodaglia, beverone o mangime lo si ritrova nel termine cimbro yot, nell’irlandese it e nel gergo del Poitou jut. Il termine è diffuso anche in Emilia: a Parma, Reggio e Modena, infatti, dzota significa brodaglia.

Si tratta di una minestra che nella versione triestina è a base di crauti (in dialetto triestino capuzi garbi, cappucci acidi), fagioli e sovente patate; viene insaporita con costine o altra carne di maiale affumicata.

Diversamente che a Trieste, dove godette sempre del massimo apprezzamento e non fu mai considerata cibo da poveri semmai l’opposto, la jota in Friuli veniva considerata una pietanza di ripiego, tanto che i vecchi usavano lamentarsi del fatto che per pura necessità erano costretti a mangiarla molto spesso:

simpri jote, simpri jote e mai polente e lat (sempre jota, sempre jota e mai polenta e latte)

«mi inserisco con una nota personale che la dice lunga sulla differenza tra Triestini e Friulani: a Trieste polenta e latte (zuf) era considerato cibo povero: per i friulani il cibo povero era la jote»

Numerose le sue varianti, tra cui quella goriziana, carsolina e bisiaca, che aumentano la quantità di fagioli, o la riducono con l’aggiunta di orzo o mais, sostituiscono tutti o metà dei crauti con la brovada o aggiungono della farina gialla per polenta.

In Friuli viene chiamata jote, ma la sua preparazione un tempo assai diffusa si è molto limitata, tanto da esservi rimasta traccia solo in Carnia, in particolar modo nella Val Degano e nella Val Pesarina.

Simile alla jota è la mignestre di brovade friulana, quest’ultima preparata però con la rapa (brovade) al posto dei crauti e il cotechino (musèt) al posto delle costine di maiale affumicate.

La jota è assai diffusa (con lo stesso nome) anche nel Litorale sloveno, particolarmente sul Carso, nella Valle del Vipacco, sul Collio e nella zona di Tolmino e Caporetto. Nella vicina Austria, invece, nonostante il massiccio impiego dei crauti in varie preparazioni, questo minestrone risulta del tutto sconosciuto. (Fonte Wikipedia, alla fine il link)

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 Ricetta Jota in italiano, inglese e dialetto Triestino

Quante cose può svelare una semplice “brodaglia”, quanti pensieri, quanti ricordi possono ritornare alla mente mentre si mettono in pentola pochi, semplici ingredienti.

La cucina della tradizione è già stata scritta, è già stata raccontata: ha viaggiato nel tempo ed attraversato epoche, partendo con una piccola valigia poi, via via, in questa valigia è stato aggiunto, tolto, sostituito qualcosa.

Noi oggi abbiamo a disposizione quella valigia, è la nostra eredità, l’eredità che ci accomuna tutti, indistintamente; a noi, in quest’epoca non rimane altro che prenderne atto.

I confini e le distanze sono stati annullati, puoi acquistare on line: hai voglia di “qualcosa di buono” dell’Africa? Ecco che dopo qualche giorno l’Africa è sulla tua tavola ed è l’occasione per andare a rovistare nella valigia e mettere vicino il tuo mondo con un altro.

Io rimango in Friuli, in Val Pesarina e Valle di Gorto, alta Carnia: dove ha origine questa Jote di blede e quale occasione migliore per adoperare e far conoscere i fagioli Cesarins che assomigliano ai piselli che, in friulano si chiamano cesarons?

Ho avuto l’occasione di conoscerne l’esistenza al Salone del Gusto: per nulla questi fagioli, assieme al Borlottino di Prosenicco e il Gigante di Platischis, erano esposti accanto alla Pitina e due gentili Signore creavano quadri con i preziosi legumi.

Il Gigante di Platischis (fagiolo coccineus) è il fagiolo di montagna, quello che viene coltivato anche in Val Resia , col quale ho preparato alcune ricette che troverete nel blog e che probabilmente quest’anno diventerà grande

collage fagioli salone

Fagioli Cesarins (verdi), Borlottino di Pressenicco (bordi), Gigante di Platischis (in alto)

Andiamo in cucina, riporto fedelmente le dosi originali anche se rimango dell’idea che, a quei tempi, gli ingredienti per le minestre non conoscevano la bilancia: io ho fatto metà dose ma ho dovuto aggiungere del liquido perchè alla fine avrei ottenuto una polenta compatta, ho sostituito l’acqua con l’acqua di cottura dei fagioli.

Solitamente questa Jote veniva servita mettendo al centro della tavola una ciotola di latte per che voleva allungarla: un po’ come si faceva col brodo di pitina, veniva allungato per riempire lo stomaco… Ma erano altri tempi!

Ingredienti per 4 persone:

  • 600 g. di bietole- coste (blede coste),
  • 1/2 litro di latte (io senza lattosio),
  • 1/2 litro d’acqua (io acqua cottura fagioli),
  • 1 tazzina di farina di mais (io farina di polenta Socchievina di Mazzolini),
  • 1 tazzina di farina di grano (omessa),
  • 200 g. di fagioli lessati (io Cesarins),
  • sale.

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Come fare:

lavare le biete e lassarle nel latte e acqua salati (io ho diviso la costa dal verde della foglia che ho unito quando il bianco era quasi cotto).

Scolare e frullare e rimettere il composto nella pentola, riportare a bollore ed unire a pioggia le farine (nel mio caso solamente quella di mais).

Continuare la cottura sempre mescolando, per mezz’ora, come si fa per la polenta; quando la jote sarà della consistenza desiderata e, come ho scritto, potete aggiungere latte e/o acqua a piacere, aggiustare di sale ed unire i fagioli lessati in precedenza: riscaldare al momento di portare in tavola.

Note: questa jote, così come l’ho preparata, è senza glutine, senza lattosio, adatta ai vegani e vegetariani che, volendo, possono arricchirla con una spolverata di formaggio a piacere, anche una grattatina di ricotta affumicata e per chi vuole contaminarla con i prodotti della sua terra, anche pecorino, ricotta salata ecc.

Diventa un ricco piatto unico rompendo un uovo al centro: ello ha apprezzato molto questa jote e voi che mi conoscete sapete che è un tipetto difficile.

Nei luoghi d’origine di questa jote spesso la bieta viene sostituita dalla zucca o anche con la brovada (jote e brovade): nella mia rivisitazione ho adoperato la verza.

jota carnica rivisitata con chips pitina cuore

Ingredienti:

  • 200 g. di verza (1 cuore),
  • 1/4 di latte,
  • 1/4 di acqua di cottura dei fagioli Cesarins,
  • 50 g. di Pitina da cuocere della Val Tramontina,
  • 30 g. di farina di polenta Socchievina,
  • 100 g. di purea di fagioli Cesarins,
  • polvere d’aglio di Resia da spolverizzare sulle chips di Pitina.
  • sale.

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Come fare:

lavare e tagliare il cuore di verza e metterlo a bollire in acqua e latte insieme con la pitina; quando la verza sarà morbida scolarla e togliere anche la pitina con la quale prepareremo le chips.

Frullare la verza e rimettere il composto nella pentola, riportare a bollore e versare la farina; continuare la cottura (nel frattempo preparare le chips di pitina).

Quando la farina sarà cotta unire la purea di fagioli, aggiustare di sale e servire con le chips di Pitina e completare con una spolverata di polvere d’aglio di Resia

Come fare le chips di Pitina:

dopo aver scolato il pezzo di Pitina affettarlo sottilmente, io ho adoperato l’affettatrice ma va bene anche la mandolina: disporre le fettine su carta forno ed infornare a 100°C. per un’ora o più, verificare: se volete velocizzare la preparazione e risparmiare corrente mettere le fettine tra due fogli di carta forno e cuocere a 150°C. per 10/15 minuti.

jota carnica rivisitata con chips pitina cuorepp

Alla prossima

Jota

Fagiolo Cesarins

Società Agricola di Platischis

Polenta Socchievina


Prleška ajdova potica (torta salata di grano saraceno) dedicata alla Latteria di Buja.

torta grano saraceno ricotta cornice

Ritorno accantoalcamino ma con porte e finestre ben chiuse, fa ancora troppo freddo e sono debole per resistere a pericolose correnti d’aria.

Ma le delusioni non finiscono mai, non per me che vivo ogni evento e situazione con grande passione e coinvolgimento: la latteria di Buja chiude, come preannunciato qui

Sarebbero bastati 50.000,00 €.(cinquantamilaeuro), ma nessuno si è fatto avanti: e pensare che per l’acquisto di baldanzosi ragazzotti che rincorrono il pallone si spendono centinaia di migliaia di €uro.

Nell’Udinese ha militato nientepopòdimenoché il figlio di Gheddafi…, immaginate voi…

Beh, con questo non voglio coinvolgere il presidentissimo (così lo chiama la moglie) ma in Friuli ci sarebbe chi, volendo, potrebbe dare una mano… In fondo per un imprenditore affermato cosa sono 50.000€. senza escludere la possibilità di una colletta ;-) ?

Un altro pezzetto di presidio slow food del Friuli che se ne va: sembra che non importi più a nessuno dei presidi: tempo fa fui testimone di un dialogo tra due personaggi autorevoli che si scambiavano opinioni su questa realtà nella nostra regione: non ne parlarono bene ma io, ancora col cuore romantico, non volli dare ascolto a quelle che considerai allora dicerie ma col e nel tempo, tutto ciò che sentii allora si è materializzato… Purtroppo.

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Latteria di Buja

Voglio dedicare questa semplice ricetta proprio a questa ed altre latterie della mia regione che stanno vivendo questo brutto momento; non è una ricetta del Friuli ma della Stiria Slovena (Štajerska) che contempla Maribor.

É una ricetta semplice, con pochi ingredienti: al basta un tic che significa basta poco, che ci si accontenta di un po’ di niente.

Ingredienti per la dose intera (io ho fatto la metà):

  • 700 g. di farina di grano saraceno,
  • 3 dl di acqua bollente,
  • 1 k. di ricotta o skuta,
  • 3 uova,
  • 3 dl di panna acida,
  • dragoncello fresco (aggiunta personale),
  • sale (io affumicato nel ripieno).

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Come fare:

preriscaldare il forno a 230° C.

Preparare un impasto con farina, acqua e sale, amalgamare bene e far raffreddare; stenderlo poi ad un altezza di c.ca 1 cm. ed adagiarlo su fondo e bordi di una teglia ricoperta con carta forno.

Lavorare la ricotta con le uova, il sale aggiungendo il dragoncello tritato e stendere il composto sulla pasta, livellare e versare la panna acida.

Infornare per 35 minuti.

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Dragoncello

Questa ricetta è senza glutine (controllare la spiga barrata sulla confezione), chi è vegano e/o intollerante al lattosio può adoperare una ricotta di tofu ed eliminare le uova.

Chi è godereccio può aggiungere della salsiccia o prosciutto, speck ecc.: la straordinarietà sta nella pasta, semplice e profumata e può accogliere anche un ripieno dolce, a voi la scelta.

Buona giornata ♥


Vellutata di pastinaca, fiori d’aglio di Resia e Formai dal Cit: per i miei 5 anni di blog!

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La Val Tramontina non è soltanto Pitina, è anche Formai dal Cit, Cit veniva chiamato il contenitore in pietra dove questa crema di formaggio veniva conservata ma esiste anche un’altra ipotesi: sembra che il nome Cit identificasse il nome di una famiglia che, di generazione in generazione, produceva e commercializzava formaggi.

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Foto da qui.

Come spesso accade con le tradizioni, man mano passa il tempo, si perdono per strada alcune notizie e ne vengono aggiunte  altre: il Formai dal Cit, come il vicino di casa Formadi Frant nasce dall’esigenza di poter utilizzare le forme di latteria difettose,  invendibili o inutilizzabili, l’invendibilità emergeva a metà stagionatura e quindi venivano così trasformate in Formai dal Cit:

  • 1 kg. di formaggio latteria di media stagionatura,
  • 1/2 litro di panna,
  • latte,
  • 1/2 bicchiere di vino bianco,
  • pepe.

A questi ingredienti ogni famiglia aggiungeva alcune erbe, diverse a seconda della disponibilità della stagione: la Val Tramontina è ricchissima di erbetinis (erbe) e le donne sapevano utilizzarle in cucina con grande estro.

Le forme venivano tagliate a pezzetti, poste in un recipiente, ricoperte di latte e lasciate riposare per almeno 6 ore, dopo, il tutto veniva scolato, tagliato finemente e posto in una terrina con la panna, il vino, il pepe e le erbe che ogni famiglia aveva a disposizione.

A questo punto la crema ottenuta veniva posta nel Cit (se voi volete provare a farlo, scegliete un contenitore della capacità di 2 litri), chiuso ermeticamente e conservata per almeno 3 mesi.

Al momento dell’assaggio, si elimina lo strato superficiale dove si è formata la muffa: questa crema saporita di formaggio si può spalmare sul pane o su fette di polenta abbrustolita, si può mantecare una pasta o un risotto oppure, come ho fatto io, si può adoperare per rinforzare il sapore di una vellutata preparata con ingredienti tendenzialmente dolci: la pastinaca lo è, infatti, può essere adoperata anche per fare una torta, come qui.

Prima delle feste di Natale sono andata a Spilimbergo, dove il signor Roberto Ferraro ha uno spaccio in cui si possono trovare i formaggi e salumi che produce, insieme con la moglie, nel loro Agriturismo Borgotitol a Tramonti di Sopra.

Oltre alla Pitina, sia da cuocere che da affettare, ho comperato il Formai dal Cit e la scuete dal boç che ho utilizzato in alcuni ripieni che proporrò più avanti.

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Radici di pastinaca (si intravede la torta).

Ingredienti:

  • 200 g. di radici di pastinaca,
  • latte q.b.,
  • sale affumicato,
  • crema di fiori d’aglio di Resia,
  • formai dal Cit di Borgotitol
  • olio extravergine d’oliva.

Come fare:

pelare le radici di pastinaca e tagliarle a rondelle; metterle a cuocere in acqua e latte (volendo potete adoperare la pentola a pressione), aggiustare di sale (affumicato) e pepe.

Quando le radici saranno cotte, frullarle col minipimer; se il composto risulterà troppo denso allungare con brodo vegetale o altro latte: l’importante è che la vellutata, al momento del servizio, sia ben calda.

Io ho aggiunto alla vellutata un po’ del composto di fiori d’aglio di Resia che avevo conservato in congelatore dopo aver fatto la vellutata (alla fine il link) che ha regalato alla preparazione sapore e profumo e l’aggiunta del Formai dal Cit la giusta sapidità.

Probabilmente la maggior parte delle/dei mie lettrici/lettori non avranno a disposizione questi ingredienti: anche la pastinaca è da poco che la riesco a trovarla a Udine (prima dovevo andare in Austria) ma potete avvicinarvi al suo sapore abbinando carote e sedano.

In Italia non manca la varietà di formaggi e certamente ne troverete uno capace di rinvigorire una vellutata, in fondo è questo il senso di un blog: dare un’idea, ispirare un piatto, condividere un’esperienza, far conoscere un pezzetto della propria storia, del proprio territorio.

A proposito di blog, ieri WordPress mi ha ricordato che sono già 5 anni che scrivo qui (+ 1 di riserva su blogspot: DA DIMENTICARE ;-) ), anche se per me il giorno dell’anniversario è il 14 gennaio, perchè è il 14 gennaio 2010 che ho scritto il mio primo post, il più bello, quello che amo di più e che più mi rappresenta…

vellutata di pastinaca, fiori d'aglio e formai dal cit pp1-002

Vellutata ai fiori d’aglio di Resia

Pane fichi alloro e noci

Borgotitol

Formai dal Cit