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Confenon al forno con crescenza e quel che resta del sogno

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Non ho memoria fanciullesca del confenon (così si chiama in bisiacaria), con la mamma andavamo soltanto a radicela; ricordo di aver visto pochi papaveri nei campi intorno casa, probabilmente perchè il confenon altro non è che la rosetta basale del papavero che cresce abbondante ma preferisce stare vicino al frumento e, la morfologia del territorio Triestino, si sa, non dispone di ampi spazi.

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Campo di grano e papaveri

Le zone pianeggianti tra Trieste e Muggia, per soddisfare l’esigenza di creare posti di lavoro per gli abitanti, sono state  trasformate in zone industrieli.

Ora che vivo in provincia di Udine, a due passi da prati stabili e campi che i Contadini/Agricoltori, rispettando le rotazioni, seminano di anno in anno in maniera diversa.

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Campo d’orzo e sambuco a dx

Oggi posso riempirmi gli occhi con distese di grano, orzo, avena e mais, colza, girasoli, soia ecc. : il mio sogno di vivere in mezzo alla Natura, qui, si è finalmente realizzato.

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Campo di colza

Ma non è questo il sogno al quale faccio riferimento nel titolo, sono un po’ titubante nel volerlo condividere ma, anche se ello, quando gliel’ho raccontato, ha riso a crepapelle, a me è piaciuto tanto, lasciandomi però addosso tutto il giorno uno strascico malinconico.

Ero in una casa sconosciuta, mi avevano colpito i tubi del riscaldamento a vista dello stesso colore dei termosifoni a parete, un color albicocca scuro così, andando di stanza in stanza sono arrivata in quello che mi era sembrato un bagno.

Si scendevano tre gradini e, dietro un paravento ho visto, vi prego non trasalite, mamma gorilla che stava partorendo il suo piccolo…

Lei si alza, prende in braccio il neonato e si dirige verso di me, aveva l’aspetto sfinito, stanco, non aveva la forza per salire i gradini così  le ho domandato: vuole che l’aiuti?

mamma gorilla e piccolo

Foto da qui 

Lei, con uno sguardo dolcissimo e riconoscente, sorridendo, mi ha detto: si, grazie..

Avevo con me un pezzo di sacco (quello che metto come sfondo per le foto), l’ho ripiegato ed ho avvolto il piccolo, poi mi sono svegliata, ed ora che scrivo mi si sono riempiti gli occhi di lacrime… uffah :-(

Bene, ora, le colleghe blogger psicologhe e scrutatrici dell’anima potranno redigere una nuova diagnosi :-D io l’ho già fatto: sono semplicemente fuori :-)

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Confenon/paparina/rosolaccio/Papaver Rhoeas

Ingredienti, ho aggiunto l’opzione facoltativa di pancetta affumicata o prosciutto cotto:

  • 1 kilo di confenon già pulito,
  • 50 g. di Parmigiano Reggiano 24 mesi,
  • 20 g. di sale grosso,
  • 2 litri d’acqua,
  • 1/2 cucchiaino di polvere d’aglio,
  • 150 g. di crescenza,
  • pepe macinato fresco,
  • 3 cucchiai di olio extravergine di oliva,
  • prosciutto cotto (facoltativo),
  • pancetta affumicata (facoltativa).

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Confenon crudo e cotto

Come fare:

pulire bene il confenon eliminando le foglie secche e rovinate, lavarle più volte e immergerle nei 2 litri d’acqua bollente salata, coprire, far riprendere il bollore e cuocere per 2 minuti, io ho messo anche foglie un po’ grandi ed ho prolungato la cottura per altri 2 minuti.

Scolare bene il confenon e farlo asciugare, preriscaldare il forno a 180°C., ungere una pirofila e disporre sul fondo uno strato di confenon, irrorare con 1 cucchiaio d’ olio, spolverizzare con metà dose di aglio in polvere.

Se li adoperate, fare ora lo strato (sarà l’unico) di prosciutto o pancetta spezzettati e finire con metà dose di parmigiano; fare un secondo strato con il confenon, la rimanente polvere d’aglio, il restante parmigiano, distribuire l’ultimo cucchiaio d’olio.

Coprire con un foglio di alluminio ed infornare per 10 minuti; togliere l’alluminio e distribuire uniformemente la crescenza; infornare ancora per 10 minuti e ulteriori 5 minuti con funzione grill.

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La cocottina delle foto è il risultato della prima prova con poche rosette che avevo raccolto durante la mia passeggiata: è piaciuto così tanto ad ello che mi ha chiesto il bis ed io non me lo sono fatto ripetere: il giorno dopo sono andata nei campi armata di cesto, coltellino e macchina fotografica…

Il sapere? Molto simile agli spinaci, non è amaro: buonissimo; ricordo che un anno, in uno dei miei incontri con Terry, avevo trovato il confenon al mercato di Mestre che, secondo me, è uno dei mercati più forniti del nord est.

Buona domenica e provate , se vi va

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Foto da qui (Ma quanto sono belli?)

Usi in cucina di alcune piante spontanee presenti nella regione Friuli Venezia Giulia

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Frittelline ai fiori di tarassaco, la mia ricca colazione contadina ♥

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Tempo fa se dicevi contadino a qualcuno, rischiavi una raffica di improperi, alla peggio, uno schiaffone; oggi farebbero un selfie con te e ti chiederebbero l’amicizia su fb; con i tempi che corrono, c’è da arrabbiarsi se ti dicono politico.

A volte penso che non saremmo più al mondo se non ci fossero stati i contadini, loro sì meritano gli stipendi d’oro dei politici che troverebbero giovamento dalla lettura de La fine del mondo storto di Mauro Corona.

Quasi una coincidenza la mail di Paola, un’amica blogger; ogni tanto, dato che i commenti sono disabilitati, mi capita di riceverli via mail o sms.

Ciao Libera come stai?

Ho letto la tua ricetta : crema di tarassaco e zafferano… Sono stata un paio di anni fa a visitare Navelli, vicino l’Aquila, dove si produce il famoso zafferano.

Devi sapere che è incredibile quel paese; non c’è nulla che promuova lo zafferano, se lo devi comprare devi chiedere e loro passano parola: non c’è una insegna, niente di niente, l’amministrazione se ne frega.

Noi in Italia abbiamo cose che all’estero ci invidiano, le pagano, eppure noi ce ne fottiamo, le lasciamo morire.

All’Aquila e dintorni c’è una fiorente produzione di formaggio, pazzesco e poi il famoso salame di fegato dell’Aquila che è qualcosa di unico: non esiste roba del genere da altre parti.

E’ come il prosciutto della Val Vigezzo, che ho cercato disperatamente a Roma ma è praticamente introvabile: sono cose locali che sicuramente ad Expo non avranno il loro posto…

Ti ho scritto via mail perché hai disabilitato i commenti, perché? Brava che continui a pubblicare le ricette, capisco il tuo “rodimento” non sai quanto! Un abbraccio grande… e buon 1° maggio… Paola

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Se non lo sapete, l’infuso fatto con i fiori di tarassaco schiarisce la pelle ridandole luminosità ed aiuta ad attenuare le efelidi, quelle che io chiamo lentiggini e che, se avessi, non toglierei affatto: da bambina avrei dato non so cosa per averle.

Queste frittelline sono nate semplicemente dal mio desiderio di non buttare i fiori di tarassaco della crema precedente: non essendo stati bolliti ho pensato che potessero contenere ancora qualche proprietà; le dosi sono indicate per la quantità di fiori adoperati per colorare e profumare la crema (100 g.), secondo me adoperare i fiori appena raccolti darebbe ancor più grande soddisfazione.

Volevo anche che la ricetta fosse senza glutine e, non avendo la farina di grano saraceno, ho optato per quella di ceci che, oltre a conferire alle frittelline un buon sapore, ne ha accentuato il colore.

Le ho chiamate frittelline e non pancakes semplicemente perchè sono italiana, non conosco l’inglese e, per quanto mi è possibile, voglio usare la mia lingua: se faccio una torta ai lamponi la chiamo torta ai lamponi e non cake with raspberries.

Ci sono amiche blogger che scrivono le loro ricette sia in italiano che in inglese ma nel titolo la precedenza è per l’italiano, lo so che fa tanto figo il titolo solo in inglisc ma suvvia gherls :-D

Sono dell’idea che i blog di cucina vengano letti più dalle persone cosidette semplici che dai professionisti e dagli addetti del settore…

Chiara Maci, in una puntata di cuochi e fiamme, ha detto che la sua ricetta più visitata sono le melanzane alla parmigiana, come dire che la semplicità e la classicità pagano sempre.

E cosa dire della polvere di calamaro ed alga marina con la quale il nostro premier ha sostituito la salsiccia alla festa dell’Unità a Bologna? Una cosa è certa, noi italiani siamo proprio dei simpaticoni :-D

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Miele ai fiori di tarassaco

Ingredienti:

  • 100 g. di fiori di tarassaco, lo ripeto, avanzati dalla crema,
  • 150 g. di ricotta,
  • 1 tuorlo,
  • 2 albumi a neve semimontata,
  • 2 cucchiaini di miele biologico millefiori (il mio di un’Azienda Friulana, se avete il miele di fiori di tarassaco ancora meglio),
  • 2 cucchiai di farina di ceci,
  • poco burro chiarificato per ungere la padella.

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Come fare:

mettere in una terrina tutti gli ingredienti, esclusi gli albumi e frullare col minipimer; unire gli albumi montati leggermente ed amalgamare.

Ungere e scaldare una padella antiaderente, versare dei piccoli mestolini di composto e cuocere finchè si formano delle bollicine sui bordi.

Girare le frittelline e cuocerle ancora per c.ca 2 minuti, servirle con del miele o, se lo avete, il miele di fiori di tarassaco, alla fine il link della ricetta che ho seguito per quello della foto.

In questo caso il miele sostituisce perfettamente il classico sciroppo d’acero che si usa per i pancakes.

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Miele di fiori di tarassaco

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Crema ai fiori di tarassaco e zafferano dell’Aquila, atmosfere dorate

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Amo i cibi cremosi, quelli che coccolano il palato, che lo avvolgono come fossero seta; forse, direbbe Freud, è desiderio di ritornare all’infanzia, forse: ricordo che da bambina, la mia cena preferita era il semolino col latte.

Le creme rimangono preparazioni peccaminose, golose, quasi proibite ma, fortunatamente, senza che i luminari della pasticceria insorgano, la stessa peccaminosità e la golosità, si possono ottenere con agar agar, colla di pesce, fecola, amido di mais, senza l’ausilio di uova e panna. questo per quanto mi riguarda e, lo sottolineo, è un parere personale.

La mia è una cucina d’istinto, in certi casi anche spicciola ma non potrebbe essere diversa: nel tempo ci sono già stati riflessivi e studiosi che hanno gettato le basi della cucina.

Oggi, se mi venisse voglia della ricetta perfetta, mi basterebbe consultare qualche blog o leggere qualche libro, quelli di Bressanini, per esempio: lui si che sa e sa spiegare il come ed il perchè: non amo i replicanti e nemmeno millantare conoscenze che non ho: la mia è, appunto, una cucina d’istinto e quello che so l’ho imparato nel campo.

In questa crema la maizena sostituisce l’agar agar e conserva la caratteristica vegana/senza glutine; nelle creme fatte con i fiori, per mantenere fedelmente il loro profumo ed il sapore, i fiori non devono bollire ed è per questo che diventa indispensabile l’utilizzo di agar agar, colla di pesce, fecola, amido di mais: sono tutti prodotti che non necessitano di cotture lunghe e si possono stemperare e bollire (agar agar) in un altro liquido ed aggiungerlo alla fine.

Mi piaceva l’idea di utilizzare i fiori di tarassaco insieme con i pistilli di zafferano: miseria e nobiltà ma, secondo me, la miseria in Natura non esiste…

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Ingredienti (se volete adoperate latte di origine animale):

  • !/2 litro di latte vegetale (riso, mandorla, soia ecc.),
  • 2 cucchiai di fruttosio o zucchero integrale di canna,
  • 40 g. di amido di mais (maizena),
  • fiori di tarassaco a piacere, più sono meglio è,
  • 1 pizzico di pistilli di zafferano (se non li avete adoperate la polvere),
  • 1 pizzico di sale.

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Come fare:

io solitamente non lavo i fiori, li raccolgo in luoghi lontani dal traffico e dall’inquinamento ma se voi non vi sentite sicuri, lavateli velocemente sotto l’acqua corrente, scuoteteli, allargateli e fateli asciugare.

Eliminare dai fiori, il più possibile, la parte verde; in un pentolino capiente riscaldare il latte, sciogliere lo zucchero, portare quasi a bollore, immergere i fiori, schiacciarli bene affinchè rilascino il colore ed il profumo, spegnere e coprire; prelevare una piccola parte di latte e mettere in fusione i pistilli di zafferano.

Quando il tutto si sarà raffreddato, riporre in frigorifero e lasciare in fusione fino al giorno dopo; scolare i fiori, schiacciarli bene con il dorso di un mestolo ma non buttarli (la ricetta sull’utilizzo arriverà)

Per eliminare eventuali impurità, filtrare il latte attraverso una garza, metterlo sul fuoco e farlo sobbollire; sciogliere l’amido di mais in un po’ di latte freddo ed unirlo al resto, mescolare e far addensare, alla fine unire il latte con i pistilli che a questo punto avranno rilasciato il bel colore dorato.

Mescolare bene e, dopo che sarà raffreddato, riporre in frigorifero: se vi va potete gustare questa crema calda, tiepida o a temperatura ambiente io, dopo aver raffreddato la crema, l’ho resa vellutata col minipimer.

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Per oggi è tutto, provate, se vi va

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gelatine al pomodoro e basilico ed i miei primi lampascioni

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Oggi nulla di nuovo, queste gelatine le ho scorporate da un post che ne conteneva tre: avevo vinto un contest, erano i tempi in cui mi ci buttavo a capofitto: sbagliavo, ostinandomi a credere di poter far parte di gruppi, di potermi integrare ma non avevo capito che non fanno per me: soltanto da poco me ne sono resa conto e l’ho accettato serenamente.

Oggidì sembra che sia indispensabile socializzare, è quasi un obbligo avere un profilo e/o una pagina su fb, chi non ce l’ha viene guardato con diffidenza, emarginato e messo da parte.

A volte mi sento quasi in colpa per essere così antipatica ed asociale ma poi mi passa: sto così bene da sola, perchè dovrei cambiare?

Mi manca il commentare/dialogare virtualmente con alcune persone, era un bello scambio di opinioni ma, come si dice: per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno ;-) ora però andiamo in cucina

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Ingredienti per i cuoricini di pomodoro:

  • 250 g. di passata di pomodoro del tipo vellutato,
  • 4 g. di agar-agar in polvere,
  • 5 foglie di basilico fresco,
  • acqua q.b. per sciogliere l’agar-agar.

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Come fare le gelatine di pomodoro:

mettere in infusione nella passata il basilico a fuoco basso senza portare ad ebollizione, sciogliere l’agar agar in poca acqua senza fare grumi, far bollire 5 minuti ed aggiungere la passata calda (togliere il basilico), amalgamare e versare negli stampini, riporre in frigorifero.

Per i cuoricini chiari mescolare un pò di mousse alla gelatina e riporre in frigorifero.

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Ingredienti per la mousse di crescenza (dosi a piacere):

  • ricotta,
  • crescenza,
  • panna fresca q.b. a rendere l’impasto cremoso.

Come fare la mousse:

setacciare la ricotta e la crescenza, lavorare aggiungendo la panna fresca fino a rendere il composto cremoso, metterlo in una sac a poche e riempire la cialda di pomodoro e la ciambellina di gelatina.

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Prima di presentarvi i miei primi lampascioni, voglio fare quattro chiacchiere con chi mi segue, lo so, senza la possibilità di commentare/replicare le mie chiacchiere sono più un soliloquio…

Forse l’introduzione farebbe trasparire un certo mio scontento invece no, al contrario, sto attraversando uno splendido periodo: finalmente sto risolvendo un problemino di salute che mi disturbava e pregiudicava la mia già traballante autostima.

Mercoledì ho fatto il day hospital in una struttura d’eccellenza che è la Casa di Cura Città di Udine, una struttura privata: lì ho risolto il mio problema di uveite, lì sto risolvendo un problema di varici, problema che altre strutture ospedaliere regionali davano per irrisolvibili: dovrà conviverci tutta la vita, adoperi le calze… Questa la risposta.

Pensate che ieri, durante la mia terapeutica passeggiata quotidiana, ho ricevuto una telefonata dal reparto: mi hanno chiesto come avessi trascorso la notte e se stessi bene… Non aggiungo altro: se avessi la possibilità economica compererei la pagina di un quotidiano (non il messaggero e nemmeno il piccolo visto i furti di foto da loro subiti ;-) ) per esternare la mia soddisfazione e, non lo nego, il mio stupore: si spendono sempre molte parole per criticare e parlar male mentre il bello ed il buono passano spesso inosservati.

Ed ecco i miei primi lampascioni: sapevo fossero le cipolline del, come l’ho sempre chiamato io, giacinto selvatico, in realtà si chiama Leopoldia comosa.

Li ho visti per caso e ricordando il post di Letissia, ho iniziato a scavare con le mani come un can da trifule, mamma mia quanto sono profondi ed essendo il terreno sassoso e particolarmente arido per la mancanza di pioggia, è stata una faticaccia e la mia fresca manicure è andata a farsi friggere :-) ma ne è valsa la pena: ora devo solo pensare come utilizzarli ma il tempo non mi manca, appena la mia mente avrà escogitato qualcosa, sarete i primi a saperlo.

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Per oggi è tutto, buon fine settimana, a presto

Casa di Cura Città di Udine

Lampascioni

Letissia

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Crema ai fiori di glicine, vegana e senza glutine: la leggerezza in un bicchiere.

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Per me, cucinare con i fiori, è un momento magico: momento che inizia già dall’idea, per proseguire con il progetto, con la ricerca del luogo dove raccogliere i fiori scelti e in quale momento farlo.

I fiori, lo sapete bene, vanno raccolti lontano dal traffico, da zone inquinate tipo zone industriali ecc.: se i fiori vengono raccolti in posti sicuri non occorre lavarli, troppo spesso leggo di fiori di sambuco lavati ed asciugati, lo so dà l’idea di essere personcine pulite ed attente all’igiene ma non fatelo, non lavateli, lavandoli l’acqua si porta via il loro profumo, il polline: meglio lasciarli sulla pianta ed attendere le bacche, quelle si, si possono lavare…

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Vanno raccolti nel pieno della loro profumazione e questo lo rivela il nostro olfatto, meglio raccoglierli al mattino prima che il sole sia troppo forte ed è meglio farlo prima che i fiori siano stati bagnati dalla pioggia che inevitabilmente si porterebbe via il profumo.

Questa crema non avrebbe questo bel colore se non l’ avessi accentuato con mezza carota viola, ma questo ve lo spiegherò nel procedimento.

collage glicine carote viola-001Ingredienti:

  • 600 g. di latte di riso (o di soia o di mandorle),
  • fiori di glicine a volontà,
  • 1/2 carota viola grattugiata grossolanamente,
  • 2 cucchiai di fruttosio,
  • una puntina di sale,
  • 5 g. di agar agar in polvere,
  • 3 cucchiai di acqua.

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Come fare (raccogliere i fiori e procedere subito con la ricetta):

dopo aver raccolto i fiori come spiegato all’inizio, sgranare i grappoli, togliere i piccioli, allargarli su un canovaccio pulito e controllare che non ci siano “ospiti” ed impurità e metterli da parte.

In un pentolino capiente scaldare il latte che avete scelto (volendo potete adoperare panna, latte vaccino o senza lattosio ma la ricetta non sarà vegana), aggiungere il fruttosio e la puntina di sale (esalta dolcezza e profumo), farlo sciogliere e mettere i fiori di glicine mantenendo il fuoco al minimo: il latte non deve bollire, il calore moderato serve ad estrarre il profumo dei fiori.

Quando i fiori saranno ben intrisi di latte, spegnere il fuoco, coprire e, quando il tegame sarà tiepido, riporre in frigorifero, 8/10 ore o tutta la notte, fate voi.

Scolare i fiori e schiacciarli nel colino con un mestolo, mettere il latte in un pentolino, aggiungere la carota viola grattuggiata o a pezzetti, come preferite; riscaldare moderatamente il tutto, NON BOLLIRE, mescolando fin quando il latte avrà raggiunto la colorazione, basterà davvero pochissimo, scolare nuovamente attraverso una garza per evitare residui e tenere da parte il latte colorato.

Sciogliere in acqua fredda l’agar agar per evitare grumi, versare in un pentolino e far bollire per 5 minuti, aggiungere una parte di latte ai fiori di glicine, mescolare; spegnere e versare il composto sul restante latte colorato.

Mescolare bene, una parte, se vi va, versatela in uno stampo o un bicchiere dal quale, quando sarà ben rappreso, la potrete sformare ottenendo l’effetto panna cotta: riporre in frigorifero.

Il resto riporlo in frigorifero per c.ca mezz’ora: controllare che si sia rassodato al punto da poter ottenere, frullandolo col minipimer, una crema vellutata.

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Anche per oggi è tutto, Perla ed io vi auguriamo una splendida settimana, a presto

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Budino vegano ai fiori di glicine e Perla.

Un’ idea per una variante:

Crema ai fiori di sambuco

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Pitina con il brodo di polenta, la ricchezza della cucina povera è nella sua storia.

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Testimonianza sul pascoloMolait di sot, molait di sora

“Una volta, in paese, gli animali venivano riuniti in due greggi diversi.

Il primo raccoglieva in Pitucja le pecore e le capre di tutti quelli che vivevano più in basso della piazza, il secondo, invece, raccoglieva quelle di coloro che abitavano più in alto, fino alla fine di Tramonti.

C’erano anche le eccezioni come la donna che, pur abitando di sot mandava i suoi animali con il gregge di sora e quella che, al contrario, pur abitando di sora mandava le pecore da noi.

Noi che raccoglievamo le pecore in Pitucja le portavamo a pascolare sopra la chiesa dei protestanti e poi oltre, fino in Pradiel, mentre l’altro gregge andava dall’altra parte, verso Maleon.

Per avvisare le persone che stavamo per partire al pascolo, noi della parte bassa del paese camminavamo per il paese urlando: «Molait di sot!» mentre l’altro gruppo urlava:«Molait di sora!».

Ogni tanto le persone che dovevano recuperare gli animali dei due greggi si trovavano contemporaneamente in piazza e urlavano assieme attirando l’attenzione di tutti.

Ogni gregge aveva, all’incirca, una cinquantina di ovini; tutte le famiglie che avevano almeno una bestia nel gregge dovevano contribuire a portare le pecore al pascolo: se una famiglia aveva una pecora portava il gregge al pascolo per un giorno, se invece aveva una pecora e due capre doveva impegnarsi per tre giorni, così ognuno lavorava in proporzione.

Quando portavamo gli animali a pascolare d’estate, partivamo alle otto e stavamo via tutto il giorno mentre l’inverno ci muovevamo molto più tardi, verso le dieci, e nel primo pomeriggio eravamo già di ritorno.

Ad accompagnare il gregge c’erano sempre almeno due persone: un pastore davanti e uno dietro gli animali per guidarli e tenerli assieme.

Con noi al pascolo portavamo sempre qualcosa da mangiare e qualche lavoretto da fare come cucire o fare la maglia; c’era un uomo, poi, che andava spesso al pascolo per conto di altre famiglie che non avevano tempo.

Era un vedovo con tre figli piccoli, ogni volta che si muoveva con le pecore si portava sempre dietro un sacco contenente tanti vestitini da cucire” (Pagina 21 di “Prodotti tipici dalla Val Tramontina: pitina, formai dal Cit e erbetines)

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La vita, a quei tempi era molto dura e la sera, al ritorno dal pascolo, dal lavoro nei campi o nei boschi, il sollievo arrivava da ricette come questa, pochi ingredienti, una pitina, un pugno di farina di mais, acqua, burro e sale.

Il signor Alido mi racconta che alla polenta veniva aggiunta molta acqua perchè la minestra calda e liquida saziava  predisponendo al riposo.

Dopo anni di amor-Pitino, avendo la farina della Valle e la pitina buona, l’ho finalmente fatta, certo sul fornello a gas di casa non è la stessa cosa ma basta chiudere un attimo gli occhi ed immaginare; la Pitina rilascia il suo profumo di affumicato ed io ho voluto creare l’atmosfera facendo un brodo di pitina e cuocendo la polenta con quel brodo così ho ottenuto un meraviglioso effetto accantoalcamino.

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Per ottenere il brodo di pitina basta metterla in abbondante acqua fredda e cuocere lentamente fino a ridurre il liquido di un terzo; una parte di brodo l’ho chiarificata per la ricetta di cui accennavo nel post precedente, nel restante brodo ho cotto la polenta.

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Ricetta autentica che si trova a pagina 18 del libretto succitato.

Cosa aggiungere a questo post? Ancora una foto, per una ricetta da incorniciare

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Link utili:
Borgotitol

Clicccando questo link vedrete i volontari della Pro Loco di Tramonti di sopra L’Italia che mi piace

P.S.: ringrazio la Pro Loco di Tramonti di Sopra che mi autorizza ad utilizzare il loro materiale e che prima di utilizzare il mio mi ha gentilmente inviato una mail di richiesta, non cancellando la mia firma e non modificando le foto, un buon esempio che molti “blasonati” quotidiani dovrebbero seguire…

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Meringhe di polenta di cincuantin, uno snack stellato.

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Ho imparato molto dai corsi di cucina che ho seguito Agli Amici di Godia, ho adottato molte delle tecniche “stellate” che fanno ormai parte della mia semplice cucina di casa.

Ricordo che queste meringhe di polenta mi avevano conquistata, le avevo trovate geniali, sembrano davvero delle meringhette, impalpabili e scrocchiarelle.

Semplicissime da fare, l’unica difficoltà che ho incontrato è l’uso della sac a poche con la quale ho poca confidenza ma se per voi è un gioco da ragazzi beh, vi consiglio di farle.

Io le ho volute provare perchè ho in progetto una ricetta dove le utilizzerò come parte croccante su un brodo particolare ma anche da accompagnamento ad una semplice zuppa o vellutata, darà quel tocco raffinato ed elegante che stupirà i vostri cari e/o i vostri ospiti.

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Ingredienti:

  • 500 g. di acqua,
  • 100 g. di farina rustica di mais (io cincuantin),
  • 3/4 g. di sale.

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Come fare:

far bollire l’acqua, aggiungere il sale e versare a pioggia la farina di mais; proseguire la cottura, mescolando, fino a raggiungere la consistenza di un purè.

Versare in una ciotola , coprire, a contatto, con la pellicola per alimenti, forarla con uno stuzzicadenti e lasciar intiepidire.

Preriscaldare il forno a 150/160° C.

Mettere la polentina in una sacca da pasticceria e, su un foglio di silpac, silicone o semplice carta forno, distribuire delle noccioline di polenta.

Infornare per 50 minuti e buon snack!

meringhette di polenta pp-002

Vi auguro una splendida settimana e, se notate l’esagerata dimensione della mia firma sulle foto, non è perchè sono diventata megalomane, semplicemente voglio rendere un po’ più “fastidioso” ai “grafici” il lavoro di cancellare la mia firma dalle foto che hanno preso l’abitudine anche di pubblicare speculari affinchè nessuno le riconosca… É come se io, per passare inosservata, caminassi a testa in giù…

collage mie foto su quotidiani

Ecco il corpo del reato ma di questo vi racconterò più in là, oggi non voglio pensarci.

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